Archeologia & Arte

 

Veri “Portali del sacro” le icone bizantine di Marino Faggella  (intervista e considerazioni particolari sull’iconografia)

di Teri Volini

<<Sez. Acheologia & Arte>>

Domenica 15 Giugno 2014 "uscita n. 13"

 

 

          Descrizione: C:\Users\x\Desktop\ICONE  MARINO\100_0441.JPG

                        Una splendida icona del catalogo-collezione di Faggella

 

1. Le Icone sono delle sacre immagini dipinte su tavola, comuni nella cultura bizantina e slava, e fanno riferimento ad una precisa tradizione religiosa, quella Ortodossa. Il termine letteralmente significa “immagine”, ed ha derivazioni greco-bizantine, greco-classiche e russe, ed è appunto in Grecia, in Russia e nei paesi slavi che se ne possono ammirare gli esemplari più significativi, esposti in basiliche, chiesette, edicole,  insomma nei luoghi dove possono essere apprezzate e venerate dai fedeli e dai visitatori, dagli studiosi e dagli appassionati. Le Icone sono poi state adottate anche dalla tradizione cristiana, dal momento che esse fanno fondamentalmente riferimento ai ritratti di Gesù e di Maria e a quelli dei Santi. Molte e insigni sono le Icone presenti in  chiese  e  basiliche anche in Italia.

L'argomento è per me particolarmente interessante  da diversi punti di vista, sia quello di artista e ricercatrice,  sia in relazione al mio vivo interesse per la spiritualità  sia per l’oneness, cioè l’essere uno con il tutto di cui noi siamo parte..
La pertinenza di tale affermazione attiene alla peculiarità  fondamentale delle Icone: il loro riferirsi direttamente all'Unità, alla completa Totalità dell’Essere..
Le figure dipinte sulle sacre icone non sono da considerarsi delle “rappresentazioni”, bensì un  tramite della Luce Celeste,  un "collegamento" diretto  con il Divino, ponte privilegiato con un Universo superiore, integro,  perfetto.

L’Icona filtra il mondo sovrannaturale, e non solo riscatta il nostro spazio temporale ma lo riveste di sacralità; è in sé una preghiera, un mezzo per apprendere e insegnare allo stesso tempo, un messaggio che si avvale di un linguaggio speciale, esclusivo. Si parla di “linguaggio iconico” nel senso di un’ equivalenza  sostanziale  tra due forme  parallele di una speciale Comunicazione: quella visiva – attivata dalle immagini dipinte,  e quella  scritta,  concretizzata ad esempio nelle  Sacre Scritture: in entrambi i casi finalizzata al contatto con il Divino.

2.  Va detto che la tradizione bizantina “obbligava” il pittore di Icone a seguire delle regole, al fine specifico di attuare pienamente il supremo intento di essere un “portatore di grazia “. Si trattava di regole scritte nei manuali specifici e  tramandate per generazioni, rigidamente "codificate"; esse riguardavano  sia i soggetti dipinti che le tecniche di realizzazione; i materiali usati, anche quelli per il supporto e perfino le rifiniture delle icone, la loro disposizione e il luogo nel quale andavano collocate.
Un’attenzione  particolare era dedicata ai colori che erano scelti accuratamente per il loro significato simbolico e considerati preziosi per la trasmissione del messaggio che l’icona portava in sé.

L’osservanza di queste regole era talmente importante che veniva promessa "l'eterna dannazione” come  pena per chi  non le avesse osservate. Questo perché il pittore di icone era considerato un "tramite " tra i due mondi, un collegamento diretto tra  mondo terreno e ultraterreno, la materia e lo spirito: doveva perciò essere disposto innanzitutto a fare un lavoro su di sé, sul suo ego; annullare la propria personalità  per  essere un puro “canale” del Divino; doveva comprendere la grande responsabilità che si assumeva accettando il  sacro impegno  che gli permetteva di essere degno di una vera e propria missione spirituale. La procedura codificata era considerata il mezzo che permetteva all’ ispirazione divina di scendere, e alla sacralità di pervadere l'icona.

Ecco perché non di una rappresentazione si tratta, ma di una vera e propria “Presentificazione”: il divino scende nella Sacra Icona la permea, e tramite essa si comunica agli astanti. A tal proposito le Icone vengono esposte all’attenzione dei fedeli per essere venerate e onorate dalla preghiera; la missione è il loro  offrirsi  come fonte di salvezza per quanti ne riconoscono la qualità spirituale e l’essenza divina. Il luogo privilegiato per esporre le Icone è difatti un luogo sacro …

Pur essendo importante la qualità della sua realizzazione pittorica, e degna di ammirazione la sua bellezza e perfezione, non si può dunque parlare dell’Icona come di un’opera d'arte, in quanto ciò che in essa conta non è tanto il  fattore estetico quanto il suo fine spirituale. L’esecutore – che non apponeva né il suo nome né la data di realizzazione sulla tavola dipinta -  “contava” per la  missione che si era assunta; era, il suo, un atto di “ servizio”, al quale  sottometteva anche  la sua capacità  pittorica, la sua bravura, la sua esperienza.. Si comprende da ciò quanto grande sia la responsabilità del pittore di icone o di chi desideri diventarlo..

Ciò non toglie, però, che le icone siano viste anche come opere d’arte, capaci di intercettare con la loro indiscutibile bellezza anche l’interesse degli appassionati dell’arte che, senza essere necessariamente credenti, molte volte si avvicinano ad un simile prodotto estetico spinti dall’amore del bello in ogni sua forma. Occorre comunque sottolineare che esistono anche profonde distinzioni fra l’arte occidentale e quella di origine bizantina, non fosse altro perché la prima non può fare a meno di una dimensione tridimensionale, mentre l’iconografia, in particolare quella bizantina, non può rinunciare ad una visione bidimensionale che sottrae i soggetti della rappresentazione alle leggi della realtà. Ma della complessa relazione esistente fra l’arte in generale e le rappresentazioni artistiche sacre si discuterà nella parte conclusiva del presente lavoro, intitolata  Riflessioni su arte ed Icone, dove propongo, in qualità di artista, un interessante approfondimento sull’Opera d’arte in relazione alle Icone, e allo spirituale.

 

 

                                Le Icone di Marino Faggella

 

3. Ho avuto modo di vedere la collezione di Icone di Marino Faggella, che conoscevo come docente universitario, e che di recente si è dedicato alla pittura delle immagini sacre su tavola. Mi ha parlato di questa  sua passione e di come l’ispirazione gli fosse arrivata in maniera improvvisa, “folgorante”. L'ha seguita con bei risultati, a quanto mostrano le immagini realizzate. 

                           Descrizione: C:\Users\x\Desktop\ICONE  MARINO\100_0426.JPG

                                    Un’altra ieratica immagine di Marino Faggella

 

Ne è venuta fuori un’intervista, in cui gli ho proposto le seguenti domande:

 

Teri Volini: Com’è nata questa serie di Icone?

Marino Faggella: Il desiderio di realizzare le Icone è nato innanzitutto dal bisogno di sperimentazione di un oggetto per me nuovo e pieno di fascino, sia per la sua storia sia per il suo innegabile contenuto religioso, che fa dell’icona innanzitutto un’esperienza spirituale, una porta aperta sul sacro, prima di essere un’opera d’arte in assoluto. Ti ricordo che nella cultura orientale l’icona non è mai un prodotto artistico fine a se stesso, la bellezza estetica è sempre espressione di una profonda verità di fede, è uno strumento fondamentale per arrivare fino a Dio col proposito di conoscerlo. 
T.V. : Da cosa o da chi sei stato ispirato e quali le sensazioni o emozioni provate durante e alla fine della pittura?

M.F.: L'ispirazione mi è venuta osservando i prodotti dell'arte bizantina, all’interno della quale questa particolare forma d’arte a cominciare dal V secolo ha toccato elevatissime vette di perfezione stilistica. Mi è servito anche leggere per documentarmi più a fondo e, in senso tecnico seguire via internet un corso specifico di iconografia sacra. Il resto è venuto da sé.

T.V.: Puoi fare una descrizione del tuo lavoro?

M.F.: Ho deciso di seguire la tecnica tradizionale dell'iconografia bizantina che non ammette riduzioni o semplificazioni di metodo con il rischio di banalizzazione finale della riuscita..Tutto ciò ha comportato un lavoro lungo e paziente di diversi mesi che mai è stato caratterizzato dal desiderio di mettere da parte l'idea iniziale della realizzazione. Per fortuna esso è stato coronato da un'autentica emozione  di fronte al risultato, che secondo me è unico, non fosse altro perché a questo punto la generica emozione dell'arte si coniuga con l'eccezionalità del sacro..

T.V.: Quali sono i  materiali  utilizzati?

M.F.: Devo dire di aver seguito le indicazioni dei maestri iconografi, cercando di utilizzare lo stesso materiale che da sempre adottano i monaci pittori greco-orientali: dal legno del fondo, al gesso di base, al bolo armeno, al riporto della figura dipinta, alla doratura con foglia d'oro etc.. Si tratta di un lavoro abbastanza dispendioso sia per il costo dei materiali,  sia per il tempo necessario per realizzare le Icone.

T.V.: Quali i  soggetti preferiti ?

Ho scelto quale soggetto preferito quello della Vergine col Bambino per la profonda tenerezza che deriva da tali immagini che più di una volta hanno ispirato e ancora ispirano i pittori del mondo occidentale con eccezionali risultati.

Mi propongo tuttavia per l'innanzi di utilizzare anche altri temi anch'essi classici come quello della Sacra Famiglia o la figura ieratica del Cristo. Ma, a parte questo, debbo confessarti che non metterò certamente da parte l'immagine della Vergine col bambino per sostituirla con  altri soggetti, anzi mi riprometto di passare in rassegna la nostra pittura storica, a cominciare da quella medievale, per desumere da essa immagini simili da utilizzare quale tema delle icone dopo averle ridotte a misura confacente.

                              Descrizione: C:\Users\x\Desktop\articoli del n.13\ICONE  MARINO\100_0427.JPG

                                       Un’altra bella icona di Marino Faggella

 

                                     

                                 Riflessioni su Arte e Icone

  

4. Solitamente, nell'opera d'arte, accade che le immagini siano rappresentative di una realtà scelta dall’artista, mentre nelle Icone è il Divino che opera. Visto che alle sacre icone attiene una precisa missione spirituale, viene da chiedersi se anche l’opera d’arte può adempiere ad essa; se, ad esempio può “presentificare” il sacro, seppure con parametri e finalità diversi da quelli codificati delle  icone. Se può  “trasportarlo”, contenerlo in se stessa e poi trasmetterlo a chi guarda, e  se in tal caso l’artista può  esserne canale, portatore e comunicatore al mondo…

In primis, rispondiamo dubitando: se anche l’opera d’arte fa riferimento ad un universo, tuttavia questo sembra essere caratterizzato dalla “relatività”, piuttosto che dalla “universalità”, dal momento che ogni autore, esprime la “sua” personale visione nell’ opera d’arte, che solitamente mostra – e tende spesso ad imporre - come "assoluta"…

Tuttavia, non è congruo  escludere la realtà di una tensione spirituale dell'artista - il suo anelito all’assoluto! In tal caso, “come” può l’artista stesso metterlo in pratica,  essere  “canale” del sacro? E l’opera,  esserne un’attiva catalizzatrice ?

In tanti si sono posti questi interrogativi, tentando risposte adeguate, non facili per un’argomentazione così complessa e stimolante, ed uno spazio di scrittura maggiore ci porterebbe ad esempio a confrontarci con Malevitch, Eliade, Laing, Baudrillard,  Forenskij, Evdokinov, Restany, Maffei, e, tra i pittori, Kandinskij, Klee, Mondrian, Yves Klein ..

5. Proviamo a rispondere con quanto abbiamo finora compreso: - nonostante le differenze fra Icone e opera d’arte comunemente intesa siano forti - a partire dal fatto che l’artista moderno “ trae energia dalla soggettività, crea realtà che non sono codificate, inventa linguaggi che non esistono… “ (C. Maffei) - a mio avviso, è possibile rispondere positivamente ad entrambi i precedenti quesiti, ma a delle precise condizioni:

- che l’artista sia dotato di una grande consapevolezza di sé e del suo ruolo; 
- che possegga per sua natura un “dono”, e che lo coltivi con una purezza tale da rendersi  “con semplicità” portatore di messaggi speciali, provenienti da mondi “altri” – e qui si accorcia la distanza con il pittore di Icone!

- che faccia parte “di quegli artisti eletti che discendono in quel luogo segreto dove le potenze pre-mondane nutrono ogni evoluzione possibile” (P.N. Evdokimov),

Quest’ultima prerogativa è confermata da Paul Klee, che “tenta di esplorare la sfera pre-mondana, l’abisso senza forma né contenuto, di cui parla l’inizio della Bibbia, la potenzialità pura e ideale” (C. Maffei). In ogni caso, dovrebbe trattarsi di una persona non comune, che pratichi  un'arte non comune, che assuma in sé – nutrendole - delle  speciali prerogative e se ne serva per raggiungere quello scopo superiore.

Ma esiste questo genere di artista? O per lo meno, cosa “non” deve essere per realizzare quell’ideale?

Citiamo  a questo proposito Anne Delaby, fondatrice  del Cavaliere  Indaco:L’Artista non è un Prodotto dell’epoca, non ne ostenta la violenza, la volgarità, la decadenza, e non cade nelle stereotipie commerciali né sottostà alle leggi  di mercato, ma è un Condottiero, Sacerdote e Profeta, voce di un'altra realtà”

E riguardo all’arte, Anne?

“L’intrinseco potere di trasformazione dell’arte permette di portare Luce nel buio, ordine nel caos, e di trovare soluzioni in situazioni apparentemente prive di speranza …. Esprimere il non-manifesto… Far apparire l’Essere – l’essenzialità- entro la materia. Andare oltre l'Ego per arrivare all'Io. Partire dall'individualità quale "canale" di una realtà più ampia, più alta e "vera", per fecondare la società, unendo le forze e gli intenti per realizzare "L'Opera"..(A.D.)

Diceva  Paul Klee: “l’arte non riproduce ciò che è visibile, essa rende visibile ciò che non lo è”. Così l’artista ricrea il mondo.

E Kandinskij: “l’artista è un profeta che trascina in alto il pesante carro dell’umanità”.

Sono solo pochi spunti, ma già - tramite loro - possiamo considerare che, se si pratica un’arte veramente elevata, nobile, consapevole, “arresa” a più alte realtà/idealità, ad esse allineata,  l’artista può  diventare a pieno titolo un “tramite”  tra i mondi; può anzi spaziare in àmbiti ancor più vasti, andando persino oltre le categorie prettamente religiose  – come è proprio delle Icone - per esprimersi con attiva consapevolezza in  parametri liberi e universali riferiti al sacro e all’ideale. Può ad esempio riferirsi alla sacralità della natura, ed in tal caso le sue opere saranno “salvifiche” relativamente all’attivazione di nuove consapevolezze, al rispetto per la terra  e per tutto l’esistente;  lo stesso potrà accadere per quanto riguarda l’attivazione di comprensione, discernimento e giusta azione riguardo a realtà di estrema importanza per il bene dell’umanità come il rispetto dei  diritti umani e la pace nel mondo.