Archeologia & Arte

  

L’arte vista da un angolo del Sud d’Europa

di Canio Franculli

 Lunedì 16 Gennaio 2012 "uscita n. 9"

1.Non ho mai capito perché quando si legge una recensione d’arte non si comprende   niente, o quasi, di quello che c’è scritto. Anche la scrittura di un critico celebrato, che generalmente dovrebbe guidare alla comprensione dell’opera, sembra invece, il più delle volte, confondere le idee, e non di rado ci induce a credere che forse qualcosa ci sfugge del significato di quelle parole. Restare, perciò, confusi è il minimo che ci possa capitare dopo la lettura, con la convinzione di essere per l’occasione un po’ ignoranti. Ne deriva che per capire l’arte bisogna di necessità essere colti conoscitori?

Il luogo comune dell’immaginario collettivo, così ben insegnato nelle scuole, è che l’arte è bellezza ed armonia ed è pertanto patrimonio pubblico leggibile da chiunque e con immediatezza. Il sentimento comune ci fa credere che il bello e il brutto sono per l’appunto fruibili immediatamente. Non occorrono studi speciali o particolari attitudini per avvertirli. Ma il critico d’arte non sembra della nostra stessa opinione.  Bene che vada la sua recensione critica ci lascia, perciò, spesso perplessi, nel migliore dei casi ci induce alla sensazione di aver capito, sì, qualcosa ma di non essere  riusciti a cogliere totalmente il valore delle sue argomentazioni. Sicché, a lettura conclusa non ci resta se non ammettere che il significato essenziale e sintetico di quello che voleva dire continua a sfuggirci.

A parte il differente contenuto culturale che ognuno ha e intende trasmettere, quale portato di una tendenza o scuola o frutto di personali convinzioni, i critici si dovrebbero differenziare senz’altro anche per la chiarezza, o meno, espositiva della loro comunicazione narrativa. Ma, rifacendomi alla mia personale esperienza, non  sembra che ultimamente essi si preoccupino di comunicare con particolare chiarezza. Forse dipende dalla circostanza che sono troppi in giro quelli che diffondono in abbondanza le loro scritture su giornali e riviste. Ne deriva per conseguenza naturale che, quando una comunicazione dilaga, allargandosi troppo in senso orizzontale, perde in profondità verticale. A queste condizioni la comunicazione, divenuta di necessità superficiale, non riesce ad essere profonda e a cogliere la verità. Ciò vale probabilmente anche per le argomentazioni che hanno l’arte per oggetto.

2. Nessuno di noi ignora che il mondo dell’arte è un mondo difficile, che negli ultimi tempi, anche per effetto del clima delle avanguardie, esso è diventato cosi talmente variegato ed ha talmente cambiato forme e strutture, linguaggi e materiali, che  molte volte risulta difficile carpire il senso della produzione artistica, anche se osservato dal suo interno. Forse si potrebbe capire meglio l’arte osservandola dall’esterno,  stando un po’ discosti, da lontano. Tuttavia non è scontato che una mutata prospettiva ci aiuti a vedere meglio; ma tentar non nuoce, si può provare per sperimentare un diverso risultato finale. 

Certo che c’è da rimanere sconcertati di fronte a certe tendenze decostruzioniste della critica d’arte contemporanea. Scrive un addetto ai lavori quale Francesco Bonami [1]che Botero non è un artista e che Guttuso ha realizzato pochissimo o niente di artistico nella sua vita, a causa della sua natura in continuo dubbio amletico sulla propria identità e progettualità. Ciò è simbolicamente ben rappresentato nella sua Bagheria, dove a fianco, l’una all’altro, condividono lo stesso paesaggio da un lato la sua “bella” Villa Cattolica e, adiacente, la “bestia” di un tozzo e classico cementificio:“La piccola villa volge indietro il capo, intimidita, e si addormenta. I quadri di Guttuso, appesi dentro la sua panchina, sono leziosi, semplici e accattivanti[2]. Il critico, enunciando la sua tesi, si esprime con chiarezza esemplare nell’esposizione dell’argomento. Artista in Italia lo è stato senz’altro De Chirico, anche se non in tutte le sue produzioni. Al contrario, non sembra che si  possa definire artista lo scultore Pomodoro, le cui opere riempiono le piazze di mezzo mondo. Francesco Bonami a questo punto parla chiaro.

Ma accantoniamo, dopo averne apprezzato la trasparente chiarezza espositiva piuttosto che le sue non sempre condivisibili conclusioni, l’autore blasonato e spostiamoci in provincia dove i cacciatori di talent scout si aggirano, a volte come avvoltoi, tra antiche, piccole e dimenticate chiese, o tra le rarissime o poco note dimore di famiglie antiche del luogo, per cercare capolavori inediti, dimenticati o semplicemente sconosciuti. Lo abbiamo visto fare al celebre Vittorio Sgarbi, e ultimamente in Basilicata l’ha fatto anche un anonimo cittadino, di professione commercialista, che sembra abbia trovato un ritratto di Leonardo da Vinci, spesso divulgato nei media come il ritratto di Acerenza. Di Acerenza va detto anche per la cronaca che recentemente il paese vanta un richiamo storico a Dracula, o meglio al personaggio reale al quale la letteratura si è ispirata: il principe Vlad III  noto come l’impalatore[3].  La cittadina, antica sede vescovile, vanta anche una galleria civica, Porta Coeli,  inaugurata pressoché in contemporanea con la divulgazione della notizia sulla parentela della cittadina con Dracula. “La galleria - si legge nel biglietto di presentazione in occasione della sua inaugurazione - “prima che essere contenitore d’arte, è un ambizioso progetto culturale (…) luogo per educarsi al bello e per sperimentare la ricerca dell’espressione artistica”, aperto ai residenti, agli studenti e ai pellegrini in visita alla basilica minore [4] .

3. Si dirà per concludere che nel profondo sud dell’Europa, tra eccellenze artistiche certe ed altre meno certe, si annida sicuramente nella nostra regione il sentimento del voler apparire, di gridare al mondo la propria esistenza, che è sentimento affine a quello dell’essere. Per ciò nelle nostre contrade si annida e gira nella solitudine di piccoli mucchietti di case e strade vuote il sentimento nobile dell’arte. Non è escluso che proprio per questo Sgarbi è venuto nel mese di novembre del 2011 a Potenza, dove ha scelto un gruppo di artisti per esporne le opere nel nostro padiglione regionale della Biennale di Venezia, allestita con gli stand di tutte le altre regioni italiane in occasione del 150 anniversario dell’unità d’Italia. Naturalmente la scelta di alcuni ha comportato l’esclusione di altri,  tra i quali qualcuno, arrabbiatissimo per l’esclusione, se l’è presa con i politici organizzatori e con i critici locali, entrambi, a sentir loro, non solo miopi ma anche loscamente asserviti al potere e ai suoi intrallazzi clientelari.

Tuttavia, se vogliamo, al di là delle polemiche personali e delle contese municipali, arrivare ad una plausibile definizione della parola arte, diremo che essa è certamente un termine dal significato splendido. E’ una parola semplice, che pur essendo in sé chiarissima, molte volte dà vita ad interessi e ad interpretazioni non sempre progettualmente chiari. Essa è un sistema composito, quindi una realtà complessa fatta di molteplici interessi, ove operano diversi attori in dialogo tra di loro, ora conflittuale ora pacifico, comunque sempre in precario ed agitato equilibrio. L’arte è un’alba, semplice e magnifica quando ci porta la luce del sole che sorgendo già inizia ad illuminare gli orizzonti delle anime non solo inquiete, ma essa è anche penombra ed ombra di selva, feroce, impenetrabile e pericolosa, appiccicosamente infestata da moscerini. L’arte vista dal profondo sud dell’Europa merita certamente un approfondimento erudito, fatto di dati e date, di nomi e valori di mercato. Forse. O forse no.  

Chi sa se l’arte merita o meno un’indagine accademica o il tazebao di una bella firma del giornalismo europeo, un nuovo De Martino, o un nuovo Carlo Levi. Non si sa. In merito alla definizione dell’arte si vivono tempi, non diversi da quelli di Duchamp a quelli più contemporanei delle scatolette di Manzoni, in cui è arduo anche pretendere la sicurezza di una volta, quella poeticamente consolatoria che lasciava  “ai posteri l’ardua sentenza”. Il futuro, si dice, appartiene all’ignoto. Comunque parlarne fa sempre bene e non prendersi sul serio lo è altrettanto. Pertanto, in chiusura, consigliamo al lettore di accantonare subito questi pochi appunti frutto di una riflessione istintiva, chiedendogli di dimenticarli in fretta così come solitamente, presto e senza sorpresa alcuna, ci si dimentica di tutto ciò che è poco significante.

 


 

[1] (Firenze, 1955) – già direttore della Cinquantesima Biennale di Arti visive a Venezia nel 2003  e attualmente, tra l’altro, curatore del Museo d’Arte Contemporanea di Chicago,  in “Lo potevo fare anch’io” – Oscar Mondatori  2010.

[2] Op. citata, pag. 139.

[3] La campagna di divulgazione della notizia è in pieno corso. In questi giorni d’inizio 2012 la notizia la si ritrova facilmente nel web citando parole come “acerenza” e “dracula”. La natura del tema si affianca ad altre di tipo sensazionalistico quale la fine del mondo profetizzata dai Maya  e può essere sintetizzata in  Il ritorno del vampiro: Dracula e la figlia sono sepolti in Italia, ad Acerenza in provincia di Potenza?

[4] In corsivo viene riportato quanto scritto nell’opuscolo di presentazione della galleria civica, a firma di Aniello Ertico, e distribuito ad Acerenza il 29.09.2011in occasione dell’inaugurazione della galleria stessa.