Letteratura

Dal Vulture a Banzi: alcune note sulla natura del paesaggio in Orazio


di Marino Faggella

Venerdì 4 gennaio 2008 "uscita n. 2"

      Per chi come noi voglia ripercorrere quasi in pellegrinaggio l’antica Via Appia per incontrare la città di Orazio, l’impresa si rivela già difficile in partenza in quanto, superato il moderno centro di Rionero, la vecchia strada che mena verso Venusia, l’antica patria del poeta, non tanto a causa dei burrati tufacei che attraversa quanto per il colpevole abbandono degli uomini, fa pensare ad una discesa nell’averno piuttosto che all’antica e risaputa abilità dei romani, costruttori di strade e di stati e reggitori di essi attraverso le leggi. Eppure, procedendo oltre, superate quelle forre, il paesaggio che si apre ai nostri occhi, e che già da qui si può godere, è contemporaneamente fantastico e fascinoso, dominato com’è dalla lontana mole del Vulture che, stagliandosi all’orizzonte, sovrasta su tutto. Infatti, la sagoma ricca di boschi del vulcano, che è il più importante contrassegno geografico della zona, risalta nettamente a contrasto con il resto del paesaggio, vasto e dai colori mutevoli, caratterizzante l’ampio bacino di Venosa, che sconfina oltre il corso dell’Ofanto sulle distese della pianura pugliese.

      L’amenità di questi luoghi, dominati dall’imponente mole del Vulture, che fanno da cornice alla storica  Venosa è così sottolineata nelle pagine di memoria di Luigi La Vista, un altro grande venosino:<< Le nostre campagne sono singolarmente belle, monti e piani, boschi ed acque, vigne ed uliveti, giardini e pascoli, e sopra tanta varietà di bellezza il Vulture, montagna azzurra disegnata sopra una vasta pianura terminata dal mare.(…) Se io fossi pittore dipingerei le nostre campagne a questo modo. Lo sfondo del quadro sarebbe il Vulture, montagna maestosa, serenissima,(…)da cui si diramerebbero due catene di colline, quali selvose, quali lavorate ad aiuole, le quali formerebbero due vallate incantevoli per varietà di verdura e di vegetazione. Nel fondo di quelle due vallate serpeggerebbero, tra le canne ed i ciottoli, a guisa di bisce inargentate due rivoli che in qualche parte diverrebbero fiumi ed in qualche altra torrenti. Come stretta e quasi abbracciata da quelle valli, e da quelle fiumane sorgerebbe la grigia e turrita Venosa; città partecipante dell’antico, del medio e del moderno. L’orizzonte di questo paesaggio sarebbe terminato, per un lato, dal Gargano e dalla Puglia, e per l’altro dal mare. E tanta bellezza di acque e di terre sarebbe animata da pari bellezza di uomini e di animali. (…) E spesso qua e là, rovine di monasteri, frantumi di acquedotti, tombe vetustissime romane, reliquie classiche; memorie  cavalleresche, feudali; un vero museo in cui l’antichità e Roma e Livio si riannodano al medio evo, ai castelli, alle cattedrali, e l’antichità e il medio evo si riannodano ai tempi nostri…>>[1]    

 

      Entro questi luoghi, proprio dove la terra lucana sconfina in quella dauna, tra il Vulture e l’Ofanto, fiume che segnava i confini della Daunia ( qua violens obstrepit Aufidus / et qua pauper aquae Daunus agrestium / regnavit populorum…), sono segnati i termini della prima geografia umana e artistica di Orazio, prima che egli, come attesta l’ultima ode del terzo libro, diventasse, al pari di Virgilio ex humili potens cantore  di Ottaviano e dell’impero.

      Non sono infrequenti in tutte le raccolte oraziane richiami al suo paese di origine: negli anni romani della sua prima giovinezza, a contatto con una realtà sofferta giorno dopo giorno, il poeta venosino, per confortarsi, si rifugiava talvolta nella memoria evocando il favoloso tempo della sua infanzia, che nei suoi versi riaffiora con gli incantevoli scorci del paesaggio daunico, percorso dal fragoroso Aufido, e le corse spensierate sulle balze del Vulture, mentre in lontananza si stagliava Acerenza, alta come un nido di aquila, i pascoli bantini e, più lontana, la fertile campagna di Forento[2].

 

      Se è vero che il ricordo della terra natale ed immagini caratteristiche del paesaggio circostante  accompagnano, si può dire, tutto il corso della vita del poeta, attestando, come sostiene Festa “ un affetto sincero e una devozione incancellabile, alla terra madre e ai paesi in cui egli crebbe”[3], non si può tuttavia negare che egli visse qui solo i primi dieci anni della sua esistenza e, per quel che ne sappiamo, non vi fece forse più ritorno, non fosse altro perché, come sostiene lo stesso Orazio nell’epistola a Floro, dopo che la nequizia dei tempi l’ebbe sottratto agli studi del grato soggiorno di Atene, per aver preso parte allo scontro di Filippi a favore dei cesaricidi, perduti definitivamente la casa e i poderi paterni, era stato ridotto in povertà dalla confisca triunvirale: << Unde simul primum me demisere Philippi,/ decisis humilem pinnis inopemque paterni/ et laris et fundi paupertas impulit audax,/ ut versus facerem. ( Epist.II 2, 49) >> .

      Nessuna meraviglia, pertanto, se egli accenni e solo di sfuggita alla Lucania e alla città che gli ha dato i natali e che, inoltre, le immagini della regione circostante il suo paese si affacciassero alla fantasia del poeta in un modo piuttosto vago e non propriamente nitido.

     Altra cosa è, ad esempio, la “lucanità” di un poeta nostro contemporaneo come Sinisgalli.[4] Se in Orazio la terra della sua origine si perde nella nebbia dei ricordi, al contrario essa è una presenza fondamentale, anzi l’origine e la materia prima dell’arte nel poeta nostro contemporaneo. Questo legame profondo e assoluto con la terra-madre, che prima è vita e poi diventa arte attraverso la memoria lirica è anzi la caratteristica saliente della musa sinisgalliana. Un legame siffatto se non è presente in Orazio in modo così totalizzante neppure si riscontra nei poeti lucani della storia successiva, tanto che un preciso riferimento geografico agli autori di questa regione ha presentato nel corso della storia non poche difficoltà, non soltanto per la semplice scelta del toponimo[5], quanto piuttosto a causa della problematica definizione della stessa entità di Lucania, come ben risulta, ad esempio, dagli studi  del Racioppi.[6]

 

     Se, trascurando per un momento la regione lucana circostante, che, come si è detto, appare nell’opera del poeta poche volte e di scorcio, e volessimo puntare l’attenzione su Venosa, la città che pure gli ha dato i natali, dovremmo concludere che anch’essa essa compare solo due volte nell’opera del poeta: indirettamente citata nella sua satira più tarda, ove egli fa riferimento al venusinus colonus di incerta qualifica etnica, ed esplicitamente nell’ode per Arcrita ( Carm. I, 28) nella quale ricorda il particolare dei suoi boschi, che egli si augura siano battuti dal vento Euro, scelti come oggetto delle sue furie ( Sic, quodcumque minabitur Eurus / fluctibus hesperiis,/ Venusinae/ plectantur silva te sospite; multaque merces, / unde potest, tibi defluat…), onde evitare che esso imperversi sull’Adriatico mettendo in pericolo la vita di un naufrago.

        Per quanto sia controversa l’interpretazione dell’ode, come testimoniano le diverse e non sempre concordi soluzioni dei critici, non ce la sentiamo di condividere l’opinione di Gagliardi, che ha sottolineato la natura autobiografica dell’ode. Anche nel caso di dover ammettere che il naufrago sia lo stesso Orazio, risaputamene terrorizzato dal mare, non mi sembra questa una ragione sufficiente perché egli si auguri che le selve della sua città natale facciano da parafulmine solo in senso apotropaico.

       Il riferimento dell’ode in questione, tuttavia, ci consente di ammettere che la circostanza più spesso ricorrente nell’opera oraziana della descrizione della forza distruttiva delle acque, sia quelle dei fiumi o quella ben più pericolosa del mare in tempesta, sia da riportare a qualche esperienza drammaticamente vissuta. Tra i fiumi rappresentati dal poeta un posto a parte è riservato all’Ofanto, del quale il poeta ricorda spesso la violenza delle acque e l’impeto fragoroso della corrente: fenomeno non eccezionale per quel fiume ricco ancora oggi di acque ed un tempo più pronte a straripare, come attestano le espressioni e gli aggettivi utilizzati da Orazio: violens, acer, longe sonantem Aufidum.( Carm. III 30, 10; Sat. I 1, 58 ; Carm. IV 9). Una volta ( Carm.IV 14, 25 e sgg.) la piena dell’Ofanto, detto tauriforme, serve al poeta per visualizzare le distruzioni inferte dall’esercito di Tiberio Druso all’accampamento dei Reti: Sic tauriformis volvitur Aufidusut barbarorum Claudius agmina / ferrata vasto diruit impetu…. (“Come prorompe l’Ofanto tauriforme attraverso le terre ove regnò l’apulo Dauno, quando, minacciando alluvioni infuria sui campi coltivati, così Claudio con grande impeto travolse le ferrigne schiere dei barbari”).

      La frequenza con cui queste immagini di  violenza e di distruzione  ritornano in modo ossessivo nei versi del poeta ci rivelano il fenomeno psicologico dell’imprinting: l’animo infantile di Orazio è stato a tal punto impressionato drammaticamente da questi avvenimenti che non riuscirà facilmente a dimenticarli neppure nell’età adulta. Eppure più avanti negli anni gli toccherà di conoscere ben altre e più rovinose inondazioni che non mancherà di descrivere nei suoi versi; ma, come sostiene il Festa: << Si direbbe che neppure l’inondazione del Tevere ( Carm. I, 2) veduta in età matura e descritta nell’ode Iam satis terris nivis ( …) producesse al poeta un’impressione così viva come quella dellOfanto>>[7]. E’ certo che la memoria di fatti così inquietanti legati al fiume che segnava i confini della Daunia dagli altri territori esclude risolutamente, (anche perché, come osserva giustamente il Fraenkel, Venusia non si trovava sulle sponde dell’Aufidus, ma molto più a sud ) che Orazio, fanciullo che contava meno di dieci anni, avesse scelto proprio il greto di un fiume così pericoloso per correre e giocare.[8]   

       Antonio La Penna ha sottolineato la particolare predilezione di Orazio per la visione dell’Adriatico in tempesta, ( detto:” dux inquieti turbidus Adriae “ in Carm. II 3,5), che è rappresentato con varie sfumature quasi sempre come violento e procelloso. Ciò, ad esempio, accade nell’ode I 3, che è un carme di accompagnamento e di augurio per un viaggio progettato da Virgilio verso la Grecia su quel mare gravido di minacce e sempre agitato, che tiene il poeta in costante apprensione per l’amico che partendo s’era portato la metà dell’anima sua, per cui rivolgendosi alla nave che lo trasporta la prega di restituirglielo incolume: “ navis quae tibi creditum / debes Virgilium finibus atticis! /Reddas incolumem, precor / et serves animae dimidium meae! “.

        Altrove ( Carm. I 33,14-16) per ricordare all’amico Tibullo la forza erotica della liberta Mirtale, non trova di meglio che richiamare la furia selvaggia del mare di Adria che è tanto impetuoso da scavare le insenature dell’Apulia: “ Mirtale / libertina, fretis acrior Hadriae / curvantis calabros sinus.“ Infine nell’ode dedicata a Postumo, ove si celebra l’inesorabile morte, Orazio ricorda al giovane amico quelli che, secondo lui sono le cose da evitare maggiormente ( la guerra, la navigazione, le malattie), i più gravi pericoli di lasciare la vita, se la morte non fosse inevitabile: “ Frusta cruento Marte carebimus / fractisque rauci fluctibus Hadriae; / frustra per autummnos nocentem / corporibus metuemus Austrum! “.

        Questi esempi che sottolineano la paura di Orazio del mare hanno fatto pensare, analogamente a quanto si è detto per l‘Ofanto, ad esperienze traumatiche del poeta incorso più di una volta in una pericolosa navigazione su quel mare, come si può ricavare  anche dall’ode A Galatea: “Ego quid sit ater / Hadriae novi sinus et quid albus / peccet Iapix!” ( Carm.III 27, 18-20 ). Probabilmente Orazio ha sperimentato personalmente cosa voglia dire il mare Adriatico nero di tempesta, uno spettacolo che non è disposto ad augurare a nessuno se non ai figli dei suoi nemici.

      

         Che il poeta sia pronto a testimoniare nei suoi scritti alcuni momenti della sua esistenza, ciò non vuol dire tuttavia che tutta l’opera di Orazio debba ritenersi interamente autobiografica. Sostiene Fraenkel all’inizio delle sua monumentale monografia che Orazio è l’autore classico che << ci parla di sé, del suo carattere, della sua evoluzione e del suo modo di vivere ( del suo bìos ) assai più diffusamente di qualsiasi altro grande poeta dell’antichità >>. E’ un’affermazione questa che anche noi siamo disposti entro certi limiti a sottoscrivere, in quanto corrisponde alle dichiarazioni estetiche del Nostro [9], ma non possiamo dimenticare che Orazio è anche poeta doctus, e come tale poco disposto ad un autobiografismo assoluto. Lo dimostra il fatto che la stessa ricorrente descrizione del mare in tempesta potrebbe avere anche una matrice culturale: il mare per i seguaci di Epicuro più che essere un mare reale è metafora delle passioni distruttive. Ciò è particolarmente evidente nel De rerum natura di Lucrezio, il poeta più vicino ad Epicuro. Non sappiamo se tale motivo sia giunto direttamente ad Orazio in seguito alla  frequentazione del chèpos di Sirone oppure, per via mediata, dalla lettura attenta e meditata del proemio del libro secondo lucreziano: ma l’imitatio oraziana di Lucrezio, per quanto non sempre facilmente da dimostrare, è cosa che comunque nessuno oserebbe mettere in discussione.

     

        Tuttavia, non è senza significato, come sostiene Fraenkel,[10] che proprio nella più solenne delle “Odi Civili”( III, 4) egli, pur al culmine della sua fortuna, dimostrando di saper conciliare la  tenuis camena con la musa sublime, non si dimenticasse della terra natale, che anzi, recuperando con la memoria i luoghi della sua infanzia, situasse proprio sul monte Vulture, dove probabilmente arrivavano le terre del padre, la sua investitura poetica. Qui[11],il poeta, per riportare già nell’infanzia la sua predestinazione poetica, ha trasfigurato un episodio dei tempi di Venosa, allorché, sfuggito alla custodia dei suoi e arrivato non si sa come sulle pendici del Vulture, dice di essersi addormentato in un luogo pericoloso pieno di vipere e di belve. Ma nella trasfigurazione del sogno era stato salvato dalle colombe che lo avevano ricoperto di lauro e di mirto, le piante sacre alla poesia e all’amore:

 

 

                                        Me fabulosae Vulture in apulo,

                                        nutricis extra limina Pullia

                                       ludo fatigatumque somno

                                       fronde nova puerum palumbes

 

                                      texere; mirum quod foret omnibus

                                      quicumque celsae nidum Acherontiae,

                                      saltusque Bantinos et arvum

                                      pingue tenent humilis Forenti,

 

                                      ut tuto ab atris corpore viperis

                                      dormirem et ursis, ut premerer sacra

                                      lauroque collataque myrto :

                                      non sine Dis animosus infans…….

 

 

“ Un dì, fanciullo, sull’Apulo Vulture, fuor della soglia della nutrice Pullia, stancato dal gioco e dal sonno mi ricoprirono di novelle fronde le favolose colombe; e fu maraviglia per la gente dell’alta Acerenza, delle balze di Banzi e della piana ubertosa di Forento più a valle, ch’io coperto di lauro e di raccolto mirto, lontano da orsi e da nere vipere dormissi, coraggioso fanciullo difeso dagli dei. Vostro, o Muse, son io….”

 

       Il carme III, 4 è molto importante in quanto qui vengono insieme segnati i luoghi della memoria antica di Orazio, i limiti della sua geografia poetica, e la sua precocità artistica, particolarmente sottolineata dall’equivalenza di infanzia e poesia. Non c’è da scandalizzarsi, pertanto, se al sublime esordio di tipo pindarico, che serve a ribadire la solennità del fatto poetico, nel carme in questione Orazio facesse seguire nomi certamente sconosciuti, come quello della sua nutrice Pullia, o probabilmente poco noti, come quelli degli Oppidula, Aceruntia, Bantia e Forentum, il cui ricordo serviva certamente a sottolineare il legame sottilissimo, contemporaneamente mitico-letterario e realistico, che il poeta intendeva istituire fra i luoghi della fanciullezza e il precoce germinare in lui della divina poesia.

 

       L’ode dell’ “investitura poetica” ci permette di aprire una breve parentesi sulla cosiddetta religiosità di Orazio, argomento intorno al quale molto è stato scritto. Non ritorneremo, pertanto, a parlarne diffusamente, ma ci limiteremo a considerare il peso che alla religione viene assegnato dal poeta almeno relativamente alle sue implicazioni con l’arte.

       Occorre ribadire che  Orazio, fondamentalmente seguace  del verbo di Epicuro che suggeriva una morale edonistica, e segnato a lungo da questo insegnamento nel quale fin dalla giovinezza aveva trovato soddisfazione, non è disposto ad affidare mai totalmente alla religio e alla divinità l’esito della vita dell’uomo, per cui le massime ricorrenti nelle odi che fanno riferimento all’umano destino affidato agli dei  suonano piuttosto come formule di rito o sono motivi ripresi da altri poeti o dalla tradizione, sono cioè una serie di tòpoi che non fanno pensare ad una sincera devozione di Orazio verso gli Dei: anche il “permette divos cetera”  dell’ode al Soratte, in realtà, non presuppone alcun forte sentimento religioso del poeta, ma è un semplice invito all’uomo a prendere coscienza della sua impotenza di contro alle cieche forze degli dei che, assimilati come sono al casus o alla Fors virgiliana, non hanno qui alcuna implicazione morale, ma esistono solo quale minacciosa ed oscura potenza.

        Non è sufficiente, pertanto, che egli definisca se stesso in Carmin. 1, 34  “parcus deorum custos” e parli sempre con rispetto della divinità nei suoi inni dedicati agli dei perché si possa pensare ad un’autentica pietas da parte di Orazio. Se talvolta nei suoi carmi egli inserisce tematiche religiose dobbiamo ritenere che ciò accade perché il Venosino, nelle vesti del poeta vate, obbedisce all’idea di una poesia celebrativa del potere augusteo, che se proprio non faceva della religione un “instrumentum regni”, certamente indicava con la restaurazione dei templi  l’osservanza di ritualità e pratiche religiose che potevano servire ottimamente alla restaurazione e conservazione dei buoni costumi. E’ da ricercare, allora, su un altro versante, quello dell’arte, se non proprio una fede, almeno una fiducia incrollabile di Orazio nella divinità, nel senso che solo al dio è da riportare il miracolo inspiegabile della poesia  nel suo germinare.

      Sostiene Sinisgalli nel suo Quadernetto alla polvere: “Nell’anima di un giovane poeta la poesia si annunzia come l’amore, con grande spavento, il giovane avverte la precarietà di tutti i legami terrestri, sente di essere stato chiamato da una voce che si fida solo delle sue capacità di ascolto” in quanto egli come Mosé che sale sul monte deve accogliere il primo messaggio poetico sotto forma di teofania. Anche Orazio non conosce altro modo per illustrare la genesi della sua poesia se non fornendo una spiegazione che in qualche modo coinvolge la divinità. La nascita dell’arte non può essere, infatti, spiegata in modo banale, ma anche per lui si trattò di rivelare come l’ispirazione si sia manifestata per la prima volta nella sua anima e quali forze l’abbiano messa in moto.

      Giustamente è stato sottolineato dal West [12] l’importanza del v. 20 “non sine dis animosus infans” del “carme dell’investitura”, per chiarire come qui Orazio,  non voglia semplicemente dimostrarci di essere stato un ragazzo coraggioso e sveglio nell’affrontare senza timore la notte e le fiere, ma come, al contrario, la poesia si sia manifestata in lui non durante la veglia, quando la ragione è più desta, ma nel sonno.

      E’ stato Platone a sostenere l’ispirazione divina dei poeti indicando che, accanto al furore telestico o rituale, proprio dei sacerdoti invasati dal dio, esiste anche un furore poetico, uno spirito divino senza il quale essi non riuscirebbero mai a parlare. Certamente anche Orazio dovette conoscere, come testimonia il carme in questione, questa teoria platonica della poesia quale dono divino che ha esercitato, si può, in ogni tempo la sua suggestione, lo dimostra il fatto che tra i moderni non è mancato chi ha sostenuto, proprio in senso platonico, che non è il poeta a parlare, ma egli, si può dire, è parlato come se fosse posseduto da un dio.      

        E’ stato sufficientemente sottolineato, e non si può negare, che il paesaggio oraziano ricalchi spesso il modello arcadico-alissandrino del locus amoenus, [13] ma occorre anche aggiungere che un ruolo non meno importante sia da assegnare al cosiddetto “ spazio vissuto” che traspare, e con specifico significato, nella sua poesia proprio nella descrizione di luoghi ed entità geografiche che maggiormente richiamano l’ esperienza diretta del poeta. Ciò è confermato dal carme III 13, ove è descritta la fonte di Bandusia, che, pur essendo secondo il La Penna  tra le odi agresti quella maggiormente rispondente << al gusto idillico tradizionale>>[14] d’impronta ellenistica, tendenza arcadico o parnassiana, cui non può sottrarsi il poeta classicheggiante, si distingue dal descrittivismo minuto, carico di stilizzati e minuti particolari, ricorrenti nella poesia teocritea.

        La lirica, un gioello di fattura perfetta, è la più trasparente delle odi oraziane. Essa, splendidior vitro come l’acqua del fons che descrive, non aderisce totalmente al topos  del locus amoenus, proprio in virtù della essenzialità degli elementi realistici ivi descritti e fa pensare piuttosto alla formula coniata da Nietzsche per riassumere generalmente l’arte dei Carmina:<< Un minimo di segni, un massimo di poesia>>. Certo Orazio non è Virgilio, che con animo romantico aderisce totalmente al mondo della natura di cui avverte con immediatezza il respiro “con un afflato mistico religioso, che gli permette di “ sentire” la terra e il cielo”( Gagliardi)[15]. Egli non arriverebbe mai a descrivere nostalgicamente con malinconica tristezza serale un tramonto come quello che chiude la prima ecloga vergiliana con i comignoli delle ville che fumano da lontano e le ombre che allungandosi si distendono dalle alte cime dei monti.

        Ma pur non partecipando di un tale pathos, il poeta di Venosa non descrive mai la natura come fine a se stessa, al contrario il paesaggio oraziano aderisce costantemente ad uno stato d’animo perfettamente rispondente all’atmosfera lirica del componimento, che nella circostanza è di tipo religioso, di una religiosità tipicamente italica e naturale che fa pensare al sentimento, ad un amore autentico per la natura generato certamente da una natura reale, come dimostra quella fonte trasparente, circondata dai lecci e le acque che precipitano chiacchierine dalle rocce, e quel tenero capretto che, pur affacciatosi da poco alla vita, non utilizzerà le corna appena spuntate in battaglie d’amore, ma è destinato tristemente, quale vittima sacrificale, a tingere col suo rosso sangue quella limpida corrente  in occasione del rito dei Fontanalia. Tutto ciò non porta solo il segno dell’arte, ma ci comunica il significato più compiuto della vita e della morte

        Se la maggior parte dei lettori è unanime nel riconoscere il valore poetico dell’ode, non tutti però sono d’accordo sull’ubicazione della fonte: c’è chi ha voluto identificarla in quella della villa sabina di Orazio ricevuta in dono da Mecenate, chi l’ha situata a circa sei miglia da Venosa, come testimonia una bolla del papa Pasquale II del 1103, che accenna ad un Bandusinus fons apud Venusiam, non mancano quelli che ritengono che la vera fonte di Bandusia non esiste in nessun luogo se non quale fantasma poetico di Orazio[16]. Si è ritenuto infine di porre termine alla vexata quaestio, congetturando con una soluzione di compromesso che ad una sorgente esistente nel suo fondo sabino Orazio abbia dato lo stesso nome di una nota fonte delle sue parti alle cui  limpide acque si sarebbe da fanciullo dissetato. Quest’ultima soluzione risolve anche il problema del nome proprio “Bandusia” che a causa del suffisso funzionale ( usia), completamente estraneo alla regione sabina, è attinente all’area apulo-lucana, come testimoniano Venusia, Genusia, Canusium, toponimi analoghi a quello di Bandusia che presentano lo stesso suffisso.

        Si dirà in conclusione che la descrizione del paesaggio che circonda la fonte, pur conservando i colori dell’idillio, si allontana dalla topica di matrice ellenistica in quanto Orazio, con pochi tratti e di scorcio traccia le linee di un paesaggio che non è difficile ancora oggi ritrovare nelle nostre regioni del sud, esso è un tipico paesaggio appenninico, come dimostra la presenza dei lecci, piante che mai compaiono nella lirica ellenistica. Orazio è anche il primo poeta latino che ci ha trasmesso il fascino che deriva dalla contemplazione di un paesaggio meridionale poeticamente descritto. Ha ragione il Fraenkel quando sostiene che il venosino “ era un meridionale, per temperamento non meno che per origine; sotto quest’aspetto come sotto molti altri si differenziava nettamente dal suo amico, il mantovano Virgilio”. [17] 


 

[1] L.LA VISTA, Diario, Venosa 1987, pp. 50-51.

[2]  Il paese è da identificarsi con l’attuale Lavello, piuttosto che con Forenza, che, pur richiamando nel nome l’antico centro risulta geograficamente un po’ discosta e poco visibile da Venosa.

[3] N.FESTA, Ricordi lucani in Orazio, Venosa 1991, p.42.

[4] M. FAGGELLA, Leonardo Sinisgalli, un poeta nella civiltà delle macchine, Potenza 1996.

[5] Si segnala per questo problema l’ opera di Muscio, Prerogative Storiche del nome Lucania, Orvieto 1988.

[6] Cfr., G. RACIOPPI, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, prima edizione, Roma 18889.

[7] N.FESTA, Ricordi lucani in Orazio,Venosa 1991, p.84.

[8] Cfr., D. GAGLIARDI, cit. p.45.

[9]  così  ROSTAGNI nella sua  Storia della letteratura latina: << Quello che ebbe a dire del suo predecessore e modello nella poesia satirica Lucilio, che “ tutta ne’ suoi versi, come dipinta in un quadro votivo, ci appare la vita dell’antico scrittore”, può a buon diritto ripetersi anche di lui >>.

[10] E. FRAENKEL, Orazio, ed. it., Roma 1993, p. 6.

[11]  Qui riportata con la  traduzione nostra della parte iniziale ( vv. 8-20 ). Si tralascia il resto dell’ode non solo a causa della sua estensione, ma anche perché poco utile all’economia del nostro discorso. Per gli altri scritti di Orazio, quando la necessità  lo richiedesse, si è fatto anche  ricorso all’opera di altri traduttori.

[12] D. WEST, Horace Odes, 3,4, cit., p. 106.

[13] Si ricordino a questo proposito i fondamentali interventi di A. Lapenna e del Pasquali.

[14] A. LA PENNA, Orazio e la morale mondana europea, Firenze 1993, p. 101 sgg.

[15] D.GAGLIARDI, L’arte dello scorcio nel paesaggio oraziano, in <<Non Omnis Moriar>>, Atti del Convegno internazionale di studio, Potenza 16-18 ottobre 1992, p. 22.

[16] G.PULLARA, Orazio “ In Sabinis”, in Orazio da Venosa, Periegesi di studio, Venosa 1983, p. 154.

[17] E. FRAENKEL, Orazio, cit., p. 7.