Letteratura

 

Alle origini dell’elegia properziana: Prop. 1,8 e l’ecloga 10 di Virgilio

di Paola Gagliardi

   Lunedì 16 Gennaio 2012 "uscita n. 9"

1.Che l'ecl. 10 di Virgilio possa contenere passi e rielaborazioni più o meno fedeli della perduta opera elegiaca di Cornelio Gallo è un dato quasi certo per gli studiosi, che, talora anche eccedendo in questa direzione, hanno utilizzato il testo virgiliano come “serbatoio” per individuarvi motivi, temi e addirittura lessico di quella poesia[1]. Ad incoraggiare in tal senso è stata anche la vaga ma interessante notizia di Serv. ad ecl. 10, 46, secondo cui hi versus omnes Galli sunt, ex ipsius translati carminibus: nonostante l'imprecisione nel determinare a quali versi si riferisca e la difficoltà di intendere correttamente translati (citazione o rielaborazione?)[2], si tratta di una testimonianza senza dubbio preziosa della presenza di elementi galliani nell'ecloga, e in realtà il passo segnalato dall'antico commentatore (che normalmente viene circoscritto ai vv. 46-49: tu procul a patria -ne sit mihi credere tantum- / Alpinas a dura nives et frigora Rheni / me sine sola vides! a te ne frigora laedent! / a tibi ne teneras glacies secet aspera plantas!) appare notevole per diversi aspetti che lo isolano e lo distinguono nello stile del resto dell'ecloga. L'alternarsi concitato di pronomi e aggettivi di prima e seconda persona singolare, l'abbondanza di esclamazioni patetiche in brevi frasi esclamative asindetiche, le inversioni (me sine, te ne, tibi ne) sono tutti aspetti stilistici lontani dalla sobrietà virgiliana e attinenti ad un procedere spezzato e fortemente patetico che potrebbe ben appartenere all'elegia di Gallo[3]. Anche l'atteggiamento espresso, di totale devozione dell'amante all'amata, spinta non solo ad accettare il tradimento di lei e la fuga con un altro, ma addirittura alla preoccupazione per i disagi che ella dovrà affrontare nel seguire il rivale, sembrano elementi di una concezione elegiaca già pienamente elaborata nella forma del servitium amoris, del quale oggi, dopo la scoperta dei suoi versi a Qar Ibrîm, Gallo appare senza più dubbi l'inventor[4].

2. Accanto al passo dell'ecl. 10 un altro testo sembra alludere allo stesso brano galliano, battezzato dagli studiosi propemptikòn Lycoridis: si tratta di Prop. 1, 8, che perlomeno nella prima parte (o in un'intera elegia, se quella tramandata tradizionalmente come 1, 8 dev'essere divisa in due, come molti sostengono[5]) imita scopertamente ecl. 10, 46-49, o più probabilmente il suo archetipo galliano. Di esso Properzio riprende la situazione della partenza dell'amata con un altro, che suscita il dolore, le proteste e le minacce del poeta, ma anche la sua preoccupazione per le asperità e le difficoltà a cui Cinzia andrà incontro; egli rende però ancor più riconoscibile il testo a cui fa riferimento imitandone addirittura lo stile, in apertura dell'elegia, e ricorrendo all'immagine dei teneri piedi della puella che affondano nei gelidi ghiacci di un paesaggio nordico (Tune igitur demens, nec te mea cura moratur? / an tibi sum gelida vilior Illyria? / et tibi iam tanti, quicumque est, iste videtur, / ut sine me vento quolibet ire velis? / tune audire potes vesani murmura ponti / fortis, et in dura nava iacere potes? / tu pedibus teneris positas fulcire pruinas, / tu potes insolitas, Cynthia, ferre nives?, vv. 1-8). L'apostrofe ex abrupto a Cinzia con la serie di brevi domande, affollate in asindeto e scandite da pronomi e aggettivi di seconda persona, non può non evocare infatti immediatamente il brano dell'ecl. 10 e, per i lettori contemporanei, anche quello di Gallo, che sicuramente, a giudicare dal rilievo datogli da Virgilio nell'ecloga, doveva essere tra le cose più belle e più significative della sua produzione. A differenza di quanto accade però nell'ecl. 10 e verosimilmente nell'elegia galliana, l'esito delle recriminazioni e delle dichiarazioni del poeta in Prop. 1, 8 è positivo, poiché improvvisamente a v. 27 (o nell'elegia successiva, per chi intende 1, 8a chiusa a v. 26) egli proclama la sua esultanza per il ripensamento di Cinzia che, commossa dai suoi versi, ha rinunciato a partire con il rivale ed è tornata da lui. L'attribuzione del successo alla poesia (il blandi carminis obsequium di v. 40), personificata nell'assistenza delle Muse e di Apollo (sunt igitur Musae, nec amanti tardus Apollo, / quis ego frtus amo: Cynthia rara mea est, vv. 41-42) ha fatto immaginare che il confronto istituito da Properzio con il predecessore sia soprattutto sul piano della qualità dei versi e della loro efficacia pratica nella conquista amorosa, mentre la conclusione opposta della situazione nel poeta umbro è sembrata una nota polemica contro la scarsa qualità della poesia galliana: laddove infatti Gallo non riesce a trattenere Licoride, Properzio in un'analoga situazione ha successo e attribuendolo ai suoi versi stigmatizza implicitamente il livello inferiore di quelli galliani[6].

3. A rafforzare questa ricostruzione sembra, ancora nell'ecl. 10, l'appello di Virgilio a vv. 9-12 alle puellae Naides, identificate con le Muse perché collocate nei luoghi tradizionali delle dee della poesia (il Parnaso, la fonte Aganippe)[7] e lontane da Gallo mentre soffre (    ). L'accenno, che in realtà si spiega con l'imitazione di Theocr. 1, 66-69 nell'àmbito della ripresa quasi letterale dei vv.    65 ss. dell'idillio ai vv. 9-30 dell'ecloga, è stato inteso come una critica di Virgilio alla scarsa ispirazione poetica di Gallo, per sopperire alla quale egli si sarebbe deciso a scrivere in suo aiuto l'ecloga, breve ma forse più efficace a persuadere Licoride dei tanti libri di elegie che egli le aveva inutilmente dedicato (il riferimento è ai vv. 2-3, pauca meo Gallo, sed quae legat ipsa Lycoris, / carmina sunt dicenda: neget quis carmina Gallo?). A questa critica di Virgilio si accoderebbe poi Prop. 1, 8, ribadendo la pochezza dell'elegia galliana di contro alla grandezza della propria[8].

4. Tra le molte ragioni che rendono inaccettabile una simile ricostruzione ci sono senza dubbio l'affetto personale e la stima che Virgilio dichiara più volte per Gallo, sia nella stessa ecl. 10[9], sia nell'ampia scena di consacrazione poetica che lo vede protagonista nella 6 (vv. 64-73), ma anche la natura mite e aliena da polemiche e critiche violente del Mantovano, che renderebbe inspiegabile tanta acrimonia verso un amico e un poeta che egli aveva esaltato e forse avrebbe ancora celebrato nelle laudes del finale delle Georgiche, poi sostituite dall'epillio di Aristeo o più probabilmente di Orfeo[10]. Lo stesso discorso può valere per Properzio, che pure appare fortemente indebitato verso l'elegia galliana, almeno all'inizio della sua attività letteraria[11], e che mostra per il predecessore un affetto e un'ammirazione attestati dal commosso ricordo della sua drammatica fine a 2, 34, 91-92 (et modo formosa quam multa Lycoride Gallus / mortuus inferna vulnera lavit aqua). Più che nella linea della polemica e della critica personali, dunque, mi sembra giusto cercare altrove spiegazioni delle prese di posizione di Virgilio e soprattutto di Properzio nei confronti di un brano di Gallo sicuramente importante e ammirato da entrambi, a giudicare dal risalto che gli danno imitandolo nei loro testi.

  Diversi indizi inducono a ritenere che l'attività poetica di Gallo fosse terminata poco prima dell'ecl. 10, che potrebbe alludere proprio a questo abbandono. Da una parte l'assenza di qualunque testimonianza di un'attività creativa del poeta elegiaco negli anni '30, in concomitanza peraltro con i più importanti incarichi politici e militari al fianco di Ottaviano, che poco tempo gli avrebbero lasciato da dedicare alla poesia, dall'altra la mancanza di notizie su Licoride, la cui ultima menzione è appunto nell'ecl. 10, se se ne accetta la datazione tradizionale[12], lasciano immaginare che Gallo avesse smesso di scrivere verso la fine degli anni '40[13]. A rendere plausibile tale ipotesi è ancora la natura 'giovanile' dell'elegia d'amore, nella quale il poeta si presenta in prima persona nelle vesti dell'innamorato disposto a qualunque follia per la donna amata, un ruolo che, dai tempi della commedia plautina, si addiceva all'adulescens, non certo al vir, quale sarebbe stato Gallo all'età di ormai più di 30 anni[14]. Senza dire, poi, che poco opportuno sarebbe apparso anche per la sua immagine pubblica e per la sua vicinanza ad Ottaviano continuare a rappresentarsi schiavo dell'amore di una donna di discutibile moralità, che era stata per anni l'amante di Antonio[15]. Se tutto questo è credibile, l'ecl. 10 potrebbe rappresentare proprio il commento di Virgilio all'abbandono della poesia da parte di Gallo, probabilmente dichiarato in un ultimo libro o in un ultimo componimento, al quale il testo virgiliano risponde. Anche l'ecl. 10, d'altronde, è un commiato, e Virgilio potrebbe aver creato non a caso questo parallelismo con la situazione dell'amico, sfruttando l'ultima occasione di dialogo con la poesia di lui.

5. Se davvero Gallo aveva annunciato nella sua poesia la fine della sua esperienza creativa e l'ecl.10 si rifà a quei testi, tra essi doveva essere indubbiamente il propemptikòn Lycoridis, che oltre ad apparire importante per il risalto che riceve nelle riprese di Virgilio e di Properzio, poteva ben rappresentare la situazione scelta da Gallo per il discidium definitivo dall'amata che giustificasse la fine della relazione con lei e dunque della poesia ad essa ispirata. Non è improbabile immaginare un finale determinato dalla fuga della puella, che dà modo al poeta di sperimentare l'inefficacia della sua arte nel trattenerla, ma gli consente anche di ribadire fino all'ultimo il suo invincibile attaccamento a lei e la sua incapacità di liberarsi della passione, per quanto dolorosa (omnia vincit amor, et nos cedamus amori è infatti la sua parola definitiva nell'ecloga, a v. 69, che potrebbe riecheggiare da vicino un suo verso, forse appunto la conclusione della sua poesia[16]): una simile conclusione della storia e della poesia elegiaca è anzi forse poeticamente più efficace dello scialbo spegnersi dell'amore scelto da Properzio nel III libro per giustificare la fine dell'elegia erotica. Se si potesse ipotizzare una simile ricostruzione, si darebbe conto anche dell'affermazione virgiliana sulla lontananza delle Muse dal poeta, che potrebbe essere, prima dell'imitazione teocritea nell'ecloga, un'immagine usata da Gallo per giustificare l'addio alla poesia, una volta constatatane l'incapacità a riottenere l'amata o almeno a trovare conforto al dolore. In tal caso Virgilio non farebbe che riprendere in termini bucolici, mescolandola con il modello teocriteo, un'idea di Gallo, senza dunque alcun intento polemico nei suoi confronti, ma anzi enfatizzando il concetto a lui caro dell'inefficacia della poesia in un testo come l'ecl. 10, in cui esso diviene centrale non solo riguardo all'elegia, ma anche alla bucolica, incapace di consolare il dolore di Gallo come pure si era proposta. Dopo tutto anche Virgilio ricorre allo stesso argomento per abbandonare il genere pastorale, mostrando nell'ultima ecloga l'insufficienza della poesia bucolica e dell'intero mondo che essa rappresenta nell'alleviare le sofferenze della vita reale, cosicché come Gallo sperimenta il fallimento dell'elegia e vi rinuncia, Virgilio tocca con mano la crisi del suo genere e lo abbandona[17].

  Se una simile ricostruzione sembra dare senso alla fine dell'attività poetica di Gallo in parallelo con la chiusura dell'esperimento bucolico virgiliano e motivare dunque l'assenza delle Muse da Gallo non in senso ostile, ma come ripresa di una sua considerazione, fatta propria da Virgilio anche per il suo genere, essa rende ragione anche della soluzione di Prop. 1, 8, che pure sembra la più lontana dalle posizioni galliane e la più ostile a quella poesia. A mio avviso infatti la posizione di Properzio in 1, 8 va posta in relazione proprio alle conclusioni di Gallo e motivata rispetto ad esse. Chiudendo la sua produzione con l'ammissione dell'incapacità della poesia di richiamare l'amata fedifraga e di consolare il dolore dell'amante abbandonato, ma proclamando al tempo stesso la sua invincibile e incurabile soggezione ad una passione infelice, Gallo aveva infatti precluso ogni possibilità di riaprire il discorso elegiaco, di dare nuovamente senso a quella poesia, in linea con il suo definitivo abbandono dell'attività letteraria. Nel momento in cui, anni dopo, il giovane Properzio decide di cimentarsi nello stesso genere, non può, ovviamente, che ripartire dalle conclusioni del predecessore, e dunque deve innanzitutto confrontarsi con le decise affermazioni di lui sull'insufficienza della poesia, condizione indispensabile per ridare senso all'elegia. E' dunque pienamente comprensibile che egli elabori tra le sue prime prove (o quanto meno nel suo primo libro) una situazione analoga a quella conclusiva di Gallo per darle tuttavia un esito diametralmente opposto, in cui proprio la poesia, benedetta dall'assistenza degli dei, propizi al poeta amante, recupera la sua funzione persuasiva, determinante nell'elegia d'amore. L'affermazione dei vv. 41-42, dunque, è sì in diretto rapporto con quello che Gallo poteva aver sostenuto nel suo propemptikòn, ma non semplicemente per ribaltarne in senso polemico le conclusioni, bensì per riaprire il discorso elegiaco e dare a quel genere una ragion d'essere e una credibile finalità.

6. L'inevitabile confronto con Gallo imponeva ovviamente a Properzio anche quello con Virgilio, che aveva ripreso e valorizzato le affermazioni galliane e in particolare il propemptikòn: Properzio non dimentica infatti l'apporto virgiliano al dibattito, come lascia intendere al lettore colto con la menzione di tardis Vergiliis (v. 10) per la costellazione delle Pleiadi, un elegante espediente di matrice alessandrina per alludere all'ecl. 10[18]. Con essa egli non sembra porsi in dialogo diretto, poiché in realtà Virgilio non aveva preso una posizione diversa da quella di Gallo, ma si era limitato verosimilmente a citarne le conclusioni, estendendole nella riflessione dell'ecloga anche alla poesia bucolica. In tal modo, ponendosi in rapporto con due antecedenti importanti del suo componimento, Properzio paga loro l'omaggio dovuto (l'imitazione verosimilmente ravvicinata del testo di Gallo è una forma di omaggio, così come la menzione del nome Vergiliis), ma al tempo stesso rivendica la sua libertà e la sua novità nel ridare vita ad un genere che Gallo aveva ritenuto esaurito, almeno per quanto lo riguardava, e per il quale invece il giovane successore intravvede a giusta ragione ancora grande vitalità e ampie possibilità di espressione. Alla fine del suo cammino anch'egli riscontrerà -è vero- la limitatezza della tematica d'amore e già nel III libro e ancor più nel IV, cercherà nuove vie per la sua elegia: sceglierà però un finale diverso, rispetto a Gallo, per la sua storia d'amore, che lentamente si spegne man mano che l'immagine di Cinzia diviene più realistica e meno idealizzata e nuove tematiche catturano l'interesse del poeta, ormai avviato a diventare il “Callimaco romano”, come egli stesso si definirà programmaticamente a 4, 1, 64.

Letto in quest'ottica, senza pregiudizi e nel rispetto dei testi, il rapporto tra ecl. 10, 46-49 e l'elegia 1, 8 di Properzio non rappresenta dunque una polemica contro la poesia di Gallo, che tanto aveva influenzato Virgilio, come avrebbe fatto con Properzio, ma si pone piuttosto nei termini di un dialogo di poetica sul senso dell'elegia, negato o affermato secondo i momenti, le posizioni e le scelte artistiche degli autori. Questo interessante dibattito, purtroppo non pienamente ricostruibile, data l'assenza del testo di Gallo che doveva aver ispirato sia la ripresa virgiliana, sia quella properziana, si rivela anzi forse un documento prezioso degli esordi dell'elegia di Properzio e della riflessione del giovane poeta sul senso e la funzione del genere prescelto, al quale l'esperienza galliana aveva assegnato indubbiamente i caratteri costitutivi, ma pure ne aveva alla fine messo in crisi la ragion d'essere: proprio e soltanto nelle orme del predecessore, ma con una rinnovata fiducia in quella poesia, Properzio può recuperarla, dando nuova vita e un futuro splendido, anche se breve, all'elegia erotica latina.

 

                                                                                                                             

 


 

[1]    E' la tendenza inaugurata com'è noto da F. Skutsch, Aus Vergils Frühzeit, Leipzig 1901, e Gallus und Vergil, Leipzig 1906 (contra, F. Leo, Vergil und die Ciris, “Hermes” 37, 1902, pp. 14 ss. [= Ausgewählte kleine Schriften, II, Roma 1960, 29 ss.], e P. Jahn, Aus Vergils Frühzeit, “Hermes” 37, 1902, pp. 161 ss.), seguito, tra gli altri, da D. O. Ross, Background to Augustan Poetry: Gallus, Elegy and Rome, Cambridge 1975, e da  F. Cairns, Sextus Propertius. The Augustan Elegist, Cambridge 2006.

[2]    Sulla difficoltà d'interpretazione del passo serviano (in particolare translati) e sui tentativi di delimitare il numero degli esametri che Virgilio può aver ripreso da Gallo, cfr. ad esempio H. Bardon, Les élégies de Cornélius Gallus, in “Latomus” 8, 1949, pp. 223 ss.; B. Luiselli, Studi sulla poesia bucolica, Cagliari 1967, pp. 80 ss.; Ross, op. cit., pp. 88-89 e 100; S. T. Kelly, The Gallus quotation in Virgil’s tenth eclogue, in “Vergilius” 23, 1977, pp. 17-20; I. C. Yardley, Gallus in Eclogue 10: Quotation or Adaptation?, in “Vergilius” 26, 1980, pp. 48–51; F. Cupaiuolo, La decima ecloga di Virgilio, un problema sempre aperto, in “C&S” 20, 1981, p. 55, nota 22; G. D'Anna, Virgilio. Saggi critici, Roma 1989, pp. 60 ss. Sui limiti e i rischi di una simile prospettiva d'indagine, cfr. C. Perkell, The “Dying Gallus” and the Design of Eclogue 10, in “CPh” 91, 1996, pp. 132-135.

[3]    Sull'andamento “elegiaco” dell'intero monologo di Gallo cfr. F. Klingner, Virgil. Bucolica Georgica Aeneis, Zürich und Stuttgart 1967, pp. 171-172.

[4]    Sia questo punto dell'ecl. 10, sia soprattutto i termini usati nel papiro di Qaṣr Ibrîm (nequitia a v. 1, domina mea a v. 7) fanno risalire a Gallo quell'atteggiamento dei poeti elegiaci romani, ben codificato in Properzio e Tibullo, definito servitium amoris, come aveva giustamente visto W. Stroh, Die römische Liebeselegie als werbende Dichtung, Amsterdam 1971, pp. 117 ss.; 204-206; 219; 228-230 (contra, R. O. A. M. Lyne, “Servitium amoris”, in “CQ” 29, 1979, pp. 121 ss., che lo riteneva un'innovazione di Properzio). Cfr. in proposito A. Barchiesi, Notizie sul “nuovo Gallo”, in “A&R” 26, 1981, pp.165-166; L. Nicastri, Cornelio Gallo e l'elegia ellenistico-romana, Napoli 1984, pp. 25-26.

[5]    Sulla complessa discussione dell'unità di Prop. 1, 8 cfr. la storia della questione in P. Fedeli, in Sesto Properzio, Il primo libro delle elegie, introduzione, testo critico e commento a cura di Paolo Fedeli, Firenze 1980, pp. 202-208 e in Nicastri, op. cit., pp. 156-157, nota 6.

[6]    E' la ricostruzione di E. Pasoli, Gli Amores di Cornelio Gallo nell'Ecloga X di Virgilio e nell'Elegia 1, 8 di Properzio: riconsiderazione del problema, in “RCCM” 19, 1976, pp.

[7]    L'identificazione delle puellae Naides con le Muse è stata sostenuta da Serv. ad ecl. 10, 9 e tra i moderni da Leo, art. cit., p. 14, nota 3 (= Ausgewählte kleine Schriften, cit., p. 29, nota 3); J. Conington – H. Nettleship, P. Vergilii Maronis Opera, with a commentary by J. Conington, I, London 1858 (rist. Hildesheim - New York 1979), ad ecl. 10, 9, pp. 99 s.; Ross, op. cit., pp. 96-97; Pasoli, Gli Amores, cit., pp. 587 e 588; p. 594, nota 13.

[8]    Tra i sostenitori di questa interpretazione dell'ecl. 10 e di Prop. 1, 8 cfr. Pasoli, art. cit., pp. 587-591; E. Pasoli, Poesia d'amore e metapoesia: aspetti della modernità di Properzio, in AA. VV., Atti del Colloquium Propertianum, Assisi 1977, p. 106 (ma già M. Pohlenz, Das Schlussgedicht der Bucolica, ora in Kleine Schriften, II, Hildesheim 1965, p. 110); cfr. altresì C. Monteleone, Cornelio Gallo tra Ila e le Driadi, in “Latomus” 38, 1979, pp. 46-48 e nota 54; Fedeli, comm. cit., pp. 204-205; Nicastri, op. cit., pp. 175-176; D'Anna, op. cit., pp. 58-59, e, più di recente, J. Fabre-Serris, Rome, l'Arcadie et la mer des Argonautes, Villeneuve d'Ascq 2008, pp. 48-84, specialmente pp. 62-69.

[9]    La dedica stessa dell'intero carme è un gesto di omaggio per lui, ma si considerino anche l'apostrofe divine poeta a v, 17 e la richiesta alle Muse di rendere maxima i suoi versi per Gallo, nonché la calda dichiarazione d'affetto dei vv. 73-74 (Pierides: vos haec [sc. i carmina dell'ecl. 10] facietis maxima Gallo, / Gallo, cuius amor tantum mihi crescit in horas /  quantum vere novo viridis se subicit alnus, vv. 72-74).

[10]  Sull'intricatissima questione delle laudes Galli e del rapporto tra Gallo e Orfeo nel finale delle Georgiche, cfr. la bibliografia citata nel mio I due volti dell'Orfeo di Virgilio, in corso di stampa in “Hermes”, nota 1.  

[11]  Si pensi ai debiti sul piano stilistico, almeno secondo Ross, op. cit., e Cairns, op. cit., che ritiene le prime elegie properziane tutte impostate sul confronto, l'allusione o il rovesciamento di modelli galliani (p. 113).

[12]  Che l'ecloga sia l'ultima del liber in ordine cronologico è opinione diffusa: cfr. D'Anna, op. cit., pp. 19 e 72; M. Gigante, La brigata virgiliana ad Ercolano, in AA. VV., Virgilio e gli augustei, (a cura di M. Gigante), Napoli 1990, p. 18, e, nello stesso volume, A. Michel, Virgile et Gallus, pp. 58 e 61, nota 5, per il quale, nella scia di E. de Saint Denis, Virgile, Bucoliques, Paris 1967, p. 95 (che però la data al 37 per far coincidere la fuga di Licoride con la spedizione di Agrippa), l’ecl. 10 apparterrebbe ad una seconda edizione della raccolta e risalirebbe addirittura al 35 (contro l'ipotesi di una seconda edizione, cfr. K. Büchner, Virgilio, trad. it., Brescia 19862, pp. 294 e 306). A. La Penna, Virgilio e la crisi del mondo antico, introduzione a Virgilio, Tutte le opere, a cura di E. Cetrangolo, Firenze 1966, p. XVIII, pensa al 39 o al 38, mentre G. E. Manzoni, Foroiuliensis poeta. Vita e poesia di Cornelio Gallo, Milano 1995, p. 32, colloca il componimento tra il 40 e il 39; ma non mancano datazioni al 37, ad esempio in Bardon, art. cit., pp. 222 e 227, e nel commento del de Saint Denis sopra citato. R. G. M. Nisbet, in R. D. Anderson – P. J. Parsons – R. G. M. Nisbet, Elegiacs by Gallus from Qaṣr Ibrîm, in “JRS” 69, 1979,p.  153 e nota 142, pensa al più tardi al 39, ragione per cui esclude la possibilità di riconoscere nella spedizione transalpina a cui si allude nel testo quella di Agrippa del 39 o del 38 (così anche J. P. Boucher, Caius Cornélius Gallus, Paris 1966, p. 18, e S. Amato, Cesare o Ottaviano nel nuovo Gallo di Qaṣr Ibrîm?, in “Orpheus” 8, 1987, p. 333).

[13]  Ho discusso di tutto ciò in Per la datazione dei versi di Gallo da Qasr Ibrim, in “ZPE” 171, 2009, pp. 45-63.

[14]  Sulla natura 'giovanile' dell'elegia latina cfr. R. M. Lucifora, Prolegomeni all’elegia d’amore, Pisa 1996, pp. 22 ss.; 54; 100 ss.; 170 ss.

[15]  Come nota giustamente Nisbet, art. cit., p. 155.

[16]  Diviso nettamente com'è in due emistichi chiusi dal termine amor in poliptoto, l'andamento del verso è senza dubbio elegiaco, come dimostra M. Grondona, Gli epigrammi di Tibullo e il congedo delle elegie (su Properzio e Virgilio), in “Latomus” 36, 1977, pp. 26-27.

[17]  Su questa interpretazione dell'ecl. 10 cfr. i miei lavori Ecl. 10, 73-74: Virgilio, Gallo e la crisi della poesia bucolica, in “Hermes” 139, 2011, pp. 21-41, e Dafni e Gallo nell'ecl. 10 di Virgilio, in “A&A” 57, 2011, pp. 56-73.

[18]  Come sostiene J. Hubaux, Parthenius, Gallus, Virgile, Properce, in AA. VV., Miscellanea Properziana, Assisi 1957, pp. 31-38.