Venerdì 25 Ottobre 2013 "uscita n. 12"

 

I castelli della corona di Svevia in Puglia e Basilicata

di Antonio Giampietro

 

 

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                                                       Castel del Monte

 

1.Federico II, non appena fu in grado di dare un primo consolidamento al proprio dominio, si preoccupò di emanare, tra le altre leggi che gli consentissero un controllo totale dell’Italia meridionale, anche opportuni provvedimenti “de novis edificiis deruendis “, nei quali stabiliva che “tutte le fortificazioni costruite dai vassalli negli anni della sua minore età o prima del suo ritorno, senza autorizzazione avrebbero dovuto essere cedute alla corona o essere distrutte” [i]. Opera, questa, che richiedeva tempi lunghi e uno sforzo economico non indifferente, dovendosi provvedere a costose opere di manutenzione, consolidamento e restauro, ma altresì molto sentita dal sovrano, fino a costituire una sua preoccupazione non secondaria. Gli storici citano, a tal proposito, la lettera inviatagli da Tommaso di Capua, che gli ricordava come i suoi predecessori avessero dedicato attenzione precipua all’edilizia religiosa, laddove gli interessi di Federico si rivolgevano a quella fortificatoria (escluso il caso del duomo di Altamura).

Che il sovrano svevo intendesse fare del recupero, del restauro e della costruzione ex-novo dei castelli uno dei capisaldi della propria politica edilizia e un valido strumento di controllo del territorio (oltre che, ovviamente, un importante e gradito supporto alla sua passione venatoria) è dimostrato anche da quanto disposto dall’Assise di Melfi (1231); esse tra l’altro prevedono ancora la demolizione dei fortilizi costruiti senza autorizzazione dopo la morte di Guglielmo II. I castelli e i fortilizi che Federico incamerò, costruì ex-novo o risistemò su precedenti costruzioni normanne vengono da taluni studiosi (Kantorowicz e altri) conteggiati in circa duecento, ancorché tale cifra appaia ad altri eccessiva.

Il Willemsen parla, più che di un generico interesse, di una vera “passione” del sovrano svevo per le opere di edilizia fortificatoria e per i castelli di caccia o di svago, tant’è vero che nelle diverse tipologie l’impronta federiciana si esercitò in modo significativo e talora singolare. Le diverse esperienze culturali, l’apertura mentale, i numerosi viaggi avevano consentito all’imperatore di venire a contatto con esempi architettonici di vario genere: normanni, arabi, bizantini, normanno-islamici, romani, francesi, germanici. Da qui la sua capacità di promuovere la costruzione non solo di imponenti fortezze a scopo di difesa, ma anche di “loca solatiorum”, residenze destinate al soggiorno della corte e agli svaghi, principalmente alla caccia col falcone. La scelta dei luoghi era funzionale all’utilizzazione delle costruzioni; posizioni strategiche per le fortezze militari, vicinanza alle sedi amministrative per i castelli destinati al controllo del territorio, luoghi boscosi e ameni per le residenze estive e di caccia.

Qualunque fosse la loro utilizzazione, tutti – o quasi – i castelli federiciani possedevano peraltro elementi architettonici dotati di una specifica fisionomia artistica e decorativa, a volte affini tra loro e presenti non solo nella tipologia del “palatium” o della “domus”, ma anche in quella del ”castrum”. I castelli di difesa conobbero poi una sistematica cancellazione da parte degli Angioini, che intendevano eliminare anche le testimonianze edilizie della potenza sveva nell’Italia meridionale, tale cancellazione fu accompagnata, nei secoli successivi, dal continuo saccheggio dei materiali da costruzione, che finì col distruggere quasi totalmente i castelli federiciani della Capitanata e delle Puglie. Ai castelli di caccia e di svago fu riservato un trattamento diverso: le fonti storiche e documentarie ne testimoniano l’utilizzazione, la manutenzione e il restauro anche dopo il definitivo tramonto della potenza sveva nell’Italia meridionale.

 

Il ruolo progettuale di Federico 

2. Benché l’attività edificatoria di Federico II risulti quindi di notevole ampiezza ed importanza, non ci rimangono i nomi di architetti e progettisti dei suoi castelli. Quelli che conosciamo sono nomi di funzionari, di direttori dei lavori, di persone più o meno direttamente coinvolte nell’organizzazione e nel controllo delle fabbriche o nella ricerca e nell’utilizzo dei materiali da costruzione. Ciò alimenta la “vexata questio” del riconoscimento del ruolo rivestito dalla personale iniziativa di Federico nella costruzione di palazzi e castelli, in particolare dopo il 1229.

Giacché le fonti documentali e i più insigni studiosi dell’architettura federiciana insistono sul forte interesse del sovrano per i castelli, ha avuto una certa fortuna la tesi – ancorché congetturale – che egli intervenisse direttamente nella progettazione, dando indicazioni precise e dettagliate ai suoi collaboratori, i cui nomi, pervenutici per il tramite di numerosi e approfonditi studi [ii], non ci specificano infatti sui limiti delle loro particolari funzioni. Si parla di un “protomagister” Lifante ( che lavorò nella zona di Capua), di Nicolò di Cicala, del monaco cistercense Bisanzio, di Romualdo da Bari, di Riccardo da Lentin[iii]. Alcune iscrizioni[iv] aggiungono i nomi di Filippo Chinart, Bartolomeo, Anseramo da Trani. E’ probabile che si trattasse di semplici esecutori, ligi alle direttive che venivano date loro dall’alto, giacché è pur vero che – pur nella varietà dei riferimenti e degli sviluppi – l’architettura federiciana presenta caratteri di organicità e continuità. L’interesse sempre più appassionato da parte dell’imperatore e l’indiscutibile influsso che egli esercitò  sulla costruzione dei castelli (senza che ciò dovesse peraltro significare una progettazione di sua mano stricto sensu) motivano la convinzione, da più parti condivisa, che si possa parlare di un piano generale direttamente controllato dal sovrano e poi tecnicamente attuato dai suoi collaboratori.

A partire dal 1220, Federico cominciò ad attuare un “oculato piano strategico-politico”, con l’intento di creare “una struttura a maglie regolari che si estendesse su tutti i suoi domini” [v], le cui diverse tipologie rispondessero ad esigenze specifiche di carattere militare e amministrativo in taluni casi, in altri, alle sue predilezioni personali: è il caso, ad esempio, dei castelli di Basilicata[vi] e della Capitanata, costruiti in vicinanza delle foreste e idonei alla caccia col falcone, particolarmente gradita all’imperatore. Non è casuale il fatto che l’interesse di Federico per i castelli aumenti e dia i suoi frutti migliori dopo il trasferimento della capitale da Palermo a Foggia, essendo la città siciliana divenuta ormai “troppo periferica” rispetto ai domini federiciani come si presentavano dopo l’annessione dell’Impero germanico” [vii]. Dei numerosi castelli di caccia nella zona di Foggia non rimangono che scarse tracce, probabilmente, a causa dell’atteggiamento assunto da Carlo I d’Angiò e dai suoi discendenti. Non condividendo la passione per la caccia così palese nel suo imperiale nemico e trasferendo a Napoli la propria residenza, il sovrano angioino favorì la decadenza dei castelli più vicini a Foggia, mentre quelli più lontani, in qualche caso, godettero di miglior sorte.

In generale, la predilezione per i castelli di caccia non impedì che Federico II dedicasse altrettanta cura ai castelli di difesa. Talvolta essi non furono costruiti ex novo, ma costituirono il rafforzamento e il consolidamento di precedenti fortezze normanne o addirittura pre-normanne, alle quali furono apportate in qualche caso anche modifiche radicali. Un carattere comune e distintivo di tutti gli esempi di edilizia  fortificatoria  federiciana è altresì lo scoperto intento di aggiungere “un tocco artistico” a castelli che avevano dichiarati scopi militari o utilitari. In questo senso appare particolarmente significativo il riferimento ai castelli costruiti ex novo. Tali opere, pur rientrando in tipologie già note, presentano caratteri peculiari che ne aumentano l’importanza, rivelano la presenza di influssi diversi e talora contrastanti, testimoniano l’interesse del sovrano per questo tipo di costruzioni, le quali trovano motivi di consonanza e di affinità proprio nella sua ricca personalità e in un indiscutibile proposito progettuale. Sicché, mentre parecchi studiosi ritengono che l’influsso del sovrano si esercitasse nei limiti di un sia pur ampio mecenatismo, per altri appare indiscutibile che egli abbia dato apporto concreto e personale alla progettazione e all’edificazione dei “suoi castelli” [viii].

Tra tutti, queste note prenderanno in considerazione quelli di Castel del Monte, Melfi, Lagopesole, Palazzo San Gervasio, Irsina e Lavello. Per diverse ragioni, essi infatti si prestano bene alla identificazione dei problemi fondamentali dell’architettura federiciana e possiedono altresì spiccati caratteri distintivi che conferiscono loro particolare originalità e importanza.

 

Castel del Monte

3. Su quello che il Willemsen definisce l’ultimo capolavoro architettonico federiciano esiste a tutt’oggi un’ampia letteratura riguardante tanto gli aspetti generali, quanto le questioni particolari che lo differenziano da tutte le altre costruzioni similari[ix]. Il castello fu famosissimo e celebratissimo al suo tempo, quando certamente i luoghi circostanti erano ricoperti di fitti boschi; tuttavia, nonostante la sua fama e la sua importanza, non se ne conoscono con certezza né la data d’inizio della costruzione, né le fasi e le vicende di quest’ultima. Al riguardo ci è pervenuto un solo documento, peraltro di disagevole e contrastata interpretazione, datato 28 gennaio 1240[x]. Nella lettera, scritta da Gubbio, si leggono le istruzioni del sovrano a Riccardo di Montefuscolo, giustiziere della Capitanata: “Cum pro castro, quod apud Sanctam Mariam de Monte fieri volumus atractum ipsum in calce, lapidibus et omnibus aliis opportunis fieri  facias sine mora..”.

Il sito prescelto non era troppo lontano da Andria, città cara a Federico, e sorgeva a circa 500 m. di altitudine. Ai piedi dell’altura, era posto un monastero benedettino: da qui il nome “Castrum Sancte Marie de Monte” attestato nei documenti imperiali e Angioini. Il più interessante (e il più misterioso!) dei castelli federiciani non fu però abitato da membri diretti della famiglia degli Hohestaufen, ove si escludono i tre figli di Manfredi, che vi furono imprigionati fino al 1299 [xi]; altri prigionieri “eccellenti” ospitati nella costruzione furono Corrado (conte di Caserta e nipote di Federico) ed Enrico di Castiglia, partigiano di Corradino e catturato a Tagliacozzo. Per una più accurata sorveglianza dei prigionieri, Carlo I d’Angiò apportò modifiche alla facciata e probabilmente circondò l’edificio con un muro.

Dai primi del nostro secolo l’interesse degli studiosi si è incentrato sui suoi diversi aspetti e sui numerosi problemi storico-critici che lo riguardano. Castel del Monte risulta, infatti, in un certo senso a sé stante nel panorama dei castelli federiciani. Intanto è l’unico che possiede una pianta ottagonale, tanto nel castello vero e proprio, quanto nel cortile interno e nelle torri. L’impianto geometrico era accompagnato da altri significativi elementi di decorazione all’interno. In quanto eccezionale, la pianta ottagonale ha offerto ampia materia di discussione agli studiosi, tanto più che risulta ancora incerta la definizione della funzione assegnata alla costruzione: castello da guerra? O, come fu detto, “fortezza di Stato”, simbolo ed espressione della sovranità? O, ancora, traduzione nella pietra di una ricca messe di simboli e di significati ideali? Sulla scorta della Cristiani-Testi [xii], possiamo schematizzare le diverse ipotesi riguardanti il significato del castello e le sue valenze simboliche ed ideali:

a)    rapporti con la Gerusalemme celeste per la complessa simbologia dell’ottagono (Meckseper);

b)   rapporti con la cappella Palatina di Aquisgrana;

c)    rapporti con San Vitale di Ravenna.

Tutti e tre i riferimenti citati possiedono un qualche margine di plausibilità; ma le più recenti indagini ribadiscono che il problema di Castel del Monte va obbligatoriamente inquadrato in quello più vasto, dei legami che uniscono l’architettura federiciana a diversi schemi culturali e architettonici.

Le tesi del Bertaux

Già il Bertaux notava che il sistema architettonico del castello appare più vicino all’arte francese del sec. XIII che non all’architettura pugliese o classica. La presenza di numerosi – e importanti – riferimenti al mondo greco-romano non giustifica peraltro – a dire del Bertaux – la tesi allora sostenuta da alcuni studiosi italiani, secondo i quali Castel del Monte anticiperebbe le prime esperienze del Rinascimento, ponendosi in diretta continuità rispetto all’esperienza classica. La tesi del Bertaux si appoggiava su due motivazioni fondamentali: la presenza di strutture, quali la volta ad ogiva, affini a quelle dei monumenti della Francia settentrionale e il fatto che non solo il sistema di costruzione, ma anche il complesso dei particolari decorativi appare palesemente “imitato dall’arte francese del XIII secolo”. [xiii]

A giudizio dell’insigne studioso, l’architetto a cui su deve Castel del Monte non era italiano. Ciò sarebbe confermato dal fatto che le sculture presenti nel castello sono molto diverse da quelle pugliesi coeve, nonché dalla constatazione che l’impressione di una derivazione “classica” dell’apparato scultoreo e decorativo va riferita solo a pochi elementi ( la porta monumentale, di rilevante interesse; alcune finestre, alcune statue, ecc. [xiv], laddove ben  più numerosi sono i riferimenti alle tecniche e alle modalità decorative francesi. La scultura “antica” ha peraltro un suo posto nel castello, precisamente nelle sculture collocate al di sopra delle porte, ossia una statua mutilata raffigurante un cavaliere con paludamentum e un busto decapitato simile al torso di Capua: effigi dello stesso Federico? La compresenza di elementi diversi fa concludere al Bertaux che si è di fronte ad una combinazione di arte classica e di arte francese, che talora assumono singolarmente forme pure.

Quanto alla destinazione del castello, Bertaux ritiene che non si trattasse di un castello a scopo militare, anche se lo spessore delle mura è notevole e non mancano elementi di guardia e di difesa. Tuttavia, ritenendo che mancasse di un fossato e che non fosse in grado di resistere a un assalto, il Bertaux avanza l’ipotesi che si trattasse di un “palatium”, il più ragguardevole dei “loca solatiorum” federiciani, residenze tra i boschi destinate al soggiorno del sovrano, del suo seguito e dei suoi ospiti. Altrettanto autorevole è, sul versante opposto, la tesi di chi crede che Castel del Monte fosse una poderosa fortezza di rilevante interesse strategico. Che lo scopo fondamentale della costruzione potesse consistere nell’offrire un piacevole e comodo soggiorno, risulta in qualche maniera suffragata dalla presenza di un ingegnoso sistema di raccolta, convogliamento e distribuzione delle acque piovane. Per il suo tramite l’ignoto architetto intese sopperire alla penuria d’acqua, che avrebbe reso pressoché impossibile un soggiorno da parte del numeroso e raffinato seguito del re. Il Bertaux crede, inoltre, che non mancassero giochi d’acqua suggestivi, capaci di accentuare quel certo “fascino orientale” che il castello doveva al colore dei rari materiali adoperati per la sua costruzione: il marmo rossastro della zona, quello cipollino ricavato dalle rovine romane di Ruvo e di Canosa, i materiali musivi che certo facevano assumere alle pareti una certa aria bizantina. E’ convinzione di molti studiosi che molte parti del castello fossero dotate di una ricca e suggestiva policromia, segno di un superamento del livello della pura e semplice funzionalità a vantaggio di una dimensione più complessa e “artistica”.

Tutto ciò rende ancora più stimolante – e complessa – la questione dell’identificazione dell’autore dell’opera, il quale fu capace di conciliare e armonizzare in un’affascinante sintesi compositiva influssi fra di loro differenti, quali la “purezza classica dell’architettura e della scultura francese, la solennità dell’arte antica, la ricchezza bizantina dei marmi, la gaiezza delle acque che rinfrescavano i palazzi dell’oriente musulmano”, accanto alla “fantasia brillante” dei mosaici, degli smalti e delle ceramiche che “scintillavano nella penombra delle villas reali di Sicilia” [xv].

  

Il sincretismo culturale

4. La risposta dell’insigne studioso – che allude a Federico stesso, “autore del castello”- è certamente molto suggestiva, in quanto ribadisce il ruolo essenziale del sovrano nelle scelte architettoniche e decorative della costruzione, ma non risolve certo la questione” [xvi]. Quel che è invece  certo, è che senza dubbio l’imperatore venne a contatto con artisti di differente estrazione culturale e geografica, ricavandone influssi diversi per portato e profondità. In Castel del Monte si notano anche tracce di una presenza araba: il che non implica necessariamente un ricorso agli arabi di Sicilia, dal momento che la popolosa colonia araba di Lucera annoverava tra i suoi membri anche “tarsiatores” che potevano facilmente trasferirsi nella zona di Castel del Monte.

La presenza di influssi così diversi non esclude altresì che alla fabbrica del castello avessero collaborato anche artisti locali ovvero elementi già attivi in altre opere federiciane. Alcune analogie con i castelli siciliani di Catania, Enna e Siracusa inducono alla considerazione dei rapporti tra l’architettura federiciana e l’oriente. Si tratta di una questione anch’essa molto dibattuta e variamente affrontata, che trova il suo principale riferimento cronologico nella Crociata del 1228-29. Secondo una delle posizioni al riguardo, nel corso di essa il sovrano ebbe modo di osservare castelli e chiese edificati sul modello francese. Il Bertaux ricorda come, mentre già Federico si trovava sulla via del ritorno, molti feudatari del regno di Gerusalemme si fossero ribellati a danno dei cavalieri fedeli al sovrano. Molti di questi ripararono in Puglia, dove edificarono castelli e fortezze: sicché il Bertaux argomenta che lo stile francese giunse in Puglia tornando dall’Oriente, laddove gli influssi orientali, risulterebbero di ben più secondaria importanza nella fisionomia di quei “monumenti d’arte degni di un sovrano artista” che furono i castelli siciliani e pugliesi [xvii]. Va ricordato, infatti, che anche prima della grande stagione edificatoria federiciana i rapporti con l’Oriente erano molto stretti e fecondi, sicché è presumibile che pure gli schemi architettonici normanni risentissero di influssi orientali, a parte le affinità dovute al comune e diffuso schema del “castrum” romano [xviii].

Studi più recenti individuano nella crociata del 1228-1229 l’occasione di “una netta cesura” nell’architettura militare federiciana, sicché le costruzioni successive alla spedizione in Terrasanta possiedono una unità di progettazione, di struttura e di decorazione non riscontrabile in precedenza. Il Samonà ritiene infatti che i castelli meridionali, posteriori all’esperienza in Terrasanta, risentono dello schema di quelli siriaci, ma che esso venne opportunamente adattato alla natura dei luoghi senza preconcetti di simmetria, laddove i castelli siciliani e Castel del Monte in particolare sono dichiaratamente simmetrici [xix]. In questa complessa rete di interazione e di richiami,  Castel del Monte si colloca senz’altro come una sintesi di diverse esperienze cistercensi, così stimolanti e suggestive per l’imperatore [xx], con “la cristallina regolarità dei volumi islamici nel contesto della cultura geometrico-matematica mediterranea”. In questo senso, Castel del Monte si iscriverebbe nelle articolate modalità con cui l’imperatore sviluppava un’esperienza volta a identificare e a risolvere in una sintesi complessa e ricca “gli ineliminabili e programmatici valori della tradizione imperiale, il repertorio morfologico ‘cistercense’ e la stratificata cultura mediterranea” [xxi].

In quest’ambito acquista risalto nel dibattito storico-critico l’ipotesi in più luoghi ribadita da G. Agnello [xxii], che suggerisce un diretto intervento dell’imperatore nella fase di progettazione di tutti i castelli in generale e di quest’ultimo in particolare. Tale intervento consente di giustificare sia gli elementi di evoluzione che quelli di continuità tra gli edifici dei vari periodi, nonché di ricollegare correttamente queste esperienze ad un contesto più generale, di dimensione europea, e a diretti contatti dell’imperatore con artisti di chiara fama che operarono anche fuori dell’Italia meridionale [xxiii].

 

I castelli di Basilicata

 

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                                                                            Il castello di Melfi

 

5. Il castello di Melfi, accanto a quello di Lagopesole, è il più celebre maniero federiciano di Basilicata che ospitò frequentemente l’imperatore, sia per motivi di carattere burocratico ed amministrativo, sia a scopo di caccia, grazie alla vicinanza dei boschi del Vulture ricchi di selvaggina. Si trattava di una costruzione collocata in un centro già importante nel periodo normanno, quando Melfi, “porta della Puglia”, era capitale e si era abbellita di notevoli monumenti. Solo il campanile della cattedrale (1153) rimane a testimoniare ancora “la passata grandezza” [xxiv] di quella che Guglielmo di Puglia chiamò “urbs illustris finibus Italiae celeberrima”.

La costruzione del castello fu iniziata da Ruggiero, figlio di Tancredi. Le modifiche apportate da Federico (tra cui la cosiddetta “torre dell’imperatore”) resero il castello pienamente rispondente alle esigenze militari e burocratiche, giacché Melfi era “centro vitale della regia amministrazione, nodo di grandi arterie di comunicazione e sede della Suprema Corte dei Conti” [xxv]. Al castello sono per l’appunto legate le “Costituzioni di Melfi” (Liber Augustalis, 1231), vera e propria codificazione dell’azione politico-amministrativa di un sovrano che aveva inteso attuare un suo grandioso progetto di governo anche per il tramite di una cultura architettonica, di cui i castelli rappresentano ancora una preziosa e significativa testimonianza.

 

Il castello di Lagopesole

Se Castel del Monte rappresenta la costruzione federiciana più misteriosa e più celebre, il castello di Lagopesole è, secondo una tradizione non confermata, l’ultimo castello a cui Federico II si interessò. In ogni caso esso presenta caratteri che non si riscontrano in nessun altro esempio dell’architettura federiciana, il che ha suscitato particolare interesse di studio e di analisi. Presenta, infatti, una forma rettangolare allungata, dovuta forse alla necessità di seguire l’andamento del terreno, in pendenza da ogni lato, e all’impossibilità di adattare la costruzione alla morfologia particolare del luogo. Forse, per questo motivo, non vi furono aggiunte torri angolari,  ancorché si fosse tentato probabilmente di livellare il suolo per ottenere il consueto schema del “castrum”. Non mancano altri elementi di grande interesse e piuttosto rari nell’edilizia federiciana: la presenza del battifredo, l’esistenza di due cortili di grandezza diversa, un edificio sacro (una sorta di “chiesa del castello”) forse voluto da Carlo d’Angiò.

Di dimensioni imponenti, il castello prese nome da un antico lago, oggi prosciugato, a circa ottocento metri sul livello del mare (“lacus pensilis”) nel centro di una zona allora ricchissima di boschi, forse quella in cui nel 1137 l’imperatore Lotario aveva installato un suo campo. La data di costruzione viene fissata da alcuni agli anni 1242-1250; è stata  anche avanzata l’idea che il castello sorgesse sopra una precedente costruzione normanna. Si tratta di una costruzione dagli aspetti peculiari: i saloni ricordano i refettori delle abbazie cistercensi, mentre al piano superiore dell’ala a ponente “fu ideato un atrio in cui su sedici mensole a muro riccamente scolpite, s’inarcano gli archivolti e i sostegni per le travi maestre” [xxvi]. Anche l’arredo degli interni doveva essere particolarmente sfarzoso. Tuttavia, taluni ritengono che il castello fosse rimasto incompiuto alla morte di Federico.

Quale fosse la sua destinazione, è questione controversa: per il Bertaux si tratta di un edificio militare, mentre il Willesen – rifacendosi tra l’altro alla menzione del castello come “domus” nei documenti successivi alla morte di Federico – ritiene che esso, collocato a ben ottocento metri di altitudine, “doveva essere un luogo ideale di soggiorno nei mesi insopportabilmente afosi”, oltre che esercitare ancora maggiori attrattive sul sovrano, giacché si trovava “al centro di una così vasta zona di caccia” [xxvii]. A sostegno di questa tesi, lo stesso studioso cita le dimensioni ragguardevoli (è il più grande castello federiciano), le caratteristiche decorative e la presenza di sculture importanti; elementi, questi, che assegnano al castello di Lagopesole “una posizione di rilievo”, insieme a Castel del Monte, nell’ambito della cultura architettonica federiciana” [xxviii].

Tuttavia il sovrano vi soggiornò ben poco: probabilmente per le carenze della costruzione , visto che altri castelli, già ultimati, erano in grado di offrire ospitalità migliore a lui e al suo seguito. In particolare, i castelli della Capitanata, territorio di caccia prediletto da Federico, risultavano più facili da raggiungere con conseguente celerità nell’allestimento dei viaggi e nei soggiorni. Toccò invece a Manfredi trascorrere lunghi soggiorni a Lagopesole. Il Muratori tramanda infatti una notizia del cronista Saba Malaspina che, riguardo alle predilezioni di Manfredi, parla di “consueta solatia lacupensilis”, riferibili alle amenità dei luoghi, alla loro natura boscosa, all’abbondanza di selvaggina. Dopo la morte di Manfredi a Benevento (1266), il castello divenne residenza della vedova, Elena d’Epiro, prigioniera degli Angioini. Il castello fu restaurato nel 1278 da Carlo d’Angiò, che ne fece una delle sue residenze estive, passò poi in feudo dal 1426 al 1528 alla famiglia Caracciolo di Melfi. Nel 1531 Carlo V donò quanto rimaneva della imponente costruzione, insieme con la città di Melfi e le foreste vicine, alla famiglia Doria che l’ha detenuto a lungo.

 

Altri castelli di Basilicata

6. Altro castello federiciano in Basilicata è quello di Palazzo San Gervaso, definito da un cronista medievale “amoenum locum et venationis delectabilem” quindi idoneo, per la bellezza dei luoghi e l’abbondanza della selvaggina, ad incontrare i gusti del figlio di Federico II. Fu quest’ultimo, probabilmente, ad iniziarne la costruzione, per farne una sede amministrativa delle stazioni di monta equina reali (“aratiarum curiae”), tant’è vero che, sul retro del “palatium” propriamente detto, esisteva un cortile circondato da costruzioni più basse destinate ad accogliere cavalli. Nonostante il pessimo stato di conservazione, è possibile ancora oggi, benché a fatica, discernere qualche elemento architettonico e decorativo. Tale una finestra del primo piano, formante una loggia a tre aperture, per qualche verso affine alla grande finestra di Castel del Monte. Da qui Manfredi”biondo…bello e di gentile aspetto” di dantesca memoria poteva spaziare con la vista sul vasto paesaggio circostante. Non manca chi argomenta che la costruzione sorgesse sui resti di un palazzo edificato nella prima metà del secolo XII da Ruggiero il Normanno che aveva dichiarato l’ambito di San Gervaso demanio regio e luogo di caccia reale. In seguito il castello fu donato dalla regina Giovanna II alla nipote Covella  Ruffo e dal 1507 divenne feudo della famiglia Caracciolo.

Al gruppo dei castelli federiciani appartiene anche il castello di Irsina, che, secondo la leggenda, l’imperatore avrebbe donato a San Francesco d’Assisi, del quale si narra che avesse soggiornato nel comune. L’edificio presenta nel suo interno pregevoli pitture di scuola giottesca, una delle quali raffigura Federico II in costume del tempo. L’epoca e il possesso del castello sono testimoniate da un’iscrizione del 1228.

 

                             Federico II  Romanorum

                                   Imperator

                                  Castrum  Hoc

                        Francisco  Assiensi  concessit

                             Cuius  Alumni  In  Hanc  

                                Reduxere  Formam

                                     A. D. 1228

 

Al periodo normanno risalirebbe il castello di Lavello trasformato poi, in epoca sveva, in un castello di caccia: qui sarebbe morto di febbre perniciosa il figlio e legittimo erede di Federico II, Corrado. Il castello è a pianta quadrata, cinto di mura possenti; su di esso esistono numerose credenze popolari. Una di esse favoleggia dell’esistenza di due gallerie, la prima delle quali conduceva fuori del castello, consentendo agli abitanti di mettersi in salvo in caso di necessità. L’altra, invece, conduceva alla chiesa e serviva per introdurre le giovani spose alla presenza del signore, che esercitava nei loro confronti lo “ius primae noctis”.

 

Note bibliografiche                                               


 

[i]  C.A.WILLEMSEN, I castelli di Federico II nell’Italia meridionale, tr.it., Napoli 1979, p.15

[ii]  Cfr., tra gli altri, M.L.CRISTIANI-TESTI, San Miniato al Tedesco, Firenze 1967, p.60

[iii]  Il suo nome è ricordato nei documenti della cancelleria imperiale come “praepositus novorum hedificiorum”.

[iv] Cfr. C.A.WILLEMSEN-D.ODENTHAL, Puglia, terra dei Normanni e degli Svevi, Bari 1959, pp.37-53.

[v]  M.L.CRISTIANI-TESTI, Castel del Monte, in L’art dans l’Italie meridionale-aggiornamento dell’opera di E.BERTAUX, a c. di A. PRANDI, Roma, 1978, V, p.70.                    

[vi]  Per i castelli di Basilicata – non solo federiciani – Cfr. A.GIMPIETRO, La Basilicata:una terra di castelli, in “Bollettino della Biblioteca Provinciale di Matera” A. XII, n.18-19, 1991, pp.167-172.

[vii] WILLEMSEN, I castelli….., cit.,p.17.

[viii]  Seguendo la cronaca di Riccardo da San Germano, numerosi studiosi (a cominciare dal Bertaux) leggono in maniera letterale l’espressone “ipse propria manu consignavit”.

[ix]  Dell’ampia letteratura su Castel del Monte si citano qui solo i seguenti studi fondamentali: C.CHIERICI, Castel del Monte, Roma 1934; W.KRONIG, Castel del Monte, in “Kunst Chronik”, IX, 1956, pp.285-287; P.MANZI, Castel del Monte, opera di architettura militare, in “Bollettino dell’Istituto storico di cultura dell’arma del genio”, XXXI, 1965, pp.395-419; R. NAPOLETANO, Castel del Monte, Andria 1926; C.A.WILLEMSEN, Castel del Monte, Die  Kranc Apuliens, Wiestarden 1955.   

[x]  In HUILLARS-BREHOLLES, Historia diplomatica Frederici Secundi, Parigi 1852-61, V, p.892.  

[xi]  Suggestiva l’osservazione del Bertaux, secondo cui fu proprio uno di questi giovani principi  a incidere su una colonna del primo piano una silhuette di re in trono e incoronato.

[xii]  M. L. CRISTIANI-TESTI, Castel del Monte, in L’art dans…., Aggiornamenti, cit. V., 701.

[xiii]  BERTAUX, op. cit., p.726.

[xiv] La porta monumentale risulta ispirata, secondo il Bertaux, da un arco di trionfo romano (edifici del genere esistevano certamente in Puglia) ma le forme sarebbero state alterate per seguire anche altri modelli di tipo ecclesiale.

[xv]  BERTAUX, op. cit, p.738. 

[xvi]  Tra le tante congetture sull’origine e sull’identità dell’architetto di Castel del Monte, ricordiamo quella, già evidenziata, di una sua provenienza francese, che però viene oggi ritenuta discutibile.

[xvii]  E’ lo stesso Federico (21 febbraio 1240) a citare, tra quelli che “ Laborant ad opus nostrum in Melfia, Canusio et Luceria”, anche la categoria dei “tarsiatores”.

[xviii]  BERTAUX, op. cit., p.705.

[xix]   WILLEMSEN, I castelli…, cit., p.29.

[xx]   C. SAMONA’, I castelli di Federico II in Sicilia e nell’Italia meridionale, in “Atti del Convegno Internazionale di studi federiciani”, p. 509 sgg.

[xxi]   Opportunamente il Willemsen (op. cit., p.52) ribadisce che dal gotico cistercense Federico mutuò non solo schemi strutturali (come i soffitti a volta), ma anche “piccoli dettagli come le mezze colonne, le mensole o i capitelli”.

[xxii]   M. CRISTIANI-TESTI, Castel del Monte, cit., p.701.

[xxiii]   Cfr. G. AGNELLO, L’architettura sveva nella Sicilia, Roma 1935-1961.

[xxiv]   Si pensi – per esempio – a fra’ Elia da Cortona, di cui risultano documentati i rapporti con Federico prima e dopo il 1239. Per alcuni egli sarebbe stato consigliere artistico nelle costruzioni federiciane del secondo periodo. Sicché il Meckseper ha evidenziato, a questo riguardo, forti analogie fra la Basilica Superiore di Assisi e la parte superiore di Castel del Monte.

[xxv]  Per il castello di Lagopesole, oltre agli studi generali già citati, si vedano di G. FORTUNATO, Il castello di Lagopesole, Trani 1902.

[xxvi]  WILLEMSEN, I castelli….cit., p.168.

[xxvii]  Ivi, p.172.