Letteratura

Sez. Letteratura Italianistica
Mercoledì 30 Dicembre 2015  “ uscita n. 16”


Dante trattatista, “Il Convivio” o “Convito”


di Marino Faggella

Dante trattatista e l’idea della Commedia

1. Quando si affronta la discussione sui trattati di Dante, vale a dire sul Convivio, sul De Vulgari eloquentia e sul Monarchia, si tocca uno degli aspetti fondamentali della personalità e del valore dell’autore della Commedia, in quanto si va ad incidere e considerare tutto l’insieme dei rapporti e dei motivi culturali  che sono anche a fondamento della sua opera più importante. Ora, quando Dante ha avviato la composizione dei suoi primi trattati a cominciare innanzitutto dal Convivio? Negli anni che vanno dal 1303 al 1307 egli pose mano alla stesura di due monografie, Il Convivio  o Convito eil De Vulgari Eloquentia, che hanno molti motivi in comune,  congiunti come sono per diversi aspetti, ma sono anche diversi per altri. Quali sono i motivi che li legano ed accomunano? Intanto il momento cronologico, la composizione quasi coeva, essi nascono nello stesso tempo, ma soprattutto il fatto che entrambi sono contemporaneamente avviati ed interrotti. Il Convivio doveva constare di 15 libri più uno d’introduzione, per meglio dire trattati, scritti per commentare altrettante canzoni, mentre Dante ne ha composti solo tre, spiegando tre rispettivi testi lirici e premettendo ad essi un regolare libro di presentazione. Lo stesso De Vilgari, da quello che si può intendere da ragioni interne, doveva consistere in 4 libri, sennonché l’autore ha allestito solo il primo e il secondo mutilo che si ferma al quattordicesimo capitolo. Pertanto, entrambi i trattati nascono nello stesso tempo, entrambi sono interrotti, inoltre l’uno e l’altro hanno in comune un’importante tematica che è il problema della lingua. Qui è importante sottolineare che a questa data si costituisce per la prima volta in senso storico un’importante discussione, la cosiddetta “questione della lingua” che sarà presente in tutto il corso della nostra vicenda letteraria fino alle soglie del ‘900, allorché troverà nell’opera del Manzoni una parziale soluzione. Se andiamo tuttavia ad osservare la lingua in cui questi due trattati sono scritti ci rendiamo anche conto delle loro diversità. Il Convivio è l’opera nella quale si adotta per la prima volta il volgare italico in un trattato di contenuto elevato, di qui la sua importanza rivoluzionaria: Dante ha scelto qui di utilizzare il volgare, sostituendolo al latino pur affrontando argomenti di elevatissimo tenore culturale. Mentre altri al suo tempo adottavano il latino per comunicare i più alti valori della scienza, il poeta della Commedia decide invece di servirsi del meno nobile ed accreditato volgare. Tale scelta non è senza significato, è anzi di natura rivoluzionaria in quanto, come dice il Carducci, Dante è il primo chierico che intende divulgare il sapere dei chierici, degli specialisti medievali ai laici; mentre il De Vulgari Eloquentia, come si vede anche dal titolo,è interamente scritto in latino, trattandosi di un’opera con una destinazione  diversa. Essa non è diretta agli indotti o a quelli che non si sono potuti avvicinare al banchetto del sapere, come si dice nel Convivio, ma è rivolta agli uomini di intelletto, ai chierici che conoscevano bene il latino e lo adottavano di abitudine.

2. Altri motivi che avvicinano questi due trattati sono quelli che hanno a che fare con la particolare esperienza di Dante. C’è una cosa importante e necessaria nella storia umana ed esistenziale del poeta che va sottolineata: il rapporto strettissimo che esiste fra l’ attività culturale dell’autore della Commedia con le vicende della sua vita. Saranno successivamente i romantici a ratificare questa condizione come una generale necessità, ritenendo che non esiste opera che non sia espressione della vita del suo autore. Tale significato, tale importante  valore che i seguaci della scuola boreale hanno enunciato e fatto proprio si trova già  anticipato nella esperienza dell’autore della Commedia, a tal punto che non c’è nessuna sua opera che non possa essere posta in relazione con la sua esistenza. Giustamente è stato detto che la vita di Dante fu caratterizzata da un costante ritmo drammatico,  segnata da una particolare drammaticità, per cui tutto quello che egli ha scritto sia dal punto di vista della cultura sia in senso creativo va certamente a desumere succhi, a raccogliere riferimenti e ripercussioni fondamentali dalla sua vita. Anche per questo è importante la cronologia, che ci consente di venire a sapere quando Dante abbia composto Il  Convivio e in quale periodo della sua esistenza egli si trovi, per poter conoscere più compiutamente le ragioni umane che, insieme a quelle culturali, hanno concorso alla stesura dell’opera. Si tratta del tempo che succede alla sua condanna all’esilio perpetuo che gli venne comminata con la confisca dei beni il 27 gennaio del 1302  dai neri tornati con la violenza e l’inganno al governo di Firenze. Sono gli anni che segnano la sua sconfitta politica, è questo il tempo in cui egli viene strappato dal seno della sua città, dalle cose sue più care, dalla sua famiglia, dalla moglie e dai figli, Pietro e Iacopo che caddero in disgrazia insieme con lui. Tra le prime pagine  del Convivio ne esiste una che a ragione viene indicata come la più autobiografica della nostra letteratura, - essa è un esempio di prosa lirica, come quelle che si trovano nel romanzo manzoniano, pensiamo all’addio ai monti di Lucia oppure quel bellissimo squarcio paesaggistico che è il mattino di padre Cristoforo -  dalla quale riusciamo a cogliere chiaramente quale era lo stato d’animo di Dante negli anni della composizione del Convivio.
Essa suona grosso modo così: “Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno – nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo della vita mia, e nel quale, con buona pace quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’è dato – per la parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga della fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade: e sono apparito agli occhi a molti (…) nel cospetto de’ quali non solamente mia persona invilio, ma di minor pregio si fece ogni opera, sì già fatta, come quella che fosse a fare”.
E’ una pagina questa nella quale si rivela la condizione drammatica in cui versava l’animo di Dante, la sofferenza dell’uomo, exul immeritus, ingiustamente piagato, senza colpa condannato e cacciato dal seno della sua città. Dalla lettura di questa pagina desumiamo una delle ragioni più importanti che indusse l’autore della Commedia a comporre Il Convivio. Accolto presso i signori, per i quali egli si impegnava in attività diplomatiche con l’intento di ripagarli in qualche modo della loro ospitalità, si trova in una condizione di inferiorità di natura psicologica e morale. Dante era conosciuto da loro come un elegante poeta d’amore, noto fino a quel momento solo come autore della Vita Nova e delle le Rime, composte da lui seguendo i dettami della scuola stilnovistica, ma ora vuole dimostrare di essere anche un uomo di cultura e di selezionato sapere, oltre che un vago e leggerissimo poeta d’amore. In effetti, una delle ragioni per cui scrisse Il Convivio è con ogni probabilità proprio questa: farsi conoscere dai suoi ospiti, presso i quali egli era stato generosamente accolto, e che gli fornivano gli strumenti della vita, anche come uomo portatore di importanti valori culturali, e sperare forse che i fiorentini, dimentichi della loro ingiustizia, potessero prima o poi richiamarlo in patria a pieno diritto.

3. Ma per spiegare le ragioni che indussero Dante a mettere mano al Convivio, oltre a quelle suddette di natura autobiografica, si deve pensare anche ad una evoluzione dal punto di vista della cultura del suo autorerispetto alle opere precedenti. E’ Dante stesso che ce lo afferma nel suo trattato, dove a un certo punto dice che la Vita Nova era un’opera “fervida e passionata” che si addiceva alla condizione giovanile, mentre Il Convivio risultava essere un’opera “più temperata e virile”, meglio corrispondente alla condizione dei quarant’anni. Che cosa era successo nella vita dell’autore della Commedia? Dopo la morte prematura di Beatrice i suoi interessi ed orizzonti culturali si erano allargati. Egli era partito dalla poesia e ne aveva seguito tutto il filone dai Provenzali fino ai Siciliani per poi inserirsi ancora giovanissimo nella Scuola dello Stilnovo; ma dopo la morte di Beatrice Dante era caduto in un profondo scoramento, per cui aveva ricercato delle letture di consolazione: soprattutto il De consolazione philosophiae di Boezio e il De Amicitia di Cicerone, opere che prima di tutto gli sembravano adatte a lenire il suo recente dolore. Ma partendo dalla lettura di esse gli toccò di fare altre importanti scoperte. Dante dice espressamente nel Convivio di essere  andato alla ricerca dell’argento ma di avervi ritrovato l’oro. Che cosa voleva dire? Egli, leggendo tra le righe di queste due opere, era stato rimandato ad altri autori, riuscendo in tal modo ad intessere una sottilissima rete di rapporti, per cui la cultura di Dante si era allargata enormemente tanto da fargli sentire il bisogno di avvicinarsi ai luoghi più celebrati del sapere. Quelli che hanno studiato i centri medievali della cultura del trecento hanno concluso che a Firenze non vi era un’università, ma tenevano campo i religiosi. Quindi la cultura, la filosofia, la teologia erano insegnati in ambienti ecclesiali, soprattutto a Santa Maria Novella, sede dei domenicani, a Santa Croce, dimora dei francescani, e in Santo Spirito, dove insegnavano gli agostiniani. Siccome alle lezione di questi autorevolissimi chierici erano ammessi anche i laici, Dante decise di frequentare, come leggiamo nel suo trattato, le scuole dei filosofanti e dei religiosi per avvicinarsi all’autentico sapere, non più da solo ma raccogliendo dalla viva voce di esperti filosofi e teologi alcuni dei più importanti contenuti filosofici e scientifici.
Così nell’arco di poco tempo, in soli due anni e mezzo, gli riuscì di comporre una cultura che altri edificavano normalmente in dieci anni. Quali erano i testi che egli lesse? Innanzitutto quelli di grammatica di Donato e di Prisciano, poi “i principi” di Gilberto Porrettano, ma soprattutto le opere di Aristotele, la Fisica, la Metafisica, l’Etica a Nicomaco e la Dialettica. Perché fu necessario per lui partire dalla grammatica? Per avvicinarsi al mondo del sapere, che era scritto generalmente in latino, era indispensabile posseder le strutture di questa lingua. Dante, che dice di conoscere labilmente  al tempo della Vita Nova  il latino e di saperlo tradurre se mai ad intuito, ma per leggere i filosofi e gli autori più profondi ha bisogno di avere una comprensione più completa della lingua latina che solo un attento studio grammaticale gli può trasmettere. Queste notizie, che ci vengono da lui comunicate direttamente, sono per noi molto importanti in quanto ci fanno sapere come Dante sia prima entrato nel mondo del sapere, e come poi si sia particolarmente appassionato  alla filosofia.
A questo punto è importante conoscere in che rapporto stanno Vita Nova e Convivio? Sicuramente l’opera successiva costituisce un superamento della prima dal punto di vista degli interessi, degli orizzonti culturali più ampi che ad un certo momento della sua vita Dante si trovò a sperimentare. Ciononostante, quando il poeta compone il Convivio non intende certamente squalificare la sua opera giovanile, tanto che nelle prime pagine del trattato dice testualmente “ di voler giovare con questa a quella”, cioè di volerla anzi utilizzare per spiegare alcune cose che secondo lui non erano state chiarite nella Vita Nova,semplicemente esplicando  alcune affermazioni che si trovavano nell’operetta giovanile in forma allegorica. Pensiamo subito ad una cosa sola: la cosiddetta donna gentile, che non è ben definita nella prima, viene spiegata nel Convivio come la personificazione della filosofia. Questo ci aiuta a capire che cosa era avvenuto nella vita di Dante: dopo la morte di Beatrice il poeta, per consolarsi della sua dipartita, aveva trovato conforto negli studi filosofici per superare il momento del dolore.

4. Al di là dei motivi autobiografici, esistono anche altre ragioni oggettive che spiegano la  stesura del Convivio. Lo capiamo aprendo il primo libro di introduzione dell’opera, dove viene chiarito che cosa si vuole realizzare con la sua composizione. Il trattato è  innanzitutto una specie di enciclopedia di tipo platonico, come ve ne erano tante nel Medioevo, e come si ricava anche dal titolo. Dante vuole in effetti col Convivio imbandire un banchetto, organizzare un simposio per spezzare all’esterno il pane del sapere, che è costituito dalle canzoni, come egli dice, “materiate d’amore e di virtù che il pane del commento farà parventi, come la luce  fa vividi i colori, quando posandosi sulle cose ne rende più evidenti e chiare le figure. Pertanto, il trattato vuole essere nelle intenzioni del suo autore non una semplice enciclopedia, nella quale sia depositato un sapere qualsiasi senza vita, ma un complesso di motivi e temi culturali vivi e fecondi che l’autore intende trasmettere agli altri. Quali sono i destinatari dell’opera? Dante dice espressamente di voler rivolgere l’opera sua a coloro i quali non hanno avuto la possibilità di accostarsi al mondo del sapere, e in questa categoria ne riconosce diversi: quelli che non hanno potuto conoscere a causa dei loro difetti fisici, come ad esempio i mutoli che non sono stati provvisti da madre natura dei necessari mezzi per apprendere, ma anche coloro i quali per una loro cattiva disposizione morale non hanno manifestato alcun interesse per il sapere, ma in particolare il poeta vuole fare innanzitutto  l’interesse di quelli che si sono dedicati alle cure civili e familiari. E li nomina particolarmente: sono uomini nobili, principi e cavalieri, i quali, presi dalle loro attività e dagli impegni politici, non si sono potuti accostare, pur avendone i mezzi, al banchetto del sapere; e tra loro anche le donne perché costrette dagli impegni familiari. Per queste categorie umane Dante intende imbandire un banchetto con l’intenzione di spezzare il pane delle sue conoscenze.
Al di sotto di questa lodevole intenzione di democratizzazione dei valori culturali si legge apertamente anche una serrata polemica di Dante contro gli intellettuali del suo tempo che, venuti in possesso del loro sapere non solo ne andavano superbi, ma anzi, ne ricavavano denaro mercificandolo. Al contrario egli dice di aver raccolto, semplicemente e da dilettante, le briciole della sapienza, ma diversamente dai dotti che erano fieri delle loro conoscenze, questo sapere raccattato, raccolto da irregolare egli non ha voluto tenerlo per sé ma ha fatto scattare in lui un diverso sentimento di tipo sociale e cristiano. Era la caritas, era l’amore per gli altri che induceva Dante a spezzare e diffondere il pane della conoscenza. Quanto detto dimostra che il primo trattato del Convivio è di fondamentale importanza in quanto  spiega sia le ragioni per cui egli ha affrontato il difficile impegno, l’ardua impresa dell’opera, ma anche e soprattutto perché il poeta ha preso la decisione di comporlo in volgare.


5.   Si trova qui depositata la più bella difesa della lingua materna. Le ragioni che Dante viene apportando per giustificare la sua scelta sono ancora oggi fascinose. Innanzitutto dice che il volgare è stato il congiungitore dei suoi genitori, facendo in modo di contribuire in qualche modo alla sua nascita, in quanto che essi proprio con l’uso d questa lingua hanno avuto la possibilità di intendersi e di conoscersi. Inoltre è’ stata proprio la lingua materna ad offrirgli la possibilità di conoscere il latino, la lingua dei dotti, il cui possesso è stato motivo perché egli stesso più innanzi andasse nel campo del sapere. A questo punto il poeta inserisce un’ulteriore tirata polemica contro gli uomini di cultura del suo tempo i quali, come nell’età di Cicerone non mancava chi disprezzasse il latino per accogliere totalmente il greco, analogamente gli intellettuali suoi contemporanei dispregiavano il volgare preferendo ad esso la lingua francese o altre lingue. Per questo egli li definisce adulteri in quanto non erano degni di tenere sulle loro labbra il volgare. Dopo aver introdotto il discorso sul volgare per accreditarlo è rispondente al vero quello che egli dice successivamente dove, preoccupandosi di confrontarlo col latino, lo distingue da quest’ultimo che viene giustamente da lui definito “lingua d’arte“, cioè uno strumento linguistico che non ci viene dalla natura ma si apprende solo a scuola con lo studio. Mentre il volgare viene da lui definito “lingua materna” cioè come quella che si apprende dalle labbra della madre o della nutrice.
Malgrado i titoli sicuri che il latino può accampare, Dante non è disposto a riconoscere la superiorità di esso sul volgare, ma si sforza di nobilitare quest’ultimo e di augurarsi per esso una fortuna, una sorte simile a quella che il latino aveva avuto per tanti secoli fino al suo tempo. Per questo il primo trattato si chiude con una splendida profezia del poeta, che è secondo noi il più bello augurio che la nostra lingua potesse ricevere: “Questo sarà quello pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me soperchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale sorgerà  là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade per lo usato sole che a loro non luce”. Che significa questa immagine? Il sole nuovo è il volgare, l’antico sole è il latino. Laddove la lingua latina stava per tramontare dopo secoli di splendore, al di sopra di essa, sulle sue ceneri si sarebbe edificata la gloria della lingua materna. Con questo augurio Dante dux vulgaris eloqui teneva a battesimo la nostra civiltà linguistico-letteraria.

6. Quale è il contenuto dei tre trattati che costituiscono l’ossatura dell’opera? Ogni libro si propone di esplicare una particolare canzone. Tre sono i testi lirici  sopravvissuti: nel primo libro Dante commenta la canzone Voi che intendendo il terzo ciel movete, ma prima di analizzare il tessuto e il contenuto di essa spiega come andrebbe letto un testo, pertanto in senso pregiudiziale egli parla dei quattro sensi della scrittura che secondo lui sono: a) quello letterale che è niente altro che “la fabula così come essa è scritta” senza altra aggiunta; b) quello allegorico, per la cui spiegazione fa l’esempio del poeta Orfeo che riusciva con i suoi versi a muovere le pietre e gli animali, indicando simbolicamente la virtù demiurgica della poesia di commuovere anche gli animi più induriti. Pertanto, l’allegoria è ciò che si cela al di sotto del velo rappresentato dalla favola che comunque va squarciato se si vogliono cogliere i rapporti profondi delle cose, cioè l’essenza che si trova sotto la forma, la quidditas, come la definisce San Tommaso; c) il significato morale che, secondo Dante, è in stretta relazione con i contenuti affidati all’arte poetica, per cui essa diventa comunicazione di importanti significati che riescono a modificare la vita interiore dell’uomo; d) anagogico, che appartiene ai valori teologici, alle verità escatologiche che si trovano collocate nei libri sacri, come ad esempio il concetto di Dio uno e trino e quello dell’immortalità dell’anima. Questi significati, insieme ad altre verità ultime sicuramente non si possono dimostrate, per cui il senso ultimo o anagogico è ciò che si riferisce ai valori sovrasensibili. Dopo aver illustrato i quattro sensi della scrittura Dante affronta espressamente il contenuto della canzone, parlando dei cieli secondo l’accezione tolemaica, quel sistema planetario che è fondamentale per capire la struttura della terza cantica. Tra le diverse costellazioni il poeta concentra la sua attenzione su una  particolare stella, quella di Venere, particolarmente propensa a diffondere l’amore presso gli uomini. Altro concetto importante che viene affrontato dall’autore nel libro in questione è la descrizione dell’organizzazione degli studi dei suoi tempi. Qui Dante ci mostra come l’uomo del Medioevo veniva avviato alla cultura seguendo il duplice percorso del trivio e del quadrivio: il primo livello prevedeva lo studio della grammatica, della dialettica e della retorica, al disopra del quale si edificava il  percorso del quadrivio che consisteva nell’apprendimento della aritmetica, della geometria, della musica e dell’astronomia. Fondamentale è il rapporto che qui si istituisce fra il sapere, le sette arti liberali con l’universo: ognuno di questi sette momenti e gradi del sapere si identifica infatti con una delle costellazioni presenti nel sistema dei cieli. Al culmine del quadrivio vi sono le discipline più importanti: la fisica, che si preoccupa di studiare il mondo naturale; la metafisica, che indaga ciò che vi è al di sopra delle cose del mondo; e al di sopra di tutte, ancora più in alto, la teologia. Secondo la mistica dei numeri, che viene da Dante condivisa, il numero sette diventa nove e si completa infine con l’ultimo, il dieci, il numero della perfezione che si identifica con Dio.

7.   Nel secondo il poeta commenta la canzone Amor che ne la mente mi ragiona,   dove affronta espressamente il tema dell’amore, ma secondo un diverso e particolare intendimento. Nel Convivio, che celebra il trionfo del razionalismo e della scienza, l’amore non può essere più quello che si prova per una donna, neanche quello sublimante della sua visione giovanile che era in grado di eliminare tutto ciò che è triviale nell’uomo, togliendolo dalla volgare schiera per avvicinarlo a Dio, come aveva sostenuto nella Vita Nova, ma si tratta di un amore di altra natura che occupa un posto speciale nella gradazione che si riferisce a questo sentimento. A tal proposito Dante riconosce differenti tipi di amore: c’è quello naturale che aiuta la conservazione della specie, in virtù del quale gli esseri si incontrano e si amano, perpetuando in tal modo la loro natura. Andando più in alto nella stessa struttura gerarchica si incontra il più alto grado dell’amore in terra, che è la passione del sapere.
Il significato dell’amore nel Convivio è questo: esso non serve più a qualificare la passione che si prova per una donna, ma è il legame dell’anima umana con la verità, il cui possesso si ottiene solo con lo studio della filosofia. Per dimostrare tale assunto Dante si rifà all’autorità di Aristotele, per questo il trattato si apre con una citazione del filosofo che sostanzialmente dice: “Gli uomini desiderano naturalmente di sapere”, quindi essi per natura sono portati a conoscere, siccome la scienza è l’ultima nostra perfezione nella quale è riposta l’estrema nostra felicità,  tutti noi siamo soggetti ad essa naturalmente. La struttura sillogistica del pensiero di Dante è chiara: per natura gli uomini desiderano di conoscere, attraverso la conoscenza arrivano al possesso della verità, nel traguardo ultimo della verità riposa la soluzione della felicità dell’uomo. Ma come è possibile arrivare a tanto? Per conseguire un tale risultato bisogna seguire la trafila della conoscenza, la disciplina che guida l’uomo al possesso della verità è la filosofia, quando l’anima umana è interamente innamorata del sapere, e da quest’ultimo allo stesso modo intensamente riamata. Nel Convivio, come si vede, l’amore non è più quello della Vita Nova, inteso in origine come passione che poi si sublimizza, ma che comunque trova  come oggetto pur sempre una donna, ma è la passione che spinge l’uomo alla conoscenza.
Nell’ultimo libro Dante commenta la canzone Le dolci rime d’amore ch’i’ solia,  che fornisce al poeta l’opportunità di intessere un ragionamento sul concetto e le attribuzioni della monarchia universale. Qui, prendendo spunto da un’affermazione di Federico II che insisteva sui valori tradizionali, in particolare sul concetto della vera nobiltà dell’uomo, l’autore ne dà una soluzione di tipo stilnovista. La nobiltà, secondo Dante, non è quella sostenuta dal “terzo vento di Soave”, appellandosi ad Aristotele, che presupponeva la trasmissione per via diretta di valori importanti da un uomo all’altro, ma la “verace nobiltà” è possesso interamente individuale che non ha che fare né con la ricchezza, né col blasone, né col sangue ma appartiene  esclusivamente alla sfera dello spirito. Quindi la soluzione che Dante ne dà richiama da vicino le conclusioni che il Guinizelli aveva consegnato alla canzone manifesto della scuola stilnovistica cui il poeta scienziato ancora guarda con una certa nostalgia, malgrado la più ampia apertura intellettuale che gli deriva dai profondi e maturi studi filosofici di recente intrapresi. Un’ulteriore importanza di questo libro conclusivo del Convivio sta nel fatto che qui vi si anticipa indirettamente il tema politico con l’inserimento di un discorso intorno all’autorità imperiale, alla figura dell’imperatore e alla specie politica del governo universale, argomenti che egli tratterà espressamente nel trattato De Monarchia.

8.  Si dirà in conclusione che Il Convivio, per quanto sia stato interrotto, occupa comunque un posto importante nella vicenda umana ed intellettuale di Dante. Il fatto che sia giunto a noi mutilo costituisce certamente un motivo di dispiacere che ci fa rimpiangere la perdita della parte più cospicua dell’opera. Questa circostanza ci induce a riflettere sulle ragioni che hanno indotto Dante a troncare ad un certo punto una trattazione ormai ben avviata e motivata. Occorre dire innanzitutto che  ,come il suo progetto iniziale, anche l’interruzione dell’opera trova una soluzione se ci rifacciamo all’esperienza umana, culturale e artistica di Dante. Solo partendo da una tale premessa saremo in grado di giustificare con una spiegazione plausibile l’abbandono in corso d’opera di un trattato così importante.
Dante ha interrotto il Convivio probabilmente perché era impegnato nella stesura di un’opera più grande, egli era interamente preso e assorbito dalla composizione del suo poema maggiore, per cui il nostro disappunto per la perdita del resto del trattato si riduce al minimo considerando che nella Commedia stessa confluisce la lezione fondamentale del Convivio: in particolare il tema della sapienza, il motivo centrale della conoscenza, il valore del sapere filosofico quale possesso della verità che alla fine si identifica con Dio, sono una componente essenziale anche della Divina Commedia. Tutto sommato nel poema maggiore si risolve positivamente anche il disegno del Convivio. Pertanto, malgrado esso sia rimasto interrotto, la parte migliore del trattato confluisce nella Commedia che, tra i suoi motivi più importanti assorbe  l’idea che anche il più grande e profondo sapere intellettuale a nulla serve se non è anelito alla conoscenza del divino. Ma accanto a questo anche il problema della lingua, avviato nel primo trattato di introduzione ed affrontato espressamente nel De vulgari eloquentia, trova la sua soluzione nella trama linguistica dell’opera maggiore. Qui non solo gli argomenti, i concetti contenutistici dei due trattati si ritrovano risolti, sciolti e stemperati nel tessuto della Commedia l’opera eccezionale cui han posto mano cielo e terra, ma anche l’idea stessa di una lingua che sia in grado di esprimere sia i valori minimi e quotidiani dell’umano sia i più alti contenuti e significati spirituali.