Archeologia & Arte

 Venosa antica dalla fondazione all’età di Orazio


di Marino Faggella

Mercoledì 11 luglio 2007 "uscita n. 1"

Prima di stendere queste pagine, dettate dal proposito di seguire il tracciato di un percorso storico- archeologico che ripercorrendo idealmente la via Appia mi conducesse fino a Venosa, attraversato più volte dal dubbio, ho creduto che in fondo non avesse senso riparlare di Orazio e della sua città natale, soprattutto dopo la celebrazione del Bimillenario della morte del poeta che ha richiamato per l’occasione in Basilicata fior di studiosi di provenienza internazionale i quali, celebrando in modo degnissimo il Venosino, hanno lasciato una traccia indelebile di scrittura in quelle giornate di studio. Eppure, ripensando alle cose che in occasione  di quell’anniversario sono state dette e scritte, ho avuto spesso il sospetto che non tutto fosse stato asserito giustamente e a proposito: come, ad esempio, il fatto di insistere troppo sulla cosiddetta “ lucanità” di Orazio, riconosciuta in alcuni casi a forza nell’opera del poeta. Questo è anche il prezzo che, a mio modo di vedere, la cultura ufficiale doveva pagare alla regione e alla città che ospitava i lavori, la quale in quella occasione, quasi esclusivamente nel nome di Orazio, usciva da un lungo isolamento geografico e culturale da cui a dire il vero ancor oggi a malapena la riscatta una nuova notorietà ( sottolineata anche da una recente attività editoriale, sebbene in alcuni casi essa arrivi a sfruttare un po’ troppo anche l’opera del maggior poeta locale) anche alla luce degli ultimi esiti dell’attività archeologica che attira sempre più l’attenzione di studiosi e visitatori esterni a Venosa, una città che è in grado di fornire in un unico, anche se complesso contenitore, una ricca ed interessantissima quantità di dati storico-monumentali che, insieme alle amenità locali, aspettano di essere riscoperti e fruiti da viaggiatori interessati e curiosi di sapere.

Prima di soffermarmi più da vicino sulla questione dell’appartenenza più o meno sicura di Orazio alla Lucania,  ritengo sia opportuno cominciare dai dati storico-archeologici, anche per vedere che cosa oggi sopravvive, a partire dalla fondazione della città, dei tempi storici del poeta.

La colonia di Venosa, dove Orazio nacque nel 65 a.C., come testimonia anche il poeta, venne fondata dai Romani nel 291 a.C., quale caposaldo strategico-militare  al termine delle guerre sannitiche, testa di ponte fondamentale della conquista del sud d’Italia per arginare gli improvvisi assalti dei popoli indigeni, dopo che erano stati già respinti, come sostiene lo stesso poeta, gli antichi abitatori “ pulsis, vetus est fama Sabellis”. La conquista di questo baluardo situato sulle ultime propaggini dell’Appennino lucano nella zona di confine tra l’Apulia, la Lucania e il Sannio fu di importanza fondamentale nel processo di penetrazione romana nell’area dauna giacché consentiva il controllo della piana dell’Ofanto e dei territori precedentemente occupati dai Sanniti. La nuova colonia,  proprio a causa della sua posizione strategica in un fondamentale luogo di transito e perché attraversata dalla Via Appia, la più importante arteria di comunicazione del mondo antico, che collegando Roma a Capua  attraverso il Sannio giungeva fino a Brindisi, era destinata ad avere con gli anni un ruolo sempre più importante sia economico che militare, e tanta floridezza da essere ancora definita splendida civitas in una tarda epigrafe del IV secolo d.C.

 

 La forma urbana

La scelta del sito in cui impiantare la città, la sua stessa forma urbana furono condizionate per gli occupanti dalla duplice necessità di coniugare la valenza strategico-militare del luogo con l’opportunità di reperire in loco autonomamente tutto ciò che servisse sia al loro mantenimento sia all’opera funzionale di costruzione e fortificazione urbana. Un esteso pianoro, delimitato dai valloni scoscesi del Ruscello e del Reale e integrato nel sistema collinare che costeggia la valle dell’Ofanto, corrispondendo perfettamente ai requisiti di difendibilità  e di continuato approvvigionamento degli abitanti, venne individuato quale sede della nuova colonia. L’insediamento fu delimitato da una cinta muraria in calcare che seguiva tutto il bordo collinare e di cui resta allo scoperto un breve tratto visibile nell’attuale largo Marcello, una delle poche emergenze monumentali del periodo coloniale che ancora sopravvivono.

Lo sviluppo dell’impianto cittadino antico si estendeva per circa 40 ettari, compresi fra la Chiesa della SS. Trinità e il più recente Castello Pirro Del Balzo. La forma stretta ed allungata dell’altopiano, sul quale fu edificata Venosa, ha finito col condizionare decisamente il successivo sviluppo urbanistico della città, che ancora oggi, nel centro storico, conserva l’antico impianto urbanistico, costituito da lunghi e stretti isolati di forma rettangolare, affiancati, lungo il loro lato breve, in direzione E-O da due platèiai [1], corrispondenti ai due attuali assi viari maggiori di Corso Garibaldi e Vittorio Emanuele II, che percorrevano il centro storico nella sua lunghezza, incrociando strade ortogonali secondarie. La forma urbanistica dell’antica Venusia, certamente poco standardizzata e non propriamente rispondente né alla struttura planimetrica di forma quadrangolare con viabilità cruciforme del più antico modello “ castrense “ né  agli archetipici più ricorrenti  dei primi impianti coloniali romani,    fa pensar  piuttosto ad un’influenza del successivo modello ippodameo[2], come dimostra lo schema rettangolare degli isolati e dell’impianto viario, la collocazione asimmetrica delle porte e l’articolazione a gradoni dei vari quartieri per dare una soluzione di tipo modulare al  problema del dislivello delle quote.

 

 L’insediamento coloniale

L’insediamento coloniale, come testimoniano gli storici Strabone e Dionigi di Alicarnasso, comportò l’azzeramento di un centro sannitico molto popoloso, precedentemente sorgente in quell’area collinare, che fu occupato da L. Postumio Megello, uno dei consoli dell’anno  291, al quale tuttavia non spettò di assegnare il nome alla città né di far parte dei tresviri coloniae deducendae, perché tirato in uno scandalo dal senato come dice Livio, ma all’altro console di parte aristocratica  Fabio Rulliano: circostanza che, come vedremo, non fu senza importanza circa la successiva vicenda storica della colonia. Gli storici moderni ancora discutono sull’ubicazione del centro preromano che secondo alcuni non sarebbe sorto nell’area della colonia ma altrove.

Comunque si voglia risolvere la questione dell’aggregato sannitico, esso più che far pensare ad un centro modesto sorto spontaneamente e senza causalità insediative ( l’organizzazione vicatim testimoniata da Livio ) dovette essere probabilmente polyànthropon ( ricco di uomini), come sostiene Dionigi, a causa del più avanzato sistema di urbanizzazione daunico, fatto proprio dalle tribù sabelliche. L’avvenuto sincretismo etnico-culturale fra i nuovi occupanti e le popolazioni locali  è  ampiamente testimoniato dal fenomeno di oscizzazione dell’area, come dimostra il diffuso uso nella toponomastica della grafia e del formulario osco che venne ereditato anche dai Romani dopo l’insediamento coloniale. Lo stesso Dionigi sostiene che per la deduzione coloniale di Venosa si mobilitarono 20.000 coloni,  numero che agli storici moderni è risultato esagerato soprattutto se confrontato con il dimensionamento di altre colonie latine di simili caratteristiche. Tuttavia  l’indicazione di un numero così elevato di coloni non è da imputare ad un probabile errore dello storico, ma  potrebbe essere spiegato con l’integrazione degli abitanti indigeni nel nuovo centro, che sarebbero stati accolti a vario titolo: l’aristocrazia daunica, fondendosi con i nuovi dominatori, avrebbe dato origine ad un nuovo ceto egemone, mentre il resto della popolazione locale di estrazione popolare sarebbe stata impiegata quale manodopera nella coltivazione dei campi di proprietà dei nuovi coloni.

A questo punto riteniamo sia necessario dire qualcosa  di più preciso a proposito della formazione del sistema coloniale latino, della sua genesi e del suo statuto. Secondo gli storici moderni l’espansione romana nel sud della penisola nasceva da una duplice necessità: sia per corrispondere al desiderio di nuove terre dell’operoso e prolifico ceto contadino romano, sia per esigenze militari e di sicurezza. Inizialmente Roma si era limitata ad assorbire nella cittadinanza i popoli confinanti vinti in guerra. Ma con l’avanzare della conquista si dovette pensare ad un diverso sistema di organizzazione e difesa del territorio costituendo l’istituto della colonia, che  in punti particolarmente strategici delle aree conquistate (prevalentemente in centri già esistenti)  comportava la deduzione di cospicui gruppi di cittadini romani o di alleati (non di rado costituiti dai soldati con le loro famiglie) col duplice compito di difendere il territorio conquistato e di coltivarne le terre, di regola un terzo di quelle tolte al nemico, da qui il nome di colonia che si assegnava alle nuove comunità. Esse si distinsero in coloniae latinae, ( formate  da un numero di coloni variabile da 1500 a 6000 ) costituite inizialmente dai federati latini e impiantate nelle zone continentali, e coloniae romanorum, più ridotte e destinate alla difesa delle zone costiere.

Venosa ebbe tutte le caratteristiche di una colonia latina di ampio dimensionamento, come dimostra sia la sua consistenza demografica sia la presenza nella città di un senato e delle più alte magistrature esistenti a Roma: Edili, Pontefici, Questori, Duonviri, Decurioni e per un certo tempo anche Tribuni.

Le vicende storiche successive alla sua fondazione videro la città saldamente legata alla madrepatria. In occasione della seconda guerra punica Venosa, come testimonia Livio, fu tra le diciotto colonie che inviarono aiuti ai romani, duramente impegnati contro Annibale proprio nei territori dauni. La città pagò a caro prezzo la sua alleanza con Roma, tanto da vedere il suo territorio devastato e spopolato. Nel 200 a.C. si rese necessario, pertanto, compensare il salasso con un primo ripopolamento ( effettuato dai veterani di Scipione) che fu completato alla fine del II secolo, allorché, per effetto della politica graccana la città si assestò per effetto di una più organizzata deduzione di coloni. In occasione della guerra sociale ( bellum Marsicum) Venosa, da sempre alleata di Roma, fu l’unica colonia latina a passare dalla parte degli insorti. Tale eccezionale defezione può essere spiegata solo con un rivoluzionamento della situazione interna  che avrebbe causato la caduta dell’antico ceto di governo, sostituito al potere da quei gruppi sociali di rango inferiore probabilmente esclusi dai più importanti diritti di cittadinanza che, come in passato non avevano fatto mistero di avere simpatia per Annibale, così ora si schieravano con gli italici sperando di vedere finalmente mutata la loro situazione.Venosa dovette subire la devastazione per il suo tradimento, subendo l’onta della capitolazione dalla truppe di Metello. Sebbene la città fosse stata insieme con Nola l’ultimo baluardo degli insorti, tuttavia ottenne da Roma il perdono e il diritto di cittadinanza sancito dalla sua qualifica di municipium [3]e dall’appartenenza all’antichissima tribus Horatia, alla quale è iscritto anche il nome del poeta. Tramontata la repubblica e impostosi l’impero, Venosa, forse per aver manifestato idee repubblicane, subì diverse volte un sequestro di terre, finché la sua popolazione definitivamente si assestò per effetto della seconda deduzione triunvirale del 43 a.C.

Fu proprio durante il governo di Ottaviano Augusto, come attesta la complessa documentazione archeologica, che la città, seguendo l’esempio di Roma, proprio nel tempo in cui Orazio visse fu ulteriormente ingrandita  ed abbellita di straordinari monumenti [4] pubblici e privati.

 

 La documentazione archeologica

Esistono ancora, dove si trovano quelle antiche fabbriche, che cosa oggi resta di quelle splendide costruzioni di marmo che illustrarono, abbellendola la città di Orazio? Sono queste le domande cui cercheremo di dare risposta tracciando le linee di un percorso archeologico attraverso la lettura delle testimonianze antiche attualmente presenti nella città per definire il contesto storico-culturale cui riferire l’opera del poeta.  E’ questa un’analisi che richiederebbe ben altre conoscenze della pura e semplice cognizione dei semplici fatti della storia. Si tratterebbe, oltre all’archeologia, di mettere in moto molte e diverse discipline ( economia, sociologia, politica, etnografia, etc.) per dare alla ricerca una maggiore completezza; ma, pur riconoscendo l’importanza di codesti contenuti,  non si farà di essi gran conto in queste pagine. Non me ne voglia, inoltre, il lettore se in alcuni casi, mettendo da parte l’abito dello studioso, in assenza concreta di dati storici, ci si affiderà a ricostruzioni personali non propriamente ortodosse o condivisibili proprio nella considerazione del periodo urbanistico oraziano.

Nella prima età imperiale, parallelamente a quanto accaduto a Roma, si attuò un progressivo e straordinario processo di monumentalizzazione anche nella colonia-municipio di Venosa, che iniziatosi nell’ultima fase repubblicana, fu completato nell’età augustea. Si trattò di un forte impulso innovativo che interessò tanto l’edilizia pubblica quanto quella privata che si concretò nelle seguenti realizzazioni: grandi interventi di restauro, come il rifacimento della rete idrica e la costruzione dell’acquedotto, per far fronte all’incremento di popolazione dopo la deduzione coloniale; edificazione ex novo delle Terme principali e del Foro, non sicuramente identificabile nella conformazione attuale della città, del quale si riconoscono tuttavia alcune lastre pavimentali impiegate nella costruzione medievale dell’Incompiuta; incremento dell’edilizia privata, sia quella abitativa, che fu abbellita e divenne più funzionale per il maggiore impegno di spesa dei committenti, sia quella artigianale, in particolare nella zona orientale, dove la traccia di fornaci di laterizi testimonia l’accresciuta richiesta di materiale rispondente all’impulso di un’edilizia innovativa; costruzione dell’Anfiteatro, ancora visibile nella zona orientale della città, che comportò l’azzeramento di un intero quartiere, i cui resti sono ancora visibili sotto i muri della SS. Trinità.

Percorrendo la città moderna, l’immagine che di essa appare agli occhi del visitatore interessato è piena di antiche memorie, anzi, si può dire che non solo l’impianto urbanistico, ma ogni pietra del centro moderno parli un linguaggio antico. Infatti quasi ad ogni passo è possibile imbattersi in iscrizioni, frammenti di colonne, capitelli che indubitabilmente portano il marchio di Roma. Ciò è stato già sottolineato dagli eruditi locali,[5] a partire dal Cappellano che alla fine del Cinquecento nota che a Venosa: “non v’è casa che non sia fabbricata sovra edifici antichi”, mentre in tempi più recenti non sono mancati di quelli che si lamentano, come il Cenna nella sua cronaca, anzi, versa, come lui dice:” un lago di lacrime, scorgendo tante belle statue, tante bellissime pietre, tanti superbissimi sepolcri intagliati di varie e diverse scritture(…) spezzate e diminuite che a pena vi si scorgono nelli moderni edifici”.

Non è agevole, infatti, anche per lo studioso provvisto di sicuro metodo scientifico, che voglia tracciare, attraverso la lettura delle testimonianze archeologiche, un iter di ricostruzione storica dalla fondazione di Venusia fino all’età di Augusto, orientarsi nelle anguste vie del centro tutte disseminate di frammenti romani a causa della complessa stratificazione storica e dell’ampio fenomeno del riuso del materiale archeologico impiegato ampiamente in ogni epoca ( è emblematico il caso dell’Incompiuta, cattedrale dinastica, interamente costruita con materiale di spoglio ) a partire dal periodo tardo antico, vuoi per la fortunata circostanza di avere a portata di mano manufatti già pronti per l’esclusivo uso edilizio ( recupero ), vuoi per il prestigio in ogni tempo derivato ai potentati pubblici e privati[6] originato dall’esibizione dell’antico in fabbriche più moderne con finalità ideologiche o propagandistiche ( reimpiego [7]).

 

 La casa di Orazio

Volendo, innanzitutto, puntare l’attenzione sui primi due secoli  della colonia, anche lo studioso più avveduto si accorge di  essere in possesso di dati non molto numerosi, per di più problematici e  difficilmente  utilizzabili. Si tratta di pochi elementi che a mala pena ci informano sul modello stradale, prima glareato in terra battuta e poi lastricato; sulla natura delle abitazioni private, che passarono dall’uso iniziale di una tecnica elementare  all’utilizzazione di materiali migliori messi in opera in modo più scaltrito; sulla canalizzazione e smaltimento delle acque.

Occorre dire che in qualsiasi attività di ricerca oggi non è più possibile fare la storia degli oggetti archeologici, estraendoli semplicemente dal proprio contesto di rinvenimento ( nel caso di Venosa, data l’ampia stratificazione storica e la sovrapposizione dei manufatti, l’operazione  sarebbe improduttiva e in molti casi è stata addirittura distruttiva), senza tener conto delle complesse relazioni che pur sempre intercorrono fra loro, in quanto ciascun oggetto, racchiudendo un incredibile potenziale di informazioni, è parte integrante di un complesso mosaico storico che  aspetta di essere ricostruito e decifrato. Attualmente all’interno del circuito cittadino, senza tener conto della zona orientale lungo l’antica Via Appia,( importante per la presenza di numerose necropoli, monumenti funerari e tracce di tabernae ), si riconoscono due ampi ed importanti serbatoi archeologici, complessi per la stratificazione dei manufatti, ma strettamente integrati fra loro e tali da fornire al ricercatore una dovizia di dati molto interessanti: Il Parco Archeologico ( la cui principale emergenza monumentale è costituita dalle Terme, databili fra il I e il II secolo d. C.) e il complesso monumentale della SS. Trinità [8] che insieme sono un esempio unico e straordinario di giacimento archeologico non disturbato dall’edilizia moderna.

L’abbazia  della SS. Trinità, sulle cui pietre è scolpita molta parte della storia antica di Venosa, è il complesso monumentale della città maggiormente interessato dal fenomeno del reimpiego di manufatti appartenenti all’età romana. Infatti sia all’interno che all’esterno della fabbrica è possibile rinvenire: colonne e capitelli in cipollino, nicchie con ritratti di principi imperiali, epigrafi di diversa provenienza, lastre e blocchi squadrati, protomi leonine e fregi dorici, la cui interpretazione e datazione ci permette di ricostruire faticosamente una significativa ed estesa tranche d’histoire di Venosa antica, compresa nell’arco di tempo che va dalla prima colonizzazione al tardo Medioevo.

Comunque, dopo le incertezze e le difficoltà di ieri, la ricerca archeologica più recente[9] è approdata a risultati più consistenti soprattutto relativamente alla complessa stratificazione urbana dell’Abbazia, con particolare riferimento alla natura e allo sviluppo dell’edilizia abitativa a partire dalla prima occupazione del sito nella prima fase della colonizzazione fino all’età repubblicana.

Nel complesso abbaziale restano, purtroppo, poche tracce della fase urbana corrispondente al momento oraziano, ma esse non sono meglio e più esattamente  documentate nel resto del centro storico, come dimostra l’ identificazione  erronea della casa del poeta da parte di studiosi locali, ( in particolare il Cappellano e il Cenna) in alcuni edifici, attualmente ancora visibili nell’attuale Piazza Calvino, la cui datazione, tra la fine del I e il II secolo d.C. potrebbe anche coincidere con l’età di Orazio, ma non la destinazione d’uso della fabbrica che fa pensare chiaramente non ad un’abitazione privata, ma ad un edificio pubblico di tipo termale, formato da due vani, uno rettangolare, l’altro di forma ovale nel quale era probabilmente situato il tepidarium.

Per rispondere alla precedente domanda ( Che cosa sopravvive a Venosa del tempo di Orazio?) si deve allora concludere amaramente che, a parte le municipalistiche falsificazioni degli eruditi e degli abitanti locali, anche lo studioso moderno è costretto ad ammettere a causa dei segni scarsi e poco evidenti, che non molto sopravvive nei muri e nelle pietre della città che faccia pensare sia al tempo che alla persona di Orazio.

 

[1] Vie larghe che attraversavano  tutta la città.

[2] Ippodamo di Mileto, architetto attivo ad Atene alla fine del IV secolo a.C., al fine di razionalizzare qualsiasi impianto urbanistico, sostenne l’opportunità di planimetrie regolari anche in presenza di luoghi accidentati o in pendio che  potevano comunque essere  sistemati a terrazze. 

[3] Il sistema municipale, che progressivamente venne a sostituire quello coloniale, ebbe inizio nella prima metà del IV secolo, allorché Roma in seguito alla grande estensione dei territori conquistati, non avendo più la possibilità di inviare coloni in luoghi molto lontani, dovette rinunziare all’amministrazione diretta di essi annettendoseli per ragioni militari.Gli abitanti dei municipi ( da munus capere ),pur continuando a vivere nel loro territorio e godendo di autonomia amministrativa, non solo ricevettero tutti i diritti politici della cittadinanza, garantiti dall’iscrizione ad una delle tribù romane, ma parteciparono altresì agli oneri dello stato.

[4] Svetonio nella Vita di Augusto sostiene che Ottaviano rifece Roma col marmo dopo averla trovata di mattoni:«Urbem, neque pro maiestate imperii ornatam, ex inundationibus incendiisque obnoxiam, excoluit adeo, ut iure fit gloriatus, marmoream se relinquere, quam lateritiam accepisset (cfr. cap. 28 )».

[5] L’opera degli studiosi venosini, che nel corso dei secoli si è tradotta in scritti di contenuto storico-archeologico, pur non avendo un assoluto valore scientifico, è in alcuni casi molto importante, soprattutto quando essi ci forniscono notizie dettagliate intorno all’ubicazione e alle caratteristiche di monumenti antichi che purtroppo  non esistono più.

[6] L’esempio più consistente di utilizzazione privata è quella di un Telamone in calcare, raffigurante Atlante, ben visibile in un portichetto medievale all’interno del Palazzo Dardes, l’unico elemento sopravvissuto di un edificio per spettacoli, forse un Odeon, che non trova altri riscontri nella città.

[7] L’argomento è stato di recente oggetto di studio da parte di Luigi Todisco che, accanto all’uso strumentale effettuato in ogni epoca del materiale archeologico, ha sottolineato la riutilizzazione dello stesso per ragioni politico-religiose da parte dei Normanni e dei Benedettini a partire dal XII secolo, per sottolineare, gli uni, il prevalere della religione cattolica sulle altre religioni, gli altri per rinsaldare il loro potere attraverso l’esibizione nei loro palazzi di spolia di provenienza romana.

[8] Il complesso abbaziale della Trinità, che si colloca all’interno del circuito difensivo di età romana, edificato su commissione degli Altavilla nel XV secolo si articola in tre parti: la Chiesa Vecchia , ridisegnata sulla pianta di una precedente basilica paleocristiana; la Chiesa Nuova, conosciuta col nome l’Incompiuta, perché, pur iniziata nel XII secolo, non è stata mai finita, di essa infatti sopravvivono solo colonne e pilastri; la Sede Abbaziale che conserva una cappella a cupola costruita con grandi massi e che alcuni studiosi, a causa dello stile che ricalca modelli francesi,  fanno risalire ai Normanni o all’opera dei Benedettini.

[9] Dalle campagne di scavo promosse dal Prof.Adamasteanu, in concomitanza con l’istituzione della Sovrintendenza Archeologica della Basilicata, è iniziata una serie di ricerche culminate nelle iniziative del Bimillenario della morte di Orazio, che , dopo i dubbi e le incertezze del passato e correggendo anche molti errori, ha indirizzato gli studi in una direzione più risolutamente scientifica, che ha consentito di giungere a risultati di altissimo valore per l’impegno comune di un numero sempre più consistenti di studiosi che hanno scelto di interessarsi del comprensorio melfese-venosino.