Attualità e Cultura 

Martedì 29 Giugno 2010 “uscita n. 6”

Quando l’industria era alleata con la poesia: Sinisgalli e l’utopia comunitaria di Adriano Olivetti

di Marino Faggella

 

1.Nella Milano degli anni trenta Sinisgalli, dopo l’esperienza della prima formazione romana e l’esordio poetico, respirò il clima benefico dell’avanguardia:”La mia generazione-dirà più tardi nel ’67-ha avuto la fortuna di cogliere i frutti dell’arte quand’era ancora sui rami….Noi forse abbiamo fatto appena in tempo a beneficiare di un’aria di bohème, a dividere coi pittori le sigarette e le modelle, a frequentare i loro studi e le loro famiglie, a scambiarci i libri e le cravatte. Il pittore era ancora un artista, non era un professore. Non pensava alla cattedra e alla borsa. Regalava i quadri agli amici….Non badava al successo. Sognava la gloria”. Sulla scorta della sua esperienza artistico-letteraria e scientifica, Leonardo ebbe la possibilità in quella città modernissima di affermarsi come esperto di pubblicità (“osservando le vetrine e le insegne dei palazzi”, dice Cantatore), interessandosi contemporaneamente ai nuovi indirizzi delle arti figurative, in particolare di architettura e “design”.

Nel 1937 avvenne l’incontro con il mondo dell’industria: il grande Adriano Olivetti, entusiasta dopo la lettura del Quaderno di geometria, lo volle con sé prima ad Ivrea (Linoleum), poi a Milano quale responsabile del Servizio Sviluppo e Pubblicità dell’azienda. Così cominciò il matrimonio con l’industria che sarebbe durato con breve interruzioni fino agli anni ’70. Entrato nel mondo dell’industria, Sinisgalli, condividendo il progetto olivettiano di una nuova cultura, preferì le cosiddette “aziende di cerniera”, dove realtà e fantasia, utilità e arte, economia e sapere si potessero avvicinare e congiungere; in particolare i settori della pubblicità e dell’immagine, del disegno progettuale e delle relazioni esterne. Qui fece valere le sue non comuni capacità, fatte di fantasia e di razionalità tecnica. Durante la sua attività, Leonardo si rivelò una fonte inesauribile di idee e di originali iniziative miranti ad accostare (era questa una delle fondamentali idee di Adriano Olivetti che avrebbe poi cercato di mettere in pratica col gruppo Comunità) il mondo della produzione industriale e la società degli uomini, mirando a costruire una nuova morale e a diffondere un’immagine dell’industria dal volto umano, che avrebbe dovuto svolgere un ruolo dominante e trainante nello sviluppo economico e sociale del paese.

2.Negli anni ’50 in Italia erano all’avanguardia tre grandi società industriali: L’Olivetti (a capitale privato), l’IRI e l’ENI (a capitale pubblico). Quest’ultime due sotto la guida di Enrico Mattei (vittima illustre della fase eroica del nostro capitalismo industriale, morto in un incidente aereo nel 1962, per il quale si avanzò l’ipotesi di sabotaggio, a causa del suo tentativo di sottrarre l’economia italiana al monopolio delle grandi compagnie internazionali del petrolio) sviluppavano proprio in quegli anni le loro iniziative culturali. Sarà proprio l’IRI ad affidare nel ’63 a L.Sinisgalli il suo centro studi e la direzione della rivista Civiltà delle Macchine. Erano gli anni del boom economico, i cui inizi possono essere collocati nella metà degli anni ’50, allorché la nostra nazione si inserì nel gruppo dei dieci paesi più industrializzati del mondo. Sostiene G. Procacci:” Gli anni tra il 1948 e il 1953 furono ancora, sotto il profilo economico, anni difficili, ma a partire dal 1954 la ripresa si delineò  nettamente fino a divenire, dopo il ’56 e l’ingresso dell’Italia nel Mercato Comune Europeo, travolgente. Fu il cosiddetto “miracolo economico italiano”: gl’indici della produzione, del reddito nazionale, dei consumi cominciarono a salire vertiginosamente. Nessun settore rimase escluso dalla fase di alta congiuntura”[1].

Proprio in quegli anni (1953) nacque il bimestrale Civiltà delle Macchine, una rivista particolare in quanto non solo veniva ad occupare un posto speciale nella storia delle riviste italiane del ventesimo secolo, ma ebbe anche una risonanza internazionale. In molte città d’Europa e altrove, perfino nel lontano Giappone, si parlò di esprit nouveau, di “un nuovo Illuminismo”, e se ne dichiararono entusiasti uomini come Gropius, Bill, Mumford. Civiltà delle Macchine rivelava allora l’intenzione di Sinisgalli di fondare un nuovo illuminismo che conciliasse il mondo dell’arte con quello della tecnica, ricercando una difficile sintesi tra la cultura umanistica e quella scientifica. La rivista fu per diversi anni l’organo e l’espressione vitale del rivoluzionario progetto di una “cultura totale”.

2.Per comprendere fino in fondo l’assoluta novità di una tale idea non possiamo non tener conto della lezione fondamentale di Adriano Olivetti della quale Leonardo dovette beneficiare negli anni della sua collaborazione con la Olivetti, che già a partire dagli anni in cui egli fu assunto risultava una delle più grandi aziende italiane, insieme fiorente complesso industriale e punto di riferimento della vita sociale e culturale di un’epoca. Sinisgalli, che aveva un’autentica venerazione per il grande Adriano, fu tra i primi a capire l’eccezionale novità della Cultura del Progetto, condividendo totalmente le linee essenziali del suo programma e, finché respirò il clima benefico dell’azienda di Ivrea, s’impegnò a fondo per la sua realizzazione.

  

3.Adriano Olivetti, subentrato al padre[2] nel 1938 (l’anno delle “leggi speciali”) nella direzione dell’azienda di Ivrea, non solo contribuì a fare dell’Olivetti un florido gruppo industriale, ma, determinando il passaggio da un modello capitalistico di tipo familiare ad azienda di gruppo, ha lasciato anche per questo una grande impronta nella storia della grande industria in Italia. Camillo Olivetti, curando sapientemente il passaggio dell’azienda nelle mani del figlio, si era preoccupato per tempo della sua educazione, senza trascurare di fargli provare a tredici anni la vita degli operai prima di iscriverlo al Politecnico, dove si sarebbe particolarmente distinto non soltanto per lo studio. Nel 1925, dopo il delitto Matteotti, che segnò il passaggio del fascismo alla dittatura, fu inviato prudentemente dal padre negli Stati Uniti, ufficialmente per un viaggio di studi, realmente perché non continuasse a frequentare Piero Gobetti e Carlo Rosselli, amicizie politicamente pericolose. La permanenza negli USA, la visita a 105 fabbriche del Nord-Est, la lettura di 50 libri di economia, svelandogli i segreti dell’organizzazione industriale e della produzione di massa, fece maturare in lui, che aveva conosciuto la vita e le lotte degli operai, la convinzione che il futuro riscatto delle classi subalterne sarebbe potuto partire dal progresso e ammodernamento della vita di fabbrica. Tornato in Italia, pensò di mettere a frutto questa intenzione, e facendone quasi una professione di fede, costituì la sua idea di fondo di Comunità col proposito di rendere solidali fabbrica e ambiente con la vita degli operai.

Già nel 1945, nella conclusioni del suo libro L’ordine politico delle Comunità faceva la sua prima manifesta professione di fede (“Sia accettato e spiritualmente inteso un nuovo fondamento atto a ricomporre l’unità dell’uomo:la Comunità concreta”) che negli anni successivi si sarebbe concretizzato con la fondazione delle Edizioni di Comunità, la rivista e il movimento dello stesso nome. Si trattava evidentemente di un’idea non solo teorica, ma di un’intuizione lucidissima originata dall’esperienza e dal contatto con la realtà, come ebbe a dichiarare successivamente nel ’49:”vedevo che ogni problema di fabbrica diventava un problema esterno che solo chi avesse potuto coordinare i problemi interni a quelli esterni sarebbe riuscito a dare la soluzione corretta a tutte le cose”. Per quanto l’azienda di Ivrea fosse interessata ad una espansione non solo nella nostra penisola ma anche in un mercato mondiale che mostrava i primi sintomi di quella globalizzazione che avrebbe trovato solo ai giorni nostri un inarrestabile sviluppo, Adriano riconosceva nel piccolo territorio del Canavese un laboratorio ideale, un luogo “a misura d’uomo” che, incarnando di fatto la sua idea  di Comunità, avrebbe potuto risolvere i problemi che allora sorgevano  in modo drammatico nel mondo industriale. Si trattava di creare un nuovo modello di società in grado di stabilire, come ebbe a dire in seguito,” un comune interesse morale e materiale fra gli uomini che svolgono la loro vita sociale ed economica in un conveniente spazio geografico determinato dalla natura o dalla storia”. Era questa una autentica rivoluzione progettuale il cui modello nelle intenzioni del suo estensore si sarebbe potuto esportare oltre i limitati confini della piccola provincia di Ivrea.

4.Nel tempo attuale della globalizzazione l’dea di ricercare una comunanza, più che comunione di principi e di interessi fra il mondo della fabbrica e il suo territorio circostante, potrebbe sembrare superata dalla necessità più attuale di un inevitabile allargamento degli spazi commerciali. Per questo molti già da tempo hanno pensato di attribuire la qualifica di astratta utopia al progetto di Comunità così come è stato formulato dal suo ideatore. E’ innegabile che nell’epoca del villaggio globale l’idea di Adriano potrebbe risultare superata dai tempi, tuttavia vorremmo anche a questo proposito spezzare qualche lancia in suo favore col ricordare che i responsabili dell’azienda, pur puntando innanzitutto sul territorio, ritenendo la piccola fabbrica del canavese il fulcro di un sistema leggermente più allargato che non andava oltre i confini di una piccola provincia, con intento precorritore dell’attuale politica di espansione mondiale realizzata dalle grandi imprese, si erano preoccupati anche di estendere con successo filiali e stabilimenti in tutti i continenti. Comunque la validità dell’idea olivettiana deve essere convenientemente rapportata ai tempi in cui sorse.

Negli anni cinquanta anche da noi si richiedeva una razionalizzazione delle circoscrizioni territoriali che i paesi più avveduti dell’Europa avevano già avviato, preoccupandosi poi di mandarla ad effetto nei decenni successivi. In Italia un tale processo non è stato né tentato né realizzato neppure ai nostri giorni a causa della persistenza di un pletorico regime partitocratico (si contano oggi nel nostro paese ben 159 sigle politiche che partecipano senza distinzione alla distribuzione dei fondi pubblici della politica) che si sovrappone con la sua invadenza e propensione all’utile al bene pubblico e sociale. Adriano con mente lucidissima auspicò che un’opportuna coincidenza tra l’unità tecnico-economica della fabbrica con quella politico-amministrativa del territorio avrebbe potuto colmare i vuoti e l’inefficienza della nostra classe politica, incapace per egoismo di parte di soddisfare i bisogni primari della gente. Per questo, con un’azione capace di sostituire quella istituzionale negli anni quaranta pensò di migliorare le condizioni di vita dei suoi dipendenti perfezionando sia i dispositivi di sicurezza sul lavoro sia potenziando l’assistenza sociale con l’istituzione di mense aziendali, asili, scuole e trasporti gratis per i lavoratori e le loro famiglie.

Nei successivi anni cinquanta, pur senza smettere di pensare al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, facendo costruire intorno allo stabilimento di Ivrea abitazioni per loro e biblioteche, rivolse la sua più grande attenzione all’organizzazione culturale. Sostiene Bertacchini:”Da tempo il pensiero politico-sociale dell’ingegnere Olivetti, svolto attraverso la pratica quotidiana del dirigente industriale e formulato nella dottrina personalistica e comunitaria de “L’ordine politico della comunità”(1945), stava introducendo nuove forme di organizzazione culturale da applicare alla fabbrica (“sia data dignità e consapevolezza di fini al lavoro; affinché sia posto termine al conflitto tra l’uomo e la macchina, si conferisca alla tecnica una più alta comprensione dei valori eterni della cultura”). La cultura, accanto all’ideale democratico ed alle forze del lavoro, avrebbe formato nelle intenzioni dell’Olivetti, un terzo fattore politico di equilibrio per la nuova repubblica italiana. Questa nozione di cultura come potere politico (terzo potere) che recuperava forti elementi del pensiero europeo da J.Keynes a P.Gobetti...all’umanesimo integrale di J.Maritain si tradusse nei punti programmatici del Movimento Comunità e nell’esperienza pubblicistica delle rivista “Comunità” che ne diventava l’organo mensile dal 1949”[3].    

5.Già a partire dagli anni trenta Adriano, circondandosi della migliore intellighenzia, con un caso unico al mondo, aveva fatto della fabbrica un centro di miglioramento sociale e culturale. E’ questa la prima ondata di intellettuali che per merito della Olivetti entrò di forza nella società italiana. Ma ad Ivrea non mancarono anche personaggi di fama internazionale:sociologi come Edgar Morin e Fiedmann; maestri della grafica mondiale come Savignac, Steinberg o Glaser; affermati architetti come Le Corbusier al quale gli Olivetti commisero la ristrutturazione della fabbrica. Tra gli intellettuali italiani che entrarono nell’orbita olivettiana occorre ricordare, accanto a Leonardo Sinisgalli, (al quale Adriano volle assegnare la direzione dell’ufficio di pubblicità, che rimase legato quasi ininterrottamente all’azienda di Ivrea fino alla metà degli anni sessanta) un numero consistente di esperti. L’elenco dei collaboratori di valore dell’azienda è molto esteso: c’erano economisti, come Franco Momigliano e Brioschi; sociologi e psicologi, come Franco Ferrarotti e Cesare Musatti; scrittori e saggisti, come Zorzi e Geno Pampaloni; letterati e poeti, come Paolo Volponi (che fu direttore dei servizi sociali) Ottieri, F.Fortini e Bigiaretti.

Negli anni cinquanta c’era una sinistra laica senza un preciso riferimento di partito che Adriano Olivetti cercò di coagulare intorno al suo progetto sociale e culturale di Comunità ottenendo un ampio ed esteso consenso. Egli era convinto che gli intellettuali avrebbero potuto avere un’importante funzione attiva nell’industria, per questo amò circondarsi nella sua “azienda speciale” del meglio dell’intellighenzia italiana, affidando ad essi non solo incarichi di rappresentanza ma anche funzioni di notevole responsabilità aziendale, non esclusa la direzione dell’Ufficio di Presidenza, che fu ricoperto in modo carismatico da Pampaloni. Infatti, l’”ingegnere” (come amavano  definirlo ad Ivrea) era convinto, da buon pragmatico nutrito di cultura americano, che la funzione dell’intellettuale non era quella di illustrare con la sola sua presenza la dimora dei suoi protettori, ma partecipare con tutte le sue forze, sia fisiche che intellettuali, al progetto di sviluppo aziendale. Lo stesso Adriano, per parte sua, non amava  circondarsi di uomini di intelletto per illuminare la sua figura e i suoi meriti, era egli stesso un intellettuale il cui mecenatismo ricordava sicuramente da vicino sia l’atteggiamento engagé dei grandi protettori di artisti dell’età classica sia quello di piccoli centri del passato rinascimentale, come quello di Urbino.

Eppure non sono mancati i detrattori che lo hanno accusato da una parte di mancanza di sincerità per aver concepito col progetto di Comunità un’esperienza paternalistica da non prendere a modello. E’ questa ad esempio la posizione di un intellettuale della sinistra estrema come Eduardo Sanguineti, il padre della Neoavanguardia, che di recente si è preoccupato in tal modo di screditare il progetto di Adriano:” Un’industria privata non potrà mai trasformarsi in un faro culturale. L’esperienza olivettiana….propagandata nel clima di riconciliazione del dopoguerra, era satura di paternalismo. A Ivrea fu costruito un apparato di persuasione pubblicitaria per mimetizzare la realtà di qualunque industria privata: il profitto. Sotto l’involucro umanitario funzionava un’efficace macchina promozionale”. Neppure da destra l’idea di Comunità ha trovato sostenitori, come dimostra l’atteggiamento tenuto da un potentato della grande industria italiana come Cesare Romiti, che chiamato ad esprimere un giudizio sul valore del progetto olivettiano nel 1988, quando era general manager della Fiat, ebbe modo di sottolineare come Adriano Olivetti fosse, con la sua competenza e onestà morale, non solo una fucina di idee innovative in grado di aprire una frontiera avanzata per l’industria italiana, ma anche  e soprattutto il portatore di un’utopistica follia visionaria, in quanto, ritenendo erroneamente “che bisognasse prima farsi carico della società, poi del profitto”, preparando la futura rovina dell’azienda, avrebbe finito col portare l’Olivetti sull’orlo del fallimento.

6.Eppure molti di quegli intellettuali che hanno lavorato ad Ivrea, confrontando il loro ruolo non propriamente autonomo nelle successiva vita culturale del nostro Paese, non hanno mancato di rimpiangere la sicura libertà e il pluralismo delle opinioni che regnava nella”corte”di Adriano. La posizione storica di un intellettuale come Sinisgalli può aiutarci ad intendere meglio il ruolo dei dotti nella società culturale del tempo. Negli anni cinquanta lo sviluppo rapido, ma non privo di scompensi, di una società industrializzata fece emergere una serie di problemi fra i quali quello del ruolo che l’intellettuale-artista avrebbe dovuto sostenere in una realtà nuova e in continua trasformazione. La progressiva industrializzazione degli anni cinquanta non solo causò rivoluzionari cambiamenti nelle strutture economiche e sociali (urbanesimo, spopolamento del Sud, sradicamento delle grandi massa di contadini, trasformazione del tenore di vita degli italiani, sempre più legati al consumismo, rovina dell’ambiente ecc.) ma finì anche col modificare la visione della vita dell’uomo, influenzandone per conseguenza anche la cultura. I metodi della produzione tecnologico-industriale finirono col condizionare anche gli strumenti della produzione intellettuale, riducendo i limiti d’azione e l’autonomia degli operatori culturali di tipo tradizionale. Per effetto dei rivoluzionari mutamenti andò di fatto in crisi il modello antico del dotto, guida, voce e coscienza della società, libero di fronte al potere, che venne sostituito dalla figura dell’intellettuale integrato. A questo nuovo tipo di intellettuale “non più organico, ma eteronomo e integrato occorreva un più moderno grado di preparazione e di specializzazione; egli doveva essere un Esperto, un Tecnologo Letterario, in possesso di nuovi strumenti disciplinari forniti dalla civiltà tecnologica più avanzata”[4]. Ne consegue che, se nella precedente stagione neorealistica l’ideologia politica e il controllo di partito avevano influenzato fortemente l’attività dei dotti, a partire dagli anni cinquanta fu il potere economico a condizionare l’attività culturale.

Quale è stata la posizione di Leonardo Sinisgalli di fronte a questi problemi? Rifiutando l’impegno politico, partecipando alla ricchezza della civiltà dei consumi fu anch’egli un “intellettuale integrato”, ma solo entro certi limiti: non giocò mai, infatti, il ruolo contraddittorio del letterato aziendale, da un lato critico dell’industria nell’attività letteraria (la posizione dei cosiddetti apocalittici) e dall’altro suo complice nella sfera tecnica e professionale. Certamente Sinisgalli visse la crisi di tutti gli intellettuali legati all’industria, ma si sforzò di risolvere a suo modo e in maniera personalissima il problema. Innanzitutto non assunse mai una posizione critico-polemica, né politica né d’altro segno, nei riguardi del mondo dell’alta produzione industriale, dimostrando in tal modo una profonda serietà professionale; ma neppure, come altri intellettuali inseriti nel sistema delle grandi imprese, si limitò a contrapporre letterariamente alla società industriale l’idealizzazione di una vita semplice e primitiva, facendo rivivere il sogno dei lunghi ozi, che è la condizione tipica e prevalente dell’intellettuale tradizionale.

Perché allora il matrimonio di Leonardo con l’industria, per quanto durato lungamente, ad un certo punto dovette interrompersi? Troveremo la risposta ripercorrendo brevemente il suo percorso intellettuale. Infatti, nella prima fase della sua attività, allorché più salde erano le sue energie, più caldo il suo entusiasmo, aveva cercato di avvicinare scienza e arte (esprit de gèométrie  ed esprit de finesse) col proposito di realizzare il disegno olivettiano di una cultura totale che si preoccupava anche di diffondere un’immagine dell’industria dal volto umano, che avrebbe dovuto svolgere un ruolo dominante e trainante nello sviluppo economico e sociale del paese, compreso quello difficile e più lento a muoversi del Sud. Era il momento in cui il poeta Sinisgalli, trovandosi “in un punto d’intersezione, di cambio e scambio, incontro e scontro tra una società patriarcale vista nella luce dei vecchi miti e una società industriale e tecnologica colta nell’atto ancora confuso in cui (magari negandoli) azzarda i suoi miti”[5] faceva di tutto, con straordinaria opera di sintesi, per conciliare nei suoi versi questi due opposti sistemi socio-culturali. Successivamente però, trascorsa ormai la fase eroica del capitalismo industriale, Leonardo dimostrò di non credere fino in fondo nella sua “Utopia illuministica”: il neocapitalismo totalmente meccanizzato e disumanizzato non sarebbe mai riuscito a colmare la frattura fra Nord e Sud. Allora   non senza delusione maturò la convinzione dell’assoluta inconciliabilità dei due mondi, che produsse di conseguenza anche una scissione tra l’intellettuale tecnologico e il poeta. Da questo momento egli si sforzerà di tenere separati i due campi: la cultura dell’impegno, la professione tecnologica da una parte, e l’esperienza del poeta dall’altra. 

            

 

 


 

[1] Cfr.G.Procacci, Storia degli Italiani, Laterza, Bari 1968, pp.554-555.

[2]L’ingegnere Camillo Olivetti,fondatore della società omonima, fu presidente della stessa fino 1938, allorché  trasferì il comando nelle mani del figlio Adriano, già direttore generale dell’azienda. 

[3] R.Bertacchini, Le riviste del Novecento, Le Monnier, Firenze 1979, p.207.

[4] Cfr. R. Bertacchini, L’intellettuale integrato e tecnologo nel periodo del miracolo economico, in op.cit..,pp.216-217.

 

[5] R.Aymone, Il poeta e l’artigiano, in Le Muse appollaiate, Avagliano, Cava 1988, p.151.