Attualità e Cultura

 

Lunedì 30 Luglio 2012 "uscita n. 10"

 

Pianeta Cina, la nuova frontiera del Paese più emergente del mondo

  

di  Raffaella Faggella

 

 

Una manifestazione dei lavoratori cinesi della Foxconn.

 

 

    1.Non è certamente agevole affrontare il discorso sulla Cina contemporanea, sia a causa della vastità e complessità dei problemi che hanno a che fare con questo immenso paese, sia perché non è facile per noi occidentali arrivare a comprendere l’indefinibile realtà di questo originalissimo cosmo umano, considerato fino a ieri come“un’ autentica  alternativa di civiltà” rispetto alla nostra. In passato, fino ai primi decenni del ‘900, la storia della Cina era studiata secondo una prospettiva di tipo eurocentrico, che considerava gli avvenimenti di questo lontano, immenso paese (sia che si trattasse di ribellioni, guerre e sommosse o naturali e catastrofiche distruzioni) prevalentemente secondo la mentalità e gli schemi del reportage giornalistico. Oggi, mettendo da parte il vecchio schema occidentalista, (che dall’età di Marco Polo al periodo dell’occupazione coloniale dell’Asia orientale del XIX secolo, ha inteso guardare alla Cina solo quale luogo favorevole agli interscambi commerciali, se non proprio allo sfruttamento economico) siamo portati a vedere diversamente la dimensione sociale, storica ed economica per comprendere oggettivamente e realmente non dall’esterno ma iuxta propria principia le tendenze profonde ed attuali proprie dell’antichissima regione del sol levante, segnata ai giorni nostri da un originale e tumultuoso dinamismo che in modo crescente richiama l’attenzione degli studiosi di scienze sociali ed economiche.

 

    2.La stampa mondiale ha adottato recentemente  l’acronimo “Bric” per qualificare i quattro paesi del mondo nelle cui aree geografiche è possibile verificare attualmente un progressivo incremento dello sviluppo economico-industriale. La Cina, che viene indicata per ultima nella figura, per i risultati raggiunti dovrebbe al contrario  essere collocata al primo posto fra i paesi in via di sviluppo per l’eccezionale potenziale umano ed economico che possiede. Gli esperti prevedono che il prodotto interno lordo della Cina, il cui tasso di crescita ha raggiunto oggi livelli impressionanti, supererà tra il 2015 e il 2020 quello degli Stati Uniti. Pertanto, essa fra non molto non sarà più soltanto il più importante tra i paesi emergenti nella fase più recente della globalizzazione economica, ma una forza strategica con cui nei prossimi anni dovranno fare i conti le più grandi potenze economiche del globo. A partire dal periodo  delle grandi riforme (1978) il Pil della Cina (che era all’inizio del processo di sviluppo di poco inferiore al 5%) ha avuto rispetto a quello mondiale quasi senza interruzioni una crescita esponenziale che continua ancora oggi, attestandosi al di sopra del 15%. Secondo i calcoli del Fondo Monetario Internazionale nei prossimi cinque anni l’economia cinese, salvo gli imprevisti dovuti alla crisi in atto (alla quale del resto il governo di Pechino ha reagito con una politica di rilancio molto decisa), avrà superato in termini di Pil quella del paese più forte del globo, situandosi al primo posto fra i maggiori paesi produttori del mondo. A dire il vero occorre anche dire che le cose stanno in termini diversi se oltre al prodotto interno lordo si valutano altri fattori: le distanze tra i due paesi rimangono ancora considerevoli  se consideriamo il reddito pro capite dei cinesi che risulta  tuttora il 16% di quello statunitense. Comunque, se gli scienziati odierni di tutti i paesi si applicano con tanto interesse allo studio della realtà cinese, ciò è dovuto al fatto che questo immenso paese, a preferenza di altri, costituisce un autentico laboratorio per conoscere da vicino la storia e il progresso degli individui e delle masse degli ultimi sessant’anni.

 

Urbanizzazione e sviluppo demografico

 

    3.Non basta, tuttavia, avvicinarsi solo alle opere degli storici e degli specialisti per comprendere fino in fondo le specificità e le novità talvolta sconvolgenti della Cina moderna, ma occorrerebbe farne esperienza diretta, con un’autentica ed indimenticabile full immersion, come ho avuto modo di sperimentare personalmente nel mio ultimo viaggio nell’Asia orientale. Qui, in un’area molto vasta che, escludendo il Giappone già da tempo ai primi posti nella produzione economica del pianeta, comprende la Cina costiera  meridionale, Taiwan, Hong Kong, Singapore e Corea del Sud (le famose “quattro tigri” dell’economia mondiale), a partire dalla fine degli anni Settanta si è verificata, e ancora dura attualmente, un’inarrestabile accumulazione primitiva che ha generato un eccesso di produzione industriale senza confronto che farebbe impallidire le infernali fabbriche di Manchester descritte da Engels. Giungendo oggi a Hong kong, dopo aver percorso una miriade di isole, il visitatore può ancora vedere fra le nubi di smog esalante dalle industrie un intero quartiere  sul modello inglese dei sobborghi industriali che ospita un immenso proteo vivente di uomini, per lo più eredi dei profughi dalle carestie della Cina continentale, che vivono uno sull’altro riproducendosi a ritmo vertiginoso. Qui, come nelle megalopoli dei grandi distretti industriali della Cina, è possibile toccare con mano i pregi, i difetti, lo sviluppo, le distorsioni e le criticità che sono strettamente collegate al grande fenomeno di un prorompente sviluppo industriale. E’ innegabile che lo sviluppo industriale cinese, condotto innanzi a ritmo esponenziale, ha portato con sé grandi vantaggi, primo fra tutti quello di aver tratto dalla povertà milioni di uomini e donne, che vivono più a lungo e generano di più,  ma non bisogna dimenticare che il modello di sviluppo importato dall’occidente, mutando l’indirizzo e la vita degli abitanti dei centri asiatici, abituati per cultura a ritmi esistenziali più lenti, ha suscitato anche una profonda crisi umana, sociale e politica che in alcuni casi giunge a squilibrare la loro esistenza.

Accanto alle mutazioni del modus vivendi dei cinesi quale conseguenza dell’importazione di un modello di sviluppo estraneo, conviene sottolineare l’esistenza di un problema molto serio che i paesi occidentali conoscono da almeno un secolo: il macroscopico fenomeno dell’urbanizzazione. Tale avvenimento, che è in necessario rapporto con lo straordinario accrescimento demografico (alcuni sostengono che la Cina ha a che fare con un’autentica bomba demografica) a tal punto che non si saprebbe dire quale dei due abbia generato l’altro, sta sconvolgendo la struttura dei grandi centri urbani dei paesi cosiddetti del “Bric”: soprattutto Brasile, India e Cina. Possiamo avere un’idea della gravità di un tale fenomeno macroscopico se pensiamo che negli anni ’90 i cinesi che abitavano nei centri urbani costituivano il 33% su un miliardo, ora essi sono vicini al raddoppio, avendo raggiunto il 60% su 1,350 miliardi di unità. Già all’epoca di Mao si parlava con preoccupazione di un pericolo giallo, eppure i cinesi erano meno della metà di quelli attuali. Ogni anno sono più di 15 milioni i cinesi che abbandonano le campagne, attratti dalle metropoli industriali o espulsi da una terra troppo povera per sfamarli. Chongqing conta 30 milioni di abitanti, Shangai e Pechino sono vicine ai 20 milioni ciascuna; Canton, Hong Kong e Nanchino superano la soglia dei 10 milioni; le città medie, come Harbin, Dalian e Xiang, che contano più di 5 milioni di abitanti, una dimensione che Roma e Milano non raggiungeranno mai, saranno tra poco un centinaio. Di fronte a questi numeri e scenari così preoccupanti i nostri problemi di affollamento, per quanto seri, certamente ci sembrano al confronto più risolvibili.

 

 

Fonti energetiche e situazione ambientale

     4.I più avveduti sanno che la crescita economica e demografica della Cina sta producendo una domanda crescente di energie così stringente da modificare l’intero rapporto tra la domanda e l’offerta energetica mondiale. Il modello inarrestabile dello sviluppo cinese che sta esercitando un’enorme pressione sulla domanda di energia, in particolare su quella petrolifera, è generalmente accusato di scarso interesse nella conservazione delle risorse naturali e di trascurare irresponsabilmente le implicazioni ambientali. Nell’immaginario collettivo internazionale un tale modello di sviluppo è considerato addirittura come del tutto insostenibile. A tal proposito ricordiamo che  la definizione classica della sostenibilità ambientale è la seguente: si dice sostenibile uno sviluppo economico che riesce a soddisfare i bisogni del presente senza compromettere le possibilità che anche le generazioni future riescano a soddisfare i propri. Il consumo energetico della Cina, la cui domanda sarà raddoppiata entro il 2030, conferma senza dubbio le agitate previsioni dei catastrofisti: pensare che tra un ventennio i cinesi avranno 270 milioni di automobili non autorizza certamente a fare sonni tranquilli. Non mancano, d’altro canto, posizioni più rassicuranti che, riportando alla normalità storica tale fenomeno, ci inducono ad essere meno pessimisti:”In realtà quello che è successo in Cina non deve stupire. L’esperienza storica nei paesi che si sono trovati e si trovano nella fase del decollo verso una crescita stabile mostra che essi, durante questa fase, sono normalmente caratterizzati da una relazione positiva tra crescita economica e domanda di energia, e da una relazione negativa tra crescita stessa e livello della qualità ambientale (Musu)”.

Senza negare valore a simili argomentazioni, la questione dell’esaurimento delle risorse naturali rimane al primo posto fra le nostre preoccupazioni. Si ritorna oggi a parlare di penuria o di un prossimo esaurimento del petrolio, che continua ad essere la principale fonte energetica del pianeta. Il problema non è nuovo, già in passato la guerra del Kippur stava per mettere in ginocchio le economie degli stati occidentali. Oggi è la voracità cinese, sommata a quella indiana, che rischia di prosciugare i pozzi del Golfo Persico. Ma il petrolio non è l’unica risorsa naturale minacciata di esaurimento; anche la preziosissima acqua si rarifica sia a causa dello scriteriato uso industriale sia per effetto della desertificazione delle terre. Eppure il continente cinese è percorso da storici grandi fiumi che sembrerebbero inesauribili. In effetti, proprio per il gradissimo consumo delle fabbriche il 58% dei fiumi della Cina è reso tossico o inadatto a rispondere ai bisogni ordinari di potabilità delle grandi città, la cui crescita esponenziale costringe il governo di Pechino a progettare faraoniche opere per dirottare alcuni corsi d’acqua dal sud verso il nord del Paese.

A partire dalla legge sulla protezione ambientale del 1979 occorre ammettere che si è avuto anche in Cina un interesse crescente per risolvere i problemi del degrado naturale. La legislazione in materia ha indubbiamente contribuito a migliorare le cose, ma non ha risolto quelli più seri, primo fra tutti la qualità dell’aria, che rimane tra le peggiori del mondo soprattutto nelle aree urbane a maggiore concentrazione umana e industriale. Accanto a quello del raggiungimento prossimo del più alto livello del prodotto interno lordo (Pil) la Cina ha raggiunto un altro primato: essa bruciando le tappe ha conquistato con anni di anticipo un nuovo record, strappandolo agli Stati Uniti: il Paese del Sol levante è il numero uno nel mondo per la quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera. L’Agenzia Internazionale per l’Energia aveva pronosticato che il sorpasso Cina-Usa sarebbe avvenuto più tardi sottovalutando probabilmente l’impetuosa crescita economica del colosso cinese. Così oggi la Cina, seguita dall’America, dall’Unione Europea, da India e Giappone, ha il nero primato di essere la maggiore responsabile del surriscaldamento ambientale della terra. Gli scienziati hanno calcolato in 6,2 tonnellate la quantità di CO2 rilasciata dai cinesi nell’atmosfera terrestre. Si tratta di una quantità enorme, che inoltre è destinata ad aumentare considerando il ritmo frenetico dello sviluppo industriale di quel paese. Un tale infausto primato ha fatto aumentare la pressione politica del resto del mondo sulle autorità di Pechino perché  aderiscano agli accordi internazionali sulla riduzione di gas serra nell’aria. Di fronte alle accuse di essere i primi inquinatori del globo i maggiori rappresentati del governo cinese, pur senza rinunziare ad un progetto di riduzione di CO2, hanno giustamente ricordato che la Cina non è l’unico paese responsabile dell’inquinamento globale, mentre le ipocrite nazioni occidentali, dopo aver impunemente distrutto per molti anni il pianeta con il proposito di preservare l’ambiente naturale del loro paese, hanno scelto di delocalizzare i loro investimenti industriali nell’Asia orientale, facendo della Cina il primo paese manifatturiero del mondo.

 

La storia

 

    5.Sarebbe un grave errore voler parlare della Cina odierna, del suo straordinario sviluppo, dei problemi che l’economia e la società di quel paese dovranno affrontare nei prossimi decenni senza considerare la storia passata di essa, non fosse altro perché i valori che hanno caratterizzato la sua civiltà e ancora caratterizzano la sua cultura sono oggi così presenti ed attuali da qualificare decisamente l’identità di questo popolo destinato a giocare un ruolo essenziale nel futura dell’umanità. Occorre innanzitutto premettere che la civiltà cinese, rapportabile per tradizione solo alle più antiche civiltà che conosciamo, ha una storia che rimonta molto indietro. Per più di tremila anni la società cinese ha avuto un impero unitario che, essendo costituito su chiuse basi feudali, ha preservato la Cina da qualsiasi influenza col mondo esterno. I cinesi hanno sempre considerato la loro civiltà come la più alta del mondo, tanto che ancora oggi si vantano di non aver solo subito l’invasione dei mongoli ma di averli assoggettati alla loro sebbene vincitori.

Ma nel XIX secolo, contemporaneamente all’espansione nell’Asia orientale delle potenze occidentali, la civiltà imperiale cinese per sua natura chiusa ed autoreferenziale, non riuscendo neppure ad attivare i tipici processi economici dell’accumulazione primitiva e dell’industrializzazione, sotto i colpi di una cultura più moderna, economicamente e militarmente più possente, cominciò a disintegrarsi   vedendo vacillare il suo vecchio assetto feudale. Per avere un’idea quale fosse il giudizio sull’occidente che correva nella Cina imperiale prima di sperimentare la traumatica irruzione delle potenze capitalistiche, possiamo riferirci ad un documento (riportato dal Toynebee nel suo Civilization on trial ): la risposta che l’imperatore Ch’ien Lung rivolse alla fine del Settecento ad una lettera di Giorgio III d’Inghilterra, che gli aveva chiesto di voler instaurare con la Cina rapporti diplomatici e commerciali.” Per quanto riguarda la vostra richiesta di inviare uno dei vostri sudditi con credenziali presso la mia corte celeste, col proposito di controllare il commercio del vostro Paese con la Cina, essa è contraria a tutti gli usi della mia Dinastia e non può assolutamente essere presa in considerazione (…) Il nostro cerimoniale e il nostro codice di leggi differiscono così completamente dai vostri, che (…) non vi sarebbe in alcun modo possibile trapiantare le nostre maniere e i nostri costumi sul vostro suolo straniero (…). Tenendo lo scettro dell’ampio mondo, io non ho che uno scopo in vista, cioè mantenere un perfetto governo e adempiere i doveri dello stato (…) Non attribuisco nessun valore a oggetti strani o ingegnosi, e non saprei che farmi dei prodotti confezionati nel vostro Paese”. Appena 49 anni dopo i cinesi, subendo la disfatta nella Guerra dell’Oppio (1840), incapaci di sostenere con le loro vecchie ed inadatte strutture economiche la concorrenza dei prodotti dell’industria europea, avrebbero sperimentato a loro danno le disastrose conseguenze dell’impatto con la potenza britannica accettandone le imposizioni (“porti di trattato”, diritti di extraterritorialità per i cittadini inglesi, sottomissione ad una giurisdizione consolare) e l’autorità coloniale. La successiva guerra contro il Giappone (1994-95) conclusasi con la sconfitta cinese, fu un’ulteriore dimostrazione della sostanziale debolezza della Cina.

 

L’età del colonialismo

 

      6.Con il nuovo secolo (XX) entriamo in una nuova fase del rapporto tra mondo capitalistico e Cina, durante la quale, come ebbe a sottolineare il leader della rivoluzione nazionale cinese, Sun Yat-sen, particolarmente nel primo decennio, il Paese, non essendo in grado a causa della sua debolezza di arginare la politica degli investimenti finanziari stranieri e l’imposizione di nuovi insediamenti coloniali e privilegi, era diventato più che una colonia una “sottocolonia”. Pur subendone lo strapotere, in questo periodo il ceto intellettuale progressista cinese, per alcuni decenni fece ogni sforzo per imparare dall’Occidente. Un numero sempre crescente di studenti, provenienti dalla formazione della nuova borghesia affaristica e finanziaria, ritenendo superati i modelli di una cultura tradizionale statica e contemplativa, furono mandati per la prima volta a studiare nelle scuole moderne del Giappone, degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Germania etc. Anche se lo sviluppo di queste nuove forze sociali non si diffuse in modo uguale in tutto il paese (in particolare nelle regioni più continentali della Cina, arretrate e restie a smettere i caratteri feudali), si verificò in alcuni fondamentali distretti, come quelli di Canton, Shangai, Tientsin, una profonda penetrazione di forme economiche capitalistiche. La prima guerra mondiale e la Rivoluzione di Ottobre in Russia contribuirono, se non proprio ad arrestare, certamente a frenare ogni progetto di progresso economico e di modernizzazione del Paese. Intanto nel 1911, dopo il crollo dell’impero dei Quing, a Shangai era avvenuta la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, nata per impulso soprattutto del partito nazionalista del Kuomintang, espressione della nuova borghesia nazionale e progressista, che, pur avendo contribuito a riunificare il Paese col sostegno sovietico, non ebbe poi la forza di debellare gli interessi della grande proprietà agraria e quelli delle potenze coloniali.

Avvenimenti di importanza fondamentale per i successivi sviluppi della storia cinese furono il movimento del 4 maggio (1919) e la fondazione del Partito Comunista Cinese (1921). Il moto del 4 maggio, anno della morte di Confucio, fu un movimento politico e culturale segnato soprattutto dalla presenza di intellettuali di estrazione  borghese, che contribuirono a far conoscere in Cina le ideologie socialiste e in particolare l’opera di Marx. Il partito comunista cinese, nato per ispirazione del leninismo, si inseriva nella storia della Cina quale partito antimperialista e fedele alla causa dei contadini poveri. Esso, tuttavia, si alleò inizialmente per una questione di opportunità con il Kuomintang, protettore degli interessi degli agrari: per spazzare via i “signori della guerra”, gli spietati tiranni delle province, e porre fine ai privilegi nel territorio cinese delle potenze coloniali. Ma l’alleanza fra il Partito comunista e il Kuomintang andò in frantumi nel 1927, allorché Chiang Kai-shek, scatenando i suoi cadetti di Whangpo, fece strage dei comunisti, rompendo in questo modo il fronte comune e dando origine all’epica marcia di 100 mila soldati comunisti che, percorrendo a piedi 12 mila chilometri, la distanza che separa la Cina dall’Europa, rifugiandosi sugli altopiani di Yenan nella grande ansa del fiume Giallo per sottrarsi alla strage, ripeterono l’epico cammino dei Greci descritto da Senofonte nell’Anabasi. A guidarli era Mao Tse-tung, figlio di un povero contadino, nato nella provincia di Hunan, che con il suo esempio di rinunciatario abitatore delle grotte  diede al nazional-comunismo cinese un carattere monastico-militare.

Mao e Chiang, dimenticando la loro ostilità, fecero ancora fronte comune in occasione dell’invasione della Cina da parte del Giappone (1937) riuscendo ad espellere le truppe nipponiche dal territorio cinese a cominciare dalla Manciuria. Finita la guerra, Ciang-KaiShek, che in fondo era un anticomunista, tornado su posizioni sempre più conservatrici, col favorire gli interessi dei latifondisti e della borghesia affaristica si mostrò sempre più contrario agli interessi del proletariato e delle grandi masse contadine. Il regime di Ciang, prima di essere travolto dalle forze di Mao Tse-tung, si esaurì soprattutto a causa della corruzione dilagante dei suoi dirigenti. Liquidato il regime nazionalista e rifugiatosi Chiang-KaiShek nell’isola di Formosa, l’odierna Taiwan, per dare origine alla Repubblica Nazionalista Cinese filoccidentale, il 1 ottobre 1949 Mao proclamava la Repubblica Popolare Cinese, assumendo sulle sue spalle l’enorme carico dei problemi di un paese esausto in seguito a venti anni di sciagure, reduce da guerre e catastrofi naturali, stremato da fame e carestie, lacerato ancora dalle discordie interne.

 

 

L’età di Mao

 

       7. Al di là dei risultati e dei fallimenti, che certamente non mancarono a causa della enorme mole dei problemi che il nuovo regime si trovò ad affrontare, gli effetti della rivoluzione comunista in Cina furono immensi, come scrive Chesneaux:”Nel giro di qualche anno la struttura politica e sociale della Cina si trasformò. Il partito comunista cinese, forte di parecchi milioni di membri, divenne ufficialmente l’elemento motore della vita pubblica, dall’officina al villaggio fino al vertice dello stato”. Ma occorre anche dire che la politica economica applicata in Cina nell’età del maoismo fu caratterizzata da una successione di fasi alterne di accelerazioni e fallimenti per realizzare una strategia di rapido sviluppo e al tempo stesso per costituire un’economia pianificata sul modello sovietico. Appena preso il potere nel 1949 Mao si trovò a governare un paese gravato da problemi economici e sociali pesantissimi sia per i notevoli danni prodotti dalle guerre, sia per un livello di inflazione altissimo e inarrestabile.

Nella prima fase eroica, convinto che l’ideologia e la politica potessero tutto, pur non disponendo di basi materiali e tecniche, senza un’analisi scientifica dei problemi la Cina avviò un modello di economia mista, ponendo le grandi industrie sotto il controllo dello stato e attuando una radicale riforma basata sulla ridistribuzione della terra ai contadini. Questa fu la prima grande sfida che il marxsismo-leninismo di Mao-Tse-tung si trovò ad affrontare, nutrito solo di formule generali e senza il conforto di una scientifica teoria dello sviluppo. In assenza di mezzi tecnici adatti allo scopo, lo sostenevano in cambio una fede immensa nelle possibilità delle masse e la convinzione che alla base di ogni progresso, per raggiungere la Grande Armonia (il comunismo) bastasse una dose consistente di umano volontarismo. I modesti risultati iniziali (l’enorme inflazione umana gravante sulla terra, non consentiva una rapida accumulazione di surplus agrario da riutilizzare nello sviluppo industriale) indussero Mao a mettere in pratica il modello economico sovietico (che era basato sulla collettivizzazione delle terre e sull’industria pesante), avviando nel 1953 il primo piano quinquennale con la speranza di poter ripetere il” miracolo russo”.

Nacque così la seconda scommessa del maoismo che viene indicata come “Grande Balzo in avanti”, la cui attuazione richiese una modifica del rapporto tra agricoltura e industria a favore di quest’ultima. Tale passaggio, comportando la subordinazione della produzione agricola, i cui prodotti portati all’ammasso erano venduti a prezzi molto bassi per consentire l’accumulazione del surplus delle grandi imprese industriali di stato, finì col creare un grave scontento fra le masse contadine accentuando lo scompenso e le distanze già esistenti tra le campagne i centri urbani. Nel biennio 1955-56 l’economia cinese fu sottoposta ad una brusca accelerazione che purtroppo non produsse i risultati sperati: Mao aveva previsto l’obiettivo straordinario di riuscire a superare l’Inghilterra in tre anni e l’America in dieci. Gli obiettivi economici furono ben lungi dall’essere raggiunti, anzi non furono nemmeno sfiorati, il Grande Balzo fallì e fu il collasso dell’economia. A causa della forzata accelerazione la produzione industriale aumentò sì, ma in modo completamente modesto rispetto alle risorse umane impiegate, col risultato di una produzione molto scadente e con un drenaggio di manodopera umana che mandò in crisi spaventosa la produzione agricola da generare una gravissima carestia.  

In questi anni, intanto, i rapporti della Cina con la Russia si erano fatti sempre più difficili:”il fallimento del modello sovietico, applicato alla società cinese, l’eccesso di burocratizzazione del partito che ricalcava anche sotto questo aspetto l’esempio sovietico, l’insofferenza crescente verso i controlli e i condizionamenti di Mosca, tutto ciò portò all’irreparabile. Il ritiro dei tecnici sovietici dalla Cina segnò la fase di rottura fra i due grandi colossi del comunismo mondiale, fase di rottura che è ancora in corso”(De Rosa). Le ragioni del dissidio sono ben note ed ampiamente documentate dalla stampa specializzata, e si possono così ridurre: diversità di sviluppo e di prospettive economiche, controversie di frontiera e rivendicazione della funzione di guida della rivoluzione mondiale. Negli anni che seguirono al fallimento del Grande Balzo economico l’establishment cinese dovette impegnarsi per riparare i danni prodotti dal 1961 al 1964, imponendo al Paese dopo la forzata foga produttiva un periodo necessario di rilassamento, e di moderazione. Col proposito di attuare una riorganizzazione economica nazionale la politica cinese ridusse gli investimenti industriali e impose a milioni di lavoratori di ritornare nelle regioni di origine a coltivare la terra.

 

La Rivoluzione Culturale

 

     8.Per riprendere il controllo del partito, dell’esercito e dello Stato a questo punto Mao tentava la terza scommessa della sua permanenza al vertice della politica cinese, promuovendo nel 1966 la cosiddetta “Rivoluzione Culturale Proletaria”. Nel timore di una degenerazione burocratica e revisionista dei vertici del partito Mao si appellò direttamente alla base, ai giovani, agli operai, all’esercito, ai collettivi e alle comunità di villaggio per realizzare un rilancio della sua dottrina col proposito di operare in quel difficilissimo snodo della storia del Paese una sintesi fra“ le verità universali del marxismo” con gli “specifici caratteri nazionali” della Cina. Già nel 1938 Mao così scriveva preconizzando forse i successivi sviluppi della storia:” Ciò che noi chiamiamo marxismo concreto è il marxismo che ha assunto una veste nazionale, il marxismo applicato alla lotta concreta nelle concrete condizioni della Cina, e non utilizzato in modo astratto (…) E’ ora di finirla con le formule fabbricate all’esterno, è ora di cantare meno ritornelli vuoti e astratti. E’ ora di abolire il nostro dogmatismo e di sostituirlo con qualcosa di nuovo e vivo, con uno stile cinese e una maniera cinese che giungano grati agli occhi e alle orecchie della gente semplice della Cina”.

Al di là della componente marxiana, non assunta in modo diretto, ma veicolata attraverso la mediazione leninista, volendo riconoscere quali siano gli influssi culturali cinesi riconoscibili nel pensiero politico di Mao, dobbiamo sottolineare accanto ai termini di un nazionalismo estremo, la presenza attualizzata della tradizione confuciana ( soprattutto per il concetto della salvezza collettiva che si sovrappone ai bisogni individuali), alcuni elementi estratti anche dal taoismo che giustificano, ad esempio, il concetto della “simmetria dialettica”, come possiamo riscontare nel saggio Sulla contraddizione, scritto dal leader cinese nel 1937, che risulta ispirato dalla dottrina taoista delle forze opposte piuttosto che dalla più nota dialettica di Hegel.

E’ difficile valutare con sicurezza quale sia stata la portata della Rivoluzione Culturale Proletaria, che fu un movimento certamente originale e mai sperimentata in altri paesi. Una cosa è certa che gli effetti di essa si fecero risentire non tanto, e semplicemente nella prospettiva economica quanto piuttosto sotto il profilo politico e sociale. Sotto quest’ultimo aspetto gli effetti di tale rivoluzione furono drammatici e sconvolgenti, in quanto nel suo culmine si giunse in Cina ad una vera e propria lacerazione del tessuto civile con la distruzione del migliore capitale umano di allora, costituito da intellettuali e tecnici di valore le cui conoscenze furono completamente azzerate. Accusati dalle Guardie Rosse di compromissione con la cultura occidentale, i loro libri vennero bruciati e, nel migliore dei casi, depurati.

A parte le riprese estremistiche di alcuni fautori un po’ superficiali della politica cinese degli anni sessanta, in generale il giudizio degli storici, anche di estrazione marxista, sulla politica maoista a cominciare dal Grande Balzo in avanti non sono certamente positivi. C’è chi di fronte agli insuccessi della sua politica accusa Mao di aver voluto con“implacabile determinazione riplasmare il popolo cinese (…) presumendo che l’entusiasmo rivoluzionario e la purezza ideologica avrebbero da sole potuto rimediare alla mancanza di esperienza tecnica e di mezzi materiali ( S.R.Schram), altri addirittura imputano direttamente alla megalomane politica del leader cinese la responsabilità della catastrofe nazionale del 1958-60 :”in quel periodo da venti a trenta milioni di persone morirono di denutrizione e di fame a causa della politica imposta dal P.C.C…(J.K.Fairbank), altri ancora, non riuscendo a spiegarselo, definisce l’esperimento totalitario cinese “una delle avventure più deliranti dell’epoca contemporanea (J.L.Domenach, Ph.Richer), o chi, come Bergère, qualifica infine l’azione politica di Mao come ”un volontarismo ansioso di forzare il corso della storia, un’utopia omicida (…), il trionfo dell’assurdo”. E potremmo continuare ad inanellare  simili valutazioni non certamente favorevoli sull’azione politica di Mao, che ci trovano sostanzialmente d’accordo. Una cosa comunque è certa, come asserisce Ronchei nel suo Atlante ideologico “La continuità della Cina, nel passaggio dalla società feudale a quella comunista, saltando la fase capitalistica, è stata arbitrata dalla personale autorità di Mao”, l’unico leader della Cina che è stato in grado di incarnare una tantum l’utopia straordinaria della realizzazione dell’uguaglianza dei contadini poveri dopo secoli di sottomissione. Certo si avrebbe gioco facile ad imputare al leader cinese gli effetti negativi della sua azione politica, che si possono riassumere nell’insuccesso economico e nella creazione di un sistema politico totalitario ed oppressivo, caratterizzato dal fanatismo ideologico. Sono queste le eredità più pesanti del maoismo. Dobbiamo altresì riconoscere che soprattutto per merito di Mao le strutture sociali della Cina, ancora feudali e per diversi secoli immutate,  sono state per la prima volta modificate in senso maggiormente egualitario.

 

Il trentennio delle riforme

 

     9.Dopo la morte di Mao, avvenuta nel settembre del 1976, la Cina è entrata finalmente in una lunga fase di riforme economiche, la cui durata continua ancora oggi in atto. Gli uomini politici cinesi succeduti al vecchio statista per guidare il Paese verso la modernità hanno dovuto affrontare tali sfide molteplici e complesse: a) risolvere innanzitutto il drammatico problema dell’inefficienza economica del Paese; b) organizzare la transizione dal sistema pianificato verso una più moderna economia di mercato, c) consolidare gli spetti positivi faticosamente raggiunti in ’età maoista nel lasso di tempo che intercorre tra il “Grande Balzo in avanti” e la successiva  Rivoluzione Culturale, consistenti essenzialmente nella drastica riduzione delle disuguaglianze sociali.

Con tutti i limiti riscontrabili nell’azione politica di Mao, malgrado i risultati non certamente positivi di essa su diversi fronti, non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte dei provvedimenti assunti in Cina, dal suo insediamento alla sua morte (1949-1976), portano soprattutto la sua firma. Yu Hua, il celebrato autore di best-seller conosciuti in tutto il mondo che trattano della Cina, nel suo ultimo libro La Cina in dieci parole, ha cercato di descrivere l’immenso universo cinese concentrando la sua attenzione  sul significato di alcune parole particolarmente significative, come popolo, rivoluzione, disparità, lettura  etc., che secondo l’autore avrebbero perduto il valore che avevano un tempo nel suo paese. L’autore, particolarmente critico nei riguardi dell’ attuale establishment politico cinese (“con il senno di poi mi viene da dire che in Cina non esistono più leader, ma dirigenti statali”), sostiene che se c’è una parola che secondo lui sarebbe caduta in disuso dopo la morte del gran timoniere è proprio  quella di leader. Mao con la sua indiscussa autorità ha in effetti avuto il merito di traghettare la Cina nel passaggio dalla società feudale a quella comunista. Per questo egli viene indicato come l’ultimo capo carismatico del mondo comunista.

Ma nell’orchestrare un così fondamentale cambiamento l’utopia maoista, mettendo da parte l’idea fondamentale che la storia avanza secondo un processo continuo, illudendosi di poter cambiare le cose non per gradi, ma con l’impulso di “grandi balzi” in avanti, dimenticando la lezione storica ha commesso l’errore di saltare la fase capitalistica. Ma l’esasperazione dottrinaria e xenofoba del maoismo del periodo della Rivoluzione Culturale, che aveva portato la Cina a schierarsi su un fronte opposto rispetto alle nazioni industrializzate, fu abbandonata nel periodo del “grande disgelo”, che segnò con la visita del presidente Nixon nel febbraio del 1972, una provvidenziale ’apertura del paese del sol levante verso il mondo occidentale. Dopo anni quasi segnati da un chiusura totale, con un tale ripensamento qualche anno prima della sua morte il leader cinese consegnava ai suoi futuri eredi le sue ultime volontà, chiamandoli all’ultima grande sfida della storia cinese.

 

 

La prima fase delle riforme  

 

     10.Dopo la morte di Mao la Cina ha giocato la quarta scommessa del postmaoismo: la lunga marcia verso il mondo occidentale, che è stato un cammino fatto di riforme economiche, difficile e accidentato, durato trent’anni, ma segnato comunque dallo straordinario risultato di avviare nel Paese un nuovissimo modello di sviluppo. Senza un riferimento alla storia non è possibile capire neppure lontanamente le ultime tre decadi di riforme cinesi, caratterizzate da una crescita economica eccezionale che ha fatto della Cina il paese più emergente del modo. Gli storici esperti di fatti economici sono soliti dividere il trentennio delle riforme cinesi in due fasi: la prima, che va dal 1978 ai primi anni Novanta, ha segnato un processo di transizione dall’economia pianificata secondo il modello sovietico, già sperimentato nell’età di Mao con diversi insuccessi, ad una più moderna economia di mercato. La classe dirigente cinese degli anni Ottanta, impersonata da Deng Xiaoping e Zhao Zyiang, rispettivamente presidente della repubblica e primo ministro della Cina, per reagire ai difetti dell’economia a pianificazione centralizzata, caratterizzata da un’eccessiva rigidità, evitando di smantellare totalmente il precedente sistema economico, riformulando con pragmatismo le loro strategie e operando con gradualità, hanno avuto il merito di far transitare il Paese verso il libero mercato e la privatizzazione delle imprese.

Per rendere possibile la vita di queste ultime in un sistema nel quale non era stata ancora abolita di fatto la pianificazione “il governo cinese adottò uno speciale meccanismo istituzionale noto come dual-track sitem  o “sistema del doppio livello”. Questo sistema prevedeva la coesistenza esplicita del piano e del ricorso al mercato. Alla vendita della produzione oggetto del piano veniva applicato un prezzo deciso dalle autorità di pianificazione, mentre il sovrappiù rispetto alla quantità decisa dal piano poteva essere venduto a un prezzo determinato dal mercato” (Musu). Risulta evidente come in un sistema del genere fosse di capitale importanza una riforma dell’agricoltura che bisognava di necessità valorizzare perché facesse da incubatore a vantaggio di una forte imprenditorialità. Questa fu la ragione principale che indusse i governati del tempo a dare inizio all’età delle riforme partendo proprio dall’agricoltura, la cui rinnovata e ritrovata produttività  aveva un’importante funzione di volano rispetto alle altre attività imprenditoriali, sia industriali che commerciali. Quest’ultimo settore si avvantaggiò particolarmente anche a causa di un nuovo orientamento nella politica estera  promosso da Deng Xiaoping, che, inaugurando la cosiddetta “politica della porta aperta”, liberalizzava soprattutto nei porti marittimi il traffico delle merci e dei capitali stranieri dopo un lungo periodo di chiusura. In seguito a questi risultati nel 1992 in occasione del XIV congresso Partito Comunista Cinese Xiaoping, superando l’antica divisione fra sistema capitalista e sistema comunista, dichiarava solennemente che la Cina era divenuta finalmente “un’economia socialista di mercato”.

 

La seconda fase riformista

    

      11.Da qui partiva la seconda fase delle riforme economiche cinesi, che a cominciare dai primi anni ’90 sarebbe durata per oltre un decennio, quella della cosiddetta “terza generazione”, orchestrata da Jiang Zemin e Zhu Rongji. Il primo atto del nuovo establishment fu quello di liquidare in via definitiva il sistema del “doppio livello” con l’abbandono della pianificazione centralizzata e il transito delle imprese verso un’esclusiva liberalizzazione economica di mercato. Dopo un iniziale processo di ristrutturazione delle imprese di stato, molte delle quali versavano in condizioni precarie di indebitamento, che vennero sanate e ricapitalizzate con ingenti flussi di capitali finanziari internazionali,  si passò alla fase cruciale della privatizzazione. Ma perché ciò avvenisse legalmente era necessario una modifica del quadro normativo istituzionale. A questo proposito nel 1994 fu approvata una legge apposita che, ammettendo una progressiva partecipazione del capitale privato nella proprietà, sancì ex novo le attribuzioni e le caratteristiche delle imprese, con lo scopo di consentire la trasformazione delle società di stato in imprese private. Al di là dell’opposizione della linea “autoritaria” o “conservatrice” del Partito, risultata alla fine soccombente, l’approvazione di questa norma rivoluzionaria, voluta fortemente dalla componente” liberale” dello stesso, è di fondamentale importanza in quanto essa ha segnato un passaggio epocale  rispetto al passato storico della Cina. E’ anche in virtù di questa legge se la Cina ha fatto nell’ambito della produzione manifatturiera mondiale progressi tali da essere riconosciuta dopo gli Stati Uniti come seconda potenza economica globale.

 

Le grandi sfide del terzo millennio

 

    12. La crisi economica attuale, che ha avuto ripercussioni drammatiche nel mondo occidentale, si è fatta sentire negli ultimi anni in modo consistente anche in Cina ma producendo solo un lieve rallentamento del tasso di crescita che ha causato nel Paese un’inflazione al 5%. Malgrado ciò le esportazioni ancora tengono e le riserve di valuta pregiata continuano ad aumentare, a tal punto da accrescere il peso del Paese nel settore della ricerca e dello sviluppo, nella produzione di nuove conoscenze tecnologiche. Occorre, tuttavia, riconoscere che la crescita economica cinese non è solo caratterizzata da pregi o valori positivi, ma presenta anche difetti, e distorsioni. Gli esperti di problemi economici sanno che la strada che conduce ad un elevato livello di sviluppo non viene misurata esclusivamente in termini di accrescimento del Pil ma sono fatti valere anche altri e diversi indicatori. Proprio sotto questo punto di vista si riconoscono limiti e criticità che sottolineano i difetti del sistema economico cinese: in particolare l’iniqua distribuzione della ricchezza e le persistenti disuguaglianze sociali che fanno della Cina uno dei paesi maggiormente caratterizzati da tali squilibri.

L’impetuoso sviluppo cinese ha contribuito sicuramente a ridurre in termini assoluti la povertà nel paese, ma non ha certo eliminato le forti disuguaglianze interne tra aree urbane e zone rurali, tra le province costiere più avanzate e le zone continentali del Paese. Non è un caso se nell’indice di sviluppo umano dell’Undp la Cina si trova all’ottantanovesimo posto, e nella classifica della performance ambientale redatta dall’Università di Yale si colloca addirittura al centoventunesimo posto. Risultano irrisolti problemi strutturali, come il ruolo prevalente delle esportazioni quale fattore dominante di crescita a tutto danno della domanda interna e, all’interno di essa, il maggior peso esercitato dagli investimenti che, tenendoli troppo bassi, avviliscono i consumi.

Senza dubbio la Cina è attualmente il più grande attore commerciale e il maggiore destinatario di investimenti diretti esterni, ma ha una disponibilità di risorse pro capite assai limitate e dispone di una popolazione in rapido invecchiamento a causa di una politica demografica troppo restrittiva che a lungo andare potrebbe avere ripercussioni negative nell’impiego di manodopera selezionata per le imprese. Inoltre  rimane ancora aperta la questione dei rapporti fra il peso dello stato e quello dei mercati relativamente alla regolamentazione in una prospettiva non provvisoria ma di lungo periodo. Per rendere il proprio modello di sviluppo più equilibrato, come sostiene giustamente Musu:“la Cina dovrebbe non solo ridurre il peso della domanda estera, ma modificare la composizione della domanda interna a favore dei consumi; poiché questo significa una riduzione del peso degli investimenti sul Pil, la sfida da affrontare è di evitare che ciò avvenga mettendo in discussione le prospettive di crescita futura”. Mantenere  acceso il motore dello sviluppo senza surriscaldare l’economia (un’economia che soffre di squilibri a causa di una crescita troppo rapida)  è la sfida cui è chiamata la prossima generazione di leader che riceverà fra poco l’investitura dal prossimo congresso del Partito cinese. Se analizziamo gli ultimi dati del secondo semestre del 2012, nel momento forse culminante della crisi economica globale, data la situazione drammatica in cui versano le altre economie, non c’è da meravigliarsi se anche la più formidabile macchina manifatturiera del mondo riduca la  sua corsa frenando in modo abbastanza consistente.

C’è chi, come Nouriel Roubini, pessimisticamente prevede per la crescita economica della Cina un doloroso atterraggio, schiacciata com’è dal peso delle sue contraddizioni, altri invece, e sono la maggioranza, si aspettano una pronta ripresa del colosso cinese, ritenendo che i dati recessivi del 2012 saranno presto superati da una prossima  ripresa a partire dal 2013. Per quel che ci riguarda, malgrado i dati attuali poco lusinghieri, dalla caduta dell’export a quella dei consumi interni, non è prevedibile almeno a breve una crisi definitiva di funzionamento dell’economia cinese a condizione, però, che la prossima classe politica, realizzando gli obbiettivi enunciati nell’ultimo piano quinquennale, sia in grado, al di là delle dichiarazioni di principio, di portare a compimento l’irrisolto progetto di quella “società armoniosa” tanto desiderata. Gli esperti cinesi  sanno che quella utopistica società non potrà prescindere del riequilibrio del modello di sviluppo del Paese che a sua volta passa attraverso la soluzione delle seguenti grandi sfide che il Paese deve sapere affrontare e risolvere: il dualismo tra città e campagna, i problemi riguardanti il mercato del lavoro, l’invecchiamento della popolazione, la ristrutturazione del sistema pensionistico e sanitario, ultima, e non secondaria la questione energetica ed ambientale.

 

 

Nota bibliografica Sulla storia della Cina contemporanea

 

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