Attualità e Cultura

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                                                                                                                                                Martedì 30 Giugno 2015 "uscita n. 15"

 

Cuore tedesco”, il ruolo egemonico della Germania e l’attuale crisi dell’UE

di Raffaella Faggella

 

                     Descrizione: Risultati immagini per germania e Ue foto

                La bandiera tedesca si erge alta non solo sui palazzi di governo tedeschi  Descrizione: .

 

1.    Gli ultimi avvenimenti di questi giorni diffusi ampiamente dai media, in particolare la drammatica esplosione del problema dei migranti e la recrudescenza dell’indebitamento della Grecia, ci inducono a fare una cosciente riflessione sulla crisi attuale della U.E. che non può essere attribuita, secondo il parere di molti osservatori, esclusivamente ai riflessi economici negativi dell’attuale globalizzazione, ma a più profonde ragioni ideologiche, politiche e culturali. In realtà l’area ormai molto allargata dell’U.E. appare travagliata da una grave crisi di consenso popolare e di governabilità la cui soluzione non può derivare solo dall’imposizione di dure regole di austerità e di riformismo economico ma, in un mondo che cambia vertiginosamente sotto i colpi inevitabili di un’estensione incalzante dei mercati, avrebbe bisogno innanzitutto di una rinnovata legittimazione ideale, identitaria e politica. In effetti il futuro dell’Europa non può solo dipendere dalla contrapposizione fra austerità e crescita ma anche dalla capacità politica degli stati di offrire ai popoli un disegno ideale e una prospettiva economica decisamente più attraente.   

2.   Si ritiene giustamente che la necessità di rispondere concretamente alla grande crisi attuale ha finito con l’appiattire in via definitiva la grande dimensione del nostro continente, a tal punto che il destino comune dell’Europa, invocato dai grandi leader del passato, come De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman si è perso  nella fredda casistica dei codicilli del fiscal compact. Non si può negare che quest’ultimo sistema, sottoscritto a Maastricht dagli stati con impegni reciproci, fatto di regole e di vincoli che riguardano in particolare la disciplina dei bilanci statali, unitamente all’impiego dei cosiddetti “fondi di salvataggio” e agli interventi della BCE ha contribuito, almeno per ora, a garantire la tenuta dell’Unione. Ma se viene distrutto il senso di appartenenza ideale dei popoli al loro continente non ci dobbiamo poi meravigliare se tutto ciò ha generato inevitabilmente un incolmabile “deficit di democrazia” che tra l’altro ha dato origine anche da noi ad atteggiamenti, e campagne antieuropeiste condotte innanzi dai partiti populisti.

2.  Negli incontri dei capi di stato, nei vertici politici e in diversi convegni si continua a discutere di un’UE da rilanciare o addirittura da rifondare per evitare che nei cittadini si consolidi sempre più l’immagine opprimente di un’Europa da cui sarebbe meglio fuggire. Eppure è assurdo che i maggiori rappresentanti degli stati dell’Unione non abbiano ancora dato una risposta definitiva alla soluzione di questi problemi. Jan Monnet, uno dei padri fondatori dell’Unione (congetturando un lineare percorso logico che, partendo dalla condivisione di una politica economica fondata sulla reciproca solidarietà degli stati, giungesse in modo spontaneo e senza forzare i tempi prima all’unione monetaria ed infine all’agognata unione politica) alla fine degli anni Settanta, nel tempo in cui si preparava il Sistema monetario europeo ottimisticamente poteva così sostenere: ”attraverso la moneta unica l’Europa diventerà politica in cinque anni”. In effetti lo SME è stato varato, la moneta unica è arrivata alcuni anni fa nel 2002, ma l’Unione politica è ancora di là da venire, mentre gli istituti comunitari (Europarlamento e Commissione Europea) che dovrebbero prefigurare un futuro esecutivo politico son divenuti nel frattempo troppo burocratici ed ingombranti.

  Tutto ciò accade mentre l’Europa è attanagliata da una crisi mortale, e i suoi concittadini sono smarriti di fronte all’aumento della disoccupazione, della criminalità, della violenza del terrorismo e di un’incontrollata immigrazione percepita come minaccia. Non è possibile trovare rimedi a queste situazioni finché gli egoismi nazionali costituiranno un freno all’integrazione e le impacciate strutture burocratiche dell’Unione odierna, costituita da 28 paesi, hanno bisogno di tempi lunghissimi per prendere un decisione, limite gravissimo in un mondo che corre a dismisura. Oggi l’Ue appare in qualche modo come la causa, e non la soluzione dei problemi che la sua popolazione si trova ad affrontare, in particolare, la crisi dell’Eurozona, che quest’anno tende chiaramente a riacutizzarsi: il rischio di default della Grecia è altissimo, e non si riesce ancora a capire se la Germania finirà per tentare di salvare l’euro, malgrado le dichiarazioni apparentemente rassicuranti dei suoi leader.  

3. L’arduo cammino dell’U.E. che nell’intenzione dei maggiori storici esecutori, passando da una prima fase economica avrebbe dovuto aprire la strada alla realizzazione politica del disegno federalista degli Stati uniti dell’Europa, è stato ampiamente seguito dagli studiosi. In un nostro precedente intervento centrato sulla crisi dell’Unione e sul suo difficile e problematico cammino, abbiamo citato il volume di Dastoli e Santaniello C’eravamo tento amati nel quale si sottolineava che il risultato negativo del referendum francese del 2005, seguito poi da un analogo risultato olandese, aveva sancito l’inizio di un processo di ridimensionamento se non proprio di esclusione del comune sentimento di appartenenza europea proprio di due fra i fondamentali paesi fondatori dell’UE. Occorre aggiungere che questo avvenimento non e’ stato solo un campanello di allarme, ma ha significato un principio di sfaldamento di un’unione che sta dando indubitabili segni di cedimento. La maggior parte dei commentatori, così fa anche il germanista Angelo Bolaffi nel suo fortunato libro Cuore tedesco, sono d’accordo nel sottolineare che “il principale difetto che viene comunemente imputato all’Europa è quello di non riuscire a scaldare il cuore dei suoi cittadini, di non produrre un senso di appartenenza collettiva. Di essere insomma senz’anima”:“l’identità dell’Unione europea – ha osservato Silvio Fagiolo, convinto europeista- manca della sostanza emotiva della nazione, la profondità storica è basata piuttosto sulla ragione. Sono assenti i simboli collettivi, giornate storiche, battaglie decisive (…) memorie proprie da contrapporre a quelle degli altri”.

Date queste premesse, non ci resta allora che rassegnarci ad un inevitabile declino di quella idea dell’Europa che nel dopoguerra è stata progettata dai padri fondatori e poi realizzata pur con tutti i limiti che sono stati sopra elencati?

4. Angelo Bolaffi, profondo conoscitore della realtà di ieri e di oggi della Germania, nel suo libro già ricordato, (malgrado il parere contrario di molti commentatori che attribuiscono proprio all’establishment economico e politico tedesco le ragioni della crisi attuale dell’Unione a causa dell’eccessiva rigidezza nel dettare agli stati regole troppo strette per poter essere osservate) sostiene che il modello socio-economico tedesco non solo e’ esclusivo dei paesi a rischio ma addirittura il più inclusivo, giusto ed efficace per essi dal punto di vista produttivo, tanto che viene proposto come l’unico esempio da seguire per cercare di risolvere contemporaneamente la crisi del sistema politico generale e quella economica che li attanaglia:” Il Moddell Deutschland (…)rappresenta un modello di riferimento, <<un modello di cambiamento e di riforma (…) un modello per l’Europa”. Ma quali sono i titoli che il modello tedesco ordoliberale può vantare perché esso non solo venga accettato dagli stati ma anche (è questa la tesi del libro) si riconosca in definitiva una salutare egemonia della Germania all’interno dell’Europa? Per dimostrare ciò Bolaffi compie un viaggio colto e avvincente all’interno della storia e della politica del paese che secondo lui rappresenta il cuore d’Europa per far luce sulle ragioni di quel “miracolo tedesco” che è sia economico che culturale.

   Secondo Bolaffi il sistema tedesco, in contrapposizione a quello neoliberista anglo-americano condiviso da molti paesi europei, troppo individualista e fondato su una eccessiva deregulation, si presenta come più giusto e funzionale di quest’ultimo in quanto senza trascurare i diritti del singolo scommette, come sostiene l’autore, piuttosto sul collettivo e su un’alta integrazione sociale di tipo sistemico: “mentre quest’ultimo, prigioniero di un’ingenua fiducia nelle capacità di autoregolazione del mercato, pensa che l’ordinamento economico sia un risultato automatico della libera concorrenza e dell’assenza di qualsiasi intervento pubblico, l’ordoliberalismo si muove secondo il postulato che proprio per garantire il libero ed efficiente funzionamento di un mercato altrimenti imperfetto c’è bisogno dell’intervento dello stato e quindi anche di una politica sociale”. Esso sarebbe, pertanto, una versione più sofisticata di capitalismo nella quale la ricerca è integrata con la produzione, le relazioni industriali, diversamente da quelle eccessivamente conflittuali che caratterizzano i rapporti della parti sociali dei  sistemi neoliberisti, compreso il nostro, sono impostate su pacifiche relazioni che consentono, col consenso degli organi di governo in funzione di arbitrato, una partecipazione ai benefici dello sviluppo economico e ad una diffusa giustizia fiscale e sociale. Non v’è chi non veda come il sistema tedesco rifiuti decisamente il precetto marxiano fondato sulla lotta di classe e si preoccupi di utilizzare alcune delle tesi gentiliane che sono alla base della ricetta del corporativismo che sono state da noi rigettate a partire dal secondo dopoguerra.

 5. Ma aderiamo più strettamente al contenuto del libro di Bolaffi, che, come si è detto, svolge un viaggio storico per convalidare la sua tesi, individuando due diverse  momenti della storia che, secondo lui, ci aiutano a capire le ragioni dell’attuale potenza economica e politica della Germania: una prima fase, caratterizzata da un difficile e sofferto itinerario che ha visto la nazione tedesca procedere dopo la sua resa “dalla guerra verso una difficile pace” gravata dagli odi e delle recenti rovine e durante il quale si sarebbe costituita l’Unione europea quale baluardo contro il comunismo sovietico, ma anche per paura delle grandi potenze occidentali del risorgere dopo Hitler del sistema bismarchiano; e un secondo momento, che dopo la ricostruzione ha visto la Germania impegnata in un positivo e progressivo cammino “dalla pace verso l’attuale potenza” che assegna infine al popolo tedesco un ruolo economico e strategico eccezionale non solo in Europa ma anche nel resto del mondo. Tra questi due momenti della storia viene indicato come fondamentale elemento di divisione la caduta del Muro di Berlino (9 nov. 1989) che secondo l’autore sarebbe un autentico “spartiacque” spirituale, equivalente geopolitico a distanza di due secoli della presa della Bastiglia, rappresentazione simbolica e fisica del crollo di tutti i presupposti storici e strategici dell’integrazione europea. Insomma la caduta del Muro, per unanime parere degli storici, ha rivelato i difetti di origine dell’Unione che piaccia o no, aveva un padre e una madre: il problema della questione tedesca e la minaccia sovietica.

   Bolaffi ha ricostruito puntualmente i momenti cruciali e le reazioni di segno diverso che si verificarono in seguito a quell’abbattimento: l’entusiasmo tedesco da una parte e la paura da cui furono presi i maggiori leader politici di fronte ad un evento probabilmente prematuro ed inatteso. Helmut Kohl, il padre della riunificazione tedesca nelle sue memorie narra così quei mille decisivi momenti:” Il 1989 fu l’anno di una grande svolta nella storia continentale. I popoli della DDR e in altri Stati dell’Europa centrale, orientale e sudorientale, dopo cinquant’anni, conquistarono la libertà. Per noi tedeschi, ma anche per tutti i nostri amici all’Ovest e all’Est, la caduta del Muro di Berlino e l’apertura della porta di Brandeburgo furono eventi sognati da tempo nel profondo. Per 28 anni il Muro fu il simbolo della disumana divisione della Germania e dell’Europa. Ora rivedo nella memoria quelle immagini commoventi della frontiera aperta. Chi mai potrà dimenticare la gioia catturata dalle immagini di allora sui volti della gente”. Quel giorno, nella città simbolo della guerra fredda finiva in effetti il ‘900, il secolo più violento nella storia dell’umanità, e si è dissolto l’ordine geopolitico della seconda guerra mondiale stabilito a Jalta che ha dato origine alla riunificazione della Germania, auspicata certamente dalla maggior parte dei tedeschi ma temuta e guardata con sospetto dai leader politici europei.

    Interpretando giustamente il clima che regnava nell’autunno del 1989, non del tutto favorevole ad una concreta possibilità della riunificazione della Germania, Fritz Stern così sosteneva:”La Germania vuol pensare al suo futuro ma le altre nazioni la costringono a pensare al suo passato”. In effetti quel passato doloroso non era stato dimenticato dai tedeschi. Del resto come sarebbe stato possibile accantonare le sconfitte della guerra e la vergogna della Shoah! Proprio per questo, come sostiene Bolaffi, la Germania aveva dovuto fare duramente i conti col proprio passato per realizzare “un profondo ravvedimento politico e culturale (metanoia) “ che concretatosi nella forma di un doloroso ripensamento del proprio trascorso storico (fino al punto che Auschwitz divenne il mito fondante della Repubblica Federale) le avrebbe consentito al termine del processo di avviare la sua rinascita, proprio a partire dall’abbattimento di quel muro reale e simbolico che con la sua stabilità sembrava avesse arrestato definitivamente la vita e il progresso del popolo tedesco.

     In quella circostanza, mentre i media fornivano in diretta le immagini di quel frenetico abbattimento, le cancellerie alleate dell’Europa occidentale entrarono in fibrillazione, per cui evocando i fantasmi del recente passato ed in preda ad antiche paure cercarono di ostacolare l’ipotesi dell’unità tedesca. Mitterrand, Thatcher e il nostro Andreotti non fecero mistero di temere che la riunificazione delle due Germanie potesse prospettare una rinascita della storica minaccia tedesca. Il nostro primo ministro che era un maestro nell’arte dell’ironia, di fronte al pericolo di una rinascita del pangermanismo, e seriamente preoccupato di una Germania troppo potente non evitò di far conoscere la sua posizione, sostenendo causticamente:”amo tanto la Germania che preferisco averne due”. Malgrado queste avversioni, caduto il Muro di Berlino, l’equilibrio strategico dell’Europa si è spostato inevitabilmente dal limite del Reno verso il corso dell’Elba consentendo la realizzazione del nuovo progetto tedesco che si è concretizzato in uno straordinario sviluppo economico, demografico e politico che in pochi anni, finendo con isolare Francia e Italia, si è lasciato alle spalle le altre nazioni, compreso il Regno Unito che solo grazie alla protezione del Commonwealth si è salvato relativamente.

6. Nel frattempo, anche se con molta fatica negli anni che vanno dal 1950 al 1989 l’Europa, nascondendo paure e risentimenti, era diventata una famiglia “sia pure sui generis – come sostiene Bolaffi, perché tenuta insieme non dall’amore reciproco ma dall’interesse e dalla paura”. Anche per questo negli anni successivi ai leader si prospettarono due strade: costruire l’Europa politica come proponevano inizialmente i tedeschi o quella indicata successivamente dai francesi, che, poco disposti a cedere sul piano della nazionalità e decisi più che mai a togliere dalle mani della Germania la potente arma del marco, riprendendo il Piano Delors indicarono con Mitterrand la prospettiva della moneta unica. La repubblica democratica tedesca, costretta a rinunziare al progetto dell’unione politica  per la resistenza dei partner europei, soprattutto quella della Francia “impose quale requisito per entrare a far parte della moneta unica (i cosiddetti “criteri di Maastricht”) l’adesione alla propria filosofia di stabilità monetaria sotto il controllo di una Banca centrale europea organizzata secondo il modello della Bundesbank” (Bolaffi). Le cose funzionarono all’inizio con l’illusione che la moneta unica fosse capace da sola di estendere a tutta l’Europa la stabilità tedesca. Ma in assenza di vera sovranità e senza la necessaria unione politica a lungo andare il  macchinoso sistema di Maastricht, di fronte alla potente crisi economica dovuta alla globalizzazione dei mercati, ha mostrato inevitabilmente i suoi limiti. Questo spiega perché in questi ultimi tempi anche la Merkel appare convinta della necessità di dover correggere gli errori dovuti al sistema dell’euro.

   Certo che le cose sarebbero potute andare diversamente se si fosse capito che non sarebbe stato facile trasferire a tutti i paesi dell’area continentale un sistema esterno per quanto stabile. A soffrirne, dopo la firma sconsiderata del protocollo unico, è stata soprattutto l’Italia che per dover accettare il modello economico della Germania, riassunto dalla formula” governi stabili e moneta stabile” ha dovuto rinunziare al pilastro flessibile del nostro sistema, fondato sulla formula “governo debole moneta debole” che le aveva consentito di navigare senza danni anche nei momenti di forte recessione.

7. Date queste premesse, saremmo tentati di drammatizzare l’attuale situazione dell’Europa auspicando un futuro piuttosto incerto per tutti noi. Accanto a questa visione pessimistica vi è tuttavia un altro modo di vedere gli stessi problemi da una diversa e meno oscura prospettiva: I rendimenti dei titoli di Stato non hanno ancora superato il punto di non ritorno, la Grecia non è ancora fallita, l’Eurozona non si è ancora disintegrata. Le nazioni europee pur in possesso di economie non competitive, compresa l’Italia, sono riuscite fino a questo momento a mantenersi a galla pur fra rinunce e mille difficoltà. Gli europei non hanno comunque di che rallegrarsi. Certamente si dovranno prendere ardue decisioni mentre la difficile partita che l’Unione sta giocando è ancora in corso.  Ma se gli Stati, mettendo da parte i loro particolari egoismi, avanzeranno verso la realizzazione delle necessarie riforme strutturali possiamo sperare in un’Unione che non solo sia capace di sopravvivere ma sia anche in grado di ritrovare il benessere la prosperità  già goduti in passato. Ma la costruzione di un’autentica Europa unita, non solo dal punto di vista monetario, deve prima passare attraverso un duplice riconoscimento: gli stati continentali dovranno guardare alla Germania con sguardo diverso dal passato e riconoscere la sua egemonia  come un  dato di fatto; la nazione tedesca per parte sua, mettendo da parte il ruolo esclusivo giocato finora di difensore ad oltranza delle regole di stabilità, deciderà di assumersi la responsabilità della guida dell’Europa. Comunque il futuro dell’UE, e in questo concordiamo perfettamente con Bolaffi, rimane legato alla convinzione della Germania non di imporre ma di proporre democraticamente e pacificamente la propria egemonia e da parte degli altri popoli alla persuasione che il modello tedesco sia assolutamente necessario per la loro salvezza e quella dell’Europa.