L’America al tramonto di Bush

di  Raffaella Faggella

Lunedì 9 Marzo 2009 "uscita n. 4"

1.Se ci chiediamo perché le elezioni americane hanno avuto tanta risonanza fino a tenere col fiato sospeso i cittadini di ogni continente, troveremo probabilmente la prima risposta nell’attuale fenomeno della globalizzazione, che oggi non permette più che si conservi l’anonimato anche su fatti di minor portata. Altri dirà che essendo l’America il più importante paese del mondo, le sue scelte politiche, strategiche ed economiche di necessità si ripercuotono ovunque, vedi ad esempio le drammatiche vicende della recente crisi finanziaria che, partendo dagli States, hanno scosso tutto il mondo. Ma vi è un’altra circostanza che probabilmente viene prima di tutte: l’affermazione di Barack Obama, che è stata accolta dall’opinione pubblica e dalle cancellerie degli stati come una svolta epocale. Da Sarkozy, ad Angela Merkel, da Vladimir Putin ad Ahmadinejad, a Osama bin Laden, per citar solo alcuni, tutti hanno atteso con apprensione l’esito incerto delle elezioni americane, che come tutti sanno hanno sancito al termine la vittoria del candidato afro-americano.

Al di là delle diverse dichiarazioni di principio, l’elezione di Obama è stata certamente una scelta storica, in quanto gli americani hanno dimostrato scegliendo un uomo di colore di volere imboccare con coraggio la strada del cambiamento. Ma non è solo questo. Barack è giovane, dinamico e colto, qualità che non vengono certamente riconosciute al suo predecessore. E’ piaciuto certamente agli americani il motto “cambiare si può” del neoeletto presidente, per questo, scegliendo il candidato democratico essi hanno creduto alle sue parole piene di forza ed ottimismo che, con la prospettiva di un nuovo inizio, promettono di ridare speranza ad un paese angosciato dai gravi problemi attuali. A parte qualche voce discorde, si può dire che quasi tutti in America e all’esterno sono probabilmente convinti che con lui il mondo non sarà più come prima.

Anche da noi, di fronte ai fatti americani, non sono mancate le reazioni di politici ed opinionisti che ci aiutano a capire ciò che nel nostro paese si pensa del nuovo presidente degli Stati Uniti e dell’andamento complessivo della politica americana. In questi giorni alcuni acuti commentatori politici italiani giustamente hanno sottolineato  la complessità della situazione politica negli States, concludendo che, se il nostro universo politico ha bisogno di essere analizzato a fondo per essere capito, a maggior ragione ciò deve essere fatto particolarmente con una realtà diversa come quella americana. Angelo Panebianco in alcuni suoi interventi sulle pagine del “Corriere della Sera” ha sottolineato a ragione il modo un po’ provinciale ed approssimativo dei nostri politici di guardare alla competizione elettorale americana ( l’infatuazione di Veltroni e l’obamomania di certi settori della nostra sinistra non sono più seri del commento ironico di Berlusconi su alcuni aspetti estetici del presidente neoeletto) disposti a tifare per l’uno o per l’altro dei candidati più che impegnarsi a fondo per conoscere dettagliatamente il loro programma politico. In effetti, da noi ci si sforza di fare delle elezioni americane una lettura prevalentemente ideologica, per cui Obama diviene il candidato “di sinistra”, John Mc Cain quello “di destra”, Hillary Clinton quello “di centrosinistra”. Le cose non stanno probabilmente in questi termini se consideriamo con maggiore attenzione la situazione politica degli Stati Uniti.

Tale nostro modo un po’ superficiale di guardare allo svolgimento delle elezioni americane ci deve indurre innanzitutto ad una considerazione più attenta dei programmi politici dei maggiori candidati, soffermandoci per forza di cose prevalentemente su quello di Obama. Diventa importante, a tal proposito, analizzare innanzitutto il discorso pronunciato dal candidato afro-americano all’indomani della sua elezione, dove seppure in modo solo schematico si indovinano le linee essenziali della sua prossima azione politica, destinata a dare una risposta alla gravità dei problemi del momento ereditati dalla precedente amministrazione, le drammatiche sfide di domani che egli si accinge ad affrontare, così riassunte nello stesso discorso: “due guerre, il pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria dell’ultimo secolo”.

2.Per vedere dove va l’America, per sapere se la politica di Obama segnerà un progresso di tipo riformista  ( questo è quanto si augurano circa l’80% dei cittadini americani e moltissimi nel mondo) occorre analizzare per un confronto l’opera politica di chi lo ha preceduto. Ma, per capire cosa sarà il dopo Bush è necessario innanzitutto andare alla radice della sua dottrina politica, conviene andare a fondo del bushismo per comprendere l’esatta misura della pesante eredità che il 43° presidente americano ha consegnato nelle mani del suo successore. Ogni quattro anni, i candidati alla presidenza degli Stati Uniti pongono ai loro elettori la seguente domanda rituale: stavate meglio prima? Nel caso dell’ultimo presidente la domanda risulterebbe pleonastica e la risposta scontata, in quanto, pur avendo fatto qualche cosa di buono all’inizio del suo mandato, Bush ha contribuito a peggiorare la situazione americana e internazionale a tal punto che l’indice di gradimento dei cittadini americani è sceso al 27%, il più basso toccato a memoria d’uomo da uno che si accinge ad abbandonare la Casa Bianca. Questo è tanto più evidente se consideriamo che all’inizio del suo mandato, dopo l’attentato alle torri gemelle del 2001, la sua popolarità era salita al 90% in quanto non solo gli veniva riconosciuto il merito di aver unificato il paese, ma anche la capacità di stringere tutto il mondo intorno all’America. Ma nel 2002, rispondendo successivamente a quell’attentato come ad un atto di guerra e attribuendo al terrorismo di matrice islamica la qualifica di movimento globale, egli ha contribuito, all’esterno, alla destabilizzazione internazionale con l’applicazione eccezionale della dottrina della guerra preventiva ed ha ridotto, all’interno, la libertà dei cittadini americani facendo approvare il cosiddetto Patriot’s act, la legge patriottica, che per rafforzare la sicurezza interna contro il terrorismo, utilizzando estesamente lo strumento delle intercettazioni telefoniche, ha finito per legalizzare lo spionaggio interno.

3.In politica estera, non solo sul fronte islamico (si pensi alla contesa per la diffusione del nucleare con la Corea del Nord in parte sopita e il nuovo fronte della crisi aperto contro l’Iran, il cui regime è stato incluso con l’Iraq e la stessa Corea nel cosiddetto “Asse del male”) la parola chiave è stata ed è ancora ”guerra”. Infatti, sulla scia della strage dell’11 settembre l’America col sostegno internazionale ha mosso guerra ad AlQaeda e ai talebani nel territorio afgano, riuscendo di fatto ad abbattere in due mesi il partito dei talebani al potere, ma non a stroncare la loro resistenza interna e quel che è più grave a catturare Bin Laden e il suo seguito che, malgrado l’intensità del bombardamento aereo che miete una grande quantità di vittime civili, ancora si aggira indisturbato tra i monti afgani e il Pakistan, dove gode di non poche protezioni da parte delle locali aree tribali. Nell’ottobre del 2002 Bush, dopo aver ripetutamente accusato Saddam Hussein di accogliere e finanziare i terroristi e di costruire armi di distruzione di massa, ha ottenuto dal Congresso non senza forzature il via libera per l’invasione dell’Iraq; ma dopo l’iniziale successo e la cattura del raìs poi giustiziato, non è riuscito a ritirare le truppe americane dal Paese, il cui territorio è diventato un’autentica fucina  della guerriglia e del terrorismo. Si pensi che in oltre cinque anni di guerra nella trappola irachena sono morti 4197 soldati americani, 314 tra gli alleati militari o civili, e circa duecentomila iracheni. Se a questo si aggiungono “i metodi duri” impiegati dalla CIA e da alcuni irriducibili militari americani nelle prigioni segrete di Guantanamo e Abu Graib, accusati di praticare la tortura durante l’interrogatorio dei terroristi, si comprende perché l’immagine dell’America offerta al mondo dall’amministrazione Bush sia scesa più in basso che ai tempi dell’invasione del Vietnam.

Il bilancio dell’azione politica del presidente uscente non può ritenersi positivo anche sul fronte della politica interna, malgrado alcuni risultati iniziali della sua politica economica, come la drastica riduzione delle tasse applicata dal 2001 al 2003 che, pur gettando le basi di un locale miracolo economico, ha dichiarato tuttavia la sua illusorietà nel 2007 con la crisi dell’economia americana annunziata prima dal crollo dei mutui subprime, divenuta poi un’autentica recessione come dimostra il recente andamento della borsa statunitense più che negativo, l’aumento esponenziale della disoccupazione e la progressiva discesa di molte famiglie americane sotto la soglia di povertà. Qualcuno potrebbe dire che questi fatti recessivi vanno giustificati anche come conseguenza dei fattori internazionali, primo fra tutti la recente crisi petrolifera che ha fatto salire alle stelle il prezzo del greggio che appena pochi mesi fa ha superato i centocinquanta dollari al barile. Pensiamo che l’impazzimento dei prezzi del petrolio sia dovuto anche all’azione degli speculatori di ogni continente, ma non escludiamo che ciò sia dovuto principalmente all’azione destabilizzatrice dei territori mediorientali operata dalla politica della guerra del governo americano uscente. C’è da aggiungere inoltre che Bush, dopo aver promesso di ridurre le importazioni di petrolio, le ha fatto addirittura aumentare del 60% a causa di una dissennata politica ambientale, come dimostra la denuncia del protocollo di Kioto che dimostra lo schieramento di Bush dalla parte delle grandi imprese americane piuttosto che a favore della conservazione dell’ambiente naturale. Che dire poi dell’unilateralismo del presidente americano che per ridurre l’enorme deficit della bilancia commerciale americana e per rilanciare le esportazioni non si è fatto scrupolo di lasciar deprezzare il dollaro, spingendo conseguentemente l’euro alle stelle e dando inizio ad una specie di guerra monetaria preventiva, destabilizzante per tutte le economie non escluse quelle europee.

4.Volendo fare un bilancio dell’azione del 43° presidente americano giunto al termine del suo mandato, dobbiamo concludere che, oltre le questioni di principio che riguardano alcuni diritti civili, come l’aborto e in materia di bioetica la ricerca sulle cellule staminali, alle quali ha sempre opposto esclusivamente per ragioni morali il suo veto, se si escludono pochi provvedimenti di riconosciuta validità, in generale i risultati del suo governo non sono giudicati propriamente positivi dai commentatori. Anche l’economia, che è stata in precedenza il suo punto di forza, è entrata in forte recessione a tal punto che a nulla servono o quasi le ricette di politica economica pensate o messe in campo dai suoi più illustri collaboratori.

Strano il destino di quest’uomo, che pur essendo un lame duck (un’anatra zoppa) è chiamato senza volerlo a prendere importantissime decisioni proprio quando è giunto al suo tramonto. Fra i tanti problemi malamente affrontati o irrisolti dal presidente uscente spicca soprattutto quello del deficit della bilancia dei pagamenti che insieme a quelli già ricordati costruiscono una pesantissima eredità per Obama e il suo staff che saranno chiamati ad affrontare la più grave crisi economica dopo quella del ‘29. Eppure, quando mancano poco più di due mesi alla fine del suo secondo mandato, Gorge W. Bush  ha dichiarato in una recente intervista di non aver molto da rimproverarsi in merito alle sue decisioni politiche. Si è detto anzi orgoglioso di molte delle cose fatte, soprattutto in materia di politica estera, aggiungendo con malcelato orgoglio che, se anche non ha trovato sempre il consenso generale sarà la storia ( in questo riecheggia quasi alla lettera il saluto rivoltogli da Berlusconi nell’ultimo loro incontro avvenuto a Washinton) a rendergli il dovuto riconoscimento.

Stando alle sue ultime dichiarazioni, egli lascerà volentieri la Casa Bianca e la capitale per ritirarsi a scrivere le sue memorie nel suo amato ranch di Crawford, a due ore da Dallas, da lui soprannominato la Casa Bianca Occidentale (The western White Hause) dove gli amici lo aspettano per festeggiare il cowboy che ritorna a casa. Qui egli intende trascorrere il resto della sua vita, dopo la lunga ed impegnativa parentesi presidenziale che anni fa gli ha fatto lasciare l’ambita carica di governatore del Texas, lo stato dell’Unione contrassegnato da una stella solitaria. L’emblema che forse più di tutti corrisponde al suo carattere di provinciale, sempre un po’ a disagio nel rispetto del protocollo e nei panni del più esposto uomo della terra. A Dallas tutto è pronto per la cerimonia finale, anche lo spiazzo destinato ad ospitare la biblioteca-mausoleo che spetta agli ex presidenti a lui dedicata che sarà edificata in prossimità della Southern Methodist University, la suola del distretto di Dallas frequentata da giovane senza amare eccessivamente i libri e con poco onore.