Le  grotte  preistoriche  di   Latronico   e  gli  itinerari storico ambientali della  Lucania  meridionale

 

Marino Faggella

 Mercoledì 17 Settembre 2008 "uscita n. 3"

In occasione del Programma Regionale di Sviluppo, formulato negli anni 1983-87, l’area di Latronico veniva inserita nel progetto speciale “ Pollino-Sirino-Lagonegrese” che, inglobando anche Maratea, prevedeva non solo di creare un collegamento turistico fra le zone costiere e i centri continentali ma si proponeva di ricongiungere in un unico sistema i diversi poli dell’intera area archeologica della Lucania meridionale, rivelatasi nel frattempo un fertilissimo campo di ritrovamenti archeologici e di dati documentari inquadrabili in un esteso arco storico che va dalla preistoria alla nuova archeologia industriale, l’ultimo grido nell’ambito della ricerca antiquaria.

La Lucania, con la sua estensione territoriale di circa diecimila kmq, presenta uno scenario estremamente variato di montagne, colline, e coste in grado di offrire ai viaggiatori di ogni tempo lo spettacolo incomparabile della sue risorse paesaggistiche che fanno della nostra regione quasi un esteso, e, in alcuni casi, spontaneo  parco  naturale. Pertanto verrebbe da chiedersi a questo proposito se sia stato realmente vantaggioso favorire da noi il piano d’industrializzazione piuttosto che sfruttare le potenzialità turistiche del nostro territorio. A fronte dei risultati, a dire il vero molto relativi dell’incremento dell’occupazione e di un globale sviluppo economico della regione di là da venire, ci sarebbe da mettere in conto, questa volta in termini di perdita concreta, i danni causati dal duro impatto ambientale in aree una volta sane e ridenti come la fertile valle dell’Agri o la piana di S. Nicola di Melfi. Sicchè alla fine si potrà amaramente concludere: poveri quei cittadini che affidano le loro sostanze ad amministratori ciechi. Altre e diverse strade si sarebbero potute imboccare in grado di fornire ugualmente molteplici ed evidenti vantaggi economici, da valutare, in ogni caso, non in tempi brevi ma nel medio-lungo percorso. In primo luogo occorre sottolineare tra le risorse reali la valorizzazione e il potenziamento del turismo, attività che, se bene impiegata, potrebbe risultare un investimento di primaria importanza economica e sociale in grado di produrre nuovi posti di lavoro per i giovani e ricchezza a vantaggio delle aree interessate.

Per molto tempo da noi si è creduto erroneamente che il mondo del turismo e quello storico fossero due mondi separati. Questo spiega perché fino alle soglie degli anni sessanta il turismo venisse praticato da noi solo in senso artigianale e coniugato più con la gastronomia ( a tal punto da far ritenere ai malinformati di storia che la Lucania sia una terra di gaudenti) che con l’archeologia. Fortunatamente da un po’ di tempo, pur con qualche resistenza, pare che questo pregiudizio stia cadendo, se è vero che da parte di molti amministratori locali si cerca oggi di puntare su valori aggiuntivi rispetto a quelli della semplice offerta turistica del passato. In quest’ottica la necessità di salvaguardare e valorizzare l’ambiente naturale e la preoccupazione di recuperare contemporaneamente tutti gli elementi di valore storico-archeologico presenti nel nostro territorio da accessori diventano fondamentali ai fini di una sempre più qualificata offerta turistica. Si tratta per la Basilicata di una proposta nuova, anzi, di un’autentica sfida in grado, secondo noi di infrangere i vecchi schemi del passato per proporre ai visitatori più interessanti itinerari offrendo loro, insieme alle bellezze ambientali, un  consistente patrimonio storico-artistico dalle valenze plurime che essi potrebbero prima scoprire, poi coordinare e, infine, possedere in un discorso di sintesi unitaria. Questo è quanto mi sembra si stia facendo nell’area compresa fra Maratea, il Sirino e il parco del Pollino.

 Non lontana da questo triangolo sorge Latronico, un altro centro molto importante della Lucania meridionale, situato fra l’alta valle del Sinni e le più elevate propaggini dell’Appennino, in particolare il monte Alpi, un massiccio carbonatico che raggiunge i 1900 metri di altezza, affiorante  nella zona  occidentale al di sopra di una serie di rilievi  più dolci di natura non dolomitica, alla base dei quali, sul versante sinistro del fiume Sinni, in località Calda sorgono le cosiddette grotte di Latronico, non lontane dalle terme di acque sulfuree, le cui sorgenti furono utilizzate per la prima volta a scopo terapeutico in epoca fascista, allorché un gruppo di intraprendenti cittadini della zona, con investimenti abbastanza rilevanti e sfruttando i contributi dello stato, costituì una società col proposito di sfruttare le acque termominerali le cui proprietà curative erano conosciute già dai secoli precedenti. Lo stabilimento termale utilizzando strutture ed attrezzature moderne per quell’epoca è stato per diversi anni luogo turistico, di cura, di svago e di riposo fino allo scoppio della seconda guerra mondiale perdendo successivamente importanza nel tempo fino a ridurre o a cessare quasi la sua attività. Dopo l’abbandono degli ultimi anni si è pensato, da parte degli amministratori locali, di effettuare il recupero e il restauro degli edifici di maggiore interesse storico racchiusi nell’area delle terme di La Calda per farne sede di un centro di documentazione storica, per la loro valenza archeoindustriale, o di un’attrezzata e moderna agenzia  in grado di supportare, coordinandole le diverse offerte storico-turistiche della zona, a cominciare da quella  delle grotte della vicina zona archeologica.

Queste cavità, esplorate e studiate da eminenti rappresentanti della paletnologia italiana, sono di tale importanza per lo sviluppo delle età preistoriche dell’Italia meridionale da costituire un fondamentale tassello scientifico nello studio della vita degli uomini primitivi della regione italica. Le  testimonianze e i reperti raccolti nelle grotte in occasione delle diverse campagne di scavo ci permettono di stabilire una frequentazione antropica del sito che va dal Mesolitico ( 8000 a.C. ) alla prima età dei metalli ( 1300 a.C.). Se, come ritiene Bianco, Notarchirico di Venosa con la sua serie stratigrafica di undici livelli sovrapposti costituisce << la più lunga sequenza relativamente alla preistoria più antica dell’Italia meridionale>> tanto da coprire e documentare molta parte del Paleolitico inferiore, le grotte di Latronico, pur non fornendo documenti importanti quanto a questo periodo, sono in ogni caso fondamentali per lo studio delle fasi successive dell’Eneolitico e dell’Età del Bronzo. L’esplorazione delle grotte, oggi  protette dalla tutela del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, ha avuto inizio nel 1912, allorché il prof. Di Cicco estrasse dalla Grotta Grande ( L 1 ) tanta quantità di materiali da colmare ben diciassette casse di sicura fattura preistorica e di straordinaria bellezza di cui diede notizia poco dopo sul “Bollettino di Paleontologia Italiana” assegnando i reperti al tardo eneolitico della cultura di Diana. Successivamente nel 1920 il celebre paletnologo Ugo Rellini, continuando l’opera del Di Cicco e scavando nelle altre grotte ( L.2 e L.3 ), portò alla luce ulteriori testimonianze ( ciotole decorate con i classici motivi appenninici a fasce, scodelle troncoconiche e vasetti ancora ripieni di frutta e di semi, utilizzati dagli antichi ospiti di quelle cavità per i loro culti propiziatori della fertilità )  che lo studioso, dopo aver studiato e catalogato, riferì all’età del Bronzo corrispondente al pieno sviluppo della cultura appenninica. Il Rellini, poco propenso a credere all’uso abitativo di quelle grotte, ha ipotizzato un primitivo uso votivo e funerario delle stesse anche a causa dei frequenti ritrovamenti di corredi funerari nelle grotticelle esterne utilizzate come luoghi già pronti di sepoltura e per l’evidente valore simbolico-sacrale loro attribuito dagli uomini primordiali; in quanto, come sostiene Bianco: << la grotta intesa come ventre della Terra non poteva non suggerire l’idea del grembo materno in ambito funerario, con tutte le possibili valenze culturali che una simile connotazione può aver determinato nella mentalità dell’uomo preistorico >>.

 L’uso religioso delle grotte probabilmente è stato suggerito al Rellini anche dalla presenza delle acque la cui sacralità è particolarmente diffusa  presso le civiltà primitive, come asserisce lo stesso Bianco:<< Nell’ambito della religiosità preistorica le attestazioni di sacralità dell’acqua sono universalmente diffuse in tutte le culture, dalle origini ai nostri giorni. “ L’acqua è considerata fonte e origine di ogni forma di vita, simbolo della rinascita e rigenerazione, elemento fecondante, sostanza magica e terapeutica” e ha sempre avuto un valore altamente simbolico in tutte le tradizioni religiose e popolari. L’acqua individuata come elemento vitale, è infatti indispensabile a qualsiasi forma di vita. E in ambienti ricchi di acqua questa si è sempre sviluppata in forme religiose >>. L’abbondanza di stipi votive ritrovate nella Grotta Grande, la frequenza di benefiche acque sulfuree nella zona ci fa ritenere, d’accordo col Rellini, che questa cavità fosse per la sua temperatura e per i vapori che l’avvolgono meta frequente e zona di pellegrinaggio per le diverse tribù della valle del Sinni. E’ giusto anche sottolineare che le ricerche più recenti, sorrette inoltre da altre scienze sussidiarie, ( mi riferisco alle ultime indagini del Cremonesi, svolte tra il1970 e il 1988, e realizzate col proposito di ricostruire gli aspetti economici ed ambientali dell’alta valle del Sinni ) non sembrano prestare molta fede alla tesi della “ sacralità delle grotte” del Rellini suggerendo al contrario un meno importante uso domestico e abitativo delle stesse, a causa del ritrovamento a ridosso delle pareti interne delle grotte di resti faunistici, di carboni e ceneri, nonché di industria litica. Senza nulla togliere alla serietà dello studioso, forse troppo impegnato polemicamente a rovesciare la tesi del Rellini, occorre dire che negli scavi precedenti diretti personalmente dallo stesso Rellini, operati soprattutto nella Grotta Grande in un tempo in cui il sito era ancora quasi intatto, i ricercatori, pur scavando a fondo, non avevano trovato traccia di tali sedimenti. La verità è che dopo gli svuotamenti operati dal Di Cicco e gli scavi del Rellini le grotte, non sottoposte a tutela, erano state prima utilizzate dai privati per fini semindustriali come cave di travertino, poi avevano subito l’opera degli scavatori clandestini, infine, l’infelice progetto della strada provinciale 57, che ha tagliato a metà l’intero complesso ipogeo, ha finito col distruggere ciò che ancora rimaneva intatto dopo i primi scavi realizzati nel sito, sicchè ai successivi ricercatori non è rimasto, in alcuni casi, se non di fare una pietosa ed, in alcuni casi infruttuosa, opera di raccoglimento di minutissimi frammenti. Dinanzi al dato innegabile delle devastazioni e dell’ inevitabile confusione degli strati non so fino a che punto possano valere le sicure argomentazioni degli scavatori successivi. A parte qualche errore o svista evidente, non mi pare si debba mettere in discussione in modo assoluto la tesi del Rellini che è da ritenersi più fascinosa che fantasiosa. In ogni caso nulla vieta a mio parere di poter accordare le due posizioni congetturando un iniziale uso sacrale delle stesse cavità, in particolare della L1, cui si sarebbe affiancato successivamente un’utilizzazione abitativa della stessa e a deposito di viveri delle altre minori.  

Ma la storia archeologica di Latronico va oltre il limite dell’età eneolitica, come dimostra la serie dei ritrovamenti ( soprattutto necropoli ) e dei documenti  raccolti alla base del Colle dei Greci: un toponimo molto importante che, rivelando una consistente presenza anellenica nel sito, riferibile  alla successiva età del bronzo e del ferro, testimonia l’importanza storico-archeologica di Latronico anche ai fini dello studio della civiltà appenninica degli Enotri. Pur non essendo molto documentato un ruolo importante del paese all’epoca della colonizzazione greca ( VII secolo ), fenomeno che probabilmente produsse almeno nella fase iniziale sconvolgimento e migrazioni, è probabile, tuttavia, che per la sua fondamentale posizione l’area continuasse a svolgere anche in seguito una funzione di transito e di  raccordo fra la regione campana e i territori appulo-lucani. Infatti nella fase avanzata dell’età del ferro ( VII-VI secolo ) vi dovette essere un notevole sviluppo di centri indigeni  delle zone interne che svilupparono un notevole livello di vita proprio a causa del ruolo di tramite svolto dagli stessi nel traffico fra le due coste tirrena e ionica. Anche Latronico, collocata come  gli altri centri della Lucania meridionale lungo la direttrice Agro-Sinnica, dovette conoscere un certo splendore, come testimoniano alcuni corredi funerari particolarmente splendidi trovati in sito, fatti di ceramica impressa, vasi ed armi che, per quanto muti, dichiarano l’elevato rango sociale del defunto e l’avvenuto scambio di civiltà tra il mondo orientale greco e quello occidentale-anellenico. Le numerose e ricche necropoli ritrovate a Colle dei Greci sono la tangibile dimostrazione dell’importante ruolo rivestito dall’area di Latronico nel VI secolo, che probabilmente fu allora un centro fortificato, un’autentica central place degli Enotri munita in alto a difesa del territorio circostante. I resti molto estesi di Colle dei Greci, come quelli di Chiaromonte, fanno pensare ad un processo di rafforzamento dei centri indigeni della zona per effetto di una progressiva ellenizzazione degli stessi. A parte i corredi di ceramica decorata, sia d’importazione greco-etrusca che locale, sono soprattutto le sepolture, con il ricco corredo funebre di capi guerrieri armati, a documentare la potenza e la ricchezza del territorio di Latronico nel VI secolo a.C. e la presenza di un’aristocrazia locale fortemente ellenizzata. Furono proprio i rappresentanti di questa nobiltà, come sostiene Bianco << ad entrare per primi in contatto con i Greci e  con gli Etruschi e ad adottare nella loro vita quotidiana beni di prestigio in bronzo d’importazione come la lucerna in bronzo con Kouros e ariete di Chiaromonte e i costumi aristocratici greci come il banchetto con le carni arrostite e il consumo del vino documentati dai vasi in bronzo ( bacili a bordo perlinato, skyphoi, oinocoiai, phialai baccellate >>.  

A parte i segni sicuri presenti nella toponomastica, il nome stesso di Latronico sa di greco, in quanto significherebbe secondo alcuni “ luogo nascosto”, denominazione che nasce forse dalla sua posizione, sorgendo esso in altura e serrato com’è tra le montagne che un po’ nascondono alla vista l’abitato conferendogli inoltre un senso di  sicurezza e di fierezza. Se è vero che in generale la toponomastica non mente non so se conviene prestar fede in assoluto a quelli che sostengono che  il nome greco del paese sia da attribuire agli antichi Elleni, con i quali gli Enotri, antichi abitatori del luogo, probabilmente si fusero, o non piuttosto alla presenza in loco dei monaci bizantini che si preoccuparono di mantenere anche qui come nella vicina Calabria la tradizione della lingua greca. I basiliani certamente conobbero questi luoghi e vi si fissarono, probabilmente nelle grotte, come testimonia ancora oggi la sopravvivenza in queste terre di una certa facies religiosa che, conservando e tramandando un’antichissima disposizione per il sacro,  già cominciata forse con il culto antichissimo delle acque, ha fatto registrare nei secoli la presenza continua di comunità religiose, dai monaci bizantini ai gesuiti. E monaco basiliano e probabilmente ospite in questi luoghi fu Sant’Egidio, che terminò poi in Francia la sua vita da eremita, i cui resti, in particolare un osso del braccio, sono qui venerati in un reliquario tutto d’oro a forma di ostensorio. E’ difficile trovare un popolo tanto legato al proprio protettore più di quanto non lo siano gli abitanti di Latronico. Il santo con il miracolo della Manna che si ripete con continuità dal 1770, sempre in uno dei venerdì del mese di marzo, non ha mai mancato di far sentire la sua presenza influendo a tal punto sui latronicesi da  condizionarne sempre la vita e l'arte, come dimostra la circostanza non casuale che il Santo costitusce il soggetto preferito e più ricorrente  nelle opere commesse sia agli artisti locali che esterni.

Il paese, che come si è detto sorge su di un alto colle, conserva ancora oggi nel centro storico la struttura medievale tipica di molti centri della Lucania, con le sue case addossate l’una all’altra, senz’ordine e simmetria, a forma di anfiteatro; sicché anche le strade che ne seguono il tracciato sono strette e tortuose, tranne una, via Dante, che attraversa tutto il centro nella sua lunghezza e sulla quale si affacciano le più importanti fabbriche di Latronico, tra cui si distingue l’ex palazzo dei gesuiti ( detto impropriamente ducale ) con il suo bel portale di pietra locale lavorata dalla mano esperta degli antichi maestri scalpellini. La chiesa di Sant’Egidio, proclamata nel 1971 da Paolo VI Basilica Pontificia Minore, a tre navate basse e sostenute da mastodontiche colonne, riedificate in questo modo per rendere più sicura nei secoli la struttura dopo i terribili terremoti ottocenteschi, ha alle spalle la Via del Calvario, che al viaggiatore conviene percorre interamente, sia per completare il suo itinerario del sacro ( infatti solo sul monte, in un’atmosfera di sospensione fra il cielo e la terra, si rinnova lo straordinario miracolo della ricongiunzione dell’essere con il tutto. ), sia perché al termine di essa è possibile ammirare una caratteristica formazione di  “calanchi” che delimitano il lato est del paese. Proprio qui, nella contemplazione di una natura verginale che sembra riassumere tutto il creato, si apre allo sguardo uno degli spettacoli panoramici più suggestivi, dove l’uomo, ritrovando se stesso nell’intimo raccoglimento di una vita appartata, si ricongiunge con l’Assoluto. Da questo luogo l’occhio, spaziando, abbraccia interminati spazi dando contemporaneamente l’illusione  di poter toccare con mano buona parte della vallata solcata dal Sinni, i Monti di Lauria e il lontano Massiccio del Pollino.

Il legame antico di Latronico con l’area del Pollino è testimoniato dalla stretta relazione storico-amministrativa con Agromonte, grosso centro abitato situato alle falde del monte, che è stata per lungo tempo la frazione più grande ed importante del paese anche in senso economico. Al turista che volesse addentrarsi nella realtà ambientale, culturale e storica del territorio, oltre alle zone archeologiche già ricordate,  si potrebbero  suggerire altri importanti itinerari, in particolare i molto suggestivi percorsi nella natura da effettuare anche nei centri limitrofi, particolarmente in quei paesi che insieme a Latronico fanno parte della Comunità Montana del Lagronegrese. Latronico, favorita dalla la sua situazione geografica, situata in una posizione centrale sia rispetto al mare che alle grandi montagne, in possesso di un’ottima rete stradale,  potrebbe offrire al viaggiatore suggestivi percorsi alternativi con l’eccezionale possibilità di combinare, variandolo, un tipo di turismo itinerante dalle terme al mare e dalle terme ai monti. In questo il centro appenninico  è favorito anche dalle distanze: trovandosi a soli 40 km. dalla costa di Maratea; 22 km. dal gruppo Sirino-Papa; a non più di 20 km. dai centri limitrofi di Chiaromonte, Fardella e S.Severino che si trovano nel  cuore del Pollino. L’escursione nel  Parco e verso il Monte è  meta d’obbligo per il turista che volesse fare un autentico tuffo nella natura; la quale in questi luoghi parla prima di tutto col linguaggio degli alberi. Alcuni di essi sono qui autentici monumenti ancestrali della nostra terra, per cui qualcuno li ha assimilati ai padri per la loro antichità. Il viaggio nella natura, scandito  dalle diverse essenze, è reso più suggestivo ed eloquente proprio dalla  verde e vitale presenza di alberi familiari che sembrano parlarci con la loro voce di sempre. Nella parte più bassa, sparse per terreni fra il piano e l’accidentato, ci accolgono grandi roveri, alcune svuotate dalla forza delle folgori; più in alto è il faggio a dominare il paesaggio della foresta montana del  Appennino. Se in collina la quercia e più in alto il faggio, scandendo il nostro cammino, condizionano il paesaggio, più sopra ancora fra i 1500 e i 1800 m. di quota in un impareggiabile scenario, non lontano dalla vetta cresce, sopravvivendo al freddo e alla morte, su aspri e dirupati pendii  il pino loricato, albero che deve il suo nome all’aspetto a corazza della  scorza. Isolati o in colonie, come se volessero aiutarsi, questi bellissimi “ fossili viventi”, con la  sagoma contorta del fusto, i rami sconvolti, piegati e quasi secchi, paiono da lontano morti, in effetti non lo sono, anzi, con la loro capacità di martirio e di resistenza sono un simbolo vivente della vita che ha la forza di  resistere in questi luoghi, belli si, ma abbandonati da ogni altro essere vivente.  Qui il viaggiatore, mentre tocca il labile confine che lo separa dalla morte, è pronto anche a scommettere sull’eternità della vita.      

 

 

                                           NOTA  BIBLIOGRAFICA

 

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