Attualità e Cultura 

 

Leopardi e il “licor di Bacco”

di Raffaele Urraro

  Lunedì 16 Gennaio 2012 "uscita n. 9"

1. Giacomo  Leopardi ci ha lasciato alcune sue riflessioni, come sempre di gran momento, sul liquore di Bacco. Nel 1820 ebbe a scrivere: «Il vino è il più certo, e (senza paragone) il più efficace consolatore. Dunque il vigore; dunque la natura» (1), evidenziando così quello che egli riteneva le caratteristiche più importanti e il potere vero ed effettivo del vino: esso “consola” l’uomo nei momenti difficili della sua esistenza, corroborandone lo spirito, rafforzandone le capacità, data la “naturalità” del vino, cioè il suo essere figlio diretto della natura.

2. È stato osservato, a questo proposito, che il pensiero di  Leopardi richiama, per certi aspetti, quello di Orazio secondo il quale il vino è «buono a destare nuove speranze e a dissipare l’amarezza delle tensioni» (2). Ma non è il pensiero leopardiano il prodotto di un richiamo letterario, pur se il concetto ricalca quello del poeta latino. Impedisce di pensarlo il fatto che il recanatese dedica altri pensieri ed approfondimento alla tematica del vino, e ben più estesi, consistenti, profondi. Infatti già dopo qualche mese egli disquisisce sull’argomento introducendo altri campi di azione del vino. Innanzitutto quello delle donne e dell’amore, campo nel quale il vino può favorire approcci e incontri ravvicinati. È vero che questo era un problema molto avvertito, e sofferto, da  Leopardi, ma qui egli si fa quasi consigliere e sostenitore di una tecnica che prevede il vino come ottimo aiutante di campo.Afferma, infatti,  il poeta: «Dicono e suggeriscono che volendo ottener dalle donne quei favori che si desiderano, giova prima il ber vino, ad oggetto di rendersi coraggioso, non curante, pensar poco alle conseguenze, e se non altro brillare nella compagnia coi vantaggi della disinvoltura» (3). Il vino, dunque, aiuta ad acquistare coraggio, a farsi più intraprendenti, ad osare, ad essere disinvolti. Anche perché, «sebbene inclini all’allegrezza, e sopisca i dolori dell’animo, contuttociò dà risalto alle passioni dominanti o abituali di ciascheduno. Bensì le rallegrerà, e darà speranza anche allo sventurato o disperato in amore» (4).

Insomma Leopardi esalta anche il potere quasi terapeutico del vino, che stimola all’autoesaltazione e all’autoeccitamento stesso delle passioni. Vino come datore di speranza e padronanza di sé anche nei momenti più disperati della storia di un amore.

3. Altrove, anche se solo attraverso un rapido accenno, il recanatese svolge una riflessione relativa al potere del vino sul filosofo. Siamo di fronte a un contesto tematico particolarissimo. Infatti il poeta, parlando del filosofo, al quale a volte «basta un vero nulla per far credere immediatamente che il mondo sia qualche cosa», oppure può bastare «una parola, uno sguardo, un gesto di buona grazia o di un complimento che una persona anche di poca importanza faccia all’uomo il più immerso nella disperazione della felicità, e nella considerazione di essa, per riconciliarlo colle speranze e cogli errori», fa riferimento alla possibile influenza del vino «al cui potere cede e sparisce la più radicata e invecchiata filosofia» (5), evidenziando, così, la possibilità che il vino possa addirittura incide»re sull’evoluzione del pensiero di un filosofo. Ma le cose più importanti, relativamente al rapporto vino-intellettuali,  Leopardi le espone in un altro luogo dello Zibaldone: «Il poeta lirico nell’ispirazione, il filosofo nella sublimità della speculazione, l’uomo d’immaginativa e di sentimento nel tempo del suo entusiasmo, l’uomo qualunque nel punto di una forte passione, nell’entusiasmo del pianto; ardisco anche soggiungere, mezzanamente riscaldato dal vino, vede e guarda le cose come da un luogo alto e superiore a quello in che la mente degli uomini suole ordinariamente consistere» (6).

4. Dunque il poeta lirico, il filosofo, l’uomo carico di immaginazione e di sentimentalità, lo stesso uomo qualunque, “riscaldato dal vino”, ha una percezione delle cose diversa da quella degli individui normali. Infatti costoro possono scoprire “in un sol tratto molte più cose” del solito, possono, osservando una “moltitudine di oggetti”, cogliere “i loro rapporti scambievoli, a considerare i detti oggetti” meglio di prima. insomma il vino agisce sull’ispirazione del poeta lirico, sulla speculazione del filosofo, sulle facoltà immaginative e sentimentali dell’individuo, sulle passioni dell’uomo qualunque provocando in loro un rapporto nuovo e diverso con il mondo circostante. Esso acuisce le capacità percettive, le possibilità di osservazione delle cose, della loro presenza e delle loro interazioni, cose che non sarebbero possibili in uno stato di normalità psico-fisica. Anzi,  Leopardi è convinto che il vino non solo «dispone a provar vivissime sensazioni per menome cause» (7). Ma c’è di più: pochi giorni dopo,  Leopardi ritorna sull’argomento e ne approfondisce e allarga le diramazioni, sostenendo che il vino «non pur giova all’immaginazione, ma eziandio all’intelletto, ed all’ingegno naturalmente, alla facoltà di ragionare, di pensare, e di trovar delle verità ragionando (come ho provato più volte per esperienza), all’inventiva ec. Alle volte per lo contrario giova sì all’immaginazione, sì all’intelletto, alla mobilità del pensiero e della mente, alla fecondità, alla copia, alla facilità e prontezza dello spirito, del parlare, del ritrovare, del raziocinare, del comporre, alla prontezza della memoria, alla facilità di tirare le conseguenze, di conoscere i rapporti ec. ec. una certa debolezza di corpo, di nervi ec. [3553] una rilasciatezza non ordinaria ec. come ho pure osservato in me stesso più volte. Altre volte all’opposto» (8). Dunque il vino agisce non soltanto sulle facoltà fantastiche e immaginative dell’uomo, rendendolo capace di vedere e cogliere cose non viste e non colte in precedenza, ma anche sulle capacità e potenzialità intellettive dell’uomo. E  Leopardi si sofferma in modo articolato su questo tema: il vino aiuta a “ragionare”, a “pensare”, a “trovar verità ragionando”, a “inventare”, a rendere mobile rapido solerte il pensiero e così pure la mente, a rendere più pronto lo spirito nel parlare nello scoprire nel rinvenire, nel pensare, nel comporre, nel ricordare, nel dedurre e nel concludere. Insomma per  Leopardi, il vino esercita un potere straordinariamente articolato, complesso, totale. E non si tratta di teorie prodotte a tavolino, ma di affermazioni prodotte sulla base di esperienze personali: “come ho provato più volte per esperienza”; “come ho pure osservato in me stesso più volte”. Anche se il poeta conclude il pensiero sopra riportato affermando “altre volte all’opposto”, cosa che fa intuire come la stessa esperienza degli effetti del vino avrà prodotto conseguenze negative. Si tratta, probabilmente,o di casi in cui si eccede o di contestualità psico-fisica contraria.

5. Qualche mese dopo,  Leopardi ritorna ancora sull’argomento ribadendo le affermazioni precedentemente riportate, anzi approfondendole con un’ulteriore articolazione di osservazioni: «Il vino, il cibo ec. dà talvolta una straordinaria prontezza, vivacità, rapidità, facilità, fecondità d’idee, di ragionare, d’immaginare, di motti, d’arguzie, Sali, risposte ec. vivacità di spirito, furberie, risorse, trovati, sottigliezze grandissime di pensiero, profondità, verità astruse, tenacità e continuità ed esattezza di ragionamento anche lunghissimo e induzioni successive moltissime, senza stancarsi, facilità di vedere i più lontani e sfuggevoli rapporti, e di passare rapidam[ente] dall’uno all’altro senza perderne il filo ec. volubilità somma di mente ec.» (9). Com’è evidente, in questo luogo dello Zibaldone  Leopardi riafferma con maggior vigore, e forse anche con maggiore convinzione, il potere del vino, i suoi influssi sulle capacità di un più rapido corso dei pensieri, concetto espresso con un’ampia serie di connotazioni (“prontezza”, “vivacità”, “rapidità”, “facilità”, “fecondità”) riportate secondo l’uso di Giacomo – almeno così sembra anche in questo caso –  di consultare un dizionario di sinonimi (10), sulle possibilità che si acuiscano le capacità di motti arguti e spiritosi, sull’affinamento dello spirito filosofico che consente di scendere fino al fondo delle cose, sull’abilità di condurre ragionamenti e discorsi complessi ed elaborati, sulle possibilità di cogliere rapporti interattivi tra le cose, sulla “volubilità” della mente capace di passare da una tematica e argomentazione ad un’altra. Certo, afferma  Leopardi, tutte queste possibilità sono determinate in relazione alle “condizioni particolari delle persone”, alle “circostanze” del momento e a quelle “abituali”. Tuttavia: «quello accrescimento di facoltà prodotto dal vino, ec. è indipendente p[er] se stesso dall’assuefazione. E gli uomini più stupidi di natura, d’abito ec. divengono talora in quel punto spiritosi, ingegnosissimi» (11). Eppure bisogna tener conto del fatto che «il talento e le facoltà dell’animo» sono «in gran parte cosa fisica, e influita dalle cose fisiche» e che «la diversità de’ talenti in gran parte è innata e sussiste indipendentemente dalla diversità delle assuefazioni, esercizi, circostanze, coltura» (12).

6. A quanto detto in data 14 novembre 1823  Leopardi aggiunge, qualche giorno dopo, il 17 novembre, altre considerazioni: «Alla p. 3882. E quelli che p[er] l’ordinario non dimostrano ingegno né talento se non p[er] le cose gravi e serie, allora lo dimostrano non di rado nfluìissimo p[er] lo scherzo ec. E gli uomini di talento profondo ec. ma scarsissimi o alienissimi da quello che si chiama spirito, e fors’anche tutto l’opposto che spiritosi; tardi, bisognosi di molto tempo a concepire a inventare ec. freddi, secchi ec. allor divengono spiritosissimi, prontissimi ec. E gli uomini d’ingegno riflessivo o simile, ma non inventivo non immaginoso ec. allor dimostrano e veramente acquistano p[er] quel poco di tempo una notabile facoltà d’invenzione, immaginazione ec. ec. E così discorrendo sulle diversità dei talenti ec.» (13). Qui il poeta recanatese definisce ancor meglio concetti già espressi in precedenza. Anzi si tratta di concetti che egli “aggiunge” – esplicitamente – a quelli già espressi nella sua pag. 3882, e perciò abbisognano di qualche delucidazione circa la loro contestualizzazione. Ebbene, la sua osservazione dei comportamenti umani gli dice che vi sono uomini che normalmente “non dimostrano ingegno né talento” se non per cose gravi e serie, ma che, spronati o eccitati dal vino, ne dimostrano tanto, e “potabilissimo”, per lo “scherzo”, nel quale, evidentemente, si mostrano arguti assai. Così come vi sono individui che il “talento” lo possiedono, ma di solito son privi di “spirito”, “freddi”, “secchi”, ma che, proprio in virtù del vino, “divengono spiritosissimi, prontissimi” a partecipare al gioco. Così come, infine, vi sono uomini che, pur se dotati di “ingegno riflessivo o simile”, sono normalmente privi di “inventiva” e di “immaginazione”, ma le acquistano proprio e sempre in virtù del vino. Insomma il vino dà brio, vivezza, prontezza di spirito, propensione allo scherzo, e rende inventive e immaginose anche persone che di norma si comportano in modo serio e grave, condizionate dalla loro particolare conformazione caratteriale. Tanto che il  Leopardi può concludere: «Vino. Il piacer del vino è misto di corporale  e di spirituale. Non è corporale semplicemente. Anzi consiste nfluìpalmente nello spirito» (14). 

 

 

                                        NOTE

 

1)      G.  Leopardi, Zibaldone di pensieri, Edizione critica e annotata a cura di Giuseppe Pacella, 3 voll., Garzanti, Milano 1991, [324], I, pag. 263, 14.11.1820.

2)    Orazio, Carmina, IV, 12, vv. 19-20: “spes donare largus amaraque / curarum eluere efficax”.

3)    G.  Leopardi, Zibaldone di pensieri, op. cit., [496], I, 356, 13.01.1821.

4)    Ibidem, [497], I, 357.

5)    Ibidem, [1652], I, 968-9, 8-09-1821.

6)    Ibidem, [3270], II, 1713, 26-08-1823.

7)    Ibidem, [3426], II, 1791, 12-09-1823.

8)    Ibidem, [3552-3553], II, 1856, 29-09-1823.

9)    Ibidem,[3881-3882], II, 2048, 14-11-1823.

10) Sinonimi ed aggiunti italiani raccolti dal Padre Carlo Costanzo Rabbi Bolognese.  Leopardi possedeva la Nuova edizione veneta accresciuta di giunte postume […] dal padre Alessandro Maria Bandiera, Bassano 1783. A tal proposito v. la lettera inviata da Giacomo alla sorella Paolina da Roma il 3 dicembre 1822.

11)  G.  Leopardi, Zibaldone, cit., [3882], II, 2048, 14.11.1823.

12) Ibidem.

13) Ibidem, [3886], II, 2051, 17-11-1823.

14) Ibidem, [4286], II, 2403, Firenze, 17-07-1827.