Letteratura

<<Sez. Letteratura-Italianistica>>

                                                                                                                                                Martedì 30 Giugno 2015 "uscita n. 15"

 

Alcune onomatopee nella poesia del Pascoli

di  Pier Angelo Perotti

 

                  Descrizione: Risultati immagini per pascoli myricae foto

 

1. L’onomatopea, o armonia imitativa, o fonosimbolismo, si può distinguere in due tipi: ‘diretta’, risultante dal suono immediato che s’intende indicare, e ‘indiretta’, basata sull’utilizzo di uno o più vocaboli di uso comune che producono particolari effetti musicali o sonori: il primo genere non è esposto a dubbi o interpretazioni soggettive (come il primo esempio che s’incontra nel Pascoli, Il morticino [da Myricae], v. 9: «Din don»), l’altro non è sempre oggettivo, ma talora basato sulla sensibilità individuale di chi legge, anche se alcuni casi sono indiscutibilmente da considerare onomatopee a tutti gli effetti: si pensi ai celeberrimi versi di Virgilio, Aen. 8, 596 quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum ~ 11, 875 quadrupedumque putrem cursu quatit ungula campum, con cui è efficacemente ed espressivamente riprodotto lo scalpitare dei cavalli; onomatopea forse rievocata dal Pascoli nel verso finale di Scalpitìo [da Myricae]: «la Morte! la Morte! la Morte!», che produce un effetto simile. Elencherò qui i principali suoni onomatopeici ‘diretti’, indiscutibili e facilmente individuabili, ma soltanto alcuni degli ‘indiretti’, alquanto opinabili e riconoscibili in base al giudizio estetico del singolo lettore. Ecco alcune tra le più felici, originali, curiose onomatopee del Pascoli:

 

2. da Myricae: Scalpitìo, 16: «la Morte! la Morte! la Morte!» (cfr. § 1); Il morticino, 9: «Din don» (cfr. cfr. § 1); Il nunzio, 1: «Un murmure, un rombo...»; 6 – 13: «Che brontoli, o bombo?»; 18: «quel lugubre rombo»; Sera festiva, 7 – 14 – 21 – 28: «din don dan, din don dan»; Orfano, 1: «Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca»; 8: «La neve fiocca,lenta, lenta, lenta»; I due fuchi, 10: «E poi fa afa»; Il lauro, 22: «francesco mio»[1]; 23: «squittinìa»; Arano, 10: «il suo sottil tintinno come d’oro» [del pettirosso]; Lavandare, 5: «lo sciabordare delle lavandare»; Dialogo, 1 – 42: «Scilp» [passeri]; v. 4: «vitt... videvitt» [rondine]; 11: «Dib dib bilp bilp»; 27 – 30 – 39: «Videvitt» [rondini]; Nozze, 9-11 [strofa anomala: cinquina anziché quartina]: «tio; tio; tio; tio; tio; tio; tio; tio; / torotorotorotorotivx / torotorotorotorolililivx» [i due ultimi versi sono mutuati da Aristoph., Av. 260 e 262]; Gloria, 7: «e le rane che gracidano, Acqua acqua!»; Vespro, 3: «col suo grave dan dan dalla badia»; Canzone d’aprile, 24: «Cu... cu»; Alba, 12: «virb... disse una rondine»; Stoppia, 11: «Pei nudi solchi trilla trilla il grillo»; L’assiuolo, 8 – 16 – 24: «chiù»; 12: «sentivo un fru fru tra le fratte»; Temporale, 1: «Un bubbolìo lontano...»; Dopo l’acquazzone, 1-2: «Passò strosciando e sibilando il nero / nembo»; Pioggia, 11: «e picchi a mille a mille»; Il piccolo bucato, 3: «sottile fischia tra le fratte!» [la sizza = tramontana]; 10: «giunge una nenia, lunga, pazïente»; Novembre, 11: «di foglie un cader fragile»; Il fiume, 11: «sgorghi sonoro»; 12: «scricchiola il canneto»; La siepe, 7: «lievi frulli d’ale»; Al fuoco, 3-4: «Il ceppo al foco / russa roco»; Il lampo, 5: «una casa apparì sparì d’un tratto»[2]; Il tuono, 2-4: «a un tratto, col fragor d’arduo dirupo / che frana, il tuono rimbombò di schianto: / rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo»; Notte di vento, 5 – 10 – 15: «uuh... uuh... uuh...»; La notte dei morti, II, 3: «quel murmure al mare»; II, 9: «sonora una romba raggiunge»; Piano e monte, 15: «un breve squittir di civette»; Il cuore del cipresso, I, 5: «odono i bimbi un pispillio secreto»; Nel giardino, 2: «il pettirosso tintinnìa»; Il castagno, II, 7-8: «il tramontano / brontolò roco»; II, 13-14: «i cardi irti e le fronde / fragili»; Canzone di nozze, 11: «Sì, sì, diranno, vero ver...» [rondini];

 

3. da Primi poemetti: L’alba, II, 16 – III, 1: «appariva e spariva all’improvviso. // Appariva e spariva»[3]; Nei campi, I, 2-3: «le rare tremule tirate / che fanno i grilli»; II, 11-12: «le brune vacche (uscirono mugliando / e rugumando la lor verde bava)»; Per casa, I, 6: «lo stridulo fruscìo della granata»; Il desinare, II, 7: «L’olio cantò con murmure sommesso»[4]; L’angelus, I, 2: «ombra di romba» [oltre all’onomatopea, si noti che i due termini sono anagrammati]; La cincia, II, 9: «ch’elle frullano azzurre cinciarelle»; III, 5: «suona un bau bau chiaro»; L’Avemaria, II, 8-9: «Dondola dondola dondola!A nanna / a nanna a nanna! –»; II, 13-14: «E le campane, A nanna a nanna! l’una; / l’altra, Dondola dondola!»; La notte, I, 2-3: «la pioggia, a striscie stridule infinite; / e il tuono rotolò da grotta a grotta»; I, 8: «Nevicava, in suo sogno, a fiocco a fiocco» (cfr. Orfano [da Myricae], 1 e 8, qui sopra); II, 13-14: «E sonò d’ogni parte il bau bau chiaro, / come un tintinno, delle cincie»; Il soldato di San Piero in Campo, II, 1-2: «Oh! Piangi... Pensa... Dormi... Piangi... Pensa... / Dormi... echeggiava in ogni cuor San Piero»; III, 1: «E Dormi... Piangi...»; IV, 1: «E Pensa... Dormi...»; V, 1: «E Piangi... Pensa... Dormi...»; L’albergo, 34: «Che è? Crocchiava un ghiro sul nocciuolo?»; La calandra, I, 10: «né più rauche rane»; I, 11: «non un frullo d’ale» (cfr. La siepe [da Myricae], v. 7); II, 1: «dib dib: è il passero»; Suor Virginia, I, 1: «Tum tum... tum tum...»; I, 16: « Tum tum...»; II, 14: «un raspare, un frugare, uno sfrascare»; III, 6: «bau bau di cane»; III, 13: «Tum tum tum...»; VI, 1: «Tum tum...»; Il vecchio castagno, V, 15-16: «il vecchio tramontano anche lui ruma / qua ne’ frondai gridando e farfugliando...»; VI, 1: «O fiamma allegra, che scricchioli e schiocchi»; La bollitura, III, 6: «un tin tin sonoro»; La canzone del bucato, I, 16: «chiaro gracchiar di gramole lontane»; La veglia, III, 7: «dell’incessante sibilar d’un fuso»; Italy, I, III, 23-25: «un piccolo luì / [...] che goda a cinguettare, / zi zi»;

 

4. da Canti di Castelvecchio: L’uccellino del freddo, 7 di ciascuna strofa: «trr trr trr terit tirit...»; Il compagno dei taglialena, I, 4 etc.: «sci e sci e sci e sci...» [rumore della sega]; II, 6: «su e giù, e su e giù» [id.]; III, 4: «più qui, più lì» [il pittiere (= pettirosso)]; e soprattutto nel ciclo di «The hammerless gun», dove il poeta, approfittando dell’argomento, si sbizzarrisce: La pania, 25-28: «E me segue un tac tac di capinere, / e me segue un tin tin di pettirossi, / un zisterete di cincie, un rererere / di cardellini»; 34 ss.: «un fringuello che fa: Zitti! sii sii / (sii sii è nella lingua dei fringuelli / [...] / [...] / E sento tellterelltelltelltelltell (sai? / tellterelltelltelltell nella favella / dei passeri [...])»; 43-44: «Il fringuello agile frulla / e, lontano, finc finc... Cade una foglia...»; Il pittiere, 1 ss.: «Tin tin! [...] / [...] / tin tin, [...]»; La capinera, 1: «Tac tac! [...]»; L’allodola, 1: «Uid uid! [...]»; Nebbia, 24: «don don di campane»; Il ciocco, I, 32:«ton ton ton, nella notte insonnolita» [campane a martello]; Il primo cantore, 8 – 16 – 24 – 32: «sicceccè... sicceccè...» [verso del «saltimpalo», Saxicola torquata]; La capinera, 5 – 10 – 15 – 20: «tac tac» [cfr. supra]; Foglie morte, 5 – 45: «fru» [rumore delle foglie che cadono]; Valentino, 15-16: «Un cocco! / ecco ecco un cocco un cocco per te» [imitazione del verso delle galline]; La vite, 5-8: «Il pennato porto, ché odo / già la prima voce del cucco... / cu... cu... io rispondo a suo modo: / mi dice ch’io cucchi, e sì, cucco»; La bicicletta, 12 di ciascuna strofa: «dlin... dlin...» [campanello della bicicletta]; L’usignolo e i suoi rivali, 8: «cu... cu... sentì ripetere, cu... cu...» [verso del cuculo]; 17: «sentì gemere, chiù... piangere, chiù...» [verso dell’assiuolo: cfr. § 2]; Il fringuello cieco: 1 – 2 – 19: «finch»; 9-12: «“Ci sarà?” chiedeva la cornacchia; / “Non c’è più!” gemea l’assïuolo; / e cantava già l’usignolo: / “Addio addio dio dio dio dio...”»; 18: «“C’è, c’è, lode a Dio!”» [la lodola]; 21: «Il merlo fischiava “Io lo vedo”»; 24: «“Anch’io anch’io chio chio chio chio...”» [l’usignolo]; 30: «“O sol sol sol sol... sole mio?”» [il fringuello cieco]; Primo canto, 8 – 16 – 24 – 32 – 40: «Vita da re...!» [canto dei galletti]; La mia sera, 4: «c’è un breve gre gre di ranelle» [onomatopea ‘diretta’ e ‘indiretta’]; 33 ss.: «Don... Don... E mi dicono, Dormi! / mi cantano, Dormi! sussurrano, / Dormi! bisbigliano, Dormi!» [onomatopea ‘diretta’ e ‘indiretta’]; Un ricordo, 13: «Tra quel hu hu» [tortore che tubano]; Il sogno della vergine, IV, 1-2: «Si dondola dondola dondola / senza rumore la cuna» [il v. 1 è ipermetro: il -la finale fa parte del v. 2]; Ov’è?, 6-7: «né l’uscio sui gangheri appena / ciulì»[5]; 13-14: «non c’era che il canto dei grilli: / tri... tri...»; 42 – 56: «ov’è? ov’è?» [vagito di bimbo]; La servetta di monte, 11-12: «non ode che il croccolio roco / che rende la pentola al fuoco»; Appendice. Diario autunnale, III, 5: «ed un fruscìo di pii bisbigli bassi»;

 

5. da Nuovi poemetti: Il torcicollo, I, 1: «Cincin... pota Cincin... pota» [la cinciallegra]; La morte del papa, III, 1: «Ta ta, Nina, ta ta»; IV, 1 – 21: «Dan dan... dan dan...»; IV, 19: «Dan dan...»; X, 22: «cantare le ranelle con le rane»; La messe, III, 4: «Diceano i grilli grazie mille in coro»; Le due aquile, V, 1: «Amore! amore! amore!»; VI, 1: «Amore! amore!»; VII, 1: «Amore!»;

 

6. da Odi e inni, Appendice: Il ritorno, coro, passim: «op oòp... op oòp...» (bis); «op oòp...» [comando della voga]; Il sogno di Rosetta, “coro”, 7 ss.: «Compitavi sopra un ramo, / ce... ce... ce... canipaiola! / come noi che cantavamo / su le panche della scuola, / ci e ce, e ci e ce» [canipaiola (o canapaiola): varietà di beccafico, simile alla capinera][6]; ibid., “L’Ave Maria”: «Don... don... don...».

 

7. Tra tutti questi esempi mi piace sottolineare il verso «sentivo un fru fru tra le fratte» (L’assiuolo, 12, da Myricae: cfr. § 2), perché in esso sono felicemente associati i due tipi di armonia imitativa (cfr. § 1), sapientemente amalgamati: dopo il verbo iniziale, abbiamo l’onomatopea ‘diretta’ «fru fru» seguìta e ripresa da quella ‘indiretta’ «tra le fratte», dove il fonema fr, intercalato dal simile tr della preposizione «tra», è prevalente nell’intero verso. Degni di nota anche i bisticci di parole, con funzione fonosimbolica, nella poesia Il fringuello cieco (da Canti di Castelvecchio: cfr. § 4), dove troviamo una serie di ‘echi’ di ciò che precede: v. 12 «“Addio addio dio dio dio dio...”»; v. 24 «“Anch’io anch’io chio chio chio chio...”»; o, viceversa, di ciò che segue: 30: «“O sol sol sol sol... sole mio?”». Non parliamo poi della lirica La pania (da Canti di Castelvecchio), tripudio di onomatopee, delle quali il Pascoli fu maestro indiscusso: questa peculiarità deriva dal suo straordinario legame con la natura, e in particolare con i piccoli volatili, creature indifese e nello stesso tempo poetiche, nonché funzionali a esprimere il suo intenso rapporto con le manifestazioni più delicate del mondo animale, senza esclusione di quello vegetale: oltre agli innumerevoli esempi ricorrenti nei Canti di Castelvecchio, si pensi anche solo al titolo della sua prima raccolta, Myricae, che, se pure è mutuato da un celebre verso di Virgilio (ecl. 4, 2)[7] – come risulta evidente dall’epigrafe a quest’opera: arbusta iuvant humilesque myricae –, diventa squisitamente pascoliano grazie ai contenuti. La raccolta trabocca, infatti, di sonorità di uccelli, le creature i cui cinguettii o ciangottii riempiono il cielo; molto più rari sono i versi di altri animali, come per es. le rane, per le quali è usata l’onomatopea ‘indiretta’ «e le rane che gracidano, Acqua acqua!» (Gloria, 7: cfr. § 2)[8], o il grillo: «trilla trilla il grillo» (Stoppia, 11: cfr. § 2), etc.

Questo amore quasi francescano per la natura – con una rara attenzione per le sue epifanie – e segnatamente per gli animali indica una sensibilità eccezionale, quasi confinante con una sorta di panteismo, che però si estende ad altri temi connessi con l’uomo e con la storia: basti pensare all’appello agli uomini che troviamo nella parabola o apologo I due fanciulli (da Primi poemetti), dove l’esortazione dell’ultima strofa, «Uomini, pace!» (III, 7), ha un vago sapore evangelico, per quanto non sia strettamente collegabile con il Cristianesimo. È pur vero che la terzina successiva si apre con l’implorazione «Pace, fratelli!» (III, 10), in cui il vocativo (con un’evidente climax rispetto al v. 7) sembra richiamare alcuni significativi moniti evangelici, come Mc. 9, 50: «Habete in vobis sal et pacem habete inter vos»; Lc. 2, 14: «et in terra pax hominibus bonae voluntatis»; Gv. 14, 27: «Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis»; 16, 33: «Haec locutus sum vobis, ut in me pacem habeatis»; etc., ma non si può non riconoscere una difformità sostanziale tra il messaggio cristiano e quello che sottende al pensiero del Pascoli: per Gesù Cristo gli uomini sono fratelli perché figli dello stesso padre (cfr. Mt. 6, 9: Pater noster; Mt. 5, 48: Pater vester caelestis; etc.), mentre per il nostro poeta – come pure per i laici più illuminati – la fratellanza tra gli uomini non implica la filiazione da un padre comune, ma è piuttosto una forma di umana solidarietà per opporsi:

all’ombra del destino ignoto

che ne circonda, e a’ silenzi cupi

che regnano oltre il breve suon del moto

vostro e il fragore della vostra guerra,

ronzio d’un’ape dentro il bugno vuoto.

Uomini, pace! Nella prona terra

troppo è il mistero; e solo chi procaccia

d’aver fratelli in suo timor, non erra.

Pace, fratelli! e fate che le braccia

ch’ora o poi tenderete ai più vicini,

non sappiano la lotta e la minaccia[9].

(I due fanciulli, III, 2-12; il corsivo è mio).

I «più vicini» del v. 11 corrispondono esattamente al «proximus» “prossimo” dei Vangeli [Mt. 5, 43; etc.] (perfino troppo, considerato che questo superlativo latino ha spesso il valore del semplice positivo “vicino”): anche da questo dettaglio, pur minuto, sembra risultare che la poetica pascoliana nella sua generalità, e alcuni punti qualificanti in particolare, sia, per così dire, una sorta di ‘vangelo laico’ basato sull’amore, o almeno sul rispetto, per la natura, e sull’amore, o comunque sulla solidarietà, tra gli uomini. Il primo di questi due elementi ha come ovvia conseguenza un’attenzione singolare per le manifestazioni naturali, e specialmente per gli animali – in primis i piccoli uccelli, simboli di delicatezza e di libertà –, che caratterizza la produzione poetica del Pascoli. Del resto, l’amore per le creature – compresi gli uomini – non può non estendersi a quello per il loro creatore (cfr. per es. il Cantico delle creature di S. Francesco), che sia Dio o la Natura (il Deus sive natura di Spinoza).

 


 

[1] Cfr. N. Tommaseo – B. Bellini, Dizionario della lingua italiana, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1865-1879, s. v. FRANCESCO: «5. Francesco mio. T. dei Cacciatori. Il verso del fringuello, che, cantando, par dica a quel modo. E talora il fringuello stesso che fa quel verso»; anche Emilio Lovarini, Chichibio e Cicisbeo, “Atti del R. Istit. Ven.”, 98, 1938-99, pp. 449-456; Per due nomi della “fringilla coelebs”, “Convivium” 4, 1942, pp. 225-231: questo studioso ricorda che anche il Pascoli conobbe, del fringuello, la voce francesco mio o barbazipìo. Infatti, nella prefazione ai Primi poemetti, rivolgendosi alla sorella Maria, il poeta scrive: «E quel fringuello che canta così da vicino il suo francesco mio e il suo barbazipìo, non è stato sempre così vicino?». Nel Grande dizionario della lingua italiana di S. Battaglia, Torino, UTET, VI, 1970, l’espressione non compare.

[2] Cfr. L’alba (da Primi poemetti), 16-17: «appariva e spariva all’improvviso. // Appariva e spariva».

[3] Cfr. Il lampo (da Myricae), 5: «una casa apparì sparì d’un tratto».

[4] In questa stessa poesia, ai vv. 20-21 leggiamo «Pose la teglia su l’ardente brace, / col facile olio», dove l’aggettivo  «facile» potrebbe avere il particolare valore semantico di “untuoso, scivoloso”, o forse anche, come in Tommaseo – Bellini, Dizionario della lingua italiana, cit. [n. 1] s. v. facile, 12: «Facile alla fusione. Dicesi cosa che con prontezza si fonde al fuoco. Neri, Arte vetr. I, 8. [...]»; cfr. soprattutto Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, cit. [n. 1], V, 1968, s. v. facile 10: «Pieghevole, malleabile; fragile, cedevole (un materiale); morbido. [...]; scorrevole, fluido (un liquido) [e si cita proprio questo passo]»; Dizionario italiano Hoepli, s. v. facile, 3: «Metallo facile alla fusione, che fonde con scarso calore».

[5] Questa forma del verbo *ciulire (hàpax) è ‘più onomatopeica’ di “cigolò”: cfr. Pascoli, Canti di Castelvecchio, note alla 2^ ediz.: «ciulire: cigolare, presso a poco».

[6] Cfr. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, cit. [n. 1], II, 1962, s. v. canapaiola: «Uccello passeraceo della famiglia Silvidi (Hippolais icterina), di colore giallo-oliva: canapino maggiore».

[7] Cfr. anche ecl. 6, 10; 8, 54; 10, 13.

[8] Anche in altre raccolte: per es. Canti di Castelvecchio: La mia sera, 4: «c’è un breve gre gre di ranelle» (cfr. § 4); etc.

[9] Cfr. Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto, vv. 126 ss.:

[L’uomo di nobile natura] costei [scil. la natura] chiama inimica; e incontro a questa

Congiunta esser pensando,

siccome è il vero, ed ordinata in pria

l’umana compagnia,

tutti fra sé confederati estima

gli uomini, e tutti abbraccia

con vero amor, porgendo

valida e pronta ed aspettando aita

negli alterni perigli e nelle angosce

della guerra comune.

[...],

e quell’orror che primo

contra l’empia natura

strinse i mortali in social catena,

[...].