<<Sez. Attualità e Cultura>>
Giovedì 30 Novembre 2017 "uscita n. 19"

Trump 1 anno dopo, primo bilancio della sua presidenza
di Marino Faggella

                       
                             Una foto ufficiale di Trump con Melania

1.Se volessimo ricercare, ad un anno del suo insediamento, una spiegazione che  giustifichi completamente l’elezione di uno come Trump a presidente degli Stati Uniti, vedendo le cose con l’occhio dei democratici finiremmo per non capire molto. In effetti, a giudicare dai comportamenti della  sinistra americana e dei suoi leader si ha l’impressione che anche a distanza di un anno lo choc dei democratici continua e l’incomprensione anche. Per riassumere diremo più semplicemente che i liberal americani probabilmente non sono riusciti a capire il malessere profondo della classe operaria, i danni causati nel “middle West” dalla globalizzazione che sono stati più gravi di quello che avrebbero immaginato. Proprio qui, in questi stati, particolarmente dalla Pennsylvania all’Ohio al Michigan  si è giocata in effetti una partita definitiva a favore di Trump. Qui molti operai bianchi comprese le loro mogli gli hanno dato il voto per sfogare la loro grande paura, sofferenza e rabbia per le  fabbriche che da questo distretto industriale sono state delocalizzate in Cina. In questi cinque stati molti hanno perso il posto di lavoro, e, se pure una minoranza di loro l’hanno ritrovato, si sono dovuti accontentare di svolgere lavoretti, come fattorini o commessi presso Amazon con la busta paga dimezzata. Ma c’è di più, in queste regioni si è dovuto affrontare non solo il problema della perdita del lavoro, ma anche il dilagare di altre piaghe come le sostanze oppiacee e nuove tossicodipendenze.
 Qui, come si vede, ci sono tutti gli estremi di una grande delusione per cui non si può dire che i residenti di queste regioni siano soddisfatti del loro tenore di vita e neppure degli scarsi risultati politici ottenuti dal nuovo Presidente. Eppure, se interroghiamo la gente, molti persistono nel mantenere la loro fiducia nei suoi riguardi, se mai continuando a sostenere che le promesse fatte in occasione della campagna elettorale stentano a vedersi non tanto per demerito di Trump, quanto piuttosto per colpa del Congresso, all’interno del quale si fanno valere non solo le resistenze degli oppositori democratici ma anche quelle di molti repubblicani che non si fanno scrupolo di voltare le spalle al loro Presidente. Gli elettori di destra sono inoltre convinti che n molti stanno remando contro di lui a cominciare dai media che, tenendolo sotto tiro dimostrano di non perdonargli nulla, passando agli alti funzionari che intralciano l’iter delle nuove proposte di governo per finire a quei giudici che bloccano in modo spietato, i suoi decreti emanati a più riprese  con cui il neopresidente  avrebbe voluto vietare  l’ingresso nel territorio americano ai cittadini di alcuni paesi musulmani.     
2. Se un anno dopo l’elezione di Trump volessimo per stilare un bilancio saggiare le reazioni sia dei suoi oppositori sia di quelli che lo hanno votato col proposito di avere una sicura ed univoca risposta ci troveremmo con evidenza di fronte a spiegazioni diverse. La sinistra americana, incolpandolo di avere inflitto una grave ferita al funzionamento democratico e al rispetto delle istituzioni, accusandolo altresì di voler ridar vita al razzismo, di incitare alla xenofobia e all’odio contro gli islamici, non ha dubbi su un bilancio fallimentare della sua presidenza: meno del quaranta per cento degli americani, dicono le loro statistiche, non sarebbe più disposto dopo un anno dall’inizio del suo mandato a rivotare Trump. Ma queste accuse non riescono del tutto a scalfire lo zoccolo duro della sua base elettorale. La classe operaia di destra, i metalmeccanici delle acciaierie di Detroit o dello Ohio, non solo uomini ma anche donne prevalentemente bianchi, l’elettorato che ha contribuito a spostare decisamente l’ago della bilancia a suo favore, anche di fronte alle promesse del presidente non mantenute e agli scarsi risultati concreti della sua azione politica non gli hanno ancora voltate le spalle, anzi, sembra che stiano ancora dalla sua parte se è vero che preferiscono dare la colpa dei suoi insuccessi non tanto a Trump quanto piuttosto ai suoi avversari politici ed istituzionali. Data la situazione, alcuni ritengono inevitabile che ad un certo punto ci sia una specie di fisica reazione da parte di queste persone, è verosimile anzi, come sperano i suoi avversari politici, che il nuovo presidente prima o poi perda consensi anche nel suo zoccolo duro.
Tuttavia, sarebbe opportuno a questo punto fare un avvertimento alla parte progressista dell’America a quei democratici alla Clinton perché si rendano conto finalmente della nuova situazione in cui gli Stati Uniti sono precipitati per fare ammenda dei loro errori e trovare le contromisure in grado di porre un freno alle decisioni del nuovo presidente che, contrariamente a quel che essi pensano, cioè che egli agisca soprattutto per istinto, non è stupido ed ha comunque una sua strategia da seguire. Infatti, se dal punto di vista elettorale egli ha capito di non potere aspirare ad un consenso che coinvolga la maggior parte degli americani, è convinto anche che alla scadenza del suo attuale mandato potrà godere ancora del favore di quell’elettorato che ha consentito la sua ascesa, di quel recinto o tribù che ha reso possibile il suo sogno di sedere nella stanza ovale. Il Tycoon sa benissimo che più di metà dell’America lo odia, non sono pochi quelli che lo temono e lo disprezzano, indignati per la sua inaspettata elezione e per tutto quello che egli sta facendo, per questo Trump fa appello innanzitutto a quella minoranza che con la legge elettorale vigente potrebbe consentirgli un’eventuale rielezione.
3. Non dobbiamo dimenticare che, dopo l’esperienza rivoluzionaria di un afroamericano alla Casa Bianca, Trump è il primo presidente eletto perché bianco, e ciò si è verificato in quanto una fetta consistente dell’America ha manifestato col suo voto la chiara intenzione di voler rompere con gli otto anni della presidenza di Obama. Questo spiega anche la complice collusione del neo presidente con i suprematisti bianchi che si giustifica col fatto di aver compreso che questo è un pezzo molto importante del suo elettorato. Si vuol dire con questo che dopo gli otto anni della reggenza di Obama, caratterizzati da riforme a favore dei neri e di tutte le altre minoranze di colore, è giustificato che si sia verificato in questo Paese una specie di rigetto razzista, è comprensibile che a questo punto una minoranza, una parte di America abbia rivendicato il proprio Paese per sé. Rivolgendosi soprattutto a questi Trump ha detto:”Io sono il vostro Presidente”.
Rileggendo oggi, dopo nove anni, il discorso dell’insediamento del primo presidente nero dell’America, riportato su tutti i quotidiani con questo titolo “Obama, le barriere razziali crollano nel giorno della sua vittoria decisiva ” potremmo veramente chiederci se con l’elezione di Trump l’America non abbia fatto in realtà un passo indietro. Per vedere che fine hanno fatto gli otto anni di Obama basta rivolgersi ad un appartenente delle minoranze chiedendogli di trovare un termine in grado di qualificare nel migliore dei modi gli anni della presidenza Obama, egli userebbe sicuramente la parola “change” definendo quest’ultima un’età di profondi e rivoluzionari cambiamenti, mentre per definire l’era Trump non troverebbe di meglio che utilizzare il termine “fear” che tradotta nella nostra lingua significa paura. C’è da chiedersi a questo punto come è possibile che dopo otto anni di conquiste progressive e di aperture soprattutto nel campo dell’uguaglianza e dei diritti civili si sia verificato con Trump un ritorno ad una cultura maschilista, ad una paura terribile dell’islam e dei latinos immigrati alla cui massiccia presenza si intende rispondere con la creazione di un muro come quello che egli minaccia ancora di voler costruire ai confini col Messico? Se pure non esiste una risposta unica e sicura quando si tratta di giustificare le paure irrazionali dell’uomo, ripercorrendo lo svolgimento dei fatti umani è possibile affermare la seguente verità: non sempre la storia procede in senso rettilineo, ma ci sono dei momenti in cui essa sembra arrestarsi per procedere di lato o addirittura a ritroso. Questo, secondo noi, serve a qualificare nel migliore dei modi l’epoca di Trump che sembra voler far getto di tutte le importanti conquiste precedenti.
E’ evidente che la vittoria di Obama, il primo presidente nero d’America, ha alimentato le paure nella nazione del nativismo della classe dirigente dei bianchi che per la prima volta sono stati costretti a condividere le ricchezze e il potere economico e politico con quelle le minoranze che ora Trump pretende di respingere indietro a colpi di decreto. Pertanto l’avvento del nuovo corso si spiega anche come effetto di una rivolta per la supremazia dei bianchi o addiritura di altri gruppi politici minoritari di destra come quelli del rinato partito nazista che di recente hanno dato prova della loro capacità di violenza. Ciò significa che nella società degli Stati Uniti c’è in atto una battaglia cruenta per stabilire quali siano i veri valori che appartengono all’anima americana. Per questo in ogni suo intervento il Tycoon sostiene con la sua sanguigna eloquenza di voler cambiare il paese secondo una  sua  personale immagine anche a costo di scelte sbagliate, come quella di voler tornare all’estrazione del carbone e di altre energie fossili per rilanciare con l’economia industriale anche l’occupazione. Peccato che i dati economici sulla disoccupazione comunicati dai media e dagli istituti di statistica non siano completamente in accordo con le sue intenzioni.
4. Eppure esiste anche un effetto Trump positivo sulla borsa dovuto però più ai cambiamenti annunziati (i mercati hanno effettivamente brindato alle sue promesse di “deregulation” e di riduzione delle imposte) che ai risultati economici veramente realizzati: l’economia americana avanza, la disoccupazione è ai minimi storici, la crescita del paese è tra il 2 ed il 3%, l’inflazione è attestata intorno al 2% (l’obiettivo indicato dalla Fed), i tassi d’interesse si sono rialzati dopo aver toccato la soglia minima dello zero. E’ possibile accreditare alla politica economica di Trump il balzo di Wall Street o sarebbe meglio pensare a ragioni diverse e più complesse per spiegare questi positivi cambiamenti?  Per rispondere a questo interrogativo si può riportare la similitudine che un esperto economista del partito democratico ha fatto per giudicare i risultati economici della politica del nuovo presidente, adducendo la seguente spiegazione: Trump è come quel giocatore di football che, pur essendo entrato in campo nell’ultimo minuto della partita, quando il risultato della sua squadra è ormai al sicuro, pretende ugualmente di esultare con i suoi compagni che sono i veri artefici della vittoria.      
Al di là delle conseguenze che l’America potrà scontare a causa di un carattere così originale ed istintivo come quello del nuovo presidente, sfrondandoli di tutti i fronzoli che compaiono nei suoi discorsi, è opportuno pur sempre riassumere in sintesi gli obbiettivi del programma che Trump si è proposto per operare i necessari cambiamenti interni della situazione americana, che possono essere così riassunti: ridurre o addirittura eliminare le pastoie della burocrazia, incrementare la produzione industriale in concorso con gli investimenti pubblici, semplificare il sistema fiscale insieme con la riduzione delle imposte alle imprese e sulle persone fisiche. Non diciamo che si tratta di provvedimenti non rispondenti ai bisogni necessari della nazione, ma in alcuni casi risultano molto  discutibili le sue scelte, come quella di voler riportare in vita le energie fossili, sia perché condannate ad un inevitabile abbandono dalle leggi del mercato internazionale sia per evidenti ragioni ambientali. Più opportuna e con maggiori probabilità di successo ci sembra la sua proposta di riforma del sistema fiscale americano, attualmente ancora molto macchinoso e responsabile di favorire una grande ingiustizia sociale. Fare una dichiarazione dei redditi oggi in America è addirittura più complicato che da noi a causa della grande quantità delle detrazioni e delle aliquote fiscali. Peccato, però, che la positività di una tale proposta di equità fiscale, sulla quale ci sarebbe molto da lavorare, sia macchiata dall’eccessivo ottimismo di Trump, disposto a credere di arrivare a compiere una tale complessa riforma entro la scadenza dell’anno e con poca spesa.
Anche per questo gli avversari politici del neo presidente sono decisamente pessimisti sulla riforma delle tasse che, secondo loro, anche se fosse realizzata richiederebbe una spesa enorme col risultato di favorire solo i ricchi e le imprese, con scarsi vantaggi della classe media e senza alcuno per i meno abbienti. Trascurando la grande platea dei diseredati, da sempre terreno di coltura elettorale dei democratici, c’è da dire che il ceto medio, la “middle class” americana, uno dei fattori determinanti con gli operai delle industrie dell’ascesa di Donald Trump, ha conosciuto negli ultimi anni un progressivo peggioramento delle sue condizioni di vita, a tal punto che il suo reddito medio ha subito una perdita del 6%. Se a questo si aggiunge il fatto che la classe media americana, che è stata sempre il maggiore gruppo demografico, si sta riducendo di numero con una perdita del 6%, non tanto per un’ascesa verso l’alto quanto piuttosto per una sua discesa verso la povertà, è comprensibile che questa situazione di caduta della “middle class” ha saputo cristallizzare uno stato d’animo di insofferenza che ha giocato decisamente a favore di Trump.        
5. Quanto ai rapporti economici con gli altri stati il neopresidente ha sempre dichiarato di voler essere protezionista soprattutto per garantire gli utili del sistema americano, secondo lui, inficiati dagli accordi commerciali del suo predecessore. Questo spiega il rigetto dei patti di cooperazione non solo con il Messico ma anche con il più vicino Canada o addirittura con i paesi europei, con i quali le relazioni sono diventate all’improvviso più difficili non soltanto per ragioni economiche. In effetti Trump rimprovera agli europei, compresa l’Italia, di aver contribuito alla crisi americana pensando esclusivamente ai propri interessi senza dare nulla in cambio. Ciò, secondo lui, è tanto più evidente se pensiamo alla Nato la cui organizzazione strategica e logistica avrebbe pesato per anni esclusivamente sulle spalle degli americani. Da ciò risulta evidentemente che, contrariamente alle intenzioni di Obama, Trump è un presidente che non nasconde di non amare l’Europa. In realtà si ha la fondata impressione che sono finiti i giorni in cui gli alleati storici del vecchio continente potevano contare ad occhi chiusi sulla decisa e forte presenza degli USA come guida e sostegno del mondo libero.
Trump è il primo presidente degli Stati Uniti che dimostra di non  provare alcun legame con l’Europa in quanto non ne condivide né la storia né i valori, come dimostrano senza ombra di dubbio queste parole da lui pronunziate durante la campagna elettorale: “L’America non ha particolare interesse nell’intervenire tra le fazioni in conflitto, le cui ostilità sono vecchie di secoli. Questi conflitti non valgono certamente la vita e il sacrificio degli americani”. Al di là dei limiti culturali di Trump e delle sue corte vedute in materia di politica estera e di relazioni politiche che sconcertano gli storici alleati dell’America e rischiano di isolare gli Stati Uniti dal resto del mondo è comunque indubitabile che quello che è stato per anni il primo paese al mondo per la sua potenza economica e militare conosce oggi una notevole flessione, come dimostra anche la grande crescita del suo debito pubblico, e la caduta del suo prestigio internazionale che, a detta di Trump, sarebbe da attribuire soprattutto alla politica estera rinunciataria di Obama.
6. Di fronte ad un mondo certamente poco pacificato, anzi dominato da piccoli e grandi focolai bellici diffusi in ogni continente (ci sono molte guerre in corso nel Medio Oriente in Iraq, in Siria e in molti paesi dell’Africa ) i più autorevoli commentatori si chiedono preoccupati:che cosa farà Trump di fronte alla diffusione di tante crisi globali? Tanto più che l’alleato storico dell’America risulta attualmente indebolito da un’annosa crisi insieme politica ed economica oltre che di prestigio, aggravata ultimamente dal dramma della Brexit e dalla spinta centrifuga e disgregatrice dei partiti populisti. Ma la preoccupazione più grave che il neopresidente si trova ad affrontare è sicuramente costituita dalla crisi scoppiata nell’Asia Sud Orientale, dove la politica di escalation nucleare del dittatore Kim Jong-Un preoccupa non poco non solo i paesi a diretto contatto con la Corea del Nord come la penisola coreana del Sud e il Giappone che sono stanchi di subirne le minacce e le reiterate provocazioni, ma anche gli stessi Stati Uniti che kim ha minacciato di voler raggiungere con i suoi potentissimi vettori, malgrado la grandissima distanza che separa la Corea del Nord dalle città della costa orientale dell’America. A queste provocazioni Trump ha risposto inizialmente, rafforzando il sistema antimissile avanzato Thaad e, mostrando i muscoli della potenza militare statunitense, ha dispiegato nel mar del Giappone e lungo le coste della Corea del Sud le sue potenti portaerei con la speranza di intimorire il folle dittatore che comunque ha continuato a lanciare i suoi missili non lontano dalle isole giapponesi e a praticare i suoi esperimenti nucleari sotterranei senza controllo.
Di fronte all’atteggiamento di Kim Jong per nulla intimorito dalle sanzioni delle nazioni unite, dalle minacce di Trump e dal grande dispiegamento di forze degli Usa e dei suoi alleati il presidente americano, consigliato anche dal governo giapponese, ha cercato di percorrere le vie diplomatiche, sia dichiarando di voler incontrare personalmente il dittatore nordcoreano sia coinvolgendo nelle trattative anche la Cina (da tempo favorevole ad una soluzione negoziata della crisi), per via del grande ascendente del paese del dragone nei rispetti della Dprk. Ma i colloqui a sei promossi sono stati compromessi dalle differenze di interessi dei paesi partecipanti i quali invece di far fronte comune contro Kim hanno fatto emergere forti disaccordi circa gli obiettivi da raggiungere. La dura realtà della presenza fra i paesi dell’area di evidenti ragioni, in alcuni casi insormontabili, di prestigio strategico-militare cui si intrecciano motivi di forte rivalità economica hanno creato un reale impedimento nella soluzione del grave problema della continua minaccia coreana che impedisce una pacifica convivenza in questa infuocata area del mondo. A complicare tale situazione si è aggiunto il carattere impulsivo di Trump che gli detta secondo le circostanze comportamenti incoerenti e contraddittori. Il metodo del bastone alternato a quello della carota adottato attualmente dal presidente americano, contribuendo a creare un pericoloso vuoto strategico, non gioca certamente a favore né alla soluzione della minaccia nucleare della Corea del Nord né alla costruzione di un rapporto di fiducia fra i paesi dell’Asia nordorientale coinvolti nella difficile e pericolosa questione. Anche per questo il problema Corea del Nord rimane irrisolto e la partita rimane purtroppo ancora aperta.