Letteratura

Sez. Letteratura - Italianistica
Mercoledì 30 Dicembre 2015  “ uscita n. 16”

Dante, fonti e genesi della Commedia


di Marino Faggella

Dante e Virgilio nell’Inferno (E. Delacroix)

Premessa
1.  Qualsiasi trattazione critica riassuntiva sul tema della Divina Commedia è ’impresa non agevole, non fosse altro perché l’importanza dell’opera è tanta e tale che diventa per chiunque decisamente difficile riassumere in breve tutto il discorso relativo alla formazione e al  significato di essa. Del resto sulla Commedia in particolare e su Dante in generale esiste una bibliografia enorme, per cui volendo esaurire la materia significherebbe percorrere una serie così grande di scritti che forse non basterebbe una sola vita per conoscerli tutti. Ciò significa che l’argomento è molto importante e anche abbastanza difficoltoso per diversi aspetti, per cui non sempre gli studiosi e gli interpreti  si trovano in consonanza intorno alla materia e ai contenuti danteschi.
Per quel che ci spetta noi cercheremo di andare al di là delle discussioni minute e delle polemiche col proposito di cogliere principalmente il significato essenziale di quest’opera veramente fondamentale per la nostra letteratura e non soltanto per essa. Infatti, se noi andiamo a considerarela Divina Commedia nel suo valoreci rendiamo conto che essa è il prodotto più importante della nostra storia letteraria, a tal punto che se confrontiamo qualsiasi altro nostro risultato artistico letterario con essa siamo costretti a riconoscerne l’inferiorità  rispetto all’opera di Dante. Ma ciò accade non solo quando andiamo a fare il confronto con opere di scrittori italiani, la stessa cosa si verifica anche con altre composizioni che appartengono alla letteratura mondiale.
Forse c’è soltanto uno scrittore, più recente del Nostro, che può competere con lui dal punto di vista del valore dell’arte in senso universale: William Shakespeare, l’iniziatore della tragedia moderna. Per il passato potremmo individuare un altro poeta in grado di misurarsi con l’autore della Commedia, che analogamente a Dante ha cercato di esprimere attraverso la poesia i significati e i valori della scienza e della filosofia: Tito Lucrezio Caro, il grandissimo artefice del De rerum natura, il solo che prima di Dante ha raccolto in versi, servendosi del sistema lirico, i contenuti filosofici e scientifici. Ma dopo Dante non ci sarà più scrittore capace di tanto: cioè di riuscire con la nostra lingua volgare a tradurre in modo significativo i valori della scienza e del pensiero.
                                      La questione del genere letterario
2.  Ma la Divina Commedia non è soltanto questo, sicché quando andiamo a definirla ci troviamo subito in difficoltà nel volerne determinare il genere letterario. Se volessimo confrontare la Commedia con tutti quei generi che sono giunti a noi per tradizione letteraria sarebbe per noi difficile riferire l’opera di Dante ad uno qualsiasi di essi. Perché accade questo? La Divina Commedia è incomparabile soprattutto in quanto è fondamentalmente un’opera totale che li comprende tutti. Essa per la sua lunghezza è innanzitutto un poema che ci fa pensare per analogia ai poemi di Omero. Ma la Commedia è anche opera storica in quanto vi si narrano molte vicende contemporanee di Dante, in particolare quelle del suo secolo e di quello che lo precede e anche molti fatti più antichi. La Commedia è anche commedia in quanto fa la storia quotidiana non solo degli aspetti rilevanti dell’età del poeta ma anche di quelli meno importanti, lo dimostra l’adozione dello stile comico o umile del quale Dante si serve soprattutto quando narra gli spetti umani o subumani che si trovano nei cerchi più profondi dell’Inferno. La Commedia è anche tragedia perché celebra il senso drammatico della vita umana. Essa è anche satira laddove il poeta si preoccupa di mordere polemicamente i vizi degli uomini e i difetti della politica. La Commedia è elegia, soprattutto nella seconda cantica dove le anime melanconicamente rimpiangono gli anni della vita scorsa.
La Commedia è tra le altre cose anche una “visione”. Con tale termine entriamo più propriamente nella cultura medievale alla quale senza dubbio anche Dante aderisce. Pertanto, se vogliamo individuare a quale genere l’opera appartiene noi rileviamo che essa si avvicina al genere medievale della visione. Che cosa erano questi modelli di scrittura? Si trattava di racconti allegorici dei regni ultramondani, allestiti da scrittori di cose edificanti, che avevano un contenuto morale e religioso. Nella letteratura del ‘200 in modo particolare nell’Italia settentrionale fiorì una letteratura allegorica e didattica che scelse quale mezzo privilegiato di diffusione proprio il genere della visione per descrivere esemplarmente dei viaggi diretti nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso. Quali sono queste visioni? Di alcune ci rimangono solo i titoli, come ad esempio Il Purgatorio di San Patrizio, La narrazione di San Brandano, che ebbero una discreta divulgazione in Europa e, soprattutto in Italia, ebbero  diffusione Il Libro delle tre scritture  di Bonvesin della Riva e due poemetti di Giacomino da Verona De Jerusalem celesti e De Babilonia civitate infernali. Tutte queste visioni affrontano il tema del viaggio nell’oltretomba analogamente a quel che accade nell’opera di Dante.
Ma se noi andiamo poi a confrontare l’importanza stessa della Commedia con i risultati artistici, a dire il vero molto modesti di queste scritture, ci rendiamo conto che la comparazione non è possibile, anzi, ci troviamo di fronte ad un abisso: in quanto risulta subito evidente che la Divina Commedia è di gran lunga superiore a queste mediocri opere edificanti di divulgazione della religione. Effettivamente nella visione dantesca confluiscono una serie di contenuti e significati che vanno al di là della pura e semplice narrazione del viaggio. Mentre le operette che abbiamo elencate sono dirette ai credenti per rafforzarne la fede o a chi doveva essere materialmente convinto, non esclusi gli indotti, la Commedia non è certamente un’opera qualsiasi e di limitato valore artistico come le altre visioni. Essa è verosimilmente rivolta ad un pubblico esteso, come dimostra l’adozione da parte dell’autore del volgare quale strumento espressivo, ma sia la vastità che la profondità dei suoi contenuti la rendono opera veramente ciclopica e straordinaria: essa è in effetti una scrittura totale, una specie di summa che raccoglie tutta la storia, tutta la cultura, ogni aspetto della civiltà del Medioevo, in modo particolare di quella parte declinante di essa che viene definita dagli studiosi come “autunno del Medioevo”.
Detto questo, ci rendiamo conto solo in parte della sua importanza e validità. La Divina Commedia ha segnato in effetti il momento più alto dell’itinerario artistico, culturale, umano e spirituale di Dante, un percorso complesso che tuttavia non può essere visto solo in senso artistico-culturale ma si arricchisce di una fortissima componete morale e religiosa. Vivendo Dante nella civiltà medievale, in una società ampiamente percorsa dal sentimento del divino, si rende conto che non ci può essere una cultura disancorata dai valori cristiani dello spirito, per questo la Commedia segna il culmine di questo particolare itinerario spirituale, psicologico e morale che è insieme anche culturale e artistico.
                                                 La datazione
3.   Quando Dante ha composto la Commedia? A questo punto sorgono dei problemi di datazione. Diciamo subito che a proposito della cronologia dell’opera maggiore di Dante non tutti gli studiosi sono d’accordo. Vedremo per quanto è possibile di ridurre la questione in termini essenziali. Alcuni ritengono che il poeta abbia scritto la Divina Commedia negli anni in cui stava affrontando la trattazione del Convivio  e del De Vulgari eloquentia, cioè intorno al 1303, o, al più tardi subito dopo, nel 1304; altri invece spostano la datazione dell’opera intorno al 1307, negli anni successivi dopo la condanna del poeta all’esilio; altri infine, come Giovanni Boccaccio, hanno cercato di conciliare le due tendenze parlando di una composizione della Commedia che avrebbe avuto due momenti, una prima stesura di alcuni canti a Firenze prima della sua condanna, i famosi 7 canti dell’Inferno, e poi il resto dell’opera dopo la sua cacciata in esilio. L’autore del Decameron non è soltanto conosciuto come il più grande novellista, il maggiore autore in prosa della nostra tradizione letteraria, ma anche come un sottilissimo critico e interprete di Dante, che amò tanto profondamente il poeta da essere designato dallo studio fiorentino quale lettore della Commedia. Egli ci ha lasciato a questo proposito delle cose molto interessanti, tra le altre Il trattatello in laude di Dante rimane fondamentale come uno dei primi interventi intorno alla vita del poeta e alla sua opera maggiore. Spetta proprio a lui tale teoria abbastanza condivisa dei sette canti, giustificata da richiami interni, per la quale Dante avrebbe scritto i primi sette canti della Commedia prima dell’esilio ed il resto dopo.
Per quanto non tutti i critici siano d’accordo nel condividere la posizione di Boccaccio almeno su una cosa molti concordano, a parte le questioni, che la Divina Commedia di Dante non può ritenersi operante senza pensare alla sua disgrazia. In effetti fu proprio l’esilio che spinse il poeta a mandare innanzi il disegno totale dell’opera. Ma se noi volessimo partendo dall’esilio esprimere un giudizio complessivo sulla vita di Dante dovremmo concludere che essa non è altro se non il risultato finale di un fallimento. Rubando il termine alla critica verghiana diremo che Dante è in fondo un vinto della vita, cioè un uomo che non ha avuto successo, che anzi fu uno sconfitto, come risulta dall’esame della sua esistenza. Egli si era impegnato nell’azione politica, aveva fatto sentire il peso dei suoi ideali nella storia, ma aveva subito una infamante esclusione: malgrado la bontà dei suoi principi, era stato condannato all’esilio perché la parte bianca alla quale egli si era ascritto aveva subito un rovescio da parte dei neri alleatisi con la Chiesa. Vista in questi termini l’esistenza di Dante non fu certamente positiva, al contrario la sua sconfitta ci fornisce certamente il modello di una vita negativa, caratterizzata al termine da una fallimentare rovina. Tuttavia, al di sopra di questa distruzione e di queste ceneri della propria esistenza Dante ha edificato un monumento imperituro e straordinario che è da identificare proprio con la Commedia, un’opera che riesce a travalicare i tempi, ma che vuole essere anche una risposta alla storia e agli uomini del suo tempo per indicare ad essi i veri valori e significati della vita.
                                              La genesi del poema
4.  Se vogliamo andare un po’ più a fondo per conoscere i veri motivi per cui Dante ha composto la Commedia conviene partire da un testo: la cosiddetta Epistola a Cangrande  che ci aiuta a comprendere meglio la genesi personale e storica del poema. Occorre preliminarmente ricordare che il poeta ha scritto diverse lettere nel corso della sua esistenza, purtroppo molta parte del suo carteggio personale è andata perduta tranne 13 epistole che sono giunte fino a noi. Se nel corpus delle lettere hanno un particolare significato quelle personali e politiche con le quali l’esule faceva sentire la sua voce rivendicando con la propria innocenza la sua dignità di cittadino (soprattutto quella rivolta nel 1315 ad un “Amico fiorentino” che rimane uno straordinario documento di fierezza civile) in sede letteraria un particolare significato assume per noi l’ultima (se l’opera è sua, non tutti infatti, concordano su una sua sicura attribuzione a Dante) con la quale il poeta ha dedicato la terza cantica del poema al Signore di Verona. Comunque sia, essa è per noi un testo molto importante in quanto, essendo molto vicina all’età di Dante, certamente è quella che può chiarirci meglio le ragioni dell’arte, spiegando i motivi che hanno indotto il poeta a comporre l’opera sua, e fornendoci inoltre una convincente interpretazione della  genesi e del significato di essa.
In questa epistola con cui Dante, o chi per lui, indirizza allo Scaligero il Paradiso, ci sono prima della dedicatoria vera e proprio alcune note che ci riportano ai valori più importanti e significativi della Commedia. Si parla qui nello stile cancelleresco del tempo di un titulus, cioè viene definito per la prima volta in questo modo il titolo dell’opera: Incipit Comedìa Dantis Alagherii, fiorentini natione non morbus, che  tradotto nella nostra lingua risulta “Comincia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita ma non di costumi”. Quest’ultima affermazione ci fa capire l’importanza dell’esilio ai fini del disegno iniziale e complessivo del poema. Dante ha subito la disgrazia di essere cacciato dalla sua città per ragioni politiche, ma per quanto ami profondamente Firenze si manifesta in lui per reazione un profondo odio non tanto nei riguardi di essa quanto e soprattutto nei riguardi dei fiorentini, i quali malgrado il suo valore hanno deciso di espellerlo dal seno della sua città, definita come madre in una pagina del Convivio tra le più autobiografiche della nostra letteratura che suona così:
“Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno – nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che mi è dato -, per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga del la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno senza vela e senza governo…” sbattuto nei flutti della vita, sperimentando con la disgrazia dell’esilio la povertà e la sofferenza di chi è costretto a salire e scendere le scale altrui per mendicare l’ospitalità. Il titulus, registra proprio questo stato d’animo quando dice: Comincia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita ma non di costumi. In seguito alla condanna subita il poeta dichiara di non voler essere più fiorentino, introducendo sorprendentemente la nota dell’odio. Dante amava fortemente Firenze, ma per averla troppo amata nel momento in cui viene scacciato come un cane nasce il sentimento contrario che è l’odio.
                                     Il “titulus”
5.   Se ci soffermiamo alla prima parte del titulus dove compare il termine Comedìa capiamo anche il motivo per cui egli abbia scelto di chiamare così il suo poema. Nell’epistola a Cangrande si tenta un’analogia con la commedia classica, laddove il suo autore sostiene: quando andiamo ad analizzare il genere del canto del villaggio ( questo è il significato del termine ) noi ci rendiamo conto che la stessa materia del poema è simile a quella della commedia dei Greci, la quale comincia in modo confuso ma si conclude in modo sereno e felice. In effetti nel dramma comico l’azione sviluppa una serie di casi e di situazioni aggrovigliate che all’inizio corrono i protagonisti separatamente, ma che al termine si ritrovano e generalmente si sposano. Quindi dice l’autore della lettera: anche nella Commedia esiste uno svolgimento analogo in quanto è possibile riconoscere in essa una materia iniziale “in principio horribilis et fetida” tipica e propria dell’Inferno,  però al termine l’opera si chiude con l’esito contrario della felicità del Paradiso “in fine prospera desiderabilis et grata quia  Paradisus”.
In realtà il titolo di Commedia non è ricalcato solo per lo sviluppo e svolgimento dell’azione ma si riferisce anche ad una particolare scelta formale e stilistica di Dante, il quale, malgrado l’elevatezza dei contenuti dichiara di voler indirizzare il suo poemanon esclusivamente ai dotti di professione e agli specialisti, altrimenti avrebbe adottato solo il latino, ma egli intende rivolgere i contenuti della Commedia ad un pubblico più vasto. Allora il titolo di Commedia corrisponde all’intenzione dell’autore di utilizzare un’espressione più dimessa, quello stile comico o umile che nella gradazione delle possibilità espressive del Medioevo occupava il gradino più basso dopo lo stile tragico o sublime, che si occupava dei più alti contenuti, e quello medio o elegiaco. Quindi il termine Commedia ci riporta da una parte alla materia e all’organizzazione del contenuto dell’opera, dall’altra fa espressivo riferimento alla forma del linguaggio che Dante adotta, cioè allo stile comico, al volgare in modo particolare in quanto vuole comunicare i contenuti del poema ad un pubblico più vasto, non solo agli specialisti ma anche agli uomini, se non propriamente indotti, almeno di media cultura, comprese le donne: “locutio vulgaris, in qua muliercule communicant”.
Questo termine di Comedìa come titolo esclusivo in grado di qualificare l’opera dantesca oggi non esiste più, o meglio è stato completato con l’aggiunta dell’aggettivo “divina” che se da un lato contribuisce certamente a sottolineare, accrescendoli maggiormente, il significato e il valore dell’opera dall’altro dobbiamo ammettere per rispetto della verità  che esso non è dovuto a Dante. A chi spetta allora l’idea geniale di aggiungere l’attributo “divina” che serve certamente a qualificare meglio il poema di Dante, un’opera nella quale si celebra effettivamente un viaggio che procede verso il trascendente? Ad aggiungere l’attributo di “divina” al titolo dantesco senza aggettivi è stato Giovanni Boccaccio. Perché l’autore del Decameron chiamò la Commedia divina? Egli si era reso conto evidentemente che nel poema dantesco non vi era soltanto il quotidiano, non era rappresentato realisticamente solo il contingente, ma vi era celebrato soprattutto il divino, o tutt’al più un’ascesa dall’umano al divino, pertanto pensò bene di aggiungere accanto al titulus Comedìa l’attributo “Divina” per meglio qualificare un’opera alla quale di fatto avevano posto mano cielo e terra. Ma c’era anche una ragione artistica e intima che indusse l’autore del Decameron a fare una chiara distinzione fra l’opera di Dante e la sua. Boccaccio, dopo aver letto a fondo la Commedia, si convinse che la vera “commedia umana” non l’aveva scritta Dante, o quanto meno il divino poeta non aveva scritto solo quella umana, ma spettava a lui la composizione di un’opera nella quale veniva assolutamente rappresentata la commedia quotidiana della vita. (giustamente è stato detto che l’autore del Decameron ha realizzato nella storia medievale un’opera rivoluzionaria nella quale non compare più Dio, essendo stato per la prima volta abolito il trascendente) In questo modo egli individuava una grande differenza fra Il Decamerone, solamente “commedia umana” e l’opera più complessa e alta del suo ineguagliabile maestro.
                                 Il “finis” della Commedia
6.  Nell’Epistola a Cangrande si parla anche di un finis, cioè dello scopo che Dante avrebbe perseguito nel comporre l’opera sua, che viene indicato nel proposito di “removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis”. E’ qui dichiarata l’intenzione morale del poeta di voler allontanare gli uomini del suo tempo da una condizione miserabile per dirigerli verso uno stato di felicità. Questo è ciò che Dante aveva intenzione di fare: strappare gli uomini da uno stato di miseria, termine questo che non deve certamente far pensare alla cosiddetta miseria materiale, contro la quale egli aveva del resto sempre combattuto senza mai lamentarsene, ma quello che egli si proponeva era soprattutto un negozio etico. La miseria che egli voleva abbattere era in effetti una povertà di tipo morale, era un abbassamento del livello dell’uomo che nel suo tempo aveva toccato il limite più basso. Tale considerazione storica negativa dell’umanità dell’epoca ci spinge a considerare con attenzione la posizione storica e intellettuale di Dante per vedere, come fa la critica contemporanea, quale fosse il suo atteggiamento di fronte agli avvenimenti tumultuosi della sua età. Molto interessante a questo proposito l’analisi che Gaetano Salvemini fa di questi fatti storici quando sostiene che  pur essendo il poeta di spiriti cavallereschi, per quanto fosse stato educato ad una vita di armi, di arte e di studi letterari e filosofici, pur avendo un’educazione tradizionale si trovò a vivere suo malgrado in un’età nuova, quella precapitalistica, caratterizzata da rivoluzionari cambiamenti economici, sociali e culturali che potrebbero far pensare per certi aspetti alle vicende storiche più recenti della moderna rivoluzione industriale.
La Commedia di Dante presuppone, pertanto, un’analisi dei fatti della storia da parte del poeta che spiega poi e giustifica una sua reazione nei riguardi di quegli avvenimenti. Quale è l’atteggiamento di Dante di fronte alla storia del suo tempo? La sua è la posizione antagonista di un contestatore che si pone all’opposizione rispetto a quei fenomeni di generale cambiamento che caratterizzano la sua età, generalmente avversandoli. Egli non ha mai condiviso la condotta di vita degli uomini del suo tempo: i subiti guadagni, gli arricchimenti, la mescolanza delle stirpi, la svalutazione dei principi tradizionali ecc., sono tutte cose che a Dante non andavano a genio. Il poeta, ancora legato ai principi antichi, in particolare ai valori della cavalleria, si era illuso per un momento che questa realtà si sarebbe potuta riverificare al presente, ma non trovando corrispondenza tra i valori in cui credeva con la storia attuale, per questo, come di solito fa un “laudator temporis acti”,  si era volto al passato. Allora per lui la vera società positiva, la vera Firenze non era più quella contemporanea, dominata dalla superbia, dall’invidia e dall’avarizia “le tre scintille ch’anno i cuori accesi”, nella quale gli uomini combattevano fra di loro, ammazzandosi nelle strade, e le città erano costantemente in guerra, ma la Firenze reale per il poeta diventava quella ideale del comune eroico nel tempo in cui viveva il suo avo Cacciaguida.
Egli era convinto che allora i nobili non desideravano la ricchezza, non volevano salire al potere solo per ambizione o per arricchirsi, ma mettevano la loro esperienza politica al servizio della comunità per fare il bene dei cittadini, mentre nella Firenze contemporanea – come dice il poeta nel sesto canto del Purgatorio – ognuno dice “io mi sobbarco”, tutti, pur non avendone i titoli,  erano pronti ad occupare cariche non per ben governare ma solo per il loro vantaggio personale. Le donne del tempo di Dante non erano da meno rispetto agli uomini. Per quanto esistesse anche un modello di donna come quello di Beatrice, che è amata dal poeta e sublimata nella sfera del simbolo, esistevano in quel tempo anche donne dai facili costumi, come diverse mogli di mercanti che, lasciate sole dai mariti impegnati a commerciare nelle fiere di Provenza o altrove, non si facevano scrupolo di sostituirli nei loro letti. I costumi si erano corrotti, la famiglia si era scompaginata, i più grandi ideali al tempo di Dante erano stati calpestati, soprattutto mancavano la giustizia e la pace. Per questi motivi il poeta aveva deciso di impegnarsi nell’agone politico, per affermare i principi nei quali credeva, che purtroppo si rivelarono al termine solo un bel sogno.
Occorre dire, comunque, che i valori nei quali Dante aveva riposta la sua fiducia sono principi che attualmente nessuno riterrebbe in crisi: la giustizia, la pace universale, la libertà, la religiosità, la legge, il giure sono ideali importantissimi anche oggi, a tal punto che nessuno di noi direbbe che non sono validi. Ma, se ci interroghiamo sulla loro efficacia storica, cioè sulla loro effettiva possibilità di realizzazione saremo d’accordo nel ritenere che essi non si sono mai attuati stabilmente. Per questo  potremmo riferire a Dante la qualifica di utopista per aver concepito una visione della storia nella quale si intravedono degli ideali che sono purtroppo destinati a non realizzarsi mai. Questo e’ il destino di tutti gli utopisti: assistere tristemente al naufragio delle proprie idee. Che un epilogo del genere sarebbe potuto toccare anche a lui è una soluzione alla quale probabilmente neanche il grande Dante ha mai pensato, altrimenti non avrebbe lasciato a noi quale grande documento di scrittura il messaggio imperituro della Commedia che è innanzitutto un’opera di profezia.
                            Un particolare protagonismo
7.  Dante nella Commedia assegna a sé il ruolo di profeta dell’umanità, ma essa è anche un’opera nella quale egli si pone come soggetto agente all’interno della compagine del poema, come risulta dall’epistola già citata nella quale si parla di un “agens” quale personaggio fondamentale che è da identificare senza alcun dubbio col poeta stesso. Fatta questa premessa, qualcuno potrebbe pensare che Dante sia malato di protagonismo se viene a raccontarci dei casi suoi per incuriosire i lettori sulle sue vicende particolari. Questa forma di autobiografismo, che appartiene certamente alla cultura romantica, pensiamo ad una certa letteratura della confessione, non può riferirsi ad uno scrittore come il Nostro che appartiene alla civiltà del Medioevo che aveva una concezione del protagonismo letterario decisamente diversa. Dante col suo viaggio del quale è protagonista, vuole in effetti rappresentare tutti gli uomini, la sua vita è un modello di esistenza che egli vuole suggerire a tutta quanta l’umanità, pertanto anche il suo viaggio personale finisce di essere un semplice avvenimento particolare per diventare esemplare ed universale sia per gli uomini del suo tempo sia per quelli successivi.
Per questo dalla Commedia ci giunge un messaggio come quello lanciato dai profeti.  In effetti, Dante si pone qui nella condizione del “poeta teologo” che trasmette importanti valori morali e religiosi che dovrebbero servire ad edificare una nuova storia. Il poeta si era sforzato, militando politicamente, di realizzare questa storia nella società, ma è stato sconfitto, allora questo nuovo universo di valori egli desidera riedificarlo partendo dall’interno dell’uomo ricercando una sua profonda palingenesi. E’ evidente a questo punto che, non essendogli riuscito il disegno storico di attuare una diversa realtà nella vita con l’impegno pratico, egli si è proposto di realizzare questo disegno di riedificazione dell’umanità partendo dall’intimo del suo spirito. Diremo per concludere che Dante in polemica con gli uomini del suo tempo, non condividendone alcuni principi, ha cercato di sostituire a questi ultimi i suoi col proposito di operare una profonda rigenerazione di essi. Questo ci fa comprendere meglio ciò che abbiamo detto precedentemente a proposito del “finis” che il poeta si era proposto: “removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis”.
Nella stessa epistola si parla anche di un soggetto, con particolare riferimento alla materia dell’opera che corrisponde al suo significato letterale, alla “fabula così com’ella è scritta” per usare le parole di Dante. Il subiectum, stando al suo senso letterale, niente altro è se non lo “status animarum post mortem”, cioè la rappresentazione della condizione delle anime dopo la morte nei tre regni oltremondani. Quanto al suo significato allegorico, riguarda i meriti e i demeriti dell’uomo che in virtù del libero arbitrio ha la facoltà di scegliere il bene o il male come suo contrario. Nell’epistola a Cangrande, che da quanto detto risulta di fondamentale importanza per capire la genesi della Commedia, si affronta al termine del discorso l’aspetto filosofico dell’opera, il “genus phylosophie”, che secondo l’autore della lettera non ha nulla a che fare con l’astratta speculazione, frutto di un sapere  distaccato dalla realtà, ma vuole indicare ai lettori la strada dell’azione: “non ad speculandum, sed ad opus inventum”, pertanto al poeta non interessa la pura filosofia, non la teoria ma la realtà operante nella coscienza degli uomini.
                                                 Le fonti dell’opera
8.  Dopo aver illustrato la genesi della Divina Commedia, non ci rimane che affrontare    l’altra questione di particolare rilevanza che ci siamo proposti di trattare: quella delle fonti alle quali Dante si è ispirato. Se passiamo in rassegna con attenzione i canti del poema ci rendiamo conto che sono molto numerose e diverse le fonti da cui il poeta ha tratto la materia e i contenuti che sono entrati a far parte dell’opera. Occorre premettere che quando si parla di un autore grandissimo come Dante il discorso delle fonti vale fino ad un certo limite. Questo è valido anche per tutti i più riconosciuti interpreti della letteratura. Se vado a leggere per esempio A Zacinto del Foscolo sono in grado di riconoscere le fonti alle quali il poeta si è ispirato, individuando anche gli autori e le opere che egli ha preso a modello: in particolare il carme elegiaco di Catullo sulla tomba del fratello, nel quale si riconosce evidentemente una struttura abbastanza similare quella del “cenere muto” che il poeta ha trasferito quasi “verbum de verbo” nella sua lirica invertendo semplicemente i termini. Nel sonetto esistono certamente anche altri imprestiti, ma nessuno di noi oserebbe accusare Foscolo di plagio sostenendo che egli ha tratto spunto in modo passivo da Catullo, da Petrarca o da Virgilio, per citare altri poeti la  presenza dei quali si avvisa nella lirica più recente.
In conclusione si dirà che quando ci troviamo di fronte a materia d’arte altissima il discorso sulle fonti di imitazione riduce la sua importanza, limitandoci a sostenere che in qualsiasi opera o scritto letterario esistono dei contenuti, degli spunti che l’artista nuovo ha preso ma che poi è riuscito a trasfigurare trasformandoli ampiamente. Ciò vale non solo per il breve sonetto del Foscolo ma anche per l’opera di Dante decisamente più ampia ed importante.
Nella vasta e complessa tessitura della Commedia possiamo trovare di tutto, ciò dimostra che il poeta ha tratto ispirazione e contenuti da una grande quantità di autori e scritti del passato. Pertanto il discorso sulle fonti da lui utilizzate si complica soprattutto per via del grandissimo numero di esse. Questo ci obbliga ad un rapido e sintetico discorso che sarà in alcuni casi limitato alla semplice enunciazione delle fonti riprese, più esteso in altri e sostenuto da un breve commento. A proposito della Commedia si parla innanzitutto di “fonti bibliche”, come dimostra la presenza di diversi personaggi che appartengono al “libro dei libri” disseminati un po’ dovunque nei canti che riguardano i tre regni: pensiamo alle figure di David e Micol di cui si parla nel Purgatorio, e a tanti altri personaggi, protagonisti di vicende e fatti descritti nella Bibbia, che rivivono nell’opera dantesca come Adamo, Mosè, Caino, Abele, Abramo, Giacobbe e Isacco, per fare solo alcuni nomi.
Per quanto Dante dimostri di aver letto e non superficialmente la Bibbia, tuttavia è necessario aggiungere a questo punto che certamente vi è un modo diverso del configurarsi della religiosità dell’autore della Commedia rispetto a quella ebraica, in quanto il Dio biblico è una divinità vendicativa, mentre il Dio di Dante, come si può vedere nell’episodio di Manfredi della seconda cantica, è un Dio che “ha larghe braccia”, pronto a perdonare anche quelli che sono caduti nel male, altrimenti nemmeno si spiegherebbe l’esistenza del Purgatorio. Altre fonti religiose che hanno ispirato Dante sono quelle estratte dalle scritture sacre del Nuovo Testamento, in particolare dal Vangelo viene ripresa la descrizione della figura e di alcuni episodi della vita e della morte di Cristo, e l’adorante contemplazione della Vergine “ Il nome del bel fior che sempre invoco e mane e sera” della quale viene celebrato il trionfo nell’ultimo canto del Paradiso.
Non meno importanti e significative sono le “fonti classiche” ai fini della costruzione e  dello sviluppo del Poema. Soprattutto due grandi autori esercitarono una grande suggestione in Dante: Omero e Virgilio, il primo e il più grande, rappresentato nel Limbo con la spada in mano  per aver dato l’avvio alla grande poesia con i suoi poemi, in particolare per aver già descritto un viaggio nell’undicesimo canto dell’Odissea rappresentando la discesa di Ulisse nell’Averno; e Virgilio  per aver poi raccontato da par suo nel sesto canto dell’Eneide il viaggio di Enea nell’oltretomba, compiuto per incontrare il padre Anchise e per ricevere dalle sue labbra la celebre profezia che avrebbe saldato il destino doloroso del figlio alla gloria di Roma. Questi due modelli sono importanti non solo perché probabilmente hanno suggerito a Dante l’idea del viaggio. Virgilio in particolare è stato per Dante l’autore per eccellenza, per avergli comunicato “lo bello stile” che, come egli dice,  gli avrebbe fatto onore, ma anche altri autori (a dire il vero non molto numerosi perché il classicismo dell’autore della Commedia non è certamente comparabile con quello di Petrarca, padre dell’Umanesimo) sono presenti nel piano di studi di Dante: Orazio, soprattutto quello delle Satire, ha costituito sicuramente materia della Commedia, Lucano, Stazio, Seneca morale, e probabilmente  Tacito e Livio, i maggiori tra gli storici romani. Questi, oltre quelli già ricordati, sono i classici le cui opere hanno fornito non poca materia di stile e di contenuto, ben riconoscibili nelle pagine e nelle pieghe del poema.
Pur riconoscendo il valore degli autori classici e dei loro scritti che Dante certamente lesse ed utilizzò  per costruire la sua opera,  bisogna anche sottolineare la presenza nella Commedia di importanti “fonti medievali” che senza ombra di dubbio ci confermano il legame di sicura appartenenza dello scrittore all’età che fu sua. Qui conviene ricordare non tanto le visioni, di abbiamo già parlato precedentemente quando si è trattato di definire il genere specifico dell’opera dantesca, quanto il ruolo fondamentale esercitato dagli autori della scolastica, soprattutto l’opera dei padri della Chiesa, il pensiero dei quali è confluito abbondantemente nel poema. Questo e’ riconoscibile immediatamente già nell’Inferno stesso, la cui divisione morale è ricalcata interamente da San Tommaso. Dante si è ispirato per questo all’etica di Aristotele, ma indirettamente attraverso il commento che ne aveva fatto Tommaso d’Aquino, quando ha deciso di dividere l’Inferno stesso in tre parti in base a ragioni morali: le zone diverse in cui sono puniti gli incontinenti, i violenti e i fraudolenti. Questa concezione che divide per comodità il primo dei suoi regni in tre sezioni Dante l’ha desunta interamente dall’etica del più grande filosofo della Scolastica.
Ci sono anche altri altissimi personaggi della cultura filosofica del Medioevo che vengono ricordati nel poema. Oltre ai pensatori della scolastica, che come si è visto è la concezione filosofica che costituisce l’asse portante del primo dei tre regni della Commedia, Dante si è ispirato anche ad altri intellettuali del suo tempo che, pur non facendo parte di quella scuola di pensiero, vengono ricordati da lui per aver soprattutto ricercato nella loro vita la verità ; o addirittura ai così detti eretici come ad esempio Pietro Valdo, gli Albigesi o la figura affascinante di San Francesco la cui opera controcorrente rispetto alla morale della Chiesa può far pensare per certi aspetti all’eresia; o il profetismo di Gioacchino da Fiore e la presenza nella Firenze dei tempi di Dante della predicazione di Giovanni Olivi che l’autore del poema certamente conobbe e condivise. Tutti questi personaggi e movimenti vengono ricordati per aver ispirato, in uno con l’influsso biblico, il profetismo dantesco che, come si è detto, è una caratteristica fondamentale della Commedia.
Altre presenze tangibili nel poema sono quelle che ci rimandano alla storia e alla cronaca contemporanea. Giustamente è stato detto che il poema di Dante è nella sua complessità  anche un’opera storica. Non è mancato, tuttavia, chi ha voluto ridurre l’importanza storica della Commedia, come ha fatto Alphonse de Lamartine, il quale ha sostenuto che il poema di Dante non sarebbe niente altro che una specie di gazzettino che avrebbe raccontato i fatti minuti e quotidiani della città di Firenze. Ma ad una lettura più attenta risulta facilmente che nella Commedia il poetanon tanto fa la cronaca della città toscana quanto piuttosto la storia del suo tempo. In realtà, se si vuole conoscere la storia del Medioevo si possono leggere tutte le opere specialistiche degli studiosi che hanno analizzato i vari aspetti di questa età complessa, ma per capirla più a fondo occorre fermarsi non solo alla narrazione superficiale dei fatti ma penetrare come fa Dante nelle pieghe della storia di un tempo tragico ma anche fascinoso come il suo. Diremo per concludere che nell’opera di Dante compare tutta la storia, innanzitutto quella del ‘200 e del ‘300, i secoli a cavallo dei quali egli vive, fatta di personaggi, di fatti, di ricordi, di evocazioni che non vengono solamente narrati, ma visti attraverso la lente del giudizio morale.
C’è da dire, a questo proposito, che soprattutto l’Inferno è pieno di personaggi storici, sia laici che religiosi, che vengono disposti con attenzione minuta nei vari gironi. Questa circostanza ha spinto qualcuno a credere che con quella disposizione il poeta ha voluto prendersi le sue vendette sistemando soprattutto i suoi avversari nei cerchi più profonde dell’Inferno. Ma, a parte le malevoli insinuazioni di qualche lettore improvvisato, noi non dobbiamo vedere in Dante solo un uomo piccolo e maschino, l’invidia egli l’ha condannata come una delle più gravi colpe di cui gli uomini si possano macchiare, riferendola non a se stesso quanto piuttosto ai fiorentini. Se egli ha collocato nei diversi gironi infernali moltissimi fiorentini, soprattutto quelli che appartenevano alla parte avversa dei neri, lo ha fatto non per vendetta ma dall’altezza del suo sicuro giudizio morale che lo autorizza ad ergersi a giudice di tutta l’umanità in nome di Dio, ha assegnato giustamente ad ognuno quello che gli spetta secondo i meriti o le colpe. Molte altre cose ci sarebbero ancora da dire sulle fonti della Commedia e sul suo autore che in altro tempo e luogo avremo modo di sviluppare.