<<Sez. Attualità>>
Mercoledì 30 Gennaio 2019 "uscita n. 21"
Le gabbie dell’U.E.: dalla crisi greca al difficile cammino della manovra gialloverde
di Marino Faggella

                 

 Il dilemma: austerità o crescita
1. Nell’area dell’Ue l’attuale crisi economica e finanziaria non solo non accenna a risolversi ma sta assumendo aspetti preoccupanti di una guerra in atto ampiamente diffusa che, andando oltre le questioni strettamente economiche, è venuta a coinvolgere la politica di alcuni stati membri dell’Unione fino a limitarne in alcuni casi la sovranità nazionale. La costruzione dell’UE, che nella sua fase iniziale prevedeva la realizzazione di un progetto costruttivo di un’area economica con un suo mercato interno (MEC) che fosse funzionale allo sviluppo degli stati e alla loro competitività internazionale, ha dovuto subire in seguito vicende abbastanza travagliate che sono da attribuire non esclusivamente a riflessi economici negativi ma a più profonde ragioni ideologiche, politiche e culturali, che a più di cinquant’anni dalla firma dei trattati di Roma del ’57 coinvolgono alcuni stati firmatari e sembrano per certi aspetti minare nel profondo l’idea stessa dell’Unione.

Rimane per questo ancora valida la seguente nostra analisi:” In realtà l’area ormai molto allargata dell’U.E. appare travagliata da una grave crisi di consenso popolare e di governabilità la cui soluzione non può derivare esclusivamente dall’imposizione di dure regole di austerità e di riformismo economico ma, in mondo come il nostro che cambia vertiginosamente sotto i colpi inevitabili della globalizzazione incalzante, avrebbe bisogno innanzitutto di una rinnovata legittimazione ideale, identitaria e politica. In effetti il futuro dell’Europa non può solo dipendere dalla contrapposizione fra austerità e crescita ma anche dalla capacità politica degli stati di offrire ai popoli un disegno ideale e una prospettiva economica attraente che non sia assolutamente condizionata dal rigore contabile imposto dalla Germania e dai paesi del nordeuropea a quelli mediterranei più sensibilmente vittime dell’attuale situazione economica (…) Qualcuno ha sostenuto giustamente che la necessità di rispondere concretamente alla grande crisi attuale ha finito con l’appiattire in via definitiva la grande dimensione del nostro continente, a tal punto che il destino comune dell’ Europa, invocato dai grandi leader del passato, come De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schumann si è perso nella fredda casistica dei codicilli del fiscal compact” - cfr., Il difficile cammino dell’U.E.-

Il paradigma della crisi greca
2. In effetti l’Unione Europea che nella propaganda giornalistica è stata sempre considerata come una storica opportunità, non solo si è rivelata oggi una concausa della crisi dell’intero sistema ma anche dimostra ampiamente la sua incapacità di gestirla. Non è un caso che l’Unione dei paesi europei, partita inizialmente dall’unione monetaria attualmente si pone come obbiettivo quello di governare i flussi finanziari e il controllo del debito pubblico e delle politiche dei singoli stati imponendo sia la sorveglianza centralizzata delle banche (BCE) sia condizioni di vita e di lavoro sempre più devastanti con la creazione di un sistema di regole e di vincoli che riguardano in particolare la disciplina dei bilanci statali: una vera e propria gabbia, capace di dettarne le decisioni politiche ed economiche controllandole rigidamente. Le vicende della crisi della Grecia può ritenersi un esempio sintomatico dell’asprezza del controllo dell’UE sull’indipendenza economica, finanziaria e politica di uno stato dell’Unione.
Nel caso di genere, dopo che il popolo greco ha risposto con la vittoria del no nel referendum sulla bozza proposta dalla troika, il governo Tsipras per evitare guai è stato costretto a firmare un accordo finale col quale la Grecia accettava di sottoporre  al controllo preventivo della Commissione europea tutti i progetti di legge proposti nel suo parlamento che risultassero in contrasto con gli impegni presi con la U.E. Nella sostanza un vero e proprio atto di resa di un popolo che, accettando in pratica che le sue leggi venissero riscritte e approvate a Bruxelles, è stato costretto in pratica a rinunziare al fondamentale diritto della sua sovranità nazionale. Si e’ trattato in definitiva di un grave atto politico che, senza tener conto delle condizioni di vita di un popolo già stremato dalla povertà e dalla crisi, non si è fatto scrupolo di ridurre la Grecia in una vera e propria condizione coloniale con l’imposizione di una più dura tassazione (inasprimento dell’Iva) e l’aumento indiscriminato di tagli alla spesa pubblica e sociale per il raggiungimento a qualsiasi costo del pareggio del bilancio. Se a questo aggiungiamo la monetizzazione dei beni pubblici greci, la privatizzazione dei servizi essenziali del paese, offerti in pegno e garanzia del debito ai circuiti finanziari di alcuni stati membri come quello della Germania, si comprende come nel caso specifico si sia trattato di una vera e propria riappropriazione della ricchezza sociale della Grecia da parte della U.E.
Al di là della gravità degli effetti negativi della crisi subiti dalla Grecia, bisogna riconoscere che essa ha fatto registrare almeno un effetto positivo in quei governi degli stati membri come quello italiano, che, facendo tesoro dell’esperienza greca, volessero far dimostrazione di coraggio politico nei riguardi della prepotenza delle più potenti nazioni dell’Unione. Giustamente per diversi commentatori politici le discutibili soluzioni della crisi greca hanno fatto scoppiare fra i diversi problemi, innanzitutto quello della “integrazione insufficiente”, cioè del difficile rapporto degli stati membri all’interno della comune casa europea. La recente vicenda della Grecia ha rivelato che uno dei più gravi difetti dell’U.E. è costituito certamente dall’imperfetto edificio di un’unione monetaria che non funziona, malgrado il supporto della BCE e le cure di cavallo imposte ai cittadini dell’Unione. 
Il risultato delle recenti analisi è tutt’altro che nuovo. Il salvataggio in extremis della Grecia ha dimostrato che l’U.E. non può funzionare se non si procede a sostanziali modifiche delle regole e di quei meccanismi che presiedono al funzionamento della sua azione politica e monetaria. Già Prodi con lungimiranza in passato sottolineava questi limiti:” L’euro dovrebbe poggiare su due pilastri, quello monetario e quello di una politica economica e fiscale comune, noi purtroppo ne abbiamo costruito uno solo, senza pensare alle possibili conseguenze future di altre crisi”. In effetti, nel gestire la crisi greca L’Europa è rimasta prigioniera delle proprie regole, a tal punto che la soluzione, come si è detto, è stata trovata con tortuosi provvedimenti correttivi, con duri compromessi al ribasso che hanno comportato il massacro politico ed economico della Grecia col risultato di causare il risentimento di uno dei Paesi più deboli del sistema, costretto a sacrifici insopportabili. Non si può negare che quest’ultimo apparato di sistema, sottoscritto dagli stati con impegni reciproci, fatti di regole e vincoli che riguardano in particolare la disciplina dei bilanci statali, unitamente ai cosiddetti “fondi di salvataggio” ha contribuito almeno per ora a garantire la tenuta e la sopravvivenza dell’U.E. Ma fino a che punto reggerà questo sistema artificiale di spinte e controspinte? Molti sono convinti che non possa durare a lungo.
Attualmente l’Unione sembra essere travagliata dai due opposti estremismi: da una parte il “burocratismo” dei paesi nordici, che col loro immobilismo (riconoscibile particolarmente nella posizione di chiusura, quasi di ottusità economica dimostrata da alcuni autorevoli rappresentanti della finanza e della politica tedesca, non esclusa la Merkel, poco disposti a modificare le loro idee)  si illudono di poter gestire il governo dell’Unione solo con l’esclusiva osservanza delle regole e dei trattati, e dall’altra la deriva euroscettica del cosiddetto “populismo” montante, costituito da movimenti e partiti che agitano il comune vessillo del nazionalismo, che si sta manifestando in modo consistente soprattutto nei paesi mediterranei e anche in Italia; dove in seguito al successo elettorale del 4 marzo si è concretizzato un contratto di governo sottoscritto dalle 2 anime del populismo nostrano: la Lega di Salvini e  il Movimento 5 Stelle di Di Maio e company, che sono stati immediatamente sottoposti ad una censura, non sempre motivata, da parte dei vertici dell’U.E. che hanno subito lanciato l’allarme sul rischio di ribellione in atto in Italia   
Il difficile cammino della manovra gialloverde
3. Il nuovo governo, definito dai suoi protagonisti come “governo del cambiamento”, ha iniziato fin dal suo primo insediamento un percorso molto accidentato a causa del duro contrasto costituito sia dalla Commissione Europea, non disposta ad accettare che in uno dei paesi fondatori del’Unione a governare fossero i rappresentanti di un movimento come i Cinque Stelle e un partito come quello della Lega, entrambi non molto propensi ad accettare le dure regole imposte dagli organismi di governo europei, sia dalla opposizione interna, costituita dal PD e dagli altri minori partiti della sinistra e dalla pattuglia di Berlusconi, decisamente ridotta dall’esito delle ultime elezioni e poco disposta ad accettare che il Paese venga governato da una coalizione nella quale un partito di destra come la Lega accetti di governare con un partito costituito da giovani impreparati e senza esperienza di governo.
I più autorevoli membri dell’attuale governo hanno risposto, ribattendo colpo su colpo, sia alle accuse degli oppositori interni, sorretti da buona parte della stampa nazionale, sia continuando a sostenere un’aspra critica contro L’U.E., accusata di non essere in grado di dare una risposta immediata e consistente alla drammatica emergenza sociale presente in Italia e in  molti stati dell’Unione, soprattutto alla disperazione delle nuove generazioni in preda allo spettro della disoccupazione che nei paesi dell’OCSE ha raggiunto la cifra record di 200 milioni di unità. Ma se Atena piange, pur con le dovute differenze, Roma non ride. Lo dimostra il fatto che anche l’ultimo Semestre Europeo si è  avviato per noi all’insegna dell’austerità e del controllo operato dagli organismi europei che hanno ricordato al nostro Paese di essere assolutamente tenuto ad allineare la sua politica interna, dalle riforme strutturali alla compilazione del bilancio, a quella degli altri stati membri.
E’ stato ribadito dai membri più autorevoli della Commissione l’obbligo di convergere ad ogni costo verso l’obbiettivo del pareggio del debito pubblico, pena la bocciatura dell’annuale progetto di bilancio. E’ il caso di ricordare che l’ultimo governo Renzi si è preoccupato di far inserire nella nostra Costituzione l’obbligo annuale di sanare almeno lo 0,5% del nostro debito, cosa che ci costringe ad una copertura certa della spesa pubblica. Questo per L’Italia è un obbiettivo impraticabile, fermo restando l’obbligo per i Paesi il cui debito supera il 60% del PIL di doverlo ridurre di almeno un ventesimo all’anno. Siccome nel nostro Paese il rapporto debito- Pil si aggira al 138% ciò vuol dire che, nella previsione di una crescita improbabile di esso, non ci rimane altro che operare pesanti tagli alla spesa pubblica a danno dello stato sociale che si andrebbero ad aggiungere a quelli operati su previdenza, contratti, sanità e scuola, già abbastanza penalizzati dai precedenti governi.
Tutto questo accade mentre il nostro Paese risulta attanagliato da una crisi mortale, e i suoi concittadini sono smarriti di fronte all’aumento della disoccupazione, della criminalità, della violenza e di un’incontrollata immigrazione che viene spesso percepita come una minaccia. Se a questo aggiungiamo l’atteggiamento di personale ostilità, dimostrato a più riprese da Salvini e Di Maio nei riguardi di alcuni membri della Commissione europea, c’è n’è di avanzo per giustificare la bocciatura del Documento Economico e Finanziario (DEF) che in genere precede la cosiddetta Manovra, costituito dal governo italiano e inviato secondo le regole e in tempo entro il mese di novembre. Subito dopo è cominciata la guerra delle agenzie di rating che hanno completamente declassato il debito pubblico italiano e la reazione internazionale dei mercati che hanno fatto schizzare lo spread al di sopra della linea di guardia. Ciò che è accaduto in seguito è cronaca recente. La manovra gialloverde, prima di ricevere la sua approvazione con il sì definitivo alla Camera e la rituale firma di Mattarella, ha dovuto percorrere un tormentato iter, un’autentica corsa ad ostacoli che ha visto gli attuali governanti passare attraverso mille accese polemiche prima dell’approvazione definitiva del documento della legge di bilancio al senato, salutata con grande soddisfazione dai membri del governo e, com’era comprensibile dalla dura reazione dei partiti dell’opposizione, in particolare PD e FI, che hanno definito “una ferita alla democrazia” la circostanza che la fiducia sia stata ottenuta senza il dibattito. Parlamentare.
A parte le polemiche, che sono sempre da mettere in conto, è ampiamente positivo per noi il fatto che in questo modo si sia evitato almeno l’esercizio provvisorio che avrebbe comportato un riesame daccapo del provvedimento e probabilmente un’ulteriore  crisi con la UE che con Moscovici si è detta ancora una volta pronta a vigilare. Ad esprimere la soddisfazione del governo per l’approvazione della manovra ci ha pensato il presidente Conte con la sua finale dichiarazione riportata su Instagram: ”Il 2018 si chiude con la prima manovra economica del governo del cambiamento. Una manovra frutto di scelte di politica economica-sociale ben precise e orientate a redistribuire ricchezza e a puntare sugli investimenti, rispettando appieno la volontà espressa dagli elettori. Finisce un anno, ma inizia la Stagione del riscatto con più diritti, più crescita, più equità sociale e con al centro il lavoro. L’Italia è pronta a ripartire, e a tornare grande”.
Per quanto alcuni risultati già siano visibili per effetto della politica del cambiamento soprattutto nel mondo del lavoro, riduzione della disoccupazione e aumento dei contratti a tempo indeterminato, Conte ha dovuto ammettere di recente che il nostro Paese è entrato in una fase di “recensione tecnica”, sottolineando però che ciò non è da imputare esclusivamente alla politica del suo governo e agli effetti della sua manovra finanziaria, molti dei quali ancora di là da venire, ma soprattutto a ragioni internazionali che hanno trascinato al ribasso anche economie finora molto salde come quella tedesca, in particolare l’attuale contesa fra USA e Cina sui dazi e alcune contraddizioni presenti nella grande produzione industriale del Paese, dovute a scelte sbagliate degli amministratori (vedi Fiat) che spiegano un certo ristagno nell’attuale mercato dell’auto.                     


  Oltre all’Unione Economica e Monetaria UEM) altre regole decisamente rigide sono stabilite per i paesi membri dell’Eurozona. In particolare, Il Trattato di Mastricht (1993); il Patto di Stabilità  e di Crescita (1997), rafforzato dal successivo Fondo Salva Stati (ESM) approvato nel 2011; e il Fiscal Compact (Trattato sulla Stabilità, Coordinamento e Governace nell’Unione economica e monateria, varato nel 2012) , completato da 5 Regolamenti e da una Direttiva).