Sez. Attualità e cultura
Martedì 28 Febbraio 2017 "uscita n. 18"


Bob Dylan, un Nobel non propriamente anomalo


a c. di “Marino Faggella”

 

                                 
                                                                     Bob Dylan durante un suo tour
1.  Non e’ un caso, e neppure senza significato il fatto che proprio nel giorno in cui ci ha lasciato “il giullare” Dario Fo, l’Accademia Reale di Svezia ha deciso il 13 ottobre del 2016 di premiare col Nobel anche “un menestrello” e “cantastorie” come Bob Dylan. Tuttavia, quando la portavoce dell’Accademia svedese ha pronunziato a Stoccolma il nome del cantautore ebreo-americano, musicista e compositore di parole,  motivando in tal modo l’assegnazione a Dylan del Nobel per la letteratura: “ per avere creato una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora amaricana”, nel vasto salone della stampa c’e’ stato in verità un ampio clamore, seguito da commenti non propriamente positivi, pronti a sottolineare l’imprevedibilità e l’anomalia dell’evento. In realtà nessuno avrebbe mai creduto, neppure i migliori fan del cantautore americano, che la nobile Accademia si sarebbe spinta fino a tanto. Eppure, prima di una tale assegnazione non erano mancati - a parte Dario Fo, il quale prima di morire con qualche presentimento aveva detto che sarebbe stato contento se il premio fosse assegnato a Dylan - casi di letterati irregolari che avevano ricevuto a sorpresa la prestigiosa onorificenza come Harold Pinter nel 2005 e Svetlana Aleksjevic, e addirittura non letterati come il folosofo Bernard Russel o l’illustre uomo politico Wnston Churchil negli anni cinquanta. Secondo il parere di molti giornalisti e scrittori accreditati, con l’attribuzione al cantautore del Nobel per la letteratura la regale Accademia detentrice del premio ha veramente superato il segno, assegnando inaspettatamente la prestigiosa onorificenza ad un cantautore anche se di grandissimo successo e notorietà come lui. In realtà neppure si può dire che si trattasse di un evento inaspettato, se è vero che già nel lontano 1970 un prestigioso ateneo americano come la Princeton University gli aveva conferito la laurea ad honorem e non erano mancati successivamente premi e riconoscimenti che avevano sottolineato i meriti del cantautore e dalla sua arte a cominciare da diversi Grammy tra il 1973 e il 2006, l’Oscar nel 2001 per la migliore canzone ( “Things have changed” nel film “Wonder Boys”), il premio Pulitzer (2008) ed in ultimo la Nazionale Medaglia delle Arti, Assegnatagli nel 2009 da Barak Obama. Inoltre già dal lontano 1996 Gordon Ball, docente molto accreditato del Vigirnia Military Institute,  aveva scritto all’Accademia una lettera per candidarlo al Nobel, adducendo come motivazioni il fatto che a partire dai primi anni ’60, con le sue creazioni e composizioni conosciute in tutto il globo, Dylan, restituendo “dignità alla tradizione orale” era riuscito con le sue parole in musica a creare “un universo illimitato” che aveva pervaso il mondo. Dopo questo intervento, a dire in vero significativo, a parte un successivo tentativo da parte dello stesso Ball che in un saggio, intitolato espressamente Dylan e il Nobel, aveva ribadito nel 2007 i diritti del cantautore alla prestigiosa onorificenza, la candidatura di Dylan sembrava essere posta in stand bay fino alla eclatante proclamazione del 13 ottobre con cui, come scrive Avvenire “per la prima volta la canzone veniva ufficialmente ammessa nell’Olimpo della poesia e dell’alta letteratura. Un’arte che, nel suo approccio popolare, è in grado di entrare nelle vite e ancor più nelle coscienze  delle persone, che autori come Dylan hanno contribuito a plasmare come autentiche espressioni del Novecento e delle sue inquietudini. Una forma alta di espressione che l’industria musicale del Terzo millennio, ormai basata sul business dell’effimero globale, rischia di affossare per sempre”. Inteso così il Nobel a Bob Dylan, configurandosi come una specie di premio alla carriera, diviene un riconoscimento del valore della scrittura dei testi di un grande talento. Questa onorificenza, che evidentemente non deve aver fatto piacere agli scrittori di professione, ha finito col suscitare una selva di polemiche di segno opposto dividendo la schiera dei commentatori in favorevoli e contrari.
2. Partiremo dalla schiera, a dire il vero molto numerosa ed agguerrita, dei contrari che in tutto il mondo hanno manifestato variamente il loro dissenso in occasione della proclamata designazione. A Parte le comprensibili reazioni dei candidati giubilati, scrittori di professione più accreditati come Philip Rhot, Adonis, Don De Lillo, Ngugi Wa Thiong’oMurakamil, i quali nelle pagine dei social network non hanno mancato di manifestare il loro risentimento e contrarietà per la sconfitta subita da un aspirante meno gettonato, abbiamo l’obbligo per dovere di cronaca di fare il nome di alcuni scrittori che si sono preoccupati sia all’esterno che in Italia di effettuare una vera e propria levata di scudi per protestare, criticare e perfino condannare l’assegnazione del premio a Dylan. Cominceremo con Irvine Welsh, il quale, prendendosela innanzitutto con la giuria del premio, ha definita la concessione del riconoscimento a Dylan “un premio strappato per inconcepibile nostalgia dalla prostata di hippy rincoglioniti e farfuglianti”. In verità, l’autore di Trainspotting,  pur riconoscendo il valore artistico delle canzoni di Dylan, la cui meritata notorietà sia in America che nel mondo non viene da lui messa in discussione, si dichiarava però sorpreso e scandalizzato per il fatto che il suo nome sia ingiustamente compreso in un elenco in cui figurano nomi della statura di Hemingwai, Quasimodo, Montale, Hesse, Neruda ed altri e che le sue canzoni fossero assimilate ai prodotti della più alta letteratura, come la lirica, i romanzi, i saggi e altri generi che da secoli fanno parte di diritto della più nobile letteratura. In Italia, a parte le positive espressioni per la scelta operata dalla giuria emesse da un eminente studioso della lingua e della letteratura come Tullio De Mauro – che si è dichiarato favorevole all’assegnazione del premio a Dylan per il fatto che avesse giustamente allargato “i confini del Nobel dalla letteratura accademica, patinata, nobile a quella non meno nobile ma di grande circolazione e popolarità”- ha avuto maggiore presa e diffusione sui giornali l’opinione dissenziente di uno scrittore-giornalista pluripremiato come Alessandro Baricco, che, assecondando l’opinione di Welsh, sulle pagine del Corriere della Sera si è assunto da noi l’ingrato compito riduttivo di giustiziere:” Dylan è un grandissimo, ma per quanto mi sforzi, non riesco a capire che cosa egli centri con la letteratura”.
3. Per dare risposta ad un a tale affermazione di Baricco - il quale, ritenendo che i premi per la letteratura dovrebbero essere assegnati esclusivamente agli scrittori e letterati di mestiere, arriva per questo a porre in dubbio il valore letterario delle opere di Bob Dylan - prima di illustrare il valore dell’opera del cantautore per dimostrare il diritto e l’attendibilità del riconoscimento ricevuto, conviene, secondo noi, chiarire innanzitutto il concetto e la definizione di letteratura per vedere se sia giusta o no la dubbiosa domanda che ha assillato in questi giorni molti commentatori: che cosa centrano Dylan e le sue canzoni con la letteratura? Senza andare troppo lontano, la semplice lettura di un dizionario dei termini della critica letteraria ci consente di avere almeno una generica definizione di quell’ampia cornice dei fatti letterari che suona così:” Letteratura è l’insieme delle opere in versi o in prosa, scritte in una data lingua, esprimenti la mentalità, le passioni, gli ideali, i gusti di un determinato autore, popolo o nazione che abbiano un intento artistico o che abbiano un valore d’arte anche se non sempre, come nel caso della poesia popolare, i loro autori se lo proposero”. Fatta questa premessa, nessuno può negare che le canzoni di Dylan, che hanno influenzato diverse generazioni, in particolare i testi di parole molto belli che pari alla musica le sostengono,  abbiano raggiunto analogamente a qualsiasi altro modello di poesia il più alto livello dell’arte pur non rientrando strettamente all’interno della qualifica dei generi letterari.  
Neppure la presenza della musica, componente essenziale insieme alle parole delle canzoni di Dylan,  può essere indicata come un impedimento o limite rispetto al riconoscimento artistico-letterario di esse non fosse altro perché diversi generi di poesia già hanno avuto a che fare col “mèlos” fin dalle lontane origini della letteratura, come testimonia anche l’antica denominazione valida ancora oggi di lirica, un tipo di poesia che un tempo era concepita o recitata con l’accompagnamento musicale della lira. In seguito, anche per effetto dell’invenzione della stampa, la poesia scritta si è autonomamente evoluta distinguendosi da essa e complicandosi in rigide regole e distinzioni metriche che comunque conservano ancora traccia dell’antica melodia, come testimoniano le denominazioni di canzone, canzonetta e melodramma, l’opera lirica nella quale con grande successo si ricompose nel diciannovesimo secolo l’originario equilibrio di musica e parole, e tale necessaria armonia si ritrova nella canzone moderna che con successo ha preso il posto del  melodramma dopo la sua crisi.    
4. Pertanto, premesso che la poesia per canzone, cioè abbinata o combinata con la musica , non vale meno della poesia pura non c’è nulla di scandaloso nel definire poesie i testi di Dylan, come quelli di altri grandi cantautori, visto che la poesia è nata fin dai tempi di Omero per essere cantata da antichi aedi o rapsodi. Di questo pare fosse convinto lo stesso cantautore americano, il quale in un’intervista del 1991 dimostrava così la sua soddisfazione  nel 1991 per il successo ottenuto dal suo “Joey”, dovuto alla perfetta armonia della musica con le parole:” Secondo me, per non vantarmi, questa canzone è come una ballata omerica”. In effetti quella del cantautore americano, che ricorda da vicino i poemi orali dei primi cantori della storia, è un’arte popolare che almeno inizialmente percorre strade che poco hanno a che fare con le espressioni tecniche e musicali ammesse dalla cultura elevata. Egli, al contrario, preferisce cantare con libertà e semplicità come “gli ditta dentro” lontano dalle regole e senza lenocini, proponendosi come unico obbiettivo quello di comunicare col suo pubblico a prescindere dai suoi mezzi canori a dire il vero non molto elevati. La sua, analogamente al grammelot di Fo, è un tipo di letteratura orale, fatta di versi densi ed evocativi, intonati con una voce graffiante, accompagnata dall’inconfondibile armonica. Ancora oggi, a settantacinque anni sempre in pista nei suoi tour, il cantautore americano tiene ancora in vita il suo stile e le canzoni che hanno fatto la sua e la nostra storia degli ultimi cinquant’anni facendolo assurgere a pietra miliare della musica contemporanea. Il cantautore statunitense, diversamente dagli altri autori ed interpreti della canzone moderna, che pure hanno lasciato un segno nella nostra cultura, è stato ed è qualcosa di più. Dylan è un’eccezione, egli è un classico ancora vivente e un modello fondamentale per gli uomini della nostra epoca che è stata sicuramente influenzata dalla sua musica profondamente innovativa e dai messaggi contenuti nelle sue canzoni che hanno contribuito certamente ad accrescere il patrimonio dell’arte e del sapere dell’uomo nell’età contemporanea. Questi titoli giustificano senza dubbio il conferimento a lui del prestigioso Nobel per la letteratura. Per allontanare ogni ulteriore dubbio sui meriti di Dylan a ricevere il prestigioso riconoscimento si dirà per concludere che il ricco industriale svedese Alfredo Nobel, l’ideatore del premio, forse per farsi perdonare per aver inventato la dinamite nel suo testamento-statuto per il conferimento dello stesso ha indicato due criteri essenziali che, mi sembra, corrispondono perfettamente al caso del cantautore: “avere il massimo rilievo in campo idealistico ed essere di beneficio per l’umanità”.
5. Un sintetico profilo del cantautore e una descrizione essenziale della sua arte potrebbe servire, secondo noi, a chiarire meglio le cose. Diremo innanzitutto che non è agevole trovare un’unica e sintetica definizione per un personaggio come Dylan, sia uomo che artista, non disposto sia per carattere sia per amore della libertà e a lasciarsi intrappolare in ruoli o precise etichette. Per quanto di non facile realizzazione cercheremo, comunque, di fornire un’interpretazione il più possibile rispondente alla verità di questo complesso protagonista della nostra epoca. Si dirà innanzitutto che Dylan è ricordato da quelli della sua generazione come “folk singer”, un cantante popolare che non si è fatto scrupolo di accusare, biasimandoli, “i masters of war” e di incitare, aizzandole, folle di studenti che ascoltavano le sue canzoni raccolti nei sit-in. Ma, questo ruolo da lui avuto sul costume giovanile del suo tempo, anche se essenziale è solo una parte della sua composita  figura, cui comunque conviene aggiungere altri dati, in particolare la fondamentale influenza che il cantautore americano ha avuto sul complesso della musica rock. Anzi, si dirà di più, Dylan e il musicista al quale va il merito di avere creato il folk-rock, fondendo queste due forme di musica in un’arte sola che proprio per questo ha avuto nel tempo una miriade di imitatori. Ma se volessimo trovare per lui un’unica e sintetica qualifica dovremmo dire che Dylan è stato ed è soprattutto “un mito”, forse l’unico mito nella storia contemporanea della musica a cominciare dalle canzoni impegnate di protesta degli anni sessanta alla sua successiva fortuna di cantante rock, fino al ripiegamento finale in un soggettivo lirismo interiore nel quale molta parte ha avuto, secondo noi, anche la sua conversione religiosa. Nell’esperienza artistica del cantautore americano è possibile cogliere questo dato fondamentale: egli ha cominciato come poeta popolare, è partito dal folk, il mezzo più sicuro per veicolare i contenuti impegnati della sua protesta politica, poi via via ha abbandonato l’engage  e l’abito del folksinger per assumere diversi contenuti più interiorizzati corrispondenti alle sue diverse esperienze di vita che generalmente sono argomenti della poesia lirico-soggettiva come l’amore, la solitudine e il bisogno insorgente del sacro. Qualcuno ha sostenuto che l’aspetto religioso è la vera chiave di lettura e di interpretazione dell’intera opera del cantautore statunitense. Fin dal tempo dei suoi “talking blues” la musica di Dylan ha verosimilmente avuto un’essenziale natura religiosa, a tal punto che anche la sua concezione morale e politica che scaturiva dal suo impegno di poeta-vagabondo e giustiziere  potrebbe ritenersi una specie di cristianesimo eroico  a causa della presenza di temi apocalittici che ricordano quelli della Bibbia.
Non sono rari i casi in cui Dylan sia apparso ai suoi sostenitori come una specie di invasato soprattutto quando scagliava lugubri condanne ed anatemi nei riguardi di quelli che sono da lui ritenuti responsabili dei mali del mondo, come le guerre e le sofferenze delle deboli minoranze che durante i grandi raduni hanno visto in lui un nuovo profeta, il sostenitore di una liturgia in una società violenta e ingiusta che non riconosce più il conforto della vera religione.
6. Questo miracolo e’ frutto e invenzione geniale di un ragazzo ebreo di nome Robert Allen Zimmerman, cresciuto a Duluth nel Minnesota, nel cuore rurale degli Stats e lontano dalle grandi metropoli americane. Qui, in particolare a Minneapolis egli frequentò con scarso successo gli studi universitari e fece le prime esperienze musicali, esibendosi dal vivo in un piccolo complesso rock. Nel 1961 Robert, che nel frattempo aveva assunto il nome di Bob Dylan in onore del poeta Thomas Dylan, si trasferì a New York per frequentare i circoli del Greenwich Village, dove convenivano gli aspiranti poeti-musicisti del folk americano, e per conoscere da vicino il suo idolo musicale Woody Guthrie, allora nella fase declinante e quasi morente. A scoprire la sua voce fu John Hammond, produttore e talent scout che, come aveva fatto con Aretha Franklin, presentì la grandezza di Dylan, sebbene la sua voce non fosse certamente bella ed gli avesse un comportamento  caustico ed arrogante. Hammond fu il primo a capire il talento del giovane il quale come i poeti surrealisti componeva poesie in cui gli sembrava che egli sapesse coniugare insieme con una straordinaria capacità visionaria la feroce realtà sociale e politica col malessere e i bisogni delle nuove generazioni. Questo serve a spiegare perché gli studenti degli anni ‘sessanta abbiano visto in Bob Dylan il corifeo e il simbolo di quel grande movimento rivoluzionario che prende il nome di “Contestazione” le cui canzoni hanno accompagnato le marce di protesta di migliaia di giovani in tutto il mondo. Nelle mani del cantautore americano la canzone, di solito ritenuta un mero prodotto della moda e del consumo, evitando le solite banalità  ricorrenti, componendo insieme parole e musica in maniera equilibrata diventava “impegnata”, un genere poetico nuovo ed  uno dei canali preferiti e più alti di espressione di un’intera generazione.  
In tutto il mondo epicentro delle rivolte studentesche del ’68 furono le università, dove con una critica serrata che investiva sia i contenuti del sapere dominante sia il sistema dell’ideologia borghese, venivano messi in discussione il modello autoritario di potere presente contemporaneamente nel mondo della società e della cultura, e si rilevavano le profonde contraddizioni presenti in quasi tutti gli stati interessati dal sistema economico del capitalismo, a causa della inadeguatezza di governo dei gruppi politici dominanti rispetto allo sviluppo e alle richieste che provenivano dai diversi ordini sociali. Nel ’68, quando prese l’avvio il movimento di contestazione degli studenti, gli Stati Uniti erano impantanati in quella guerra che, aperta in sordina da John Kennedy e condotta alle estreme conseguenze negative da Jhonson per salvare il prestigio economico e militare dell’America, stava assumendo una piega del tutto sfavorevole per la più grande potenza del mondo, malgrado l’inferiorità delle forze messe in campo. Negli Stats la pressione del fronte contrario alla guerra si fece più violenta, man mano che arrivavano notizie sempre più truci dal fronte di quella guerra, la prima combattuta davanti alle telecamere. Il trauma planetario di quel conflitto, trasmesso quotidianamente per televisione, formò si può dire gran parte dell’anima collettiva di quel movimento che, in verità, era cominciato qualche anno prima del sessantotto nell’università di Barkley in California, mitico campus dei giovani pacifisti “figli dei fiori”che si opponevano alla guerra fumando marijuana e cantando le “canzoni di protesta” di Bob Dylan che divennero un veicolo attraverso il quale migliaia di individui esprimevano il rifiuto di un mondo e di una società fatta di violenza e di ingiustizie. Non c’era mai stato prima, né ci sarà dopo un periodo storico come quello del ‘sessantotto in cui per la prima volta il mondo della musica si è trovato in sintonia con gli avvenimenti esterni, avvicinandosi alla realtà sociale, in particolare alle dimostrazioni giovanili di quegli anni.
7. Nel corso di una lunghissima carriera, che ancora dura oggi, Bob Dylan ha scritto una grande quantità di canzoni - per lo più pubblicate in 59 raccolte e in una serie di 12 album, l’ultimo dei quali Fallen Angels è uscito lo scorso anno – alle quali si sono ispirati due generazioni di cantautori di tutto il mondo. In una tale messe di opere, alcune molto note altre meno, conviene fare una selezione, scegliendo quelle canzoni che per quanto siano state composte quarant’anni fa hanno un’attualità sconcertante e un forte valore documentario dell’arte di Dylan nel periodo della contestazione. Lasciando spazio ai versi e alle parole del cantante punteremo la nostra attenzione su alcune di esse che secondo il nostro parere di interpretazione hanno lasciato una forte impronta nella storia rivoluzionando la nostra società.
 In Blowin’ In The Wind  (Vola via nel vento), composta nel maggio 1962 e pubblicata su disco l’anno dopo, il poeta intona in questo modo la sua avversione contro la follia della guerra in quella che probabilmente è la più nota delle sue canzoni di protesta : “E le palle di cannone quante/volte dovranno volare/prima di abolirle/per sempre?/La risposta, amico mio,/vola via nel vento”. La canzone che Dylan disse di aver scritto in soli dieci minuti mentre era seduto al tavolino di un caffè viene indicata come lo stereotipo di tutte le canzoni di protesta degli anni ’60, tanto che divenne in breve l’inno pacifista di un’ intera generazione in lotta contro la rovinosa guerra in Vietnam. Questo canto lirico che si articola in una serie di domande destinate a rimanere senza una risposta è un inno capolavoro di struggente bellezza che fin dalla sua prima formazione ha ispirato per decenni poeti e musicisti di ogni nazione da Joan Baez al nostro Luigi Tenco.
In “Master of war “, non a caso pubblicata nello stesso anno, troviamo una dura requisitoria contro quelli che egli chiama I Padroni della guerra, inflessibilmente sferzati per la loro viltà e condannati per la loro avidità di denaro e l’insensibilità dimostrata verso il dolore di coloro che costretti da loro a combattere subiscono le distruzioni della guerra: “Venite, padroni della guerra/Voi che costruite i grossi cannoni/Voi che costruite gli aeroplani di morte/Voi che costruite tutte le bombe/Voi vi nascondete dietro ai muri/…..Voi mettete un fucile nella mia mano/ E vi nascondete dai miei occhi/E vi voltate e correte lontano/Quando volano le veloci pallottole/come Giuda dei tempi antichi/…Voi caricate le armi/ che altri dovranno sparare/E poi vi sedete e guardate/Mentre il conto dei morti sale/E voi vi nascondete nei vostri palazzi/Mentre il sangue dei giovani/Scorre dai loro corpi”….
Con le note dolenti di The Times The Are a-Changin’  (I tempi stanno per cambiare) del 1964, che a ragione è stato definito un vero inno generazionale, il poeta eleva il suo canto per celebrare la battaglia che i giovani  stavano combattendo in quegli anni per ritagliarsi nuovi spazi con l’affermazione di quei principi che purtroppo venivano osteggiati dai detentori del potere e dai sostenitori degli obsoleti valori tradizionali, incapaci di comprendere la rivoluzione e i cambiamenti in atto nella storia: :”Venite, senatori/Uomini del congresso/Per favore ascoltate la chiamata/Non rimanete sulla porta/Non bloccate l’atrio/…C’è una battaglia la’ fuori/Che sta infuriando/Presto scuoterà le vostre finestre/E farà tremare i vostri muri/Perché i tempi stanno cambiando/ Venite, madri e padri/da tutto il paese/E non criticate/ Quello che capire non potete”.
Like a Rolling Stone” (Come un sasso che rotola via) del 1965, una lunga ballata di sei minuti, è espressione di due cambiamenti avvenuti nella vita di Dylan che comunque sono da porsi in qualche relazione. Il movimento della contestazione, che era iniziato sotto il segno del grande entusiasmo ormai ristagnava, - e’ questo il significato della prima strofe della canzone:” Che effetto fa,/Che effetto fa,/Cavartela da sola,/Non poter tornare a casa/Che nessuno ti conosce,/Come un sasso che rotola via”? in cui si rappresenta il deludente desiderio di una fanciulla di tornare al suo paese -  facendo andare in crisi anche il ruolo del Folksinger che ormai insoddisfatto dei risultati fin qui ottenuti avverte il bisogno di un mutamento salutare nella sua arte. Comunque si voglia intendere la prima strofe - non tutti sono disposti a seguire la più corrente spiegazione anche da noi condivisa - la canzone è molto importante perché registra un fondamentale cambiamento nella maniera artistica del cantante che compie un importante salto di qualità passando dal folk puro al rock. Nel 1965 vi era stato in America un grande avvenimento musicale, segnato dalla British Invasion dei Beatles, che avevano introdotto con la chitarra elettrica una significativa novità di cambiamento musicale. Entusiasta dei risultati ottenuti dal nuovo mezzo musicale adottato dagli inglesi anche Dylan decise di adottarlo incurante delle reazioni dei più fedeli amanti del folk. Essi non mancarono di farsi sentire il 26 luglio dello stesso anno in occasione del festival di Newport, dove  l’antico folksinger, adottando batteria e chitarra elettrica, dava la prima dimostrazione del suo nuovo sound che però non trovò il consenso del tradizionale pubblico del folk legato ancora al tabù delle antiche armonie. Comunque la chitarra elettrica aveva fatto il miracolo di traghettare il cantante dalla musica popolare al più moderno folk-rock.