Esistenzialismo leopardiano

di Marino Faggella

Lunedì 9 Marzo 2009 "uscita n. 4"

Non è certo agevole ricostruire l’intero iter della speculazione leopardiana, anzi è particolarmente difficile tracciare o seguire un percorso lineare evolutivo; giacché se ci limitiamo alla sola analisi dello Zibaldone se ne trae l’impressione che il pensiero del recanatese non solo non procede per via rettilinea, ma talvolta s’ingorga o addirittura, correggendosi spesso, ritorna a considerazioni precedenti, sicché in quella numerosa congerie di dati apparentemente discordi non sempre è possibile trovare un comune fondo sistematico. Non dobbiamo, inoltre, dimenticare che non solo ci troviamo di fronte ad un pensiero che è estremamente flessibile e poco propenso a farsi schematizzare, ma che il compilatore di quegli appunti fu prima di tutto un poeta, e non un poeta qualsiasi, non fosse altro perché ad un certo momento della sua storia pensò originalmente di fare dell’arte la forma privilegiata e più adatta ad esprimere il suo pensiero.

    Quest’ultima soluzione, cioè quella di un’arte carica di speculazione, ha costituito in passato il problema più grave degli interpreti, non sempre disposti a determinare il giusto peso e il reciproco valore della poesia e della filosofia ai fini di un favorevole giudizio complessivo sull’arte del recanatese. La prima questione da affrontare, ove si consideri il sistema leopardiano e l'intero complesso delle sue idee è questo: Leopardi fu filosofo o no? Le sue riflessioni hanno importanza autonoma dal punto di vista speculativo o il loro significato si pone solo come costitutivo della poesia? I critici, dall'Ottocento fino al Croce, hanno espresso giudizi riduttivi a proposito dell'intera filosofia del Leopardi. Anche Giovanni Gentile[1] del quale pure ci restano conclusioni importanti sulle Operette morali, accusando il Nostro di velleità filosofica ebbe a dire:<<passione vera per la speculazione il Leopardi non ne ebbe mai>>, e fu disposto a riconoscergli, non diversamente da tutti i letterati del suo tempo, tutt'al più “una vernice di cultura filosofica” che lo induceva, come egli sostiene:« a prendere di qua e di là proposizioni assai contestabili, e accettarle come verità>>. A tutta prima sembrerebbe difficile accordare tali affermazioni di Gentile, contrario a riconoscere qualsiasi validità alla filosofia leopardiana, con le affermazioni dello stesso autore dei Canti che più di una volta nei suoi appunti ha parlato di un suo sistema, nel quale in effetti,come sostiene Leporini:« è possibile riscontrare una certa <<coerenza, o per lo meno una correlazione sistematica, fra gli atteggiamenti fondamentali del suo pensiero[2]». 

    Le conclusioni filosofiche fondamentali di Leopardi , giunto al culmine della fase storica , si riscontrano proprio e innanzitutto nelle Operette Morali, l’opera che svolge una funzione cardine nell’evoluzione complessiva dell’arte leopardiana, non perché in esse il più maturo sistema di pensiero dell’autore risulti modificato, ma al contrario, in quanto esso è definitivamente decantato e confermato, pur in una impegnativa fase estetica dove la filosofia è chiamata alla prova dell’arte, per essere poi definitivamente impiegata ,a partire dal ’28, nella grande lirica dell’autore. Prima di giungere a questo fondamentale approdo la riflessione dell’autore dei Canti, corrispondente alla composizione delle Operette , dopo aver ruotato intorno al concetto di natura , si potrebbe riassumere, con le parole del Binni, in una ricerca che sfocia al termine alla seguente conclusione:<< Leopardi a un certo punto s’accorge che la natura non dà la vita (vitalità), ma solo l’esistenza, che le contraddizioni materiali e teoretiche insite nella nozione di natura lo conducono inevitabilmente a capovolgere la vecchia antitesi natura (vitalità, generose illusioni, eroismo, integralità umana ecc.) e ragione (aridità, egoismo, astrattezza, snaturamento e infelicità) in una nuova e crescente antitesi fra natura e uomo. Il “vitalismo”  iniziale si dissolve, la natura è ostile alla vita e dà all’uomo solo l’esistenza con la sua noia e il suo “nulla” [3] >>.

     Il 29 novembre 1823 Leopardi annotava il seguente pensiero:<< La natura non è vita, ma esistenza e a questa tende, non a quella[4]>>, ove è possibile cogliere in nuce i precedenti della filosofia esistenzialista, secondo la quale l’uomo non vive, ma è gettato nella vita e la svolge senza possibilità di intesa: è la Geworfenheit, la deiezione nell’esserci di Heidegger. C’è un passo dello Zibaldone, quello del giardino-cimitero, che merita di essere riportato qui quasi per intero in quanto riassume, come un poemetto in prosa, l’intera visione cosmica leopardiana, dominata da un senso di sgomento del male e dell’universale infelicità:<< Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente, ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto, ma tutti gli esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi. Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in stato di souffrance, qual individuo più qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di quei teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco o nelle radici; quest’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e incombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in stato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal proprio peso; là un zefiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di  tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare di questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio…[5]) >>. E’ la vita che nasconde la morte, anzi è la morte che si sconta vivendo in quanto essa è nella vita stessa. Quanta distanza fra questi precorrimenti esistenzialisti e il monismo naturalistico del precedente sistema storico ove la natura era concepita quale pienezza, autenticità di vita, felicità nel complesso armonioso dell’universo, condensato in tal modo da Leopardi in un pensiero del ’23:<< La natura è vita. Ella è esistenza. Ella stessa ama la vita, e procura in tutti i modi la vita, e tende in ogni operazione alla vita. Perciocché ella esiste e vive. Se la natura fosse morte, ella non sarebbe. Essere e morte, son termini contraddittori. S’ella tendesse in alcun modo alla morte, se in alcun modo la procurasse, ella tenderebbe e procurerebbe contro se stessa[6]>> .

     Nella stessa pagina dello Zibaldone ricordata, che riporta la descrizione di quel giardino di sofferenza, di quel giardino-ospedale che è la vita (<<..in verità questa vita è triste e infelice, ogni giardino e quasi un vasto ospitale>>) Leopardi delineava una nuova specie di monismo, se non proprio di “teismo nero” che, affidando il mondo esclusivamente a un fine e ad un principio di natura infernale, riduceva l’universo ad un’unica e terribile radice satanica:<<Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male[7]>>. A tale principio, che in un successivo abbozzo di inno era identificato con la natura, ad Arimane, Principe du mal chez les Perses (così lo definisce Voltaire  nel suo poema sulla distruzione  di Lisbona) nel quale la natura stessa divinità ostile all’uomo, rivelando la sua vera indole si è incarnata, al “Dio del male” Leopardi chiedeva risolutamente quello che da sempre è ritenuto da tutti il più terribile dei mali :

                     

               

                                       Re delle cose, autor del mondo, arcana

                                       Malvagità, sommo potere e somma

                                       Intelligenza, eterno

                                       Dator de’ mali e reggitor del moto …

 

 

Vivi, Arimane e trionfi, e sempre trionferai …

Se mai grazia fu chiesta ad Arimane ec. concedimi che io non passi il 7° lustro. Io sono stato vivendo, il tuo maggior predicatore ec .l’apostolo della tua religione. Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo dei mali, la morte (non ti chiedo ricchezze ec. non amore, sola causa degna di vivere ec.) Non posso, non posso più della vita[8]>>.

A questo punto, come sostiene Leporini:<< è in sostanza il classico problema del male che gli si presenta ormai in tutta la sua crudezza e nudità..[9]>>, tanto nella vita dell’uomo quanto in quella universale, fino ad indurlo a scindere i due termini di vita ed esistenza, a romperne l’unità  e il loro contraddittorio rapporto, divenuto ormai non più sostenibile.

 

     Da qualche tempo proprio l'idea leopardiana di una poesia che pensa è tornata all'attenzione della critica, producendo un interessante dibattito che ha visto impegnati nella riconsiderazione del “caso Leopardi” studiosi della letteratura ed interpreti filosofi. I risultati dei loro studi, in particolare quelli dei primi, pur apportando a qualche ulteriore approfondimento di lettura, non hanno aggiunto molto alle conoscenze che già si avevano sulla poesia dell'autore dei Canti. Più interessanti e nuove le argomentazioni degli studiosi di filosofia, segnatamente quella del Severino, che, pur ispirandosi agli ultimi saggi riveduti e corretti del Luporini, è venuto ad apportare più di una novità nella conoscenza della speculazione del recanatese. Il Severino, che è stato accusato di aver fornito un'interpretazione fuorviante di Leopardi - in particolare di essersi servito di Leopardi per darci un'interpretazione del suo pensiero - ha il merito, secondo noi, di aver approfondito anche alla luce della filosofia contemporanea, alcuni fondamentali aspetti del pensiero leopardiano, soprattutto considerando i suoi legami con l'antica filosofia greca e incentrando l'attenzione sul problema del nulla. Severino fa anzi di Leopardi il primo profeta del nulla, ritenendolo:« uno dei più grandi pensatori dell'Occidente[10]>> per aver aperto la strada che sarebbe stata poi percorsa dai filosofi contemporanei, in particolare da Nietzsche, il filosofo-poeta del nichilismo, con il quale l'autore dei Canti ebbe in comune il possesso dell'ultima, tragica e dolorosa verità: l'annientamento della vita e delle cose, ma anche la fede nell'arte e nella poesia << l'ultimo rimedio dopo il fallimento di tutti i rimedi[11]>>, l'estrema illusione capace di superare l'orrore del nulla:<< la verità è brutta: abbiamo l'arte per non morire a causa delle verità della ragione (Nietzsche)[12]>>. La linea Leopardi-Nietzsche sarebbe garantita, secondo il critico-filosofo, dal fatto che il poeta, sgombrando il terreno al filosofo tedesco e scorgendo <<il senso del proprio movimento storico[13]>>, ha intuito per primo <<il futuro essenziale dell'Occidente: l'approssimarsi del paradosso della civiltà della tecnica e l'inevitabilità del suo fallimento [14]>>.

     Dobbiamo riconoscere che questa del Severino è un'intuizione e una proposta interessante, in quanto nelle affermazioni, particolarmente quella contenuta negli ultimi scritti dalla Palinodia alla Ginestra, è possibile riscontrare considerazioni che in qualche modo precorrono o anticipano la cultura filosofica contemporanea. Pensiamo non tanto a Shopenhauer, (con cui Leopardi pure condivide il principio che l'arte libera la realtà dal principio della ragione che da sola non è in grado di raggiungere la verità e dal quale comunque si distingue per una posizione di netta ed aristocratica avversione nei riguardi della moderna civiltà tecnologica che non ha nulla in comune con l'apologia indiretta del capitalismo propria del filosofo tedesco appartenente per estrazione sociale a quella borghesia che l'aveva prodotto) quanto piuttosto ad Heidegger che, proprio nel tempo in cui la scienza e la tecnica si accingevano a raggiungere enormi risultati, in polemica con l'ottimismo progressista ridimensionò l'orgoglio per i prodigi e i sogni della moderna tecnica. Quest’ultimo, infatti, nell'esasperazione della lotta per il dominio della terra, indicò lo squallore del deserto, la cenere del mondo, il nulla, vedendo il problema dell'uomo come essere limitato dalla morte e sottoposto all’inesorabile distruzione del tempo; per cui, ricomponendo insieme politica e arte, trovò, se non proprio la salvezza, almeno le sue risposte non tanto nei sistemi razionalistici quanto negli aforismi dei filosofi e nei versi dei poeti.

 

     Il  problema del tempo richiede a questo punto una serie di considerazioni essenziali che, prendendo spunto da Heidegger, servono a sottolineare la consonanza della visione leopardiana con le idee dei filosofi contemporanei. L’interesse di Heidegger per il tempo nasce dal principio che l’eternità non appartiene all’uomo ma, in quanto attributo del divino che si manifesta esclusivamente attraverso la rivelazione della fede, essa, è una  verità sciolta dall’uomo e al di fuori dell’ uomo. Ciò che appartiene all’uomo è solo il tempo, l’elemento trascendentale che, spiegandolo e misurandolo, rivela l’essere. Ma, avendo esso solo il carattere della durata, finisce con l’identificarsi con la morte. A questo punto Heidegger, incontrandosi con Nietzsche, scopre il nulla. Heidegger ha in comune col filosofo tedesco non solo le premesse ma anche la seguente conclusione che coincide con l’esito più maturo del pensiero occidentale: occorre partire dalla metafisica per superare e uccidere la metafisica.  Il nesso fra il tempo è il nulla non appartiene solo alla filosofia contemporanea, ma è prima di tutto una conquista del pensiero antico. Gia Agostino aveva appuntato la sua meditazione sul tempo, misurabile prima di tutto all’interno della coscienza del soggetto, e sul nulla che, una volta scoperto, egli, evitando di interrogarsi drammaticamente sulla sua natura e superandolo, aveva identificato con l’Eterno. Heidegger, invece, coincidendo col pensiero di Nietzsche, si pone drammaticamente il seguente interrogativo: perché tutto ciò che esiste è destinato a morire, a precipitare nel nulla, a identificarsi con esso?

      Prima di Heidegger Leopardi, meditando sulla natura dell’essere, era giunto ad analoghe conclusioni. Egli, pensando alla vita dell’uomo destinata alla morte e gettata nell’esserci, aveva concluso che nessuna possibilità è concessa all’uomo per esserci, per dare un senso alla vita se non, misurandolo, divenire in qualche modo padrone del tempo. L’autore dei Canti ha in comune con Heidegger  non solo l’idea che l’uomo non è altro che tempo che tende a ralizzarsi come futuro,  ma anche la drammatica conclusione che egli non è in grado di fondare nulla per il futuro in quanto non è altro che un nulla. Nel Dialogo di Federico Ruysch  e delle sue mummie Leopardi drammaticamente conclude che anche le credenze religiose non sono altro che meditazioni sulla morte, l’unica certezza per l’uomo. In questo Leopardi “profeta del nulla”, coincide perfettamente con le vedute dei filosofi contemporanei: La verità come non si trova in alcuna religione, così non appartiene neppure alla filosofia, ma è esclusivo appannaggio dell’arte. Bene chiarisce Natoli a questo proposito:« Il “nulla” poeticamente nominato è in certo senso dominato. Vale a dire: non si avrebbe percezione del nulla nella sua purezza se non vi fosse un luogo della sua evocazione. Nominare il nulla è un modo per esorcizzarlo[15] ».  

    Al poeta-filosofo che è giunto ad avere sicura consapevolezza della morte rimane l’unica consolazione che solo nella poesia c’è la verità in quanto il nulla può essere vinto esclusivamente dalla parola poetica. Caduta la speranza del divino, perduta la fiducia nella ragione non c’è modo per sottrarsi a questo nulla, a un totale annichilimento dell’essere se non con l’affidarsi all’arte: solo la poesia salva dal niente. Alla fine della storia, al termine della vita c’è la morte, la distruzione, l’annientamento di questo nostro mondo violento, crudele e senza senso; ma al di sopra di questo tragico assoluto del nulla rimane l’arte, sopravvive la poesia per non morire del tutto. Per questo il pensiero di Leopardi che è capace di attingere tale verità ha bisogno anche del falso dell’arte.  Questo è anche  il punto in cui egli s’incontra con Heidegger e Nietzsche, i più grandi profeti del nulla.  

 

 


 

[1]  G: GENTILE, Poesia e filosofia di G. L., Firenze 1939. pp. 72 sgg.

[2] C. LUPORINI, Leopardi progressivo, Roma 1993, p. 3.

[3]  W . BINNI , La protesta leopardiana , Sansoni , Firenze, 1977, pp.88-89.

[4]  G .  LEOPARDI, Zibaldone, II , cit., p.774.

[5]  G . LEOPARDI , Zibaldone , II , cit., p. 1005.

[6]  G . L . , Zibaldone , II , cit., p.674.

[7]  G . L . , Zibaldone , II , cit., p.1004.

[8]  G . LEOPARDI , Ad Arimane , Canti , in op cit., p.434.

[9]  C . LUPORINI , cit., p.75.

[10] E. SEVERINO, Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, Milano 1990, p. 19.

[11]  E. SEVERINO, ibidem.

[12]  F. NIETZSCHE, Opere, Adelphi, VIII, 3, p. 289.

[13]  E. SEVERINO, cit. p.20.

[14]  E. SEVERINO, cit. p.19.

[15] S.Natoli, Dialogo su Leopardi (di S.Natoli e A.Prete), Milano 1998, p.54.