Letteratura

Sez. Letteratura Italianistica
Martedì 28 Febbraio 2017 "uscita n. 18"

Dante “dux vulgaris eloqui”
di Marino Faggella

           
                                                                          Dante e Petrarca

1. Spetta a Francesco Petrarca, un’autorità nel possesso di entrambe le lingue, la qualifica di Dante quale dux vulgaris eloqui, come colui cui compete il merito grandissimo di aver dato i più nobili natali alla nostra lingua volgare. Nel primo trattato del Convivio, nel qualel’autore della Commedia illustra per la prima volta i meriti altissimi di essa, si preoccupa innanzititto di distinguerlo dal latino, che viene da lui definito “lingua d’arte”, in quanto si apprende prevalentemente con lo studio, mentre attribuisce al volgare la qualifica di “lingua materna”, cioè come quella che si apprende direttamente dalle labbra della nutrice o dalla madre. Qui Dante non sembra disposto a riconoscere la superiorità del latino sul volgare, quanto meno si sforza di nobilitare quest’ultimo, sperando per esso una sorte, se non superiore ma quanto meno simile a quella che il latino aveva avuto fino al suo tempo. E’ notevole comunque il fatto che il primo libro del Convivio, nel quale il suo autore annunziava già la stesura del De vulgari eloquentia, dove intendeva espressamente affrontare il problema della lingua, si chiude con la più bella difesa della lingua materna. Le ragioni che Dante viene apportando per giustificare la scelta di essa sono ancora oggi fascinose.
Innanzitutto dice che il volgare è stato il congiungitore dei suoi genitori, facendo in modo di contribuire in qualche modo alla sua nascita, in quanto che essi proprio con l’uso di questa lingua hanno avuto la possibilità di intendersi e di conoscersi. Inoltre è stata proprio la lingua materna ad offrirgli la possibilità di conoscere il latino, la lingua dei dotti, il cui possesso è stato motivo perché egli stesso più innanzi andasse nel campo del sapere. Per questo il primo trattato si chiude con una splendida profezia del poeta, che è secondo noi il più bello augurio che la nostra lingua potesse ricevere: “Questo sarà quello pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me soperchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale sorgerà  là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade per lo usato sole che a loro non luce”. Che significa questa immagine? Il sole nuovo è il volgare, l’antico sole è il latino. Laddove la lingua latina stava per tramontare dopo secoli di splendore, al di sopra di essa, sulle sue ceneri si sarebbe edificata la gloria della lingua materna. Con questo augurio Dante dux vulgaris eloqui teneva a battesimo la nostra civiltà linguistico-letteraria.
2. Sebbene nel Convivio si annnuci già in nuce il problema della lingua è nel trattato del De vulgari eloquentia che Dante ha affrontato la questione da specialista partendo dalle origini. Per questo nel primo trattato dell’opera egli discute del problema della genesi dei linguaggi, proponendosi di vedere quanto sia nato l’utile, ma anche complesso meccanismo della lingua. Al di là della questione oziosa se sia stato prima l’uomo a parlare o la donna, è fondamentale quello che egli dice a proposito della  pluralità dei linguaggi per dimostrare che nel mondo esiste una grandissima quantità di lingue. Tale situazione per il Nostro non è un fatto positivo ma è al contrario una condizione negativa che, secondo lui sarebbe da riportare al momento babelico, così come è riportato nella Bibbia. In alcuni luoghi del libri dei libri si parla di alcuni uomini i quali per avvicinarsi a Dio, gelosi della sua grandezza, superbi delle loro conquiste sulla terra, edificarono una grande torre e vi salirono al di sopra per emulare la potenza divina, ma essi furono puniti in quanto Dio in persona, col precipitarli dall’alto si è preoccupato di sgonfiare la loro superbia, condannadoli a parlare molte lingue ma anche a non intendersi più fra di loro.
Di qui sarebbe nato, secondo Dante, il pulviscolo delle lingue, l’atomismo dei linguaggi. Nel De vulgari vi è un’affermazione importante che dimostra come il poeta della Commedia sia anche il padre della moderna glottologia e della linguistica, dove sostiene che da un unico ceppo linguistico nascono per successiva diramazione o gemmazione diverse lingue. Per farla breve, si dirà che Dante riconosce tre ceppi linguistici fondamentali che si sarebbero sviluppati nei paesi che appartengono al mondo mediterraneo: quello “greco”, che si trova ampiamente diffuso nel bacino orientale; il ceppo “slavo-germanico”, che appartiene ai popoli del centreuropa; e un terzo da lui definito “trifario” o “triforme romanzo”.
Dopo aver messo rapidamente da parte i primi due ceppi linguistici egli viene a parlare di quest’ultimo concentrando su di esso la sua attenzione e nel quale riconosce innazitutto l’importanza del provenzale, della cosìdetta lingua d’oc e della lingua d’oil parlata nelle regioni del Nord della Francia. Ma quello che soprattutto gli preme è affrontare un discorso sulla lingua italiana, da lui definita lingua del “si” che viene individuata anche dal punto di vista geografico, dando ragione a quegli studiosi che sostengono che nella concezione dantesca il problema della lingua si lega ad una manifestazione storica anticipata dell’idea di nazione. Lo dimostra il fatto che quando Dante pensa alla lingua italiana è convinto essa sia un idioma parlato nella penisola italica, in quella terra chiusa al nord dalle Alpi ed individuata a sud dalla Sicilia. Ciò vuol dire che in Dante si trovano anche i precedenti dell’unità d’Italia, non tanto in senso strettamente politico, ma soprattutto quando si considera il valore della lingua.
3. Si legge nel primo libro del trattato che la cosiddetta lingua del “si” è formata da quattordici dialetti, sette nella parte occidentale e altrettanti nella regione orientale dell’Italia, demarcati dalla dorsale dell’Appennino che separa questi due gruppi idiomatici. Fatta questa distinzione, Dante comincia ad unalizzare ad uno ad uno questi quattordici dialetti per vedere se almeno in uno di essi sia possibile individuare quella che egli chiama “optima loquela” o “volgare latium”. Questo esame lo induce a riconoscere in essi pregi e difetti, come accade quando prende a considerare il siciliano nel quale egli viene individuando sia gli aspetti positivi sia quelli negativi soprattutto quando si sofferma sulle liriche di Cielo d’Alcamo. E’ disposto, ad esempio, ad ammettere i pregi della parlata bolognese, mentre condanna i difetti di quelle lingue che, trovandosi a diretto ridosso dei popoli stranieri, appaiono maggiormente inquinate da parlate esterne.
Ma, per quanto egli riconosca pregi e difetti nelle varie lingue dialettali della penisola, in nessuna di esse gli riesce di individuare la cosiddetta “optima loquela”, cioè quella lingua senza difetti che egli andava ricercando. Sicchè questa lingua perfetta viene da lui assimilata ad una pantera, così si leggeva nei bestiari medievali, che, per quanto inseguita nelle campagne d’Italia difficilmente si sarebbe potuta stanare. Quale è allora la soluzione che egli intende dare al problema? Se è vero che non è possibile riconosce l’”optima loquela” nella lingua parlata, dove essa si trova? Dante dice che essa si trova esclusivamente nelle opere degli scrittori che l’hanno nobilitata col loro altissimo esempio. Così capiamo perché, dopo il primo trattato, egli prenda ad affrontare la storia della poesia lirica dai provenzali fino al tempo suo.
Ma, prima di passare all’analisi delle opere più significative degli scrittori,  ritiene sia giusto indicare quelle che, secondo lui, sono le qualità dell’optima loquela, riconoscendo alcuni suoi fondamentali attribuzioni. Gli attributi che vengono da lui indicati sono: “illustre”, “cardinale”, “aulica” e “curiale”. Che significato aveva tale qualifica di illustre riferita alla lingua letteraria? Illustre viene da “lux”, l’optima loquela deve essere pertanto luminosa, splendida, nobile, priva di pronunzie difettose, dice Dante:”come quella di Cino e del suo amico”, intendendo con quest’ultimo se stesso. Poi la definisce “cardinale”, volendo significare con questa qualifica che essa, come il cardine è necessario a fare girare una porta, così essa deve svolgere la funzione di modello per gli altri dialetti italici, come il latino ha fatto con la nostra lingua.
La terza qualifica che assegna all’optima loquela è quella di essere “aulica”, attributo che riprende il concetto di aula, cioè una lingua elegante, forbita come quella che si parla negli ambienti elevati e nelle regge. L’ultimo attributo è quello di “curiale” (noi sappiamo cosa fossero la curia e la magna curia per aver studiato l’ambiente siciliano: la curia era la corte medesima, la “magna curia” era l’alto consesso di giustizia dove si dettavano le leggi), intendendo con questo che una lingua per essere perfetta non poteva fare a meno di precise norme e regole così come era accaduto al latino. Da ciò si desume che era importante per Dante che quest’ultima non fosse affidata esclusivamente alla libertà anarchica di quelli che la usavano ma avrebbe dovuto sempre osservare il funzionamento regolare di una lingua normalizzata come il latino, sul modello del quale essa si sarebbe dovuta specchiare e correggere.
4. Passando poi ai contenuti l’autore sostiene che l’optima loquela, la migliore delle lingue è giusto che debba esprimere i migliori contenuti che sia possibile utilizzare, corrispondenti alle esperienze più alte che appartengono alla nostra vita, ed in particolare egli parla di Virtus, salus e Venus. Pertanto, la virtù, l’amore e la salvezza sarebbero le più nobili attività che appartengono alla vita degli uomini. Corrispondono poi a questi tre valori tre esperienze artistiche fondamentali che servono a guidare l’uomo ad ottenerle: la poesia epica, quella amorosa e l’allegorico-morale. Questi sono, secondo Dante, i tre contenuti fondamentali di una lingua letteraria. Queste tre esperienze poetiche egli le ricongiunge a tre poeti provenzali: Arnaldo Daniello (da lui definito “il miglior fabbro del parlar materno” che fu considerato da Dante un modello soprattutto quando compose le cosiddette Rime petrose) Girard de Borneil, e Bertrando di Bormio che sono alcuni dei più famosi trovatori di Provenza.
Il secondo trattato del De vulgari eloquentia è importante anche per un’altra ragione, in quanto esso ci fa capire che Dante non è soltanto il padre della nostra lingua (dux vulgaris eloqui, come dice il Petrarca) fatto di per sé fondamentale, ma è anche l’iniziatore della nostra critica letteraria. Pertanto l’autore della Commedia non ha avuto solo il merito di aver creato la lingua italiana, portandosi poi nella tomba il suo segreto, ma è stato anche colui il quale se ne è interessato in senso riflesso. Rimangono fondamentali, a questo proposito le pagine in cui egli descrive come debba essere costituito un testo letterario per esprimere i più alti contenuti dei quali si è detto sopra.
A questo proposito egli fa nel corso dell’opera un’analisi storico-formale della poesia partendo dai trovatori provenzali, in quanto iniziatori della letteratura in volgare, per trascorre ai sicilani, tra i quali viane elogiando soprattutto Iacopo da Lentini, per passare successivamente ai poeti toscani, non trascurando di inserire una dura requisitoria contro Guittone d’Arezzo, definito poeta municipale e gergale, la cui poesia sarebbe secondo Dante piena di difetti. Infine si sofferma sui poeti stilnovisti, mettendo in risalto come essi, utilizzando preferibilmente il sonetto e la canzone, abbiano ottenuto i più alti risultati poetici.
Il quattordicesimo capitolo del libro, si chiude proprio con un’analisi della canzone, quel genere metrico che era strato inventato ed utilizzato dai provenzali per cantare dell’amore, ma che secondo l’autore della Commedia è più adatto ad esprimere i contenuti di significato più profondo. Per questo egli, facendone una disamina sottilissima, scompone la canzone nei suoi valori metrico-ritmici e di significato, fornendoci avant la lettre un modello molto interessante di analisi testuale.