Letteratura

 

Sez. Letterature - italianistica
Giovedì 30 Giugno 2016  “ uscita n. 17”

 “Civiltà delle Macchine”, una rivista del ‘900 veramente nuova.
di Marino Faggella

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                  Immagine di copertina della nostra monografia sinisgalliana
   
1. Una delle ragioni più profonde della crisi del nostro tempo, che coinvolge in modo particolare gli uomini d’intelletto, sta nel fatto che sembra si sia smarrita per sempre la pretesa di una conoscenza globale e il conseguimento di un sapere unitario, capace di affrontare come altre volte nel passato tutti i problemi dell’uomo. Ad un progetto del genere pare proprio che si ispirasse Sinisgalli fondando nel 1953 la rivista Civiltà delle Macchine. In effetti, negli anni di crisi e di ripresa degli anni ’50,  al poeta di Montemurro sembrò di poter far rivivere altre età: quella dei Greci, l’età di Leonardo o il più recente Illuminismo, momenti della storia  nei quali avrebbe desiderato forse di vivere.          
L’ingegnere-poeta, così amavano chiamarlo, già dodici anni prima che in Italia venisse pubblicato il saggio dello scrittore scienziato Charles Percy Snow dal titolo Le due culture (1965), - con il quale il suo autore richiamava l’attenzione dei lettori sul fossato, sempre più incolmabile, che si era aperto tra la cultura umanistica e quella scientifica – aveva cercato di dare una risposta all’assillante querelle di una cultura fratturata in due mondi contrapposti, che ancora oggi fanno fatica ad intendersi: quello scientifico-tecnico e l’umanistico ed estetico. Sinisgalli cercò di dare una soluzione a questo contrasto col progetto di una cultura totale. Il poeta-scienziato, vivendo in un’età dominata dai contrasti, caratterizzata dall’insanabile frattura tra un malessere di tipo esistenziale, l’angoscia – che per la felice invenzione di un poeta è stata definita “il male di vivere”- e la fiduciosa attesa che viene dal mondo della scienza, cercò con la ragione matematica e la fantasia propria dell’arte di effettuare una nuova sintesi, e di promuovere una nuova cultura nella quale tutte le differenze fossero bruciate ed annullate.
2. Comunque, l’analisi critica di Sinisgalli non si esaurisce solo nel trattare il problema del rapporto delle “due culture”, ma ci induce anche a considerare le sue molteplici esperienze intellettuali, che certamente corrispondono ad un carattere molto originale, versatile per non dire eccezionale. Carlo Bernari, un suo compagno d’armi e di sperimentazione, così lo definisce:” Abbiamo attraversato quasi un’intera esistenza a tentare di coglierlo sul fatto; ma ogni qual volta ci sembrava di averlo raggiunto – proprio sul punto di dire: ecco Leonardo è questo che vi sto ritraendo – lui era già un altro. Mutato l’atteggiamento, mutato l’umore; da imbronciato fattosi sorridente, da scienziato poeta, da prosatore pittore, da matematico trasformatosi in lirico-evocatore (….) Non avevi neppure abbozzato le prime linee dell’immaginario ritratto che lui te le aveva già scompigliate sotto gli occhi nella furia di apparire un altro e sottrarsi ad un’immagine che poteva sembrare definitiva (…) si disuniva sotto lo sguardo pregustando il piacere di vederti impazzire a cercare fra tanta molteplicità la dominante del suo carattere”.
La “pluridimensionalità”, pertanto, fu in Sinisgalli prima di tutto una componente del carattere che ci fornisce già una prima spiegazione della sua straordinaria versatilità, che si tradusse in una molteplicità di esperienze: poeta e matematico, tecnicissimo ingegnere e pubblicitario, creatore e curatore di riviste, sottile critico d’arte, esperto di tecniche della comunicazione, compresi il cinema e la radio, ed infine pittore. Non si può non rimanere affascinati da questa figura di intellettuale molteplice, caratterizzata dal complesso miscuglio dei dati della poesia cui mirabilmente si consertano altre e diverse esperienze culturali che certamente meritano di essere indagate a fondo. Fu dopo la parentesi della guerra, durante la quale egli non ridusse sostanzialmente la sua opera, soprattutto dal ’48 in poi, che Sinisgalli si dedicò particolarmente ad una serie di attività culturali dando prova della sua straordinaria adattabilità alle più diverse forme di arte e di espressione.
Negli anni ’50 in Italia erano all’avanguardia tre grandi società industriali: L’Olivetti (a capitale privato), l’Iri e l’Eni (a capitale pubblico). Quest’ultime due sotto la guida di Enrico Mattei, vittima illustre della fase eroica del nostro capitalismo industriale, proprio in quegli anni stavano sviluppando le loro iniziative culturali. Sarà proprio l’IRI ad affidare nel ’63 a L. Sinisgalli il suo centro studi e la direzione dell’attività editoriale di Finmeccanica. Entrato a collaborare con il mondo delle grandi imprese, egli preferì le cosiddette “aziende di cerniera”, ove realtà e fantasia, utilità ed arte, economia e cultura si potessero avvicinare e congiungere; in particolare i settori della pubblicità e dell’immagine, del disegno progettuale e delle relazioni esterne. Qui Sinisgalli fece valere le sue non comuni capacità, fatte di fantasia e di razionalità tecnica. Durante la sua attività, Leonardo si rivelò una fonte inesauribile di nuove idee e di originali iniziative miranti ad accostare (era questa una delle fondamentali idee di Adriano Olivetti che aveva cercato di mettere in pratica col gruppo Comunità) il mondo della produzione industriale e la società degli uomini.
3. Erano questi gli anni del cosiddetto boom economico, i cui inizi possono essere fissati nella metà degli anni ’50, allorché la nostra nazione si inseriva nel gruppo dei dieci paesi più industrializzati del mondo. Sostiene G. Procacci: “Gli anni tra il 1948 e il 1953 furono ancora, sotto il profilo economico, anni difficili, ma a partire dal 1954 la ripresa si delineò nettamente fino a divenire, dopo il ’56 e l’ingresso dell’Italia nel Mercato Comune Europeo, travolgente. Fu il cosiddetto “miracolo economico italiano”: gli indici della produzione, del reddito nazionale, dei consumi cominciarono a salire vertiginosamente. Nessun settore rimase escluso dalla fase di alta congiuntura”. Proprio in quegli anni (1953) nacque il bimestrale Civiltà delle Macchine, una rivista particolare che non solo veniva ad occupare un posto speciale nella storia delle riviste italiane del Novecento, ma ebbe anche una risonanza internazionale. In molte città d’Europa e del mondo, perfino in Giappone, si parlò di “esprit nouveau”, di “nuovo Illuminismo”, e se ne dichiararono entusiasti uomini d’intelletto come Gropius, Bill, Munford. Civiltà delle Macchine rivelava in fondo l’intenzione di Sinisgalli di ricreare un nuovo illuminismo, capace di conciliare il mondo dell’arte con quello della tecnica, ricercando una difficile sintesi tra la cultura umanistica e quella scientifica.
La rivista fu per diversi anni l’organo e l’espressione vitale del rivoluzionario progetto sinisgalliano di una “cultura totale”. Sinisgalli la diresse dal ’53 al ’58. Questo fu il periodo più luminoso della rivista. Lo straordinario quinquennio sinisgalliano di Civiltà delle Macchine così viene ricordato da Bertacchini:” Durante questi anni i trentuno fascicoli diretti da Sinisgalli offrono un taglio prevalente di estetica applicata alla meccanica (“la forma segue alla funzione”) come appare chiaro negli articoli che trattano di costruzioni aeronautiche e automobilistiche, di cantieri navali e di cibernetica che descrivono utensili e strutture industriali. Per questo aspetto Civiltà delle Macchine riempie in un certo senso il vuoto lasciato da “Analisi” (1945-47), il periodico che rappresentò, all’indomani della liberazione, un valido punto d’incontro e di dialogo tra cultori di discipline scientifiche e filosofiche” .
Successivamente Francesco D’Arcais dirigerà la rivista fino al termine delle pubblicazioni, sforzandosi di conservare gli indirizzi del fondatore; ma negli ultimi tempi essa si ridurrà al livello di sempice “notiziario aziendale”. Il quinquennio sinisgalliano non si ripeterà più, non solo per l’alto livello qualitativo, ma anche per i bassi costi di gestione ( Sinisgalli la diresse con un ridottissimo “staff” interno, formato da un redattore, il fratello Vincenzo, due segretarie ed un fattorino). Basta sfogliare le pagine di un numero qualsiasi della rivista per aver un’idea del livello dei collaboratori e degli esperti che firmarono i vari articoli: letterati e critici come Fortini, Arpino, Pampaloni; Buzzati, Argan, Moravia; scienziati e matematici come Vaccarino e Weiner; artisti come Mafai, Capogrossi, Pomodoro, Omiccioli; filosofi come R. Assunto; tecnici ed esperti di settore come Canestrini, De Franciscis. Tutti questi nomi, ora notissimi, passarono tra le pagine di Civiltà delle Macchine. La rivista ebbe un taglio particolarmente accurato, puntando oltre che sulla qualità della stampa, soprattutto sul disegno, che fu sempre una grande passione di Sinisgalli (con l’esperienza del disegno e della pittura, inoltre, egli chiuse la sua esistenza).
Civiltà delle Macchine era stata una cosa veramente nuova, una formula originale e senza precedenti. Ecco cosa ne diceva Dino Buzzati (1956) in una delle “lettere di commento” sollecitate dallo stesso scrittore lucano: “La tua natura di poeta, la tua cultura di ingegnere e la tua inguaribile passione per le avventure matematiche si sono fuse con sorprendenti risultati; proprio là dove il punto di contatto fra mondo artistico e mondo tecnico (….) poteva sembrare più difficile o addirittura assurdo, tu hai costruito un ponte che li unisce (….) In questo mi sembra stia il significato interessante di Civiltà delle Macchine, viva dimostrazione che non ha senso stabilire dei reparti stagni, qua l’arte e la scienza, qui la letteratura e lì la tecnica; geniale tentativo quindi di proporre (…) una fusione culturale della vita moderna”. Al di là della  convenzionalità della lettera, queste parole valgono certamente come un giudizio di valore che riconosce i meriti sicuri della rivista e del suo creatore.                

Cfr. G.Procacci, Storia degli italiani, Laterza, Bari 1968, pp.554-555.

R. Bertacchini, Le riviste del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1979, p. 212.