La strage di Mumbai e la minaccia globale di Al Qaeda.

di Raffaella Faggella

Lunedì 9 Marzo 2009 "uscita n. 4"

1. Quello che ci è giunto da Mumbai in questi giorni, riecheggiato da tv e siti internet, è il racconto di testimoni terrorizzati da una battaglia in piena regola durata ore che hanno parlato di esplosioni continue, di raffiche di armi automatiche, di innumerevoli morti e feriti. L’ex Bombay, la metropoli che oggi porta il nome della dea indù Mumbadevi, cuore finanziario dell’India ha vissuto il 26 novembre  un’autentica notte di terrore, per aver subito un assalto terroristico senza precedenti nella parte meridionale della città, la zona più ricca della capitale del Maharastra, dove è concentrata una delle più fiorenti attività turistiche dell’India.L’attacco a Mumbai ha richiamato in modo tragico l’attenzione del mondo sugli effetti distruttivi del terrorismo islamico, che, pur avendo un arco del terrore che punta soprattutto verso l’Occidente, valicando decisamente l’Indo, da sempre confine storico fra il Medioriente e L’Asia, ha dimostrato nella circostanza di aver allargato decisamente la sua area di influenza per colpire nel cuore dell’India.

Gli assalti, cominciati al buio dopo il tramonto,  hanno preso di mira l’hotel storico Taj e il più moderno Oberoi, particolarmente frequentati da turisti occidentali, il celebre ristorante Leopold’s Cafè e l’ex Victoria Terminus, l’affollatissima stazione ferroviaria, senza risparmiare stazioni di polizia, cinema, mercati e finanche ospedali. Si è trattato di un’autentica azione militare su larga scala, strategicamente organizzata con tutti i crismi, con una tecnica nuova e portata ad effetto da un ben addestrato commando di terroristi, formato da una ventina di giovani che, operando con attacchi coordinati contro nove obbiettivi prefissati con armi automatiche e granate, hanno causato un’autentica strage, soprattutto di civili. Si parla, infatti, di centottantasette morti e più di novecento feriti, senza contare gli ostaggi nelle mani degli assalitori. L’assalto, rivendicato dai Mujahedin del Deccan, una sigla quasi sconosciuta, è arrivato probabilmente dal mare se appartiene ai terroristi il battello carico di esplosivi rinvenuto nella zona portuale della città. L’intelligence indiana, utilizzando anche le prove del sistema satellitare, ha puntato il dito contro Islamabad, accusando il Pakistan di essere coinvolto in qualche modo nella strage. La maggior parte dei commentatori sono convinti che l’iniziativa, la strategia, il finanziamento dell’impresa terroristica siano venuti dal paese confinante, dove sono stati reclutati i sicari del jihad che per eseguire la loro impresa criminosa hanno avuto certamente appoggio logistico nella stessa regione indiana, dove esiste una numerosa comunità musulmana, discriminata dalla maggioranza indù e pronta a condividere le stesse idee politiche e religiose.  

2.Fino a quando era al potere Musharraf, il generale golpista guardato sempre con sospetto a New Delhi e accusato di essere il maggior artefice della guerra che sei anni fa ha diviso i due paesi, le relazioni fra indiani e pachistani, anche dopo la cessazione delle ostilità, hanno avuto non tanto il carattere della pace quanto piuttosto di una tregua armata. Il dramma di Mumbai potrebbe sembrare inspiegabile dopo che Musharraf è stato costretto a lasciare la presidenza, e al suo posto è stato democraticamente eletto Asif Ali Zardari (vedovo di Benazir Bhutto) che, dopo aver subito sulla sua pelle la violenza del terrorismo, si è preoccupato non solo di modernizzare il paese ma di avviare un processo definitivo di pace con l’India.La verità è che, malgrado gli sforzi di Zardari di ridurre la virulenza del radicalismo religioso e politico del paese, il Pakistan  continua ad essere difficile da reggere con i metodi della democrazia occidentale in quanto è uno stato sulla via della bancarotta e incapace di governare ciò che avviene all’interno dei suoi confini. Pertanto, l’India pur guardando con favore all’opera riordinatrice della regione di Zardari, ha visto poco a poco venir meno le sue speranze non riconoscendo al nuovo presidente forza e mezzi sufficienti ad annientare le resistenze dell’esercito del crimine terroristico interno, né tanto meno a spezzare i legami che lo legano al partito oscuro della sua amministrazione. In effetti, molto forti oltre che differenziati sono nel Pakistan i gruppi sostenitori del jihad che continuano ad avere le loro basi nel paese, non solo nelle famose “zone tribali” ai confini con l’Afghanistan, attualmente concentrati non tanto sull’indipendenza del Kashmir quanto ad allargare oltre confine la loro area di influenza. Questi gruppi, tra cui spiccano il Lashar-e-Tobia e il Jaish-e-Mohamed, sono strettamente legati e probabilmente finanziati dall’Isi, il temutissimo servizio segreto pachistano, che è uno stato all’interno dello stato pachistano, le cui trame sfuggono anche il controllo del potere politico locale. Ciò dimostra che il Pakistan è un paese molto particolare, se è vero che anche gli organismi fondamentali della sicurezza statale possono allearsi con i terroristi.           

3.Ahmed Rashid, lo scrittore di origine pachistana, condannato a morte dal governo integralista di Teheran per i suoi Versi satanici e da anni nel mirino del terrorismo islamico internazionale, intervistato a Milano in occasione della presentazione del suo ultimo libro Caos Asia, per l’occasione inaspettatamente profetico, ha dichiarato che dietro il nome del fantomatico gruppo dei Mujaidin del Deccan, che ha rivendicato l’attentato, si nasconde certamente la mano pesante di Al Qaeda. In effetti la natura dell’attacco, ben organizzato e pianificato, dal grande impatto mediatico, condotto da attentatori suicidi e con una strategia rivolta a causare il massimo del terrore in modo plateale, rivela il modus operandi di quest’ultimo movimento che nell’occasione non si è preoccupato solo di colpire il maggior numero di occidentali, ma ha voluto anche infliggere un duro colpo al prestigio e all’economia turistica dell’India. Perché la scelta è caduta su quest’ultima regione? I diversi separatismi che agitano il paese, le aspre tensioni sociali, il radicalismo dei gruppi religiosi (indù, buddisti, cristiani, musulmani etc.) hanno certamente aperto una breccia nella quale il terrorismo si è infiltrato con effetti dirompenti. Il gruppo dirigente di Al Qaeda ha ritenuto inoltre di dover punire l’India, da sempre ritenuta rivale del Pakistan e nemica dei musulmani, in particolare del movimento dei cosiddetti Mujaidin Indiani, il cui capo-fondatore Mohammed Arif Shaikh, soprannominato il Bin Laden indiano, è stato di recente arrestato mentre organizzava una serie di attentati proprio a Mumbai.

4.Prima che si verificasse l’attentato di Mumbai non pochi commentatori politici erano convinti che dopo la rapida conclusione della guerra in Afganistan, che ha determinato la sconfitta dei Talebani e la fuga di Bin Laden, anche Al Qaeda fosse stata sconfitta. In realtà la strage di Mumbai, con i suoi terribili effetti, è la migliore dimostrazione che ciò non è vero. Si ha un bel dire che Al Qaeda è da molto tempo soltanto una sigla, un semplice emblema che serve a qualificare gruppi jihadisti locali senza nessun legame fra di loro, per lo più attestati in un’ampia area che comprende l’Afganistan, il Pakistan e il Bangladesh, resta il fatto che esiste certamente un “fronte internazionale” dell’integralismo islamico che si preoccupa di aggregare intorno ad un nucleo centrale una sorta di costellazione costituita da diversi gruppi favorevoli al jihad che sono felici di entrare a far parte di un organismo centrale in grado di coordinare le loro azioni. Pertanto, non sbagliano quelli che con il termine di Al Qaeda designano non solo l’organizzazione propria di Bin Laden, ma vi comprendono anche tutti quei gruppi che si ispirano dichiaratamente al modello ideologico da esso rappresentato e ai suoi metodi di combattimento. Una conferma di ciò sta nel fatto che tutti i seguaci del jihad, per quanto autonomi e dispersi, sono accomunati dal comune procedimento del suicidio religioso che viene adottato con poche varianti da tutti i gruppi. Il terrorista islamico, seguendo la tradizione coranica, non ha paura di  portare la strage al centro dei nemici facendosi esplodere con un rituale preciso che si richiama direttamente agli antichi martiri della fede islamica: nel Corano si chiamavano “Shaid” ( martiri o testimoni della fede) quelli che morivano combattendo contro gli infedeli. L’uso del termine e il procedimento dell’azione suicida è tornata in auge in occasione della guerra fra Iran e Iraq, allorché giovanissimi soldati iraniani, i cosiddetti “pasdaran”, cingendosi il capo con un nastro sul quale erano annotati versi del corano, si facevano esplodere passando sui campi minati stesi dagli iracheni. Sia il termine che il metodo dell’azione suicida è stato successivamente adottato dagli ideologi e dai seguaci di Bin Laden come procedimento essenziale dell’azione terroristica. E’ giusto pertanto condividere il parere di quei commentatori che in questi ultimi tempi considerano AlQaeda sia un’effettiva organizzazione in grado di finanziare l’addestramento di gruppi terroristici sia una specie di categoria mentale capace di cementare la serie infinita degli estremismi islamici, tutta la variegata costellazione dei seguaci del jihad.

5.Detto questo, é semplicemente illusorio pensare ad una sconfitta definitiva del terrorismo integralista di matrice islamica. Infatti, se con una più corretta metodologia storica mettiamo in relazione i fatti fra di loro, non possiamo fare a meno di constatare che non è il caso di sottovalutare il pericolo di Al Qaeda. Anche volendo condividere l’opinione che le oscure minacce di Bin Laden e Al Zawahri[1] di abbattere l’America e l’Occidente non si siano del tutto verificate, se pure non si è realizzato il loro sogno di estendere il fondamentalismo in tutto il mondo, ciò non ci autorizza a pensare che le loro minacce si siano del tutto dissolte. Infatti nessuno può escludere totalmente che un certo numero di musulmani possano compiere attentati indiscriminati in qualsiasi parte del globo utilizzando armi convenzionali o rudimentali ordigni nucleari e virus di tipo batteriologico. Non dobbiamo dimenticare che la nostra moderna civiltà molto opulenta è anche molto vulnerabile, per cui anche un numero esiguo di “shaid” (kamikaze) potrebbe portare il caos in Occidente, mettendo in crisi il nostro complesso sistema economico. Non conviene, pertanto, sottovalutare Al Qaeda abbassando solo per un momento la guardia, dobbiamo al contrario pensare di essere costantemente sull’orlo di un abisso per non avere un risveglio drammatico come quello di Mumbai. Bisogna convincersi che non tutti gli attentati terroristici di matrice islamica avvengono per caso, ma che esiste un filo unico saldamente tenuto in mano dal gruppo di Bin Laden in grado di collegare gli attentati più distanti ed eclatanti: da quello dell’11 Settembre, di Atocha in Spagna, all’ultimo non meno distruttivo di Mumbai.

 


[1] Ayman Zawari, medico chirurgo, nato in Egitto da nobile famiglia, suo nonno fu imam dell’Università del Cairo, è considerato l’ideologo di Al Qaeda. Fin dalla adolescenza aderì alla setta integralista dei”Fratelli Mussulmani”, coinvolta nell’ assassinio del presidente Sadat, dichiarata anche per questo fuorilegge. Dopo aver scontato in Egitto tre anni di carcere, dagli anni ottanta agisce da terrorista in Afganistan. Confluito successivamente in Al Qaeda, è stato più volte ripreso accanto a Bin Laden o da solo mentre lancia proclami distruttivi contro l’Occidente e gli americani impegnati nella guerra dell’Iraq.