San Biagio di Montescaglioso: un centro insediativo indigeno dell’antica Lucania anellenica

di Marino Faggella  

Lunedì 9 Marzo 2009 "uscita n. 4"

Trovandomi più per caso che per scelta nell’insediamento di Montescaglioso al termine della stagionale campagna di scavi condotta dalla Scuola di Specializzazione in Archeologia dell’Università di Basilicata, non avrei mai pensato non solo di ritornare in quel sito ma neppure di dovermene più da vicino interessare. Evidentemente, quel viaggio, fatto sotto la canicola forse  più per accompagnare o per compiacere un amico archeologo che per un reale interesse scientifico, sarebbe rimasto solo nel mio ricordo di studioso se al termine della esecuzione dei lavori, raccolto, catalogato e studiato il materiale dagli amici archeologi, non avessi pensato di averne a sufficienza per stendere un breve resoconto in grado di suscitare qualche interesse nei nostri lettori. Ai quali voglio dire, prima di tutto, che uno scavo archeologico è certamente all’inizio, ma in molti casi anche al termine, come si usa dire presso gli antiquari anglosassoni, un work in progress;  per cui anche la fase conclusiva di un campagna archeologica fa pensare più ad un cantiere dinamico che a pacifici risultati finali. A prima vista non sarebbe neppure inutile elencare i vari stati d’animo che aleggiano a questo punto in un sito, ma è certamente più utile ed interessante riassumere gli orientamenti degli studiosi, che in genere si traducono in comportamenti diversi: come ad esempio catalogare i reperti, ricostruirne la storia, ripercorrendo le vicende degli scavi, fare infine il punto sulla situazione delle scoperte più attuali nella prospettiva di quelle future. 

Prima di parlare delle vicende e dei risultati degli scavi effettuati recentemente a Montescaglioso, in particolare nella località di San Biagio, ci sembra opportuno, quale premessa, rispondere ai seguenti interrogativi che, immaginiamo, potrebbero venirci dai lettori:1) Che cos’è il mondo anellenico? 2) Chi se n’è interessato per primo e perché? 3) Dove, quando e da chi sono state effettuate le più importanti campagne di scavo, tra le quali occorre dire che un posto non secondario ha anche il nostro S.Biagio.

L’interesse per i centri  della  civiltà anellenica (nel greco classico anéllen  significa diverso o barbaro), precedenti nel tempo, ma successivamente venuti comunque a contatto con le città della Magna Grecia, si può dire abbastanza recente. Esso rimonta, infatti, ai primi anni ’80, allorché si diffuse anche da noi il metodo anglosassone della settlement archeology, che, sottolineando per la prima volta l’importanza del territorio quale spazio sociale, ha contribuito a volgere l’attenzione degli studiosi verso le strutture insediative  pregreche. Prima che si diffondesse da noi il metodo anglosassone (sono stati K. Lomas  ed E. Herring ad indicare fra i primi l’originalità e la varietà delle forme insediative umane del mondo indigeno apulo-lucano confrontandole con le più note caratteristiche delle città greche) si può dire che l’interesse degli studiosi della “ nobile archeologia “ fosse volto altrove e non certamente alle ignobiles urbes enotrie o salentine delle quali già parlava Livio, considerate dallo storico centri di così poco conto da non attrarre, durante la seconda guerra punica, l’attenzione di Annibale come e quanto l’opulenta e possente Taranto.

A lungo è durata anche la sottovalutazione del mondo indigeno e degli antichi éthne pregreci da parte degli archeologi, sempre attratti, a partire dalla fase eroica di Schliemann, soprattutto dai tesori. Successivamente l’interesse degli studiosi  si è spostato dai tesori reali a quelli dell’arte, ai manufatti artistici, guadagnando a fatica diversi spazi e nuovi oggetti, adatti alla ricostruzione di più elementari o meno conosciute civiltà, risultate poi alla resa degli studi di primissimo interesse archeologico, senza nulla togliere alle grandi culture, tra le quali quella dei greci è certamente al primo posto per noi, in qualche modo buoni o cattivi eredi della loro straordinaria civiltà, sia per il particolare favore di vivere negli stessi luoghi ove fiorì  la Magna Grecia, sia indirettamente a causa della la mediazione romana.

Solo un esiguo braccio di mare divideva la Grecia continentale dalle coste dell’Italia meridionale,  pertanto per i conterranei di Ulisse, perfetti conoscitori dei venti e delle correnti marine, fu uno scherzo percorrere quel breve tragitto. Essi, trasferendo in Occidente i loro riti e gli oracoli sacri, ricostituirono da noi le matrici culturali della madre Grecia, assegnando talvolta per non dimenticare, come accade ai profughi nobili, ai luoghi e alle città fondate gli stessi nomi della patria di origine. Tra la fine dell’VIII secolo a.C. e l’inizio del successivo, partiti da diverse regioni, Focesi, Corinzi, Samii, Euboici etc., edificarono ove sbarcarono  nuove pòleis e chòrai (il vasto spazio organizzato circostante le città). Fu un vero e proprio esodo di massa verso terre promesse che non di rado esaudirono le loro attese ed i loro desideri. Ma le regioni anelleniche del Sud non erano terre disabitate. Diverse etnie avevano già  costituito prima dell’arrivo dei greci il loro mondo, organizzato su basi sociali inferiori rispetto a quelle elleniche certamente più evolute, ma non tali da non suscitare l’interesse degli studiosi a causa della ricchezza dei messaggi presenti nel paesaggio, visibile in piena luce e ancor di più in quello sotterraneo, che con maggior frequenza ci restituisce i resti di una civiltà molto importante che merita certamente di essere ricostruita dagli antiquari sia per sottolineare le avvenute relazioni col mondo greco sia per tracciare le linee della storia lucana pregreca.

La tradizione antica (soprattutto Ecateo e Strabone) ci fornisce un quadro abbastanza sicuro e variegato degli ètne che all’atto della colonizzazione greca  popolavano tra  l’VIII e il VII secolo le zone continentali della Campania,  dell’Apulia e della Lucania antica nonché quelle a ridosso della costa. Se ne può tracciare un quadro così semplificato: i Messapi erano situati per largo tratto intorno e oltre la regione tarantina; intorno a Siris erano stanziati i Coni; nell’entroterra campano, a ridosso delle chòrai di Pesto e Napoli, i greci vi trovarono gli Ausoni (per questo denominarono Ausonia  l’Italia occidentale); gli Enotri erano distesi per ampie terre nell’entroterra lucano, sicché i greci sbarcati sulla costa sudorientale definirono Enotria (da òinos-vino) quella terra (denominazione estesa poi da essi a tutta l’Italia) abitata da popoli che  prima dell’invasione delle tribù sabelliche (nella metà del V secolo a.C. i Lucani avevano preceduto la conquista romana) probabilmente conoscevano già la coltura della vite. Che quella degli Enotri fosse una società organizzata è testimoniato dallo storico-etnografo Ecateo che nel 500 a.C. contava, oltre i centri minori, nove città di una certa ampiezza e organizzate, a noi tuttavia ignote e non identificate.

Anche se non siamo in grado di misurare l’attendibilità delle  argomentazioni degli storici antichi una cosa comunque è certa: la vita degli Enotri si venne sviluppando in un lungo arco di tempo che va dall’età del ferro al V secolo. Successivamente essi scomparvero o meglio, poiché nulla si disperde delle antiche civiltà, fecero perdere le loro tracce fondendosi dapprima coi Greci a partire dal IV secolo a.C.(allorché, come nota Bavusi:«..i popoli italici giunsero a governare le città greche assimilando a sé l’originario nucleo greco. A Metaponto ed Eraclea sorsero società complesse incentrate su fattori culturali differenti e sulla multietnicità») poi con gli stessi Lucani. Particolarmente persistenti sono i riti funerari di sepoltura che essendo molto durevoli servono molte volte alla identificazione di un popolo; per cui “l’ideologia funeraria”, come è stato ben sostenuto:«costituisce uno dei campi di indagine più proficui dell’archeologia moderna per lo studio delle strutture economico-culturali delle società passate. Nel rituale funerario è infatti involontariamente espresso il livello economico e sociale del defunto e del gruppo sociale di appartenenza con riferimenti diretti anche alla funzione svolta dalla persona nell’ambito del proprio gruppo. Possono inoltre essere leggibili comportamenti collettivi(…)Di qui l’enorme importanza dei complessi funerari antichi, la necessità di documentarli nei minimi particolari(Bianco)». Nel caso degli Enotri sono state proprio le necropoli, scavate prima di tutto, a fornirci con la positura rannicchiata dei defunti una vera e propria carta d’identità di questo popolo e a darci con la restituzione del corredo funebre, la dimostrazione dei contatti intercorsi fra le piccole civitates enotrie e i più importanti centri greci della costa. Tuttavia non è raro, come è accaduto anche a San Biagio, che nell’area delle necropoli gli archeologi debbano scoprire profonde e ampie buche precedentemente scavate da tombaroli clandestini per asportare la parte di maggior valore del corredo funebre. In questi casi agli antiquari non rimane che utilizzare le tracce lasciate dai precedenti visitatori per riconoscere la natura degli strati del terreno, dati molto utili ai fini della individuazione delle epoche di frequentazione del sito.

Senza nulla togliere alla fondamentale importanza della civiltà  greco-italica, occorre sottolineare anche il ruolo niente affatto secondario del mondo indigeno i cui resti antichi e pregreci, offrendoci una fondamentale chiave di lettura della molteplicità delle vicende  politiche, culturali e religiose che si sono succedute sul suolo della nostra regione, ci consentono di ricostruire gli effetti dell’incontro scontro di diverse civiltà che, interagendo fra loro, fin dalla preistoria si sono avvicendate in questo autentico carrefour di popoli e di eventi. Che la Lucania non sia sempre stata un hortus conclusus e una terra caratterizzata esclusivamente dalla marginalità è concetto storiografico ormai acquisito che vale anche e preferibilmente per la storia antica. Il prof. Adamasteanu, a partire dal 13° Convegno di studi sulla Magna Grecia, vincendo la resistenza di storici italiani e stranieri, ha chiarito che la  Basilicata non è stata mai una zona chiusa  grazie ai fiumi i quali nel periodo che va dal VI all’VII secolo erano vie di comunicazione, autentiche “autostrade del mondo antico“. Infatti i corsi d’acqua, penetrando dal mar Ionio nel cuore del nostro territorio, hanno garantito fin dall’antichità  un continuo scambio fra le popolazioni greche della costa con quelle interne.  Nella  regione lucana, “caratterizzata da due facies, esistevano pertanto due mondi, quello greco e quello indigeno che, pur avendo usi e costumi diversi, avevano ripetuti contatti fra loro che avvenivano proprio attraverso le colonie greche litorali. I Greci, com’è noto, preferivano costruire le loro città alla confluenza dei fiumi, in quanto il corso e la valle dei corsi d’acqua erano una porta e una naturale via di penetrazione che consentiva agli uomini delle città costiere, greci o non greci, di raggiungere la zone continentale per ragioni strategiche o per commerciare con i centri interni”(Faggella)che proprio per questo, come sostiene Adamasteanu, non dovevano essere né pochi né inconsistenti. Lo stesso studioso, che ha avuto il merito di dissodare il terreno archeologico della nostra regione orientandolo contemporaneamente in una direzione di più convincente storicismo, in occasione della fondazione dell’Istituto Regionale Lucano, nella fase eroica della nostra archeologia si augurava in tal modo che l’opera sua venisse felicemente continuata: “ C’è anche la possibilità che un giorno qualche allievo di una delle Scuole di Specializzazione del Meridione possa affrontare il tema del numero dei centri indigeni e quindi della densità della popolazione indigena venuta in contatto con il mondo greco“(cfr.“Documentazione Regione”,12/87,pp.101-102). Che le sua parole siano state in qualche modo profetiche è dimostrato anche dal portato e dagli esiti degli scavi di Montescaglioso.

A partire dal 1994, dopo le indagini geofisiche, che hanno evidenziato a San Biagio la presenza di un abitato indigeno, e gli interventi preliminari di scavo operati dal Canosa, la Scuola di Specializzazione in Archeologia dell’Università degli studi della Basilicata, nell’ambito delle attività di ricerca promosse dalla Soprintendenza Archeologica  Regionale, ha avviato, a partire dal mese di giugno del ’96, dei progetti di scavo nell’abitato di Difesa San Biagio all’interno dell’area campione di Montescaglioso, sede di una complessa articolazione spaziale insadiativa degli Enotri, situata in un interessante  territorio di frontiera compreso fra le popolazioni dei Lucani e la non lontana regione costiera di Metaponto. Dopo le estese indagini realizzate a Serra di Vaglio da Adamasteanu, si era fatta più stringente la necessità di tracciare un quadro complessivo degli abitati indigeni della Lunania antica, pertanto, l’interesse degli archeologi si è concentrato prevalentemente nell'area orientale della regione rivelatasi inoltre di grande interesse proprio per la sua posizione di  saldatura  ai confini col mondo messapico.

Se osserviamo la carta dei centri principali indigeni della Puglia meridionale e della Lucania orientale risulta evidente la maggiore consistenza quantitativa degli insediamenti messapici, studiati già dagli anni ‘60 e venuti precedentemente alla luce. In ogni caso, anche se la planimetria degli insediamenti sembra privilegiare la Puglia, è il caso di sottolineare che i centri anellenici della nostra regione scavati e successivamente indagati, pur nella loro limitatezza numerica ed esiguità estensiva (il centro dominante di Montescaglioso è compreso in una superficie di 50 ettari; di appena 17 ettari e ancora più esiguo quello di San Biagio a confronto dei 100 e oltre racchiusi nelle cinte messapiche), si distinguono particolarmente per la loro singolarità di spazi sociali originalmente organizzati in alto sulle colline o sui monti a formare più o meno complesse società gerarchiche sul modello delle villes o villaggi fortificati (come quello rinvenuto a Serra di Vaglio che è così innestato nell’area del potentino da configurarsi quale categoria specifica) o ieratiche, come il santuario caratteristico rinvenuto sempre a Vaglio nella zona di Rossano che fu un importantissimo centro religioso della confederazione lucana antica dedicato dal popolo pregreco degli Utiani  e dalle tribù locali ad essi confederate alla potente dea Mefitis.

Anche l’area di Montescaglioso, pur situata più in basso di quella di Serra di Vaglio (180-170 metri s.l.m.), ma in posizione più eminente rispetto alla piana di Metaponto, si configurava come una piccola ma possente villa fortificata in altura dagli Enotri o dai loro alleati su una delle ultime propaggini del sistema collinare di Montescaglioso dominante la vallata e il tratto mediano del fiume Bradano. La civitas  probabilmente fu edificata, per la sua posizione a difesa del territorio indigeno, per arginare inizialmente l’avanzata dei Greci di Metaponto i quali, dopo lo sbarco e la fondazione della loro città, avevano esteso per ragioni di sicurezza e per commerciare la loro zona di influenza ben oltre la chora, e successivamente per frenare l’urto dei Lucani che, come si è detto, precedettero nel V secolo la conquista romana. Tuttavia la frequentazione del luogo, come testimonia la natura dei reperti, è attestata fino all’età tardo repubblicana, durante la quale il sito, pur avendo probabilmente perduto molto della sua importanza strategica, conservò comunque un ruolo economico di primaria importanza proprio a causa della sua importante posizione di confine e di passaggio di uomini e di merci.

I materiali rinvenuti nell’intera area di Difesa San Biagio (i frammenti di ceramica fine a pasta grigia, i campioni di anfore commerciali del tipo greco-italico, il rinvenimento di un semiasse bronzeo con la testa di Giove databile tra il 211 e il 141 a.C.), su cui prevalentemente si concentrerà la nostra attenzione, ci permettono di datare la frequentazione del sito fino al II secolo a.C. Dopo la ricognizione sistematica del luogo, realizzata  inizialmente con prospezioni infrasito (infra-site survey) geofisiche e geoelettriche per determinare l’ampiezza e la morfologia del sito, la ricerca si è concentrata prevalentemente in due zone, dove sono stati effettuati i saggi di scavo A e B. Il primo, realizzato nella parte più alta dell’insediamento in un ampio pianoro posto ai piedi di un’altura di forma conica dalla quale si vede il Bradano, ha fatto emergere un lungo muro perimetrale di recinzione dell’area interna, orientato in direzione NO–SE e costruito con grandi massi di arenarie conglomerate con ciottoli fluviali, all’interno del quale è stato evidenziato a causa dell’ampio materiale da crollo (in particolare si notano numerosi frammenti di oggetti di copertura che probabilmente ricoprivano un’ampia tettoia) un ampio edificio di diversi ambienti (460 mq), la Casa a, dove sono venuti alla luce, oltre a frammenti di tegole bollate o con incise le lettere degli artigiani indigeni, oggetti di pregio e diversi altri materiali (tra cui resti fittili appartenenti a louterìa, vasi decorati a fasce, anfore e numerosissimi cocci di ceramica da fuoco non decorati e policromi, e una grande quantità di pìthoi, alcuni contenenti ancora resti di derrate alimentari) che fanno pensare alla residenza di un grande signore o proprietario terriero con funzione dominante al di sopra del gruppo sociale residente all’interno della complessa unità insediativa. Si trattava  probabilmente di un villaggio agricolo fortificato dagli Enotri che faceva capo al più importante centro di Montescaglioso, central place posto al di sopra della chòra di Metaponto, probabile luogo di produzione delle numerose classi di ceramica italiota (coppe, patere e skyphoi) ritrovata fra l’abbondante materiale di crollo, come testimonia il frammento di un cratere a figure rosse rinvenuto a San Biagio nel quale sono visibili la testa e la spalla di una figura maschile con elmo e scudo, rivolta a destra e indossante la clamide. L’ipotesi di ricostruzione dell’immagine non è solo probabile se pensiamo allo schema generico e ripetitivo del guerriero oplita raffigurato nell’atto di affrontare il suo avversario protendendo la lancia e sollevante lo scudo. Questa figura  decorava probabilmente la parte secondaria  del vaso, che, contenendo in genere scene di combattimento, aveva solitamente solo la funzione di complemento dell’opera; mentre il lato principale, sul quale si concentrava l’impegno creativo del pittore, era riservato a temi figurativi più impegnativi di carattere mitologico.

Alla luce delle ultime scoperte avvenute sia nell’area metapontina sia nelle zone interne del territorio lucano è stato possibile, soprattutto dopo le indagini del Trendall, non solo la ricostruzione storica dell’attività delle fabbriche protoitaliote, operanti già dal VI secolo a.C. nella nostra regione, ma anche in alcuni casi determinare col procedimento scientifico delle impronte e con lo studio delle caratteristiche del disegno l’identità dell’artista-autore del vaso. L’abbondanza dei materiali rinvenuti a San Biagio, sia quello importato dalla vicina colonia di Metaponto, come dimostrano le ceramiche a vernice nera, sia le particolari forme di ceramica acroma, bicroma o a fasce di probabile fabbrica locale, sono la migliore testimonianza dell’avvenuto sincretismo economico-culturale tra i Greci e gli Enotri.                                                                  

Il saggio di scavo B, corrispondente alla parte Sud dell’insediamento di Difesa San Biagio, realizzato in un ampio pianoro nella zona libera dalla fitta vegetazione mediterranea che ricopre una parte cospicua del colle, ha fatto affiorare, delimitato dai muri perimetrali esterni, un edificio a pianta rettangolare ( la Casa b’) articolato in diversi ambienti ma di dimensioni più piccole del precedente e destinato a funzioni prevalentemente produttive a vantaggio del gruppo dominante locale che faceva capo alla Casa a. Ciò è testimoniato dai materiali e dagli oggetti  rinvenuti negli ambienti  A2 e A4 che se ci consentono prima di tutto di precisare la destinazione dell’intero complesso, dedito preferibilmente ad attività di tipo domestico o a carattere prevalentemente agricolo-pastorale, offrono allo studioso anche la non comune opportunità di venire in possesso di dati importantissimi per la conoscenza delle attività industriali degli antichi abitatori del sito, le cui tecniche di produzione rivelate dagli strumenti e dagli oggetti utilizzati dimostrano una perizia e un progresso spiegabili innanzitutto con le frequenti interazioni esistenti fra il mondo indigeno e quello dei Greci. Infatti, probabilmente a partire dal IV secolo, i metapontini erano passati dalla ostilità aperta ad una progressiva integrazione con le popolazioni indigene fino alla creazione di complesse società multietniche fondate su fattori culturali diversi ma comuni.

L’esperienza e l’espressione di “archeologia industriale”, che fino a qualche tempo fa risultavano ancora poco familiari al grande pubblico, si può dire che siano ormai entrate di diritto nella pratica degli scavi degli antiquari, i quali oggi non si limitano esclusivamente  alla ricerca a allo studio dei manufatti preziosi ma estendono la loro attenzione agli oggetti della cultura materiale, sia alle macchine che ai luoghi della produzione dell’uomo, nella convinzione che le conquiste tecnologiche o più semplicemente tecniche, in una parola  tutto quanto ha a che fare in qualche modo con il lavoro umano, offra alla riflessione dello storico occasione molto importante per ricostruire attraverso gli oggetti del lavoro le antiche strutture economiche e sociali di una civiltà. Fatte queste premesse, è possibile assegnare il dovuto valore ad alcun oggetti rinvenuti nel vano 4 della casa b’, che probabilmente avrebbero ricevuto scarsa o minore attenzione da parte degli studiosi se non avessero avuto una specifica valenza industriale offrendo importantissimi dati circa le attività svolte dagli antichi abitatori della casa. Tra i campioni di materiali rivenuti, a parte i numerosi frammenti di ceramica dipinta e i resti consistenti di numerosi pìthoi acromi, l’attenzione degli antiquari si è appuntata su alcuni oggetti ancora in situ: particolarmente su una base di pressa di forma quadrata, incisa nella parte superiore a formare una vasca circolare interrotta da un canaletto scavato nel calcare per versare un liquido, probabilmente olio. L’oggetto, quasi certamente un frantoio a leva per le olive, molto importante per ricostruire una delle più importanti attività della casa, non è tuttavia l’unico rinvenuto; diversi frammenti di macine basaltiche, tra le quali una perfettamente conservata, insieme ai frammenti di grossi contenitori in ceramica grezza di derrate alimentari, hanno fornito agli antiquari dati fondamentali per la ricostruzione di una consistente trance de vie all’interno di quell’antico abitato anellenico. Quest’ultimo, per la sua originalità, è risultato alla fine molto importante per la conoscenza dell’organizzazione dello spazio sociale, della conseguente produzione di valori e credenze operate dai popoli italici  e dalle antiche comunità del Sud vissute prima della colonizzazione dei greci.

                                                                                                         

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