Letteratura

 

Accorgimenti stilistici e metrici  nella poesia del Gozzano

di Pier Angelo Perotti

 Martedì 28 Dicembre 2010 "uscita n. 7"

 

   Nel presente articolo sono esaminate alcune particolarità stilistiche proprie della «prosa in versi» di Guido Gozzano, e segnatamente, suddivisi per tipi, gli enjambements – che dànno alla poesia un carattere più vicino al linguaggio corrente –, ma anche le strutture metriche (rimalmezzo, sestine, quartine, versi martelliani, ipermetri, canzone “petrarchesca”) di alcune sue liriche comprese nelle raccolte “La via del rifugio” e “I colloqui”, delle quali sono poste in evidenza le peculiarità e l’originalità, nonché qualche anomalia.

 

 

1. 1.  Mentre la prosa letteraria, almeno sino all’inizio del Novecento, era o si sforzava di essere “numerosa”[1], vale a dire modulata e armoniosa, e il ritmo era considerato elemento fondamentale della formazione del periodo, gran parte dei poeti degli ultimi cent’anni (e segnatamente i più recenti) sembrano temere una poesia troppo ritmica, quasi si trattasse di una pecca stilistica: ecco come si spiega il tentativo, spesso felicemente riuscito, di rendere più prosastica – e quindi meno reboante, ampollosa, enfatica, eroica – la poesia.

Ma se per es. nei Promessi Sposi alcune pagine altamente ispirate (ricordo soltanto il celeberrimo «Addio monti», cap. VIII) hanno nell’andamento formale cadenze ritmiche che ne fanno significativi esempi di prosa poetica – un po’, mutatis mutandis, come il “canto parlato” nei recitativi delle opere liriche –, nella poesia di Guido Gozzano ci troviamo spesso di fronte a un’esposizione che ricorda da vicino la prosa, e non solo per gli argomenti trattati, ma anche per l’uso di particolari accorgimenti stilistici, che spezzano o uniscono i versi in un andamento, appunto, prosastico. Infatti, se è vero che una delle caratteristiche più appariscenti della poesia gozzaniana consiste nella quotidianità o banalità di molti dei temi trattati, nell’aspetto “borghese” di gran parte dei contenuti, oltre che nell’attrazione crepuscolare per tutto ciò che è dimesso, vecchio, «quasi brutto»[2], pacchiano, “kitsch”, in sintesi per «le buone cose di pessimo gusto»[3], è altrettanto evidente che la presenza nella sua opera poetica del mediocre, «dei semitoni e delle armonie in grigio» (Montale) non si limita al contenuto, ma coinvolge anche l’aspetto esteriore, che fa dell’autore «un eccezionale narratore o prosatore in versi» (Id.).

Di queste due peculiarità, inscindibili e reciprocamente utili – o piuttosto necessarie – a ottenere una felice armonia tra argomenti e forma, è stato scritto molto, anzi quasi tutto; ma un aspetto è stato, se non proprio ignorato, almeno sottovalutato: si tratta – oltre ad altre particolarità formali e metriche – dell’uso dell’enjambement (o inarcatura), frequentissimo, come vedremo, nei versi del Gozzano, e assai significativo, in quanto idoneo ad accostare alla prosa la poesia gozzaniana, dandole un respiro particolarmente ampio, quale non si sarebbe potuto ottenere con altri espedienti stilistici.

 

1. 2.  L’enjambement – consistente, com’è noto, nella separazione di due parole strettamente collegate sotto l’aspetto sintattico o semantico, collocandone una alla fine di un verso e l’altra all’inizio del successivo – è un accorgimento tecnico antichissimo, nato, si potrebbe dire, con la poesia stessa; ma il suo uso nella letteratura italiana si diffonde soprattutto nelle opere dell’ultimo secolo o secolo e mezzo. Lo sviluppo più significativo per qualità e frequenza è proprio della poesia decadentistica, e in particolare il Pascoli[4] di questa tecnica è maestro: basti ricordare alcuni esempi, tra i quali addirittura un avverbio di modo in –mente diviso tra due versi[5]: «Tra gli argini su cui mucche tranquilla– / mente pascono» (La via ferrata, 1-2, da Myricae); e ancora: «Un giorno fu quello, ch’è senza / compagno» (Allora, 9-10, ibid.); «mentre il villano pone dalle spalle / gobbe la ronca» (Romagna, 17-18, ibid.); «a lente grida, uno le lente / vacche spinge» (Arano, 4-5, ibid.); «Non le vedesti / più?» (Digitale purpurea, 6-7, da Primi poemetti); «Sono le voci della camerata / mia» (L’aquilone, 37-38, ibid.); «e che sopra / lui regni» (La canzone dell’ulivo, V, 6-7, da Canti di Castelvecchio); etc.

La varietà degli elementi della frase utilizzati dal Gozzano per gli enjambements merita un’indagine dettagliata; in alcuni casi però il fenomeno è poco evidente, od opinabile, ma per completezza di trattazione ricorderò anche esempi di scarso valore.

In questo esame non si terrà conto dei versi doppi con rimalmezzo, tra i quali ricordo soltanto questi, per la loro singolarità (L’amica di nonna Speranza, I, 9-10):

«le tele di Massimo d’A / zeglio, le miniature

i dagherottipi: figure / sognanti in perplessità»,

perché la rimalmezzo cade addirittura all’interno del cognome «d’Azeglio», con una sorta di sinafia.

 

2. 1.  Questo studio riguarda soltanto le poesie comprese nelle raccolte La via del rifugio e I colloqui; sono  dunque escluse le “epistole entomologiche” Le farfalle. Per comodità e schematicità di analisi, gli enjambements saranno suddivisi in vari gruppi, a seconda della loro composizione sintattica.

Le più frequenti combinazioni di termini in enjambement sono costituite da:

a)   sostantivo + specificazione;

b)   sostantivo + aggettivo;

c)   aggettivo + sostantivo;

d)   verbo + oggetto.

Ecco alcuni degli esempi più significativi di ciascun gruppo:

 

a)  sostantivo + specificazione o sim.:

 

Ci sono parecchie decine di casi, tra i quali[6]:

«Oh la carezza / dell’erba!» (La via del rifugio, 41);

«Ecco lo squillo / della vittoria» (ibid., 117);

«Oh strazio / d’insetto» (ibid., 133);

«Oh mole immensa / di dolore» (ibid., 134);

«e i buoni studi / della terra» (L’analfabeta, 30);

«meditando nello specchio / dell’acque» (ibid., 126);

«le stelle attingere i fastigi / dell’abetaia» (ibid., 145);

«ed il frullo / della falena» (ibid., 149);

«O casa / di pace» (Il responso, 1);

«una stampa truce / del Durero»[7] (ibid., 8);

«un senso lento / di tenerezza» (ibid., 55);

«perché sbarri con le corde / di glicine» (I sonetti del ritorno, I, 3);

«non dischiudo il rovero / di quei battenti» (ibid., I, 7);

«il primo germe / di questo male» (ibid., III, 13);

«tra un nimbo / d’asfodeli» (La morte del cardellino, 10);

«sulla fossa / della mia pace» (ibid., 12);

«oppur la “Morte / del Cervo”» (La medicina, 9);

«e i tirsi / di gioia» (Nemesi, 58);

«sostavano coppie / d’amanti» (Un rimorso, II, 3);

«se giungeva l’eco / d’una voce» (L’ultima infedeltà, 7);

«Tacevi, rigida, pensosa / della cosa carpita» (Il gioco del silenzio, 16);

«nati pel culto / del sogno» (Il buon compagno, 2);

«quell’arido singulto / di te» (ibid., 7);

«mi raggiunse tra le file / degli amici» (Invernale, 39);

«m’addolcirà lo strazio / del Nulla» (Il più atto, 10);

«l’odore / di pace» (Paolo e Virginia, II, 14);

«Era la nostra vita come quella / dei Fauni» (ibid., V, 16);

«Appaiono le vele / del San Germano» (ibid., VII, 7);

«nel giardino antico / della tua casa» (La signorina Felicita, I, 2);

«l’orto dal profumo tetro / di busso» (ibid., I, 16);

«lo sventurato amore / d’Arianna» (ibid., I, 33);

«Era una cena / d’altri tempi» (ibid., III, 26);

«ove la trama / del vetro» (ibid., IV, 40);

«garrivano parole / d’addio» (ibid., VIII, 32);

«come in un cantico / del Prati» (ibid., VIII, 49);

«Oggi ho bisogno / del tuo passato» (Cocotte, IV, 21);

«Cadono i dogmi e l’uso / della Materia» (Una risorta, II, 45);

«sei bella e forte nell’offerta / di te» (L’onesto rifiuto, 4);

«nelle mie notti / d’esilio» (Torino, I, 7);

«quel mondo senza raggio / di bellezza» (ibid., I, 25);

«sigillò le porte / della dimora» (I colloqui, II, 8).

 

b)  sostantivo + aggettivo:

 

È il gruppo più numeroso, con quasi 50 esempi nelle due raccolte in esame:

«S’adempie la condanna / terribile» (La via del rifugio, 122);

«Verrà da sé la cosa / vera chiamata Morte» (ibid., 157);

«Sposi / novelli» (L’analfabeta, 2);

«I morti / tutti» (ibid., 6);

«come un santo / arissecchito» (ibid., 17);

«un fiume / antico» (ibid., 125);

«come a un fratello / buono» (Il responso, 29);

«O maschera / fittizia» (ibid., 51);

«se all’aria / rinnovatrice schiudo le finestre» (I sonetti del ritorno, I, 13);

«nella menzogna / dolce» (ibid., VI, 6);

«Che mai pensa l’oca / gracidante» (La differenza, 1);

«e l’ire / aquilonari» (Speranza, 11);

«divampa quella gran capellatura / vostra» (Il sogno cattivo, 6);

«deviare dalle fonti / antiche» (Nemesi, 15);

«Ma ben verrà la cosa / “vera” chiamata Morte» (ibid., 81)[8];

«Medito il prodigio / biblico» (I colloqui, I, 7);

«Ed ecco la trentina / inquietante» (ibid., I, 10);

«torbida d’istinti / moribondi» (ibid., I, 11);

«ecco poi la quarantina / spaventosa» (ibid., I, 12);

«e fu come lo spetro [sic] / ideale di me» (ibid., II, 5);

«seco t’ebbe in suo cammino / sentimentale» (L’ultima infedeltà, 5);

«Ah! veramente non so cosa / più triste» (ibid., 13);

«e i lampi e la bufera / livida» (Il gioco del silenzio, 5);

«Salivi per la bella strada / primaverile» (ibid., 13);

«Furono i sensi / curiosi di noi» (Il buon compagno, 1);

«di brace / azzurra» (L’assenza, 23);

«e con la sua Marchesa / dannata» (La signorina Felicita, I, 15);

«mi confidava certo antico guaio / notarile» (ibid., II, 5);

«e Maddalena / decrepita» (ibid., III, 29);

«giungeva tutto l’inclito collegio / politico locale» (ibid., III, 32);

«ciarpame / reietto» (ibid., IV, 23);

«su quelle teste / buffe» (ibid., IV, 29);

«spinti da chimere / vane» (ibid., IV, 56);

«suddivisi a schiere / opposte» (ibid., IV, 57);

«piccola consorte / vivace» (ibid., VI, 9);

«il giardinetto / contiguo» (Cocotte, I, 1);

«vi dà questo sorriso / calmo» (Una risorta, II, 11);

«soffro di tutto il mondo / vasto» (ibid., II, 15);

«Frusciò nella cornice / severa» (ibid., II, 29);

«con le due mani al mento / maschio» (ibid., II, 50);

«È come una menzogna primaverile» (Un’altra risorta, 13);

«una sorella / buona» (ibid., 41);

«con gesto / franco» (L’onesto rifiuto, 7);

«immune da pensieri / bassi» (ibid., 19);

«a Massimo D’Azeglio / adolescente» (Torino, II, 8);

«sepolti come vesti / sepolte» (ibid., III, 11);

«l’attesa / delusa» (ibid., III, 15);

«non sarà l’attrice / annosa» (I colloqui, II, 1);

«come quella Contessa Castiglione / bellissima» (ibid., II, 5).

 

c)  aggettivo + sostantivo:

 

Anche questo accoppiamento compare decine di volte:

«Oh quella dolce / Madama Colombina» (La via del rifugio, 49);

«il fresco / sogno di tanta grazia?» (ibid., 59);

«siccome quell’antico / brahamino» (ibid., 149);

«siede sulla rotta / panca di quercia» (L’analfabeta, 13);

«i rari / pizzi» (Il responso, 3);

«il terso / muso tendeva» (ibid., 9);

«come un povero / mendicante» (I sonetti del ritorno, I, 1);

«la fonte troverò di questi / sogni» (ibid., III, 5);

«E quelle tue malferme / dita» (ibid., III, 10);

«Perdute le più tenere / mani!» (Il filo, 12);

«In vario / modo lo spossi» (La forza, 5);

«ci vuol poca / intelligenza!» (Nemesi, 29);

«il querulo / sciame dell’Uman Genere» (ibid., 111);

«cesserebbe la trista / vicenda della vita» (ibid., 113);

«la tua madre ha fame, tanta / fame» (L’ultima rinunzia, I, 9);

«convitar le poche / donne» (Convito, I, 3);

«miserere di questa mia giocosa / aridità» (Paolo e Virginia, X, 16);

«Avita / semplicità» (La signorina Felicita, I, 45);

«il molto Regio / Notaio» (ibid., III, 33);

«Hai fatta la seconda / classe» (ibid., VI, 20);

«Questo puro / amore nostro» (ibid., VIII, 21);

«le bizzarre / cose che modellavo» (Cocotte, II, 3);

«Dove sei, cattiva / Signorina?» (ibid., IV, 3);

«E in quella famigliare / mitezza» (Una risorta, I, 21);

«passò quella mondana / grazia profanatrice» (ibid., II, 31);

«Dormono cento quete / crisalidi in attesa» (ibid., II, 59);

«Son d’oro come bei / pendenti» (ibid., II, 62);

riseppi le sagaci / labbra«» (ibid., II, 90);

«rise discoprendo i bei / denti» (Un’altra risorta, 51);

«Pensi invece ai miei / capelli grigi» (ibid., 53);

«certo / ambiente caro a me» (Torino, I, 9).

 

d)  verbo + oggetto:

 

Si ritrova in una ventina di casi pure questa combinazione:

«Ancora si prosegue / il canto che m’assonna»[9] (La via del rifugio, 75);

«egli che seppe / la tristezza» (L’analfabeta, 74);

«e non disprezza / il presente» (ibid., 89);

«e tu rimuovine / la tristezza» (ibid., 97);

«mi porse / l’arme» (Il responso, 77);

«La clausura dei tralci mi rimorde / l’anima» (I sonetti del ritorno, I, 5);

«giova che s’affondi / lo sguardo» (Ignorabimus, 5);

«e scorgo / un cielo» (Il sogno cattivo, 10);

«Il tempo che vince non vinca / la voce» (Un rimorso, III, 1);

«vedo / il tuo sorriso» (I colloqui, I, 17);

«il Tempo vola, invola / ogni promessa» (Il gioco del silenzio, 31);

«spensi / l’ultimo bacio»[10] (Il buon compagno, 5);

«E mi protese / la mano breve» (Invernale, 41);

«Abbandono / la gota sopra la ringhiera» (L’assenza, 9);

«senza ritrarre / la tempia dalle sbarre» (La signorina Felicita, VII, 43);

«salutando / diligenze che andavano al confine» (ibid., VIII, 47);

«come chi abbia / fretta d’un bacio» (Cocotte, II, 5);

«e fretta di ritrarre / la bocca» (Cocotte, II, 6);

«Canto / l’esilio e la rinuncia» (Un’altra risorta, 29);

«la pena di colui che sa / la sua tristezza» (Pioggia d’agosto, 7).

 

2. 2.  Meno frequenti, sino all’hapax, altri accostamenti. Vediamone i più interessanti:

 

a)  verbo + avverbio:

 

«udivo / soltanto il ritmo vivo del ferro nella carta»[11] (Il responso, 23);

«non ho amato / ancora» (ibid., 31);

«non ho pianto / mai» (ibid., 33);

«udivo / soltanto il ritmo vivo del ferro nella carta»[12] (ibid., 55);

«il pettine produce / sempre capelli» (Il sogno cattivo, 9);

«S’udì / [...] / ancora» (Un rimorso, III, 7);

«le ritocchi / giù le palpebre» (L’ultima rinunzia, III, 14);

«già raccolte / là» (ibid., 17);

«il sole che declina / già lentamente» (I colloqui, I, 8);

«la tristezza si dilegua / per sempre» (L’ultima infedeltà, 9);

«Il mio sogno è distrutto / per sempre» (Paolo e Virginia, X, 2);

«come chi singhiozza / veramente» (La signorina Felicita, V, 38);

«la coscienza ti congeda / onestamente» (L’onesto rifiuto, 20);

«Non ho amato / mai!» (ibid., 25).

 

b)  preposizione + sostantivo o aggettivo:

 

«compagno alato della / seconda cosa bella» (Il responso, 67);

«Sotto / la viva luce» (I sonetti del ritorno, II, 2);

«senza / l’immaginosa favola» (ibid., V, 7);

«risopita sullo / stame» (Ora di grazia, 3);

«Ti giuro fin sopra / la testa di mamma» (Il giuramento, 27);

«ma sotto / le arcate» (Un rimorso, II, 2);

«bella ardita palpitante come / la procellaria» (Invernale, 35);

«Di tutto ignari: delle / Scienze» (Paolo e Virginia, III, 7);

«m’accoglieva senza / inquietarsi» (La signorina Felicita, II, 2);

«di vedermi accanto / al viso» (Cocotte, II, 12);

«ragionavamo delle / crisalidi sopite» (Una risorta, II, 79);

«senz’amici, senza / specchi» (I colloqui, II, 11);

«alle zampine delle / disperate cetonie» (ibid., III, 12).

 

c)  verbo + soggetto:

 

«Estraggono a chi tocca / la sorte» (La via del rifugio, 26);

«non penso a che mi serba / la Vita» (ibid., 40);

«Ancora si prosegue / il canto che m’assonna»[13] (ibid., 75);

«s’affanna / la vittima trafitta» (ibid., 123);

«che strazia / la gran necessità» (L’analfabeta, 71);

«che mi tenne / strano mistero» (ibid., 159);

«basta / il genio d’una cuoca» (Nemesi, 31);

«se veramente fu vissuto / quel giorno» (Il gioco del silenzio, 1);

«oggi si ravviva / il tuo sorriso» (Cocotte, IV, 2).

 

d)  verbo servile + infinito:

 

«ho detto che non voglio / raccorti» (La via del rifugio, 38);

«Vorrei ben non sapere / leggere» (L’analfabeta, 61);

«ed osi / tentar le stelle» (In morte di Giulio Verne, 4);

«e posso / piangere» (Paolo e Virginia, I, 5);

«Ah! se potessi / amare» (ibid., X, 11);

«non oso / dirvi» (Una risorta, I, 6).

 

e)  verbo + determinazione di luogo:

 

«ciò che nasce / in una casa» (L’analfabeta, 1);

«ciò che passa / in una casa» (ibid., 5);

«la casa che tu schiudi / alla vita» (ibid., 31);

«forza è che prosegua / pel mondo» (ibid., 33);

«se colui morisse / in voi» (I sonetti del ritorno, VI, 5);

«che tenni / fra le mie» (Miecio Horszovski, 1);

«dall’evolvere / in Acqua» (Nemesi, 102);

«m’avanzo / all’altra meta» (I colloqui, I, 20);

«chino rimasi / su te» (Il gioco del silenzio, 26);

«ti ritrova / in sogno» (Cocotte, IV, 12);

«s’avventa / alle finestre» (In casa del sopravvissuto, I, 5).

 

f)  soggetto + verbo:

 

«Ma prima la Simona / avanza» (La via del rifugio, 109);

«I greggi / dormono al chiuso» (L’analfabeta, 57);

«che bisogno / c’è mai» (Nemesi, 115);

«I marinai / tentano indarno il salvataggio» (Paolo e Virginia, VIII, 1);

«Tutti / balzano in mare» (ibid., VIII, 2).

 

g)  oggetto + verbo:

 

«ed il cappello / toglie» (La via del rifugio, 110);

«ed il braccio snello / protende e la persona» (ibid., 111);

«Lei sola, forse, il freddo sognatore / educherebbe» (La signorina Felicita, V, 21);

«Or quali cose / darai per meta» (Pioggia d’agosto, 21).

 

h)  avverbio + aggettivo:

 

«Un gioco affatto / degno di vituperio» (La via del rifugio, 165);

«tanto / diversa dalla bocca» (Cocotte, II, 13);

«molto / rozzo» (Una risorta, I, 10);

«La mia vita è tanto / pari al mio sogno» (Un’altra risorta, 25).

 

i)  verbo + predicativo (del soggetto o dell’oggetto) o viceversa:

 

«sto / supino nel trifoglio» (La via del rifugio, 5);

«se mi mostro / taciturno» (L’analfabeta, 93);

«sola / restò la bocca» (Il gioco del silenzio, 34);

«mi chiamavi / fratello» (Paolo e Virginia, III, 1).

 

l)  aggettivo + aggettivo:

 

«come la bella / vostra mammina» (La via del rifugio, 13);

«leggendo questi / miei versi tuoi» (La signorina Felicita, VI, 28);

«un buono / sentimentale giovine romantico» (ibid., VIII, 52).

 

m)  participio + causa efficiente:

 

«giardino omai distrutto / dalla gramigna» (L’analfabeta, 41);

«invasa / dal Tempo» (La signorina Felicita, I, 23);

«la tua voce mozza / da gli ultimi singulti» (ibid., V, 40).

 

n)  determinazione di qualità + sostantivo:

 

«D’inchiostro / l’ali» (La via del rifugio, 125).

 

o)  complemento di modo + verbo:

 

«in filastrocca / segnando le parole» (La via del rifugio, 27).

 

p)  articolo + aggettivo:

 

«la tanto simile ad una / piccola attrice famosa» (Un rimorso, I, 5).

 

q)  avverbio + verbo:

 

«Poi / rompe il silenzio» (L’analfabeta, 77).

 

r)  participio–aggettivo + avverbio:

 

«I bimbi già corrosi / oggi dagli anni» (L’analfabeta, 3).

 

s)  verbo + complementi vari:

 

«Se noi tutti fossimo / (... / ...) / d’intesa» (Nemesi, 53);

«che non fu vissuto / da me» (I colloqui, II, 1);

«Il mare si confonde / col cielo apocalittico» (Paolo e Virginia, VII, 10).

 

t)  esempi vari:

 

«come / il vostro caro nome» (La via del rifugio, 14);

«poi / che una voce»[14] (L’intruso, 2);

«se dalla guerra / restassi» (Nemesi, 101);

«che cosa t’ho fatto / di male» (Un rimorso, II, 9);

«nel viso / sferzati dal gelo» (ibid., IV, 2);

«quand’eri / ammalato» (L’ultima rinunzia, II, 5);

«sono / vecchio» (I colloqui, I, 1);

«da quello / che mi seguì» (ibid., II, 2);

«adolescente cieco / di desiderio» (L’ultima infedeltà, 6);

«mi torce senza tregua / la bocca» (ibid., 12);

«della cosa / che accade» (Il gioco del silenzio, 17);

«la tua voce / in treno» (ibid., 25);

«Non sono / più triste» (L’assenza, 11);

«Ma sono / stupito» (ibid., 25);

«non mi sono / sentito mai tanto bambino» (ibid., 27);

«ogni cosa diletta / più caramente» (Paolo e Virginia, VI, 7);

«si fa scudo / delle due mani» (ibid., VIII, 11);

«Amore che ritorni e sei / la Morte!» (ibid., IX, 15);

«poi / che porta pena»[15] (La signorina Felicita, IV, 9);

«L’han veduta alcuni / lasciare il quadro» (ibid., IV, 10);

«di quei “cosi / con due gambe”» (ibid., IV, 53);

«Stavasi in riposo / alla parete» (ibid., IV, 80);

«Tagli le camicie / per tuo padre» (ibid., VI, 19);

«questo male che s’apprende / in noi» (ibid., VI, 25);

«C’è il notaio furibondo / con Lei» (ibid., VII, 13);

«che volli presentarla / a Lei» (ibid., VII, 14);

«quando / le amate» (ibid., VIII, 44);

«Non amo che le rose / che non colsi» (Cocotte, IV, 26);

«Non amo che le cose / che potevano essere» (ibid.,  IV, 27);

«e non sono / state» (ibid., IV, 28);

«La mia vita è soave / oggi» (Una risorta, II, 5);

«A certi segni / pare» (ibid., II, 37);

«Gemme di stile egizio / sembrano» (ibid., II, 65);

«cosa di trastullo / è l’Arte» (Torino, I, 26);

«e sento / d’essere nato» (ibid., II, 9);

«Meglio / vivere al tempo sacro» (ibid., II, 10);

«fresca / tuttavia d’un tal garbo» (ibid., III, 1);

«bello / goder di cose» (ibid., IV, 15);

«Toglie di sul piano- / forte un ritratto»[16] (In casa del sopravvissuto, II, 7);

«avrò tosto venti- / cinqu’anni!» (ibid., II, 14);

«Ricolloca sul piano- / forte il ritratto» (ibid., II, 25);

«Ognun palpita quale / demagogo» (Pioggia d’agosto, 17);

etc.

 

3.  Nella poesia del Gozzano s’incontrano anche casi di iperbato o di anastrofe[17]:

«E più m’alletta / di tutte» (L’analfabeta, 86);

«Come dal tutto si rinnovi in cellula / tutto» (ibid., 129);

«quello mi tiene ancora che mi tenne / strano mistero» (ibid., 159);

«sei come chi sia / non stato mai» (I sonetti del ritorno, V, 9);

«o tu che tutte fai / vane le nostre tempre» (Nemesi, 5);

«tu sei una ben poco / persona intelligente!» (ibid., 11);

«m’è come ai nervi inqueti / un getto di morfina» (ibid., 43);

«o buffo senza scopo / malnato protoplasma» (ibid., 95);

«in me rivive l’anima d’un cuoco/ forse» (La signorina Felicita, III, 50);

«Donna: mistero senza fine bello» (La signorina Felicita, V, 49);

etc.

 

4. 1.  Veniamo a qualche osservazione di carattere metrico, necessariamente in relazione a un numero limitato di liriche.

Tra le strofe più usate dal Gozzano c’è la sestina; ma mentre la sestina classica ha schema ABABCC (ossia è una sorta di ottava [ABABABCC] “biacefala”, vale a dire mancante dei due primi versi), il nostro poeta si sbizzarrisce a variare il modulo metrico: per es. le sestine de Il gioco del silenzio, hanno schema ABABBA; quelle di Invernale[18] ABBAAB; addirittura, in uno stesso componimento alcune strofe hanno schema diverso dalle altre: per es., nella I parte de La signorina Felicita, la 1° strofa ha modulo ABBAAB, la 2° ABABAB, le quattro successive di nuovo ABBAAB, la 7° e l’8° ABABBA; nella II parte le quattro sestine hanno schema ABBAAB, tranne la 2°, che ha ABABBA; etc.: insomma, il poeta si è valso della massima libertà compositiva. Inoltre, due parti della stessa poesia hanno un verso singolo di appendice, e dunque si tratta di una sorta di sestina caudata: V 49: «Donna: mistero senza fine bello» (già cit. supra, § 3) – un capolavoro, almeno a mio giudizio –, e VI, 43: «Ed io non voglio più essere io!».

Schema ABBAAB abbiamo anche nella generalità delle sestine di Cocotte, con due eccezioni: la 4° sestina della II parte ha, curiosamente, rime tutte uguali (e perciò lo schema è AAAAAA); la 1° strofa della IV parte ha schema ABBABA; inoltre nell’unica sestina della III parte «chiamò» (v. 1) e «baciò» (v. 5) rimano con «cocòtte»[19] (v. 4) (ipermetro: cfr. infra, 4. 3). Notiamo ancora che la I parte è formata da una quartina, ma la II inizia con un distico, che con la quartina della parte precedente forma anche qui una sestina. Da rilevare, infine, due dieresi nel 2° verso della I parte («contigüo, le palme del vïale»), necessarie a ottenere un regolare endecasillabo.

La lirica In casa del sopravvissuto è in due parti, ciascuna di cinque strofe di sestine con schema ABBAAB, eccetto la 1° di entrambe le parti, che ha schema ABABBA; rileviamo, in I, 26, l’accento irregolare «quadrumàni» anziché «quadrùmani», per ottenere la rima con «banani» e «caimani». Cinque delle otto strofe di sestine di Pioggia d’agosto hanno schema ABBAAB (1°, 3°, 5°, 6°, 7°), le altre tre (2°, 4°, 8°) ABABBA.

La poesia Convito è formata di tre parti: la I è composta di una sola quartina (con schema ABBA), la II di tre sestine (due con schema ABABBA, l’ultima ABBAAB), la III di due sestine (con schema ABBAAB) seguite da due distici, che uniti formano una quartina con schema uguale a quella iniziale.

 

4. 2.  Mentre per es. le quartine de L’analfabeta (in cui troviamo due versi ipermetri: v. 88 «scrivere» che rima con «rive», e v. 157 «simbolo» che rima con «bimbo») sono tutte a rima chiusa o incrociata, ossia hanno schema ABBA, in altri componimenti in quartine si hanno varianti rispetto a questo schema comune: per es. La bella del re presenta, nell’11° e nella 19° strofa, rime alternate, cioè schema abab; L’ultima rinunzia ha alcune quartine – la 2° e la 6° della I parte, la 4°, la 5° e la 7° della II, e la 5° e 6° della III – a rima alternata abab (inoltre la 7° della I parte e l’8° della II e della III con rima unica aaaa), a differenza di tutte le altre con schema a rima chiusa abba; nello stesso componimento notiamo pure, nella 1° strofa della I parte (strofa ripetuta identica all’inizio della II e della III parte) l’assonanza «mamma / nanna» anziché la rima; rileviamo infine che nella 7° strofa della III parte – che dovrebbe avere schema abab – i versi dispari non rimano («lamentatrici / preti»): si tratta di una svista del Gozzano? Forse è una disattenzione del poeta anche il v. 10 de L’assenza: «la gota sopra la ringhiera», che è un novenario irregolare, dato che in tale (tipo di) verso il secondo accento ritmico dovrebbe cadere sulla 5° sillaba, mentre qui cade sulla 4°.

Parimenti degno di menzione Il più atto, componimento di quattro quartine di versi martelliani (o “alexandrins”) a rima chiusa, che si ripete uguale nelle strofe a due a due (schema ABBA ABBA CDDC CDDC). Pure Totò Merùmeni è in versi martelliani, ma le sue quartine sono a rima alternata (schema ABAB), tranne la 4° della I e della II parte; notiamo pure, in I, 9/11, la rima irregolare «Ansaldo / sobbalzando». Ricordo infine la breve poesia Salvezza, le cui tre quartine sono tutte a rima alternata.

 

4. 3.  Anche nelle liriche con rimalmezzo lo schema non è un uniforme: per es. nei distici doppi (= quartine) di Alle soglie abbiamo una struttura a–b / b–a, ma con alcune eccezioni: il 2° e il 7° distico della I parte e il 4°, il 6° e il 7° della III hanno schema a–b / a–b; così pure nei distici doppi (= quartine) de L’amica di nonna Speranza lo schema normale è a–b / b–a: per es. I, 1-2:

«Loreto impagliato ed il busto – d’Alfieri, di Napoleone

i fiori in cornice (le buone – cose di pessimo gusto)»,

ma due distici fanno eccezione, perché hanno schema a–b / a–b: II, 19-20:

«Carlotta canta. Speranza – suona. Dolce e fiorita

si schiude alla breve romanza – di mille promesse la vita»,

e III, 13-14:

«“Gradiscono un po’ di moscato?” – “Signora sorella magari...”

E con un sorriso pacato – sedevano in bei conversari».

Nella stessa poesia notiamo anche due curiosità: in IV, 15-16 «deserte» rima con «Werther», e in V, 3-4 «conosco» rima con «Foscolo» (ipermetro: cfr. supra, 4. 1).

A proposito di rimalmezzo, meritano menzione alcuni esempi di rime interne: La signorina Felicita, VII, 43-44: «A lungo meditai, senza ritrarre / la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno / etc.»; Cocotte, IV, 3-4: «Dove sei, cattiva / Signorina? Sei viva? come inganni / etc.»; L’onesto rifiuto, 7-8: «Ma prima di conoscerti, con gesto / franco t’arresto sulle soglie, amica, / etc.».

 

4. 4.  Paolo e Virginia, con sottotitolo I figli dell’infortunio, è una sorta di canzone “petrarchesca”, solo in parte regolare, perché la struttura della “fronte” (vv. 1-6) e della “chiave” (v. 7) è la stessa in tutte le dieci stanze, mentre quella della “sirima” (vv. 8-17) non è uguale in tutte; inoltre, la IX stanza è formata da 16 versi, mentre tutte le altre sono composte di 17. In schema:

 

 

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

1

A

A

A

A

A

A

A

A

A

A

2

B

B

B

B

B

B

B

B

B

B

3

C

C

C

C

C

C

C

C

C

C

4

A

A

A

A

A

A

A

A

A

A

5

B

B

B

B

B

B

B

B

B

B

6

C

C

C

C

C

C

C

C

C

C

7

c

c

c

c

c

c

c

c

c

c

8

D

D

D

D

D

D

D

D

D

D

9

E

E

E

E

D

E

E

E

E

E

10

E

E

E

E

E

D

E

E

D

D

11

D

D

D

D

D

D

D

D

E

E

12

E

E

E

E

E

E

E

E

D

D

13

F

f

f

f

f

f

f

F

f

f

14

g

F

G

G

G

G

G

g

G

G

15

F

G

f

f

f

f

F

F

F

g

16

g

f

F

F

F

G

g

g

G

F

17

F

G

G

G

G

F

F

F

––

G

 

Non saprei giustificare, se non congetturalmente, l’anomala estensione della IX stanza rispetto alle altre: si potrebbe sospettare una svista del poeta (cfr. supra, 4. 2) piuttosto che una difficoltà tecnica – fortemente improbabile, a mio parere – o una scelta deliberata, che mi pare tuttavia non avere alcuna motivazione.

Si potrebbe continuare ancora a lungo ad analizzare questa miniera di peculiarità metriche e stilistiche che sono le liriche del Gozzano, ma soprattutto ragioni di spazio mi suggeriscono di concludere qui l’esame.


 

[1]   Per il “numerus”, o “ritmo”, si veda Cic. orat. 49, 162 ss.

[2]   G. Gozzano, La signorina Felicita, III, 1.

[3]   G. Gozzano, L’amica di nonna Speranza, I, 2.

[4]   Ma la utilizzarono tutti i poeti italiani, dagli albori della nostra letteratura ai giorni nostri: per es. Dante, Inf. XXVI, 90-91: «Quando / mi dipartii da Circe»; 101-102: «e con quella compagna / picciola»; XXXIII, 2-3: «forbendola a’ capelli / del capo»; 11-12: «fiorentino / mi sembri»; Carducci, Davanti San Guido (da Rime Nuove), 11-12: «ira non ti serbiam de le sassate / tue d’una volta»; etc.

[5]   Già in Dante, Par. XXIV, 16-17: «Così quelle caròle, differente- / mente danzando», etc. (cfr. anche Hor. carm. 1, 2, 19-20: u- / xorius amnis). Chiamerei “enjambement estremo” il fenomeno (sinafia), che alcuni studiosi chiamano tmesi: non si può infatti ignorare la sostanziale differenza tra questa struttura in italiano e la tmesi nelle lingue classiche, dove la parola è spezzata (in realtà il fenomeno è dovuto all’originaria funzione avverbiale delle preposizioni) come nei casi dell’italiano, ma tra le due parti è inserita un’altra parola: per es. Od. 4, 525: hupò d’éskheto misthón (= dè hupéskheto...); Hdt. 9, 5, 3: katà mèn èleusan autoû tèn gunaîka (= katéleusan mén ...); Lucr. 2, 1104: inque merentes (= inmerentesque); 4, 832: inter quaecumque pretantur (= quaecumque interpretantur); Verg. Aen. 2, 218: circum terga dati (= circumdati terga); 567: super unus eram (= supereram unus); etc.

[6]   Dei versi tra i quali si verifica l’enjambement sarà indicato soltanto il numero del primo.

[7]   Si noti l’italianizzazione del cognome del pittore e incisore tedesco Albrecht Dürer, così come, nella poesia La bella del re, al v. 59, troviamo «cachemire» italianizzato in «Casimire».

[8]   Cfr. La via del rifugio, 157, cit. supra.

[9]   Potrebbe anche trattarsi di verbo + soggetto (2. 2. a) (cfr. n. 13).

[10]  Si noti, in questo passo, un significativo chiasmo: «Ma poi che nel tuo bacio ultimo spensi / l’ultimo bacio» (vv. 5-6).

[11]  Identico a ibid. 55 (cfr. infra).

[12]  Identico a ibid. 23 (cfr. supra).

[13]   Potrebbe anche trattarsi di verbo + oggetto (2. 1. d) (cfr. n. 9).

[14]  Cfr. La signorina Felicita, IV, 9 (infra).

[15]  Cfr. L’intruso, 2 (supra).

[16]  Qui e nei due casi seguenti abbiamo il fenomeno che gli studiosi chiamano “tmesi”, e che io preferirei chiamare “enjambement estremo”: cfr. supra, 1. 2 e n. 5.

[17]   Qualche esempio di queste figure retoriche presso altri poeti: Dante, Inf., XII, 105: «che dier nel sangue e ne l’aver di piglio»; XIII, 36: «Non hai tu spirto di pietade alcuno»;  Purg. XXX, 131: «imagini di ben seguendo false»; T. Tasso, Ger. lib., VI, 104, 2: «O belle a gli occhi miei tende latine»; G. Parini, Il giorno: Il mattino, 24: «Né i mesti della dea Pallade studi»; ibid., 138-9: «o troppo intorno a le vezzose membra / adipe cresce»; Id., Il pericolo, 91 ss.: «Tal che in tristi catene / a i garzoni ed al popolo / di giovanili pene / io canuto spettacolo / mostrato non sarò»; Id., La tempesta, 16-7: «Credeva altro d’immani / mostri oleosi preda far ne l’alto»; G. Carducci, Il bove (da Rime nuove), 14: «il divino del pian silenzio verde»; Id., Il canto dell’amore (da Giambi ed epodi), 84: «la libera de’ padri arte fiorì»; E. Montale, Mottetto XVII (da Le Occasioni), 5-6: «tardo ai fiori / ronzio di coleotteri che suggono»; etc.

[18]  Si noti, al v. 34 di questa poesia, il bell’esempio di accusativo di relazione o alla greca «sfatta le chiome», forse ispirato dal celebre esempio manzoniano «Sparsa le trecce morbide, etc.» (Adelchi, atto IV, scena I, coro La morte di Ermengarda, v. 1).

[19]  Un analogo fenomeno è presente anche nella 12° strofa della poesia in quartine La bella del re, dove «gioventù» rima con «illùde».