Attualità e Cultura

Mercoledì 30 Dicembre 2009  “uscita n. 5”

 

La regione più malata d’Italia: riflessi della crisi economica in Basilicata

 

 di Iole Palumbo

 

La Basilicata può vantare almeno un primato: è la regione più malata d’Italia. Infatti, se guardiamo al PIL quale termometro della salute economica, la nostra regione con la Sicilia risulta all’ultimo posto nella scala dei valori nazionali. Nel 2008, infatti, il suo prodotto interno lordo registrato è il più basso nella nazione: -1,3% negli ultimi 8 anni, a fronte di una media peninsulare ferma al -0,2% e  di quella del mezzogiorno a -0,5%. Cinghie tirate per tutti, dunque, ma per i lucani la circonferenza è ancora più stretta. I sintomi più evidenti li mostra il mercato delle esportazioni estere che è calato dell’8,3% dal 2000. Anche in questo caso la percentuale vanta il primato italiano, infatti ben 18 regioni su 20, pur registrando una discesa, si attestano su segni positivi. La Basilicata, invece, è il fanalino di coda con un -3,5% in una contesto nazionale del +1,6%. Sulle rilevazioni pesa in maniera preponderante la crisi che ha investito il distretto del mobile imbottito nel Materano. E se la domanda estera continua a diminuire vertiginosamente, quella interna non è da meno. I portafogli delle famiglie lucane, infatti, si aprono con sempre più difficoltà e i consumi sono calati dello 0,7%, contro lo 0,3 del resto del paese.

I dati sono aggiornati al 20 ottobre 2008 e sono pubblicati nell’annuale dossier-economia realizzato dal centro studi Unioncamere, che fotografa gli andamenti e le prospettive del sistema economico italiano. Quest’anno lo scenario tratteggiato tiene conto dell’aggravarsi della crisi finanziaria internazionale, dopo circa un anno dal suo scoppio innescato dalla crisi dei mutui statunitensi. La recessione già in atto in Europa e in Giappone dalla primavera e negli Stati Uniti dal terzo trimestre del 2008 è riconducibile soprattutto agli effetti delle tensioni finanziarie manifestatesi a partire dall’autunno dello scorso anno, oltre che allo shock sui prezzi delle materie prime e alla contrazione del mercato residenziale in diversi paesi.

In Europa i venti di tempesta sono arrivati meno violentemente, ma già si comincia a quantizzarne i danni. E l’Italia, che già prima di questo periodo si trovava in coda alle classifiche tra i 27….paesi più avanzati… per alcuni indicatori economici, ora deve fare i conti  con le conseguenze dirette della crisi: bilanci in rosso e casse integrazioni. Nel Sud tale condizione è aggravata dalla già inferiore produttività rispetto al Nord. Secondo l’analisi della Swimez, l’istituzione che da 60 anni opera per lo sviluppo del Mezzogiorno,  “la condizione di ritardo e di debolezza del nostro Meridione avrebbe richiesto ed impone di essere affrontata in una prospettiva di lungo termine, con strategie, programmi e risorse dello Stato nazionale, utilizzando ovviamente, finché possibile, anche ogni apporto finanziario dell’UE. Ma…tale situazione di ristagno economico richiederebbe altresì un impegno non occasionale ma sistematicamente efficiente delle Istituzioni locali, a partire dalle Regioni, alle quali sono stati negli ultimi anni attribuiti compiti e responsabilità sicuramente troppo grandi, cui esse − specie nelle aree in ritardo del Sud − non sono state in grado di far fronte in modo adeguato. Siamo infatti da sempre convinti che per il Sud è necessario siano definiti obiettivi strutturali ed interventi di lungo periodo (ma non certo approcci del tipo “Lavori Socialmente Utili”, LSU, di falso stampo Keynesiano) in materia di livelli di occupazione e di industrializzazione- modernizzazione inseriti in programmi e strategie infrastrutturali, nei trasporti, nella logistica, nel turismo e nei servizi alle imprese”.  Gli interventi approntati dalle Regioni che sono seguiti all’arrivo della prima trance dei fondi europei non hanno prodotto i risultati sperati in termini di occupazione, anche in Basilicata. E adesso che neanche la congiuntura nazionale e internazionale è favorevole le conseguenze rischiano di essere irreversibili. Secondo gli ultimi dati dell’Istat sull’impiego, in regione le persone in cerca di lavoro sono passate, nell’ultimo trimestre 2008, rispetto allo stesso del 2007, da 19 mila a 25 mila. Ciò significa 6mila persone in più a spasso solo nell’ultimo anno. A fronte di una crescita della forza lavoro di 8mila unità nel periodo considerato (da 218mila nel 2007 a 226mila nel 2008). In sintesi, sono solo 2mila le persone che hanno trovato un collocamento nel mercato del lavoro. In un solo anno il tasso di disoccupazione è passato dall’8,9%, già ben al disotto degli standard europei, all’11,2%. Solo Calabria e Sicilia hanno fatto peggio in tutta l’Italia, con tassi rispettivamente di 11,9% e 13,1%. La maggioranza di teste sono state tagliate nell’industria, sicuramente quella che sta più soffrendo della crisi. Nel settore industriale a dicembre 2008 risultano impiegate 51mila persone, quando solo due anni fa erano 56mila secondo quanto riportato nell’ultimo rapporto sull’economia lucana del 2007, con una perdita netta di 5mila lavoratori. Sono due i comparti più colpiti, nella provincia di Potenza quello delle auto e nella provincia di Matera il distretto del salotto. Per quanto riguarda il primo, secondo fonti sindacali nell'indotto del polo di Melfi le aziende si sono già ridotte negli anni, da 23 a 19 ; ulteriori situazioni di difficoltà si segnalano alla Proma (produce ossature per sedili), alla Mecoflex (leve per freni), alla Lasme (sistemi alzavetro). Si tratta di aziende che lavorano non solo per lo stabilimento di Melfi ma anche per le fabbriche Fiat di Cassino (Frosinone) e Pomigliano d'Arco (Napoli). Allo stabilimento Sata di Melfi i livelli occupazionali stanno tenendo anche se da luglio si stanno susseguendo alcuni periodi di cassa integrazione per circa 5mila operai. “Da quando la fabbrica è nata non abbiamo mai fatto tanta cassa integrazione”, ha spiegato il segretario provinciale della Uilm, Vincenzo Tortorelli. Alla Fiat di Melfi lavorano circa 5400 dipendenti. Si produce la “Grande Punto”, di cui sta iniziando anche la produzione con alimentazione a gas metano. '”La fabbrica a regime può produrre 1600 vetture ma al momento siamo sotto le mille”, ha sottolineato ancora Tortorelli. Un’analisi molto dettagliata è stata realizzata anche dalla Swimez dopo la previsione effettuata dall’a.d. della Fiat Sergio Marchionne circa un probabile calo del 20 % della produzione nazionale di autovetture in assenza di interventi correttivi. L’esercizio considera sia l’effetto diretto, che indiretto, sull’intero sistema economico, indotto dalla contrazione della produzione di autoveicoli. Il primo riguarda l’impatto esercitato direttamente sull’intera filiera dell’automotive; il secondo le conseguenza, in termini di minori input e servizi acquistati, che dalla filiera auto si diffondono nei restanti comparti. È altresì considerato l’effetto - negativo - derivato dai minori livelli di occupazione sul consumo aggregato. Si ha, quindi, un quadro piuttosto esaustivo degli effetti che, a partire dalla crisi attraversata da questo importante settore, si possono propagare nell’intera economia. A scala regionale, limitando il commento alle regioni più colpite, i due casi più eclatanti sono il Piemonte (-1,9%), contrazione che trae origine soprattutto nell’indotto, e la Basilicata (-2,1%), regione nella quale è localizzato il maggiore impianto italiano. Nel complesso, nella regione vi sarebbe una diminuzione di ricchezza pari all’1,9% di Pil e una perdita di lavoratori pari al 2,9% del totale.

Per quanto riguarda il distretto del mobile imbottito nel Materano, invece, non ci sono dati già elaborati sul valore numerico della crisi economica, anche perché il rallentamento era cominciato ben prima del 2008. Secondo l’ultimo rapporto dell’osservatorio del mobile imbottito di Matera e Montescaglioso l’export di imbottiti calava nel 2005 già del 24%. All’apice dello sviluppo, fondamentalmente individuabile al 2002, il distretto ha fatto registrare 14 mila addetti e circa 500 aziende operanti, più o meno direttamente, nella filiera produttiva che rappresentava il 55% della produzione italiana e circa l’11% dell’intera produzione mondiale. Nell’anno 2002 il distretto globalmente inteso ha fatto registrare un fatturato complessivo di circa 2.200 milioni di euro. La discesa è cominciata nel 2005 quando il fatturato è sceso a 38.076 €, gli addetti sono passati 412.403 e le imprese a 83.084. Sempre nel Rapporto si legge: “la causa è che le imprese murgiane han­no problemi a reggere la forza d’urto dei prodotti cinesi… In altre parole, i produttori cinesi hanno conquistato i nuovi spazi che si sono venuti a creare ma anche parte della domanda precedentemente rivolta alle imprese murgiane. L’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro ha sicuramente contribuito a determinare questa situazione”. E ancora: “La perdita di quote di mercato patita a causa dell’affermazione dei produttori dislocati in Cina nasconde anche i processi di delocalizzazione operati dagli stessi produttori murgiani che hanno spostato in ter­ritorio cinese le produzioni più commerciali o di bassa qualità, non più producibili in maniera competitiva in Italia. La crescita cinese è stata anche alimentata da un trasferimento di conoscenze dall’Italia alla Cina”.  Oggi il caso più rappresentativo è costituito dalla Natuzzi, la più grande azienda italiana nel settore dell’arredamento e leader mondiale nel segmento dei divani in pelle, il motore propulsivo di tutto il distretto. Al 2002 l’azienda creava un indotto di almeno 500 fabbriche, ora sono circa 120-130, mentre i lavoratori, che erano 14mila, oggi sono appena 8.200. E’ da sottolineare, però che di questi solo 3.500 sono gli italiani mentre di gran lunga superiori sono gli stranieri, che lavorano in centri di produzione delocalizzati in tutto il mondo. La vera emergenza sono i cassa integrati, attualmente 1.200.

Nell’ultimo business plan 2009-2011, approvato dall’azienda, il gruppo si propone di raggiungere il break even point nel 2009, con un’accelerazione della crescita nel 2010 ed un consolidamento che rappresenterà la base per una nuova fase di espansione dopo il 2011. Si legge nel piano tra i diversi punti, che è prevista “una forte riduzione dei costi di produzione” e nuovi investimenti in “stabilimenti produttivi dedicati ai mercati di sbocco più vicini per ridurre  i tempi di consegna e ottenere un miglior servizio al cliente. Di conseguenza, razionalizzazione dell’attuale assetto produttivo e apertura di un nuovo sito in Nord America”.

Ma se auto e divani sono i casi più eclatanti, non se la passano meglio le altre imprese. Nell’ultima indagine condotta da Unioncamere la Basilicata è una delle cinque regioni italiane che chiudono l'anno con un saldo negativo tra nuove iscrizioni e cessazioni di attività. Il che, tradotto in numeri, vede nel 2008, 3031 iscrizioni di attività a fronte di 3220 cessazioni, con un saldo in perdita di 189 imprese, su un totale di 62.400 circa. Di queste, 54 si registrano in provincia di Matera e 135 in provincia di Potenza. La performance regionale è la peggiore in tutto il Sud Italia, dove la media si attesta ad un saldo positivo dello 0,32%. Per quanto riguarda i singoli settori sono 690 le nuove imprese artigiane iscritte contro 740 cancellate, con un tasso di crescita del -0,68%, anche in questo caso il peggiore della Penisola.