Archeologia & Arte

Lunedì 30 Luglio 2012 "uscita n. 10"

 

La chiesa benedettina di Pierno

di "Roberto Faggella"

 

 

 

http://www.comune.sanfele.pz.it/modules/ContentExpress/img_repository/santuariopierno.GIF

 

 

 

 

 

Le iscrizioni

1.La sommità della porta della chiesa di Santa Maria di Pierno a San Fele, costruita a Nord della Lucania sull’alto della china boreale dell’Appennino di Santa Croce, in vista di tutta quanta la sottoposta Valle di Vitalba, è caratterizzata dalla presenza di due iscrizioni latine, la cui lettura per le non poche abbreviazioni del carattere gallo-franco e per le notevoli erosioni della pietra calcarea, è costata lungo e paziente lavoro all’ingegnere di San Fele G.A. Patolino che fece il calco e al senatore Fortunato che, con il Croce ed altri periti, le interpretò.

La prima è costituita dalle seguenti quattro linee orizzontali, incise sull’architrave del portale:

+ haC GILLEBT’ DE BALBA DEDIcat AEDEm in q ALTAm posuit divina BOTTIA SED’

FECIT UT A DNO FERRET CELESTE TALETu hic oras amas poter SALVATORE PARETV

ANO. MIL. CET. OCTGMO. NONO Nre SAlut’ cEL MAG SAROL’ET ROG FR EI’ E’ A’

LIOR’ MAGISTOR MURANE CIVITATIS FECER’ HOC OP’

 

Sono, nelle prime quattro linee, quattro versi leonini, ai quali seguono la data della costruzione e i nomi degli artefici. La iscrizione va dunque letta così:

 

Hanc Gillebertus de Balban dedicat aedem,

In qua altam posuit divina potentia sedem.

Fecit ut a Domino ferret celeste talentum;

Hic orans, animas poterit salvare parentum.

 

Anno millesimo centesimo octuagesimonono nostre salutis celesti; Magister Sarolus et Rogerius frater ejus et aliorum magistrorum Marane civitatis fecerunt hoc opus.

Ossia: “Gilberto di Balvano dedica questo tempio, in cui la divina Potenza ha posto l’alta sua sede. Ciò ha fatto per ottenere dal Signore la grazia celeste; qui pregando, potrà salvare le anime dei suoi genitori. Nell’anno di nostra salute 1189, maestro Sarolo e Ruggero fratello di lui e di altri maestri della città di Muro fecero questa opera”.

La seconda iscrizione è scolpita in due righe circolari concentriche sull’archivolto ed in quattro linee orizzontali nel bel mezzo della lunetta. La riga esterna ha, tutto in giro queste parole:

AGNES ABBTISA SIMUL QUA PSIDE FACT E. SUMAT P MERITIS PMIA

DIGNA SVIS MILE DECE NOVIES SEPTQ FERUTUR ANNI  EX Q DS E.

TEMPORE FAT’HO

La riga interna queste altre:

SCTE PCLARA QQ speTATIS ad aedem qD prior hoc EGIT

BARTOLOM’ OP’ ALTEN’ CEPIT

Le quattro linee della lunetta, poi, sono così composte:

                  SET ABHIC OP’ ISTE

Non  EGIT CFERAT UTRIq REGNA SVPRE

MA DS’ qd SCRIPTURA LEGIT MAG SA

                rOL’ EGIT

Ossia:

“Agnese badessa, sotto la cui gestione fu fatto questo tempio, abbia pari le ricompense degne dei suoi meriti. Sono corsi 1197 anni dacché Dio, si fece uomo. Voi, che guardate al tempio insigne, sappiate, che il priore Bartolomeo completò quest’opera; Altenio la incominciò, ma egli non la portò a termine: ad entrambi conferisca Dio il regno dei cieli. Ciò che qui si legge scritto fu fatto da maestro Sarolo.

2. Le iscrizioni latine scolpite sul portale della chiesa ci forniscono in sintesi le seguenti notizie: le date dell’inizio e del compimento dell’opera: 1189 e 1197; il nome del signore normanno, Gilberto di Balvano, che sostenne la spesa della costruzione; quello della Badessa Agnese che allora reggeva il monastero del Goleto; infine, quelli degli architetti di Muro che lavorarono alla costruzione.

La chiesa era suffraganea della badia benedettina di San Slvatore del Goleto, fondata in territorio di monticchio dei Lombardi nel 1133 da San Guglielmo da Vercelli che lì moriva il 25 giugno 1142.

Esse provano che quel Gilberto di Balvano, “qui dedicat aedem”, non è l’omonimo contestabile del registro normanno ma il nipote (Gilberto II di Balvano), figlio di suo figlio Riccardo, che in quel registro è detto per l’appunto signore di Cisterna, di Rocchetta, di Lacedonia, di Armaterra e di Vitalba. Di lui e del fatto è conferma in quella scrittura notarile del 1200 nella quale Margherita vedova di Gilberto figlio di Riccardo dona un campo, in territorio “vallis Vitis Albe”, a S.M. di Pierno.

Anche se la costruzione di oggi è certamente opera di Gilberto II, altra[1] senza

 

dubbio doveva essere quella che, secondo una bolla vescovile molto importante del 1183, la curia di Rapolla concedeva, poco prima della morte di S. Guglielmo, alla badia del Goleto e che in una iscrizione del 1266 viene detta essere stata eretta dallo stesso S. Guglielmo come la tradizione ha poi costantemente sostenuto.

Gilberto I e suo figlio Riccardo erano dunque già morti quando Gilberto II dava mano alla nuova fabbrica, compiuta la quale, anch’egli, il costruttore del nuovo tempio, non sopravvisse se non di poco all’opera. A lui successe nel dominio feudale della valle la moglie Margherita; a quest’ultima i signori di Bisaccia. Così finiva uno dei rami principali di quella potente famiglia Normanna che nel XII secolo possedeva tutta l’alta valle dell’Ofanto che antiquo more, cioè nordico, era denominata dalla prima terra di concessione feudale e di proprio dominio (Balvano) posseduta, durante la compilazione del Catalogo, da quell’Arnaldo di Balvano il quale sottoscrisse la carta pernense dell’aprile 1175.

Finiva con un matrimonio tra affini, in quanto un ramo cadetto della stessa famiglia aveva preso il nome della signoria di Dragone in Terra di Lavoro. In questo modo i provenzali succedevano ai normanni nella valle di Vitalba.

 

L’architetto di Santa Maria di Pierno: magister Sarolus aedificavit

 

3. Il tempio di Santa Maria di Pierno fu opera di una maestranza di operai di Muro che operò tra il finire del XII secolo ed il principio del XIII con a capo quel magister Sarolus che, dopo aver costruito la chiesa e scolpito la porta della chiesa, fu nel 1209 architetto del campanile e autore dei bassorilievi della cattedrale di Rapolla terminata nel 1253 da Melchiorre di Anglona. Suoi collaboratori furono il fratello Ruggero “Et alii magistri Murane civitatis”, come rammenta l’iscrizione.

Infine anche la chiesa di San Lorenzo in Tufara, “extra muros Pescopagani”, è identica nella sua pianta antica alla chiesa di Pierno. Infatti, alla pari di questa, quella ha tre navate divise da tre coppie di colonne a sezioni quadre ed ha due pilastri, uno per ciascun lato; se ne differenzia, tuttavia, per la presenza delle tre absidi terminali sostituite a Pierno da un’ampia crociera. A questo punto è evidente che l’uno servì di modello all’altra. Ma se e  di quanto San Lorenzo in Tufara, opera di due ignoti maestri locali, Franciscus et Paulus, sia anteriore o posteriore alla costruzione di magister Sarolus, non si può dire con certezza, in quanto la vecchia iscrizione della porta variamente trascritta nei secoli XVI e XVII è andata perduta da tempo. Secondo alcuni quella chiesa rimonterebbe al 1100; secondo altri, e qui conviene il Fortunato, al 1320. Il Bertaux, che visitò San Lorenzo nel 1897, scrive che “nella misera ricostruzione del 1142 a stento si vedono alcuni frammenti di un arco trionfale del 1200”.

Tornando ad hoc, di questo artistico tempio di S.Maria di Pierno non restano però, come scrissero il Bertaux e il Lenormant e recentemente, mons. V.M. Pascale da San Fele, che il pronao, la facciata, il portale, le tre navate divise da colonne con capitelli che sostengono archi a tutto sesto, alcune mensole che portavano gli archi doppi i cui spigoli dovevano congiungersi sotto il tetto a capriate e la parte centrale dell’abside. Difformemente dall’interpretazione data dal Bertaux, le stupefacenti decorazioni “barbare”, le testine e gli ornati che rifiniscono portale, capitelli e mensole non traducono “un disordine barbaro”, e da ciò un gusto poco lecito a detta del francese, bensì una tematica plastica bizantineggiante la cui matrice cade nella vasta produzione zoografica e di mostri alati tipica dell’arte orientale, persiana e mesopotamica, diffusa in Occidente dai Bestiaria, manuali per miniature, avori e stoffe o per sculture che dovessero qualificare ed imporre le parti di maggior interesse delle architetture. Pertanto si riscontrano qui una coerenza ed un gusto tipici dell’epoca profondamente incisa dallo sperimentalismo e dalla straordinaria capacità sincretistica degli artisti medioevali. Si notino singolarmente a questo riguardo, i meandri formati da pezzi di pietra e di lava incastrati, ai due lati della croce: la tecnica è simile a quella dei mosaici decorativi di Monticchio e di Melfi; il disegno ricorda i pavimenti e gli amboni di Montecassino e di Capua, di Salerno e di Sessa ed i lavori dei ”Cosmati” romani che devono anch’essi essere considerati copie di modelli orientali.

Dell’opera di “Mastro” Sarolo non resta, com’è noto, che la metà anteriore dell’edificio, essendo di nuova costruzione l’altra metà, ossia la crociera. L’opinione più diffusa è che questa rimonti all’anno seguente il terremoto dell’8 settembre 1694. Ma quel terremoto, in effetti, non addusse molti danni alla chiesa, essendo provato che le riparazioni furono davvero poche[2].

In realtà la chiesa di Pierno, per effetto di un lungo abbandono o per danni subiti nel precedente terremoto del 5 dicembre 1456, stava abbandonata a se stessa e in rovina allorquando nel 1550, per ordine di Luigi De Leyva, principe di Ascoli e signore di Atella, il governatore spagnolo G. Salamanca la fece ricostruire dotandola, tra l’altro, di una “ bellissima cona”.

 La “bellissima cona” del 1550 è l’inelegante crociera di oggi[3].

Attualmente, malgrado la “sapida” opinione del fortunato – però comprensibile e non proprio priva di fondamento – e soprattutto malgrado l’impatto della Storia, che ha inciso un segno profondo, tradottosi nell’azione eversiva dell’edacità del tempo, del degrado e nei recenziori moti sismici dall’’80 a procedere, che hanno sapientemente concorso ad un profondo e composito malessere fatto proprio e sofferto dalla stessa Comunità locale, lo storico tempio attraversa una delicata quanto utile e risolutiva fase, quella del restauro che in tempi brevi – è il voto che si esprime! – compia l’atto finale, reiteratamente auspicato, di restituirlo a quella Comunità che persiste nel vedervi, senza soluzione di continuità col passato, un validissimo ed inderogabile “perno” (-> Pierno?) di aggregazione.  

 


[1] Poca e misera cosa doveva essere quella primitiva se Riccardo di Balvano, nelle sue prime donazioni della Braida e del Bisceglieto del marzo 1175, la chiama “quaedam ecclesia” che “nulla tenus nisi nostro aminicolo sistentari potest”.

[2] Murana Seu Melphen. Iurisdictionis, apud Sac. Cong. Con., pro Epis. Melphi, Summarium, Romae, typis de Comitibus, 1712 ( Bib. Della Soc. Nap., XIV, A, 28.

[3] G. Fortunato, Badie,Feudi e baroni della Valle di Vitalba,a cura di T.Pedio, Lacaita editore, Manduria 1968, vol.II, pp.27-56.