Letteratura

 

Canzoniere minimo

di Marino Faggella

 Martedì 28 Dicembre 2010 "uscita n. 7"

In passato mi sono ripetutamente detto che giammai avrei rese pubbliche le mie poesie giovanili accennate col lapis, sia per la loro natura di abbozzi poco curati sia in quanto negli anni più maturi, messa da parte la propensione a far versi, mi sarei dedicato a giudicare i prodotti dell’arte storico-letteraria piuttosto che crearli. Questo fino al tempo in cui mi sono di nuovo capitati tra le mani quegli antichi versi, improvvisati e pieni di liture, che mia moglie Anna Maria si era preoccupata, a mia insaputa, di custodire negli anni gelosamente in un cassetto. La loro rilettura inizialmente ha generato in me un inaspettato pudore, dettato forse sia dalla consapevolezza della loro inconditezza sia dal bisogno di non rivelare, tenendole in segreto, antiche passioni ed emozioni. Non avrei mai pensato di pubblicare quei versi, o piuttosto quella serialità di parole, in alcuni casi di difficile letture e talvolta bisognose di restauro con un duro labor limae , se non mi avessero spinto a tanto le appassionate e ripetute esortazioni della mia donna.

 Premetto che la loro rilettura e rifacimento non è stata agevole in molti punti; malgrado ciò, più che sovvertire l’ordine delle parole e la loro disposizione nel verso, mi sono limitato solo a qualche ritocco o aggiustamento. Certo non pochi lettori, specialmente quelli in possesso di eccessiva acribia, storceranno il naso alla lettura dei miei versi, che molte volte appaiono composti alla grossa e senza eccessiva cura delle regole della poesia. Non m’importa del loro giudizio riduttivo né dell’accusa di aver osato più del necessario, mi basta la consolazione che l’arte delle Muse offre alle anime sensibili che sanno apprezzare le cose semplici e sincere. A questi ultimi sono rivolti questi versi che sono portatori di alcuni temi essenziali che da sempre e dovunque i poeti lirici hanno cantato nel corso della storia col proposito di trasferire nell’anima dei lettori le loro emozioni, scaturite da sentimenti naturali ed eterni che hanno la vita degli uomini: L’amore materno e paterno, gli opposti della vita e della morte, l’amore per e di una donna, il brivido di piacere che emana la contemplazione della natura che sa lenire il dolore umano riportando indietro l’anima a dissetarsi nel paradiso della fanciullezza. Prodotto di questa età è l’ultima lirica intitolata Lucania, composta a dodici anni, che, per quanto precedente nel tempo rispetto alle altre, si trova al termine della raccolta. Questa è la pura e semplice mitografia contenuta nelle seguenti antiche poesie giovanili.

 

                                            (1)    A mia madre

 

Senti il richiamo,

accogli la preghiera

di chi ti sta lontano.

Son certo, anche tu preghi.

Cosa mai darti?

 

Forse poche parole,

insieme dette, che

non ho vergogna

di chiamare versi.

No. Non è la vita.

 

Il tempo, il dolore non

guardano ai tuoi capelli bianchi.

Né io, ch’oltre alla vita

altro domando.

Cosa mai darti?

 

Forse la parte

più piccola del

tuo amore in cambio

mi parrebbe molto

No. Non è la vita.

 

Le strade ancora vogliono

i tuoi passi, non paghe.

Né io so vedere

la stanchezza dei tuoi piedi

Cosa mai darti?

 

Forse far correre a te

il mio pensier con tenerezza

mi parrà tanto.

No. Non è la vita

 

Forse tornare a te e

correre per stringere il

tuo corpo fragile che

conosce tanta forza.

No. Non è la vita

 

Cosa mai darti?

Mi toglierei la vita.

 

 

                                 (2)     Per la morte di mio padre

 

Morte, lascia mio padre,

vieni, vieni per me.

Toglimi la vita, se hai cuore

raccogli il guanto.

 

Quale bottino il tuo!

Scoprirai la mia maschera di carne,

e il riso orrendo dei miei denti,

gote scavate, orbite più nere del baratro,

più fonde della voragine d’inferno.

 

E le nari tagliate, unico foro,

ancora fermano la vita:

vana fatica e non richiesta.

Allora  cogli la tua spoglia,

eternità fatta predatore.

 

Ma che fa.

Volta le spalle e fugge.

Risate inumane t’inseguono

nelle latebre dell’eternità.

 

                                      (3)  E’ passata la morte come un vento

E’ passata la morte come un vento

E nella casa ancora si respira.

Si vede, si tocca nei pianti della gente.

E i volti bianchi per la veglia e

gli occhi fissi e assurdi.

Ad ogni arrivo si riprende il grido

che come un’eco eguale si rincorre.

E’ passata la morte come un vento.

 

                                          (4)  Deserti di cieli

 

Deserti di cieli sconfinati

e senza uccelli,

onde bianche rotte sugli scogli.

 

Di lontano un canto solitario,

antica nenia, sempre ripetuta ascolto.

Non posso riprendere il cammino.

 

Aspetto che tornino i gabbiani

ad infestare i cieli e un mare

azzurro e chiaro e senza vento.

 

 

                                (5)   Clessidra di carne

 

Traccio con il rosso inchiostro righi

di sangue sulla neve della carta e

resto in ascolto, ai battiti del cuore che

con rumori rotti copre ogni rumore.

 

Sgomento e in attesa

nella speranza di cogliere,

battito di ciglia, un

piccolo tratto dell’eternità.

 

Ma la mente si ritrae

al terrore dello sforzo;

e resto qui vivo e

non vivo, per poco.

 

Lo strepito di un disco soverchia, e

vince l’inumana fatica del cuore, che

torna a segnare, clessidra di carne,

tanti minuti di banalità.

 

                           (6)    Un silenzio di bronzo nella notte

 

Un silenzio di bronzo nella notte

batte le sue ali, chiuso

e senza speranza.

 

Scoppia la luce nella stanza

e, bianca si diffonde a rischiarar le cose.

Ma non mi pare il giorno.

 

Un brivido corre sulla pelle,

mi spalanca gli occhi.

Il presente mi uccide.

 

E torno allora ai bianchi cavalli

della fanciullezza correnti al sole

e l’unghie nere e silenziose

vedo muover le nebbie.

 

Un viso dolce di vecchietta,

e una voce ascolto lontana,

eppure chiara.

E ripete il mio nome.

 

E bimbi a frotte al mio paese,

disposti in mucchio i libri della scuola,

ai loro giochi chiamano.

E vorrei correre….

 

Ma la morte delle cose mi prende

e torna il silenzio di bronzo

 a battere le sue ali,

chiuso e senza speranza.

 

                                     (7)  Non può tornare il giorno

 

Non può tornare il giorno

se la notte è così lunga.

Eppure verrà, inutile e sempruguale.

Non posso pensare alla mia vita,

alla tua in questo momento.

 

                            (8)  Quando gli occhi non chiudono il sonno

 

Quando gli occhi non chiudono il sonno

non puoi restare ad ascoltare i battiti del cuore.

Vedo il buio muover le persiane, ma non ho paura.

E’ il vento, alito silenzioso della notte.

 

Quando il silenzio rompe le orecchie

come mille assordanti rumori

resto ad ascoltare. 

E il sonno o la morte mi prende. 

 

                                           (9)  La frana del monte Torretta

 

Cade la roccia, saldo sostegno di antiche case.

Un grido, un rombo, tuoni di cento tempeste

 mi destano.

 

Urla la montagna e profonda s’apre una ferita.

 Le ultime case del borgo, spettri di muri aperti e inabitati,

non ci sono più.

 

Dalla valle un sentiero stancamente

alle case giungeva, come di serpe,

in mille sforzi.

 

Nella notte bruciata di fiaccole,

occhi di vetro erano corsi al grido

d’agonia del monte.

Solo un lamento s’ode di lontano.

 

L’ultime rocce cadono pigre sul pendio,

lugubri tocchi di campana ancora

chiamano a raccolta.

Occhi bruciati di fumo e di pianto.

 

 

                                              (10)  Amore non ho più

 

Amore non ho più

che riempia i giorni miei

di baci e di carezze.

Solo dolore in questa notte

e gli occhi inchiodati alla parete.

 

Delusioni, amarezze leggo

nella pagina del muro.

Che vita è mai la mia

S’altro non vivo che

di dolori e pene.

 

Un attimo di gioia

trascorso  scompare

soffocato, come il treno

che passa e porta con sé

gli sguardi miei.

 

Vorrei morire allora,

senza paura uscir di vita,

cosi come v’entrai e

lasciare i giorni miei

che non hanno senso.

 

                                         (11)  Soffrire è come donare

 

Soffrire è come donare

della vita molti momenti

e perderli nel tempo.

Io ne ho donato molti

a te che non ci sei e

non ascolti il pianto mio.

Se questo è amore,

non mi fa che male

e un dolore senza fine.

 

                                        (12)  Amore dolce e amaro

 

Amore è aver paura ed essere felici.

Ho paura che domani non verrai da me,

ma solo per un giorno senza fine.

Poi la felicità!

Vedo la figuretta tua salire per la via

Amore è aver paura e essere felici.

 

 

                                           (13)  Sale grigia la nebbia

 

Sale grigia la nebbia dalla valle

accarezzando l’erba al mattino.

E il brivido scuote la rugiada,

come di smeraldo chiara.

 

Libera monta ad occupare

il colle dormiente ancora.

Un venticello triste l’ultime

foglie stacca fra gli alberi del viale.

 

Mucchi bruni e secchi s’inseguono

giocando fra i tronchi e le panchine.

Dorme la terra benarata e bruna

i primi sonni di una lunga attesa.

 

E sulla strada con un gran fardello

bimbi vocianti e collaretti bianchi

portano l’anima a sognare invano

un tempo che non può tornare.

 

 

 

                                        (14) Ali di gabbiani, bianche

Ali di gabbiani, bianche

i pensieri mi lasciano senz’occhi

in un cielo senza colore.

Aprono nell’anima a poco a poco

grandi ferite senza sangue.

Ma pur’ è dolore.

 

Dolore tutto mi tiene

e non mi fa godere:

cieli azzurri e sconfinati

popolati di uccelli neri,

di nubi candide e d’oro

incendiate di sole.

 

E nostalgia di verdi prati

chiusi in giro in giro; e

visioni di alberi più alti

del cielo. E tra gli alberi

piccole vite di uccelli che

gridano alla vita infinite gioie.

 

E fra i sassi bruciati dal sole

verdi brune lucertole con

tutto il corpo bevono la vita.

E’ l’aria calda intorno di

richiami d’amore festosi

dei grilli, cantori dei campi.

 

E del ruscello l’acqua chiara,

festosamente canterina

corre il pendio per creare un lago.

E sulla riva, tra i più alti sassi,

nudi fanciulli volano all’acqua, e

sempre nuovo si ripete il gioco.

 

Ridono per poco gli occhi miei

fanciulli, nel ricordo, ritornati.

 

                                             (15) Lucania

 

Terra misera, incolta, montagnosa

Sei tu Lucania patria dei miei dì.

Oggigiorno al progresso sei ritrosa

Perché, dimmi, rimaner tu vuoi così?

 

Gelosa sei dei boschi

dei fiumi e delle genti

t’amo nei cieli foschi

con la brezza dei tuoi venti

 

Anche se sei selvaggia

e rude vuoi restare,

ognora tu si saggia.

Su di me devi vegliare.

  

                                                                 (16) Paese

 

    Sul  colle tutto di roccia

    S’apre una croce al cielo,

    portata un giorno in processione

    il giorno della festa del Signore.

 

    Ed ora è là

    a guardare il borgo

    che da secoli

    s’inerpica sul monte.

 

    Fanciullo le tenevo compagnia,

    salito fin lassù sulla pietraia,

    miravo il cielo quasi familiare

    e di lontano i boschi di castagni.

 

    E la valle scavata

    dal torrente la

    rovina dell’acque

    mi mandava.

 

    E picchi taglienti di calcare,

    sola dimora di rotanti falchi,

    la lucerna del sole celando,   

    rapivano gli occhi dalle cose care.

 

    E il viale che porta al cimitero,

    d’abeti e pini in triste compagnia,

    e sulle scale della chiesa madre

    giochi di bimbi mi chiamavano.

 

    Il sole già cadeva all’orizzonte

    insieme ai tocchi dell’orologio grande.

    Tornavano dai campi al desinare

     asini curvi, in fila, sul sentiero.

 

     E dietro a loro, lento e solenne,

     con la zappa in spalla,

     tornava il zappatore.

     Moriva un giorno agli altri sempre uguale.