Letteratura

Sez. Letteratura - italianistica
Giovedì 30 Giugno 2016  “ uscita n. 17”

 

Gli altri ‘don Abbondio’ dei Promessi sposi
di Pier Angelo Perotti

                 sposi
                         Sordi nei panni del celebre personaggio manzoniano

  Premessa. Alcuni anni fa scrissi in un articolo che «don Abbondio è fondamentalmente una vittima. È vittima della propria indole [...], ma lo è anche dell’autore del romanzo che ne ha plasmato il carattere». Ora mi sento di aggiungere qualche ulteriore osservazione sull’argomento, o piuttosto su aspetti in certo modo affini. Il curato manzoniano è una sorta di condensato di alcuni tra i peggiori difetti di un uomo, e a maggior ragione di un sacerdote, che dovrebbe salvaguardare la «dignità del sacro ministero» (I, 25): è egoista, avaro [pure nel senso del lat. avarus “avido”] e sospettoso (ricordiamo il debito di Tonio e il pegno della collana della moglie Tecla, VIII, 142 ss., per cui cfr. anche VI, 114: a questo proposito merita pure menzione un dettaglio del suo atteggiamento; per non parlare del «pane a ufo» mangiato nel castello dell’innominato, XXX, 575), vile, ignavo, servile con i potenti e arrogante o falso con i deboli (basti citare il suo comportamento con Renzo, II, 34 ss.), ipocrita, quasi cinico (si pensi all’‘elogio funebre’ dedicato a Perpetua, XXXVIII, 734), ignorante, etc. Insomma, egli è una sorta di “capro espiatorio”, che dal senso ebraico letterale di ‘animale caricato dal sommo sacerdote di tutti i peccati del popolo e allontanato nel deserto’ (cfr. lev. 16, 5-10), ha assunto quello traslato di ‘persona cui sono attribuite tutte le colpe, anche quelle altrui’.
Se il carattere di don Abbondio presenta innumerevoli sfaccettature, quasi tutte negative, gli stessi difetti o comunque simili sono spalmati diffusamente su altri personaggi dei Promessi sposi, maggiori o minori, o anche semplici comparse, offrendo in tal modo un quadro esauriente e dettagliato dell’umanità, non limitato al solo Seicento. Nell’analisi di tali soggetti saranno esaminati segnatamente i meno appariscenti, dato che le figure principali o non proprio secondarie (per es. l’Azzecca-garbugli, il conte zio, donna Prassede, Egidio, Ferrer, etc.) sono oggetto di studi specifici o sono in qualche modo analizzati, talora approfonditamente, in vari commenti al romanzo.

1. 1. Incominciamo a parlare di egoismo, avidità e diffidenza. L’esemplare più appariscente di queste tre pecche amalgamate insieme è la madre, dalla «figura sconcia», della famigliola milanese che fa razzia di pane e farina (XI, 233-234):
Il ragazzotto teneva con tutt’e due le mani sul capo una paniera colma di pani; ma, per aver le gambe più corte de’ suoi genitori, rimaneva a poco a poco indietro, e, allungando poi il passo ogni tanto, per raggiungerli, la paniera perdeva l’equilibrio, e qualche pane cadeva.
“Buttane via ancor un altro, buono a niente che sei,” disse la madre, digrignando i denti verso il ragazzo.
“Io non li butto via; cascan da sé: com’ho a fare?” rispose quello.
“Ih! buon per te, che ho le mani impicciate,” riprese la donna, dimenando i pugni, come se desse una buona scossa al povero ragazzo; e, con quel movimento, fece volar via più farina, di quel che ci sarebbe voluto per farne i due pani lasciati cadere allora dal ragazzo. “Via, via,” disse l’uomo: “torneremo indietro a raccoglierli, o qualcheduno li raccoglierà. Si stenta da tanto tempo: ora che viene un po’ d’abbondanza, godiamola in santa pace”.
In tanto arrivava altra gente dalla porta; e uno di questi, accostatosi alla donna, le domandò: “dove si va a prendere il pane?”
“Più avanti,” rispose quella; e quando furon lontani dieci passi, soggiunse borbottando: “questi contadini birboni verranno a spazzar tutti i forni e tutti i magazzini, e non resterà più niente per noi”.
“Un po’ per uno, tormento che sei,” disse il marito: “abbondanza, abbondanza”.
L’avidità della donna è segnalata non solo dall’immagine della «sottana che la donna teneva per il lembo, con dentro farina quanta ce ne poteva stare, e un po’ di più; dimodoché, quasi a ogni passo, ne volava via una ventata» (233), ma più ancora dalla sua reprimenda al figlio, pur innocente della colpa di cui la madre lo accusa. Oltre alla cupidigia, essa manifesta una stoltezza che il Manzoni sottolinea con un sorriso di compatimento, osservando che «con quel movimento, fece volar via più farina, di quel che ci sarebbe voluto per farne i due pani lasciati cadere allora dal ragazzo». La sua stupida ingordigia prevale perfino sull’amore materno, che pare assente in questa donna, tanto che rimprovera il ragazzo anziché lodarlo per l’aiuto che sta offrendo alla famiglia, pur secondo le sue limitate capacità. Ma non basta: il suo avido egoismo si rivolge perfino contro i «contadini birboni», che giustamente vengono in città a cercare quella farina e quel pane evidentemente introvabili nelle campagne circostanti. Notiamo, per contrasto, la saggezza e la calma del marito, che tenta di placare la moglie con osservazioni di comune buonsenso: con questa contrapposizione tra i coniugi il Manzoni sembra manifestare una certa dose di maschilismo.

1. 2. Ovviamente più grave, anzi senz’altro criminale, è la cupidigia del Griso, che infatti ha un esito tragico, secondo il principio della nemesi, o del contrappasso provvidenziale (XXXIII, 631-632):
“Tienlo bene, fin che lo portiam via,” disse il compagno, andando verso uno scrigno. E in quella il Griso entrò, e si mise con lui a scassinar la serratura.
[...] Il Griso rimase a scegliere in fretta quel di più che potesse far per lui; fece di tutto un fagotto, e se n’andò. Aveva bensì avuto cura di non toccar mai i monatti, di non lasciarsi toccar da loro; ma, in quell’ultima furia del frugare, aveva poi presi, vicino al letto, i panni del padrone, e gli aveva scossi, senza pensare ad altro, per veder se ci fosse danaro. C’ebbe però a pensare il giorno dopo, che, mentre stava gozzovigliando in una bettola, gli vennero a un tratto de’ brividi, gli s’abbagliaron gli occhi, gli mancaron le forze, e cascò. Abbandonato da’ compagni, andò in mano de’ monatti, che, spogliatolo di quanto aveva indosso di buono, lo buttarono sur un carro; sul quale spirò, prima d’arrivare al lazzeretto, dov’era stato portato il suo padrone.
I crimini precedenti del personaggio sono per così dire ridimensionati da quest’ultimo. Non conosciamo quelli passati – ad eccezione del tentato rapimento di Lucia, peraltro fallito –, perché il Manzoni non li enumera, forse per consentire al lettore la possibilità di immaginare quali fossero i suoi altri delitti, per quanto sempre o perlopiù come mero esecutore. Il tradimento ai danni del suo padrone, che lo aveva mantenuto, protetto e beneficato, e che era mandante dei misfatti da lui commessi come capo dei suoi bravi, è giudicato dall’autore incommensurabilmente più grave, in quanto da lui perpetrato contro il suo benefattore: ecco perché la punizione è pressoché immediata, e corrispondente al crimine commesso.
Vile, attaccato al denaro e per di più classista è il mercante milanese che fa sosta nella locanda di Gorgonzola (XVI, 317-324), come risulta chiaramente dall’ampio dialogo con gli habitués dell’osteria.
Un po’ ‘don Abbondio’ è anche il pescatore che traghetta Renzo al di là dell’Adda, per la sua ‘neutralità’ tra malviventi e forze dell’ordine (XVII, 335):
[...] quell’uomo, pregato spesso d’un simile servizio da contrabbandieri e da banditi, era avvezzo a farlo; non tanto per amore del poco e incerto guadagno che gliene poteva venire, quanto per non farsi de’ nemici in quelle classi. Lo faceva, dico, ogni volta che potesse esser sicuro che non lo vedessero né gabellieri, né birri, né esploratori. Così, senza voler più bene ai primi che ai secondi, cercava di soddisfarli tutti, con quell’imparzialità, che è la dote ordinaria di chi è obbligato a trattar con cert’uni, e soggetto a render conto a cert’altri.
 
1. 3. L’ultimo soggetto che può essere accusato di avidità è la guardia daziaria che Renzo incontra entrando la seconda volta a Milano (XXXIV, 651):
Renzo si fermò, aspettando la fine: partito il convoglio, e non venendo nessuno a richiudere il cancello, gli parve tempo, e ci s’avviò in fretta; ma la guardia, con una manieraccia, gli gridò: “olà!” Renzo si fermò di nuovo su due piedi, e, datogli d’occhio, tirò fuori un mezzo ducatone, e glielo fece vedere. Colui, o che avesse già avuta la peste, o che la temesse meno di quel che amava i mezzi ducatoni, accennò a Renzo che glielo buttasse; e vistoselo volar subito a’ piedi, susurrò: “va innanzi presto”.
La cupidigia del gabelliere lo spinge a lasciarsi corrompere dal giovane, cui avrebbe invece dovuto impedire l’ingresso nella città in balìa della peste; ma la sua è una colpa veniale, mentre è molto più grave quella degli amministratori di Milano, che, come si dice, “chiudono la stalla dopo che i buoi sono scappati”, ossia tentano di interdire l’accesso in città a chi potrebbe portarvi il contagio, quando – come rileva acutamente l’autore – «Milano si trovava ormai in tale stato, da non veder cosa giovasse guardarlo, e da cosa; e chiunque ci venisse, poteva parer piuttosto noncurante della propria salute, che pericoloso a quella de’ cittadini» (650), dopo aver poco prima ricordato che «Renzo aveva sentito, così all’ingrosso, che c’eran ordini severissimi di non lasciar entrar nessuno, senza bulletta di sanità» (649): l’evidente sarcasmo di questo passo è accentuato dal superlativo «severissimi», che in qualche modo riprende la citazione delle gride riguardanti i bravi, col relativo commento del Manzoni, in I, 13-16, capolavoro di puntuta ironia. È pur vero che il comportamento della guardia non provoca alcun danno alla città, dato che il contagio vi era già ampiamente diffuso, ma il gesto è significativo da un lato perché è comunque disonesto, ancorché il prezzo della corruzione sia irrisorio, dall’altro per l’atteggiamento di Renzo, che, per quanto «montanaro» (XI, 234, etc.) e non avvezzo alle cattive abitudini della città, intuisce quale sia «il viver del mondo» (I, 19) e, benché fondamentalmente onesto, vi si adegua, rendendosi complice di tale forma di corruzione, secondo il criterio per cui il fine giustifica i mezzi.

1. 4. Gli esempi di avidità qui presentati sono naturalmente graduati in rapporto alla rilevanza delle rispettive colpe. Non c’è dubbio che il caso più grave sia quello del Griso, segnatamente per il tradimento che ne consegue; e del resto il personaggio è uno dei più abietti dell’opera: il Manzoni non avrebbe potuto far concludere la sua miserabile esistenza se non con il gesto più infame che un essere umano possa compiere, il tradimento del benefattore, quale che sia la sua levatura morale. Gli altri due sono episodi isolati, e comunque non gravi, nonché privi di conseguenze e irrilevanti ai fini della concezione etica del Manzoni.

1. 5. Potrebbero rientrare nell’ambito dell’avidità anche l’ambizione e la vanagloria: si tratta di un’ingordigia di beni non materiali, e tuttavia non meno condannabile dell’altra, anzi più subdola, perché non strettamente commerciale.
Don Abbondio manifesta la sua piccola vanità in almeno un’occasione: durante l’ultimo colloquio con la mercantessa vedova, Renzo e Agnese, egli battibecca con quest’ultima circa l’appellativo da attribuire al cardinal Federigo, sostenendo, giustamente, che ora gli va dato dell’“eminenza”; poi pronostica, con una punta d’invidia mascherata dalla celia, che «“a poco a poco poi, si comincerà a dar dell’eminenza ai vescovi; poi lo vorranno gli abati, poi i proposti: perché gli uomini son fatti così; sempre voglion salire, sempre salire; poi i canonici…”» (XXXVIII, 733); e alla battuta della vedova «“Poi i curati”» (734), risponde: «“No no,” [...]: “i curati a tirar la carretta: non abbiate paura che gli avvezzin male, i curati: del reverendo, fino alla fin del mondo”». Non può sfuggire il solito – direi ‘normale’ per don Abbondio – vittimismo, ancorché, questa volta, in forma leggera, quasi scherzosa.
Ebbene, questo stesso difetto o colpa, o qualcosa di simile, è riconoscibile in altri personaggi, a cominciare dall’Azzecca-garbugli (III, 52): «“Avete fatto bene a venir da me”» e (56): «“ho cavato altri da peggio imbrogli…”»; poi il podestà, che durante il banchetto nel palazzotto di don Rodrigo vanta le sue aderenze politiche (V, 96): «“Io, in questo cantuccio, posso saperle le cose; perché il signor castellano spagnolo, che, per sua bontà, mi vuole un po’ di bene, e per esser figliuolo d’un creato del conte duca, è informato d’ogni cosa…”»); e ancora abbiamo il sarto di Chiuso (XXIV, 458 ss.; XXIX, 559 ss.), etc.; ma più di tutti il conte zio, per il quale basta ricordare quanto segue:
XVIII, 354: Il conte zio, togato, e uno degli anziani del consiglio, vi godeva un certo credito; ma nel farlo valere, e nel farlo rendere con gli altri, non c’era il suo compagno [...];
355: un viaggio a Madrid, con una missione alla corte; dove, che accoglienza gli fosse fatta, bisognava sentirlo raccontar da lui. Per non dir altro, il conte duca l’aveva trattato con una degnazione particolare, e ammesso alla sua confidenza [...];
360: “Scapestrati, scapestrati, che sempre ne fate una; e a me tocca di rattopparle: che… mi fareste dire uno sproposito, mi date più da pensare voi altri due, che”, e qui immaginatevi che soffio mise, “tutti questi benedetti affari di stato”;
e ancora:
XIX, 367: era proprio vero che gli dava noia d’avere i suoi anni. Non già che piangesse i passatempi, il brio, l’avvenenza della gioventù: frivolezze, sciocchezze, miserie! La cagion del suo dispiacere era ben più soda e importante: era che sperava un certo posto più alto, quando fosse vacato; e temeva di non arrivare a tempo. Ottenuto che l’avesse, si poteva esser certi che non si sarebbe più curato degli anni, non avrebbe desiderato altro, e sarebbe morto contento, come tutti quelli che desideran molto una cosa, assicurano di voler fare, quando siano arrivati a ottenerla;
etc.

2. 1. Passiamo agli esempi di viltà o ignavia, mescolata all’ipocrisia. Ma prima di esaminarli, voglio ricordare due casi, quello del padre provinciale (XIX, 362 ss.) e quello del prete che, interrogato dall’innominato su dove si trovasse il cardinale, risponde: «“Io son forestiero”» (XXII, 413), che non esaminerò, perché già analizzati in un mio precedente studio.
Il primo è l’oste del paese dei promessi sposi, che di fronte alla richiesta, da parte di Renzo, di informazioni circa i «forestieri» – ossia i bravi –, sostiene ipocritamente di non conoscerli (VII, 133), mentre quando la domanda speculare viene fatta dai bravi, li ragguaglia ampiamente, anche con particolari confidenziali non richiesti (134). È fin troppo evidente che tale condotta è conseguenza della paura sconfinata che ha dei bravi – mentre non teme Renzo, notoriamente pacifico e di animo buono –, e dunque, almeno in questa circostanza, egli è vile ma non ignavo, nel senso che non mantiene l’equidistanza propria di chi non prende posizione.
Viceversa aggiunge l’ignavia alla viltà l’oste della “luna piena”, timoroso dei potenti e dei prepotenti non meno del suo ‘collega’. È vero che egli, riconosciuto il bargello in incognito, tenta in tutti i modi di persuadere Renzo a declinare le proprie generalità, per evitare fastidi a sé e al proprio esercizio (XIV, 277-XV, 292), ma è altrettanto vero che, messo a letto l’ospite fastidioso, corre al palazzo di giustizia a denunciarlo (XV, 293 ss.). È naturale che egli cerchi di salvarsi anche a scapito dell’importuno «forestiero» – e non «avventore», come precisa –: si tratta del normale egoismo di chi vuole salvaguardare la propria vita e i propri beni, e dunque non si può censurarlo del tutto; è il ‘maledetto’ mestiere che lo costringe a comportarsi così. Peraltro l’insistenza nel ribadire la sua ‘neutralità’, che si potrebbe anche definire “ignavia”, emerge più di una volta durante il colloquio-interrogatorio con il notaio criminale al palazzo di giustizia (XV, 296): «“Cosa ho da provare io? io non c’entro: io fo l’oste”»; (297): «“Io devo attendere a’ miei interessi, che sono un pover’uomo”»; «“Lor signori hanno la forza: a lor signori tocca”»; «“Io? per carità! io non credo nulla: abbado a far l’oste”»; «“io non so nulla; appena appena ho la testa da attendere ai fatti miei”».
Anche il terzo oste, quello di Gorgonzola, è un personaggio ambiguo, o almeno poco disponibile, evidentemente egli pure vile e ignavo: vile perché, dopo aver dato alcune informazioni sommarie a Renzo (XVI, 316):
“Quanto c’è di qui all’Adda?” gli disse Renzo, mezzo tra’ denti, con un fare da addormentato, che gli abbiam visto qualche altra volta.
“All’Adda, per passare?” disse l’oste.
“Cioè… sì… all’Adda.”
“Volete passare dal ponte di Cassano, o sulla chiatta di Canonica?”
“Dove si sia… Domando così per curiosità.”
“Eh, volevo dire, perché quelli sono i luoghi dove passano i galantuomini, la gente che può dar conto di sé.”
“Va bene: e quanto c’è?”
“Fate conto che, tanto a un luogo, come all’altro, poco più, poco meno, ci sarà sei miglia.”
“Sei miglia! non credevo tanto,” disse Renzo,
natogli il sospetto che il forestiero sia un fuggiasco braccato dalla giustizia che intende espatriare clandestinamente, temendo di poter essere in futuro accusato di connivenza o complicità con un ricercato, alla successiva domanda di Renzo (317): «“E già,” riprese poi, con un’aria d’indifferenza, portata fino all’affettazione: “e già, chi avesse bisogno di prendere una scorciatoia, ci saranno altri luoghi da poter passare?”», si trincera dietro un’ulteriore risposta più che vaga: «“Ce n’è sicuro,” rispose l’oste, ficcandogli in viso due occhi pieni d’una curiosità maliziosa. Bastò questo per far morir tra’ denti al giovine l’altre domande che aveva preparate».
Se questi osti manifestano i difetti in questione, sono comunque in qualche modo giustificati, in quanto essi stessi vittime del sistema socio-politico dell’epoca. Le autorità, e in particolare le forze dell’ordine, non solo non li tutelano, ma anzi non di rado li perseguitano o li sottopongono a estorsione, considerandoli, spesso surrettiziamente, responsabili di ciò che accade nel rispettivo locale: emblematico è l’esempio dell’oste della “luna piena”, accusato dal notaio criminale di colpe che egli certamente non ha. Teme qualcosa di simile l’oste di Gorgonzola, che non si fida di fornire all’avventore informazioni che potrebbero in seguito provocargli l’accusa di favoreggiamento di un fuggiasco, magari criminale (l’oste non può saperlo). Invece l’oste del paese di Renzo ha, giustamente, timore dei bravi, prepotenti di cui evidentemente conosce la fama o dai quali aveva già subito minacce o soprusi, il che spiega il suo comportamento.
Ben diversa la condizione di don Abbondio, pauroso a prescindere dalla possibilità di farsi soccorrere da chi ne ha i mezzi, nella fattispecie il cardinale, suo superiore: ricordiamo il suggerimento di Perpetua (I, 29):
“Il mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro arcivescovo è un sant’uomo, e un uomo di polso, e che non ha paura di nessuno, e, quando può fare star a dovere un di questi prepotenti, per sostenere un curato, ci gongola; io direi, e dico che lei gli scrivesse una bella lettera, per informarlo come qualmente…”,
e il rimprovero dello stesso prelato (XXVI, 495):
“[...], non vi venne in mente che alla fine avevate un superiore? Il quale, come mai avrebbe quest’autorità di riprendervi d’aver mancato al vostro ufizio, se non avesse anche l’obbligo d’aiutarvi ad adempirlo? Perché non avete pensato a informare il vostro vescovo dell’impedimento che un’infame violenza metteva all’esercizio del vostro ministero?”
Ma il curato non ha neppure, paradossalmente, il ‘coraggio’ di chiedere aiuto a chi è in grado di fornirglielo, come ho già accennato: sembra quasi temere che, rivolgendosi al cardinale, gli sia addebitata qualche colpa. Alla paura che l’eventuale ausilio dell’arcivescovo arrivi in ritardo (cfr. I, 29 [a Perpetua]: «“Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! l’arcivescovo me la leverebbe?”»), si aggiunge il timore di qualche rimprovero da parte del suo superiore – come infatti accadrà – per non avere respinto immediatamente il ricatto dei bravi. La soluzione più facile o comoda gli era sembrata la dilazione del matrimonio di Renzo e Lucia, evitando per un verso l’attuazione delle minacce di don Rodrigo, per l’altro la richiesta di soccorso da parte del cardinale, che avrebbe comunque turbato la sua atarassia, per così dire ‘epicurea’.

2. 2. Non meno vile degli osti – per quanto in forma diversa – è il gran cancelliere Ferrer, che pure è tra i personaggi più potenti che compaiono nel romanzo. Può essere considerato il paradigma non solo del potere precario che si basa esclusivamente sulla forza, o meglio violenza, delle armi, ma pure delle persone arroganti coi deboli e remissive di fronte a chi è più forte di loro, di cui anche don Abbondio è un significativo rappresentante, considerato come si comporta con i bravi di don Rodrigo e con i due aspetti di Renzo: dapprima, convinto di poterlo gabbare tenendolo buono con pretesti fasulli, manifesta una certa sfrontatezza (II, 34 ss.), ma poi, di fronte alla reazione veemente del giovane, si trasforma in un vecchio implorante (39 ss.).
La doppiezza di Ferrer emerge in tutta la sua immoralità e spudoratezza nella sequenza in cui va a salvare dalla furia dei popolani il vicario di provvisione (XIII, 261 ss.). La sua impostura è evidenziata dal Manzoni sia attraverso la mimica facciale e i gesti delle mani, sia grazie alle parole: per quanto attiene alla prima, possono bastare i seguenti passi (261):
Il vecchio Ferrer presentava ora all’uno, ora all’altro sportello, un viso tutto umile, tutto ridente, tutto amoroso, un viso che aveva tenuto sempre in serbo per quando si trovasse alla presenza di don Filippo IV; ma fu costretto a spenderlo anche in quest’occasione. [...] S’aiutava dunque co’ gesti, ora mettendo la punta delle mani sulle labbra, a prendere un bacio che le mani, separandosi subito, distribuivano a destra e a sinistra in ringraziamento alla pubblica benevolenza; ora stendendole e movendole lentamente fuori d’uno sportello, per chiedere un po’ di luogo; ora abbassandole garbatamente, per chiedere un po’ di silenzio;
e poi (263)
Ferrer, in mezzo ai saluti che scialacquava al pubblico in massa, ne faceva certi particolari di ringraziamento, con un sorriso d’intelligenza, a quelli che vedeva adoprarsi per lui;
e ancora (266)
Ferrer, fermatosi quel momento sul predellino, diede un’occhiata in giro, salutò con un inchino la moltitudine, come da un pulpito, e messa la mano sinistra al petto, gridò: “pane e giustizia”; e franco, diritto, togato, scese in terra, tra l’acclamazioni che andavano alle stelle,
etc.
Anche il linguaggio manifesta la paura, dissimulata con una forma di piaggeria per ingraziarsi il favore della folla (261):
Quando n’aveva ottenuto un poco [di silenzio], i più vicini sentivano e ripetevano le sue parole: “pane, abbondanza: vengo a far giustizia: un po’ di luogo di grazia”,
e poi (262):
Sì; pane, pane,” rispondeva Ferrer: “abbondanza; lo prometto io,” e metteva la mano al petto.
“Un po’ di luogo,” aggiungeva subito: “vengo per condurlo in prigione, per dargli il giusto gastigo che si merita:” e soggiungeva sottovoce: “si es culpable”. Chinandosi poi innanzi verso il cocchiere, gli diceva in fretta: “adelante, Pedro, si puedes”,
e ancora (264):
“Sì, signori; pane, abbondanza. Lo condurrò io in prigione: sarà gastigato… si es culpable. Sì, sì, comanderò io: il pane a buon mercato. Asì es…così è, voglio dire: il re nostro signore non vuole che codesti fedelissimi vassalli patiscan la fame. Ox! ox! guardaos: non si facciano male, signori. Pedro, adelante con juicio. Abbondanza, abbondanza. Un po’ di luogo, per carità. Pane, pane. In prigione, in prigione”,
e infine (267):
“Sì, signori; pane e giustizia: in castello, in prigione, sotto la mia guardia. Grazie, grazie, grazie tante. No, no: non iscapperà! Por ablandarlos. È troppo giusto; s’esaminerà, si vedrà. Anch’io voglio bene a lor signori. Un gastigo severo. Esto lo digo por su bien. Una meta giusta, una meta onesta, e gastigo agli affamatori. Si tirin da parte, di grazia. Sì, sì; io sono un galantuomo, amico del popolo. Sarà gastigato: è vero, è un birbante, uno scellerato. Perdone, usted. La passerà male, la passerà male… si es culpable. Sì, sì, li faremo rigar diritto i fornai. Viva il re, e i buoni milanesi, suoi fedelissimi vassalli! Sta fresco, sta fresco. Animo; estàmos ya quasi fuera”, etc.
Non starò a insistere – dato che pressoché tutti i commentatori l’hanno rilevato, tanto è ovvio – sull’uso, del resto normale, dell’italiano nel rivolgersi al popolo, e dello spagnolo parlando al cocchiere e al vicario: comunque, anche questa, al di là dell’aspetto pratico, è una forma di ambiguità, nel senso che il primo è l’idioma della simulazione, la seconda la lingua della franchezza. A conferma di ciò, notiamo che, uscita la carrozza dall’assedio del popolino, il gran cancelliere usa perlopiù lo spagnolo («“Levantese, levantese; estàmos ya fuera”», «“que dirà de esto su excelencia”», «“Que dirà el conde duque”», «“Que dirà el rey nuestro señor”», «“Dios lo sabe”», «“Usted [...] por el servicio de su magestad”»: 268), intercalandolo però con l’italiano, verosimilmente perché la madrelingua del vicario – per quanto egli fosse necessariamente bilingue – era probabilmente l’italiano, anche se il Manzoni non lo precisa.
2. 3. Non c’è dubbio che il Griso, oltre a essere innegabilmente un avido traditore del suo benefattore (cfr. XXXIII, 631: supra, 2. 1), è anche vile. Basti ricordare come reagisce all’incarico del suo padrone, che intende spedirlo a Monza a cercare notizie di Lucia (XI, 226):
“Se potesse mandar qualchedun altro…”
“Come?”
“Signore illustrissimo, io son pronto a metterci la pelle per il mio padrone: è il mio dovere; ma so anche che lei non vuole arrischiar troppo la vita de’ suoi sudditi”.
“Ebbene?”
“Vossignoria illustrissima sa bene quelle poche taglie ch’io ho addosso: e… Qui son sotto la sua protezione; siamo una brigata; il signor podestà è amico di casa; i birri mi portan rispetto; e anch’io… è cosa che fa poco onore, ma per viver quieto… li tratto da amici. In Milano la livrea di vossignoria è conosciuta; ma in Monza… ci sono conosciuto io in vece. E sa vossignoria che, non fo per dire, chi mi potesse consegnare alla giustizia, o presentar la mia testa, farebbe un bel colpo? Cento scudi l’uno sull’altro, e la facoltà di liberar due banditi”,
e la reazione canzonatoria, anzi sarcastica, di don Rodrigo (ibid.):
“Che diavolo!” disse don Rodrigo: “tu mi riesci ora un can da pagliaio che ha cuore appena d’avventarsi alle gambe di chi passa sulla porta, guardandosi indietro se quei di casa lo spalleggiano, e non si sente d’allontanarsi!”
Così svergognato, il Griso ritira le obiezioni e, fidando sulla scorta accordatagli dal padrone, parte; ma la microsequenza – evidentemente inserita dal Manzoni proprio a tale scopo – è illuminante circa l’ardimento del bravo.

2. 4. L’ultimo esempio di viltà mescolata a ipocrisia è il notaio criminale che va ad arrestare Renzo. I birri, trovatisi in mezzo alla folla dei rivoltosi inferociti e pronti a rispondere fattivamente all’accorato appello del giovane, «sul principio comandano, poi chiedono, poi pregano i più vicini d’andarsene» [si noti l’anticlimax] (XV, 307). A sua volta il notaio tenta immediatamente di eclissarsi malgrado la cappa nera, simbolo del suo status. Ma proprio il suo abbigliamento lo mette alla mercé dei popolani, uno dei quali, riconosciutolo per quello che è, lo apostrofa con l’esclamazione «Uh corvaccio», cui fanno eco altri astanti. Soltanto a prezzo di urtoni e gomitate riesce finalmente a liberarsi dalla calca e a mettersi in salvo.
La paura che lo pervade è palese, come dimostra il suo aspetto psicofisico (cfr. «pallido e sbigottito»), ed è tale che si comporta da sciocco, cercando in ogni modo «di comparire un estraneo che, passando di lì a caso, si fosse trovato stretto nella calca, come una pagliucola nel ghiaccio», e fa lo gnorri componendo «la bocca al sorriso, con un suo fare sciocco». Eppure – come aveva osservato il Manzoni in un precedente inciso, fortemente ironico (305), che fa il paio con quello relativo all’«amicizia»  (XI, 225) – non si deve pensare «che il notaio fosse un furbo inesperto e novizio», ma che anzi «era un furbo matricolato»; tuttavia, proprio la paura (l’opposto del «sangue freddo» ricordato due volte nel giro poche righe) gli fa perdere quella sicurezza e quell’astuzia che aveva manifestato col povero Renzo, solo e non protetto dagli altri popolani.
Anche in questo caso alla viltà si mescolano, evidentemente, l’insolenza e l’arroganza nei confronti dei più deboli, nella fattispecie Renzo, che non può ribellarsi, a differenza dai milanesi che lo assediano, quasi minacciando di linciarlo.

3. L’ignoranza è un altro tratto che accomuna don Abbondio ad almeno due personaggi del romanzo che, forse non per caso, il Manzoni accosta in un unico episodio: il conte Attilio e il podestà. Il curato – benché appartenente a una classe sociale che deteneva quasi il monopolio della cultura, per quanto soprattutto religiosa – rivela un’imperdonabile impreparazione in un campo di specifica competenza della Chiesa, e soprattutto di quella dell’epoca, cioè la filosofia: di fronte alla citazione del filosofo greco Carneade, al quale, nel panegirico di San Carlo Borromeo, il santo è paragonato, don Abbondio si trova in difficoltà, conservando solo un lontano e confuso ricordo del sapiente greco (VIII, 139-140):
Carneade! Chi era costui? – ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. – Carneade! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui? –.
[...] un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo v’era paragonato, per l’amore allo studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perché Archimede ne ha fatte di così curiose, ha fatto dir tanto di sé, che, per saperne qualche cosa, non c’è bisogno d’un’erudizione molto vasta. Ma, dopo Archimede, l’oratore chiamava a paragone anche Carneade: e lì il lettore era rimasto arrenato.
A essere sinceri, ci si deve domandare quale medio cultore di filosofia – ad esclusione, dunque, degli studiosi che hanno approfondito particolari settori della disciplina – conosca, se non di nome, Carneade, e abbia una conoscenza profonda del suo pensiero. In realtà, credo che la maggior parte di chi si è occupato o si occupa in modo non specialistico di filosofia antica abbia conosciuto per la prima volta questo filosofo grazie alla citazione manzoniana – diventata un vero e proprio tòpos letterario –, e dunque il povero don Abbondio ha, almeno questa volta, qualche giustificazione.
Ben diverso è il caso dei due sunnominati comprimari. Il conte Attilio – che pure è tutt’altro che idiota, come dimostra nel colloquio col conte zio (XVIII, 355) – ha una cultura assai approssimativa (ad essere benevoli), associata però a un’arroganza abnorme, come emerge dal dialogo-scontro con l’altro ignorante, il podestà. Il primo confonde i «feciali», citati dal secondo, con gli «ufiziali degli antichi Romani» (V, 93), e, a seguire, esprime sul popolo padre del diritto un giudizio inammissibile, che prescinde da una pur minima cultura storica e giuridica: a suo avviso, i Romani erano «“gente che andava alla buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro”» (ibid.). Poco dopo, di fronte alla sfida del podestà «“Risponda un poco a questo sillogismo”», non trova di meglio che interromperlo con un «“Niente, niente, niente”» (ibid.), con cui mostra di ignorare che cosa sia un sillogismo; e ancora, deforma con una curiosa italianizzazione, frutto almeno di approssimazione, il nome Wallenstein in «“principe di Valdistano o di Vallistai, o come lo chiamano”» (96).
Il podestà si sente in diritto di correggere il suo interlocutore, ma incorre a sua volta in un errore simile, deformando spagnolescamente lo stesso nome: «“Il nome legittimo in lingua alemanna […] è Vagliensteino, come l’ho sentito proferir più volte dal nostro signor castellano spagnolo”» (ibid.); non solo, ma subito dopo altera il nome del duca di Nevers in «Nivers» (ibid.), e quello del cardinale di Richelieu in «Riciliù» (96 e 98).
Sono pagine dense d’ironia, basata sul contrasto tra due personaggi che esprimono una presunzione simile e un’analoga saccenteria, con il risultato complessivo della manifestazione di un’ignoranza che peraltro nessun altro dei convitati rileva, o perché condivisa da tutti, o per evitare di prendere posizione contro uno dei due contendenti.

4. Di altri difetti – o piuttosto delitti – illustrati nel romanzo non vi è, ovviamente, traccia nel comportamento del curato, né potrebbero esserci, per un rispetto minimo della sua condizione di ministro di Dio: mi riferisco agli episodi di violenza, vale a dire al furto, alla rapina, e così via elencando, che talora sfociano nell’omicidio
Don Abbondio è in qualche modo il condensato delle principali colpe attribuite a vari personaggi dei Promessi sposi, diffuse attraverso gran parte del romanzo. Sono messe in evidenza le debolezze umane, più o meno gravi, che dominano le vicende individuali e collettive di ogni epoca. Tutti questi comprimari o comparse fanno per così dire da contrappunto alle avventure dei protagonisti Renzo e Lucia, che compiono – pur in maniera diversa – un percorso verso la conclusione positiva della vicenda, privato ma anche pubblico, descritto nel romanzo. A un esame superficiale la storia potrebbe sembrare una qualsiasi serie di eventi romanzeschi con l’happy end, come in genere le commedie, antiche e più recenti. In realtà, si tratta di una situazione ben più pregnante, con il presupposto di un percorso particolare, che non consiste soltanto nel passaggio da una difficoltà iniziale a un esito felice, ma che svolge, attraverso una serie di vicissitudini, un percorso generale che si sviluppa parallelamente agli eventi storici dell’epoca descritta. Non è, beninteso, l’unico esempio letterario di peripezie che si concludono in modo favorevole, ché anzi si tratta di un tòpos assai diffuso nelle letterature in tutte le lingue e di ogni epoca. Ma in quanto opera ‘composita’, i Promessi sposi contengono, oltre agli excursus storici (cfr. n. 23), economici, sociologici e così via, almeno tre ‘drammi’ veri e propri: la crisi esistenziale di Lodovico/fra Cristoforo, il calvario di Gertrude, la conversione dell’innominato.
Comunque il capolavoro manzoniano si distingue nettamente dalle altre opere che hanno tali caratteristiche: volendo trovare un precedente, bisogna risalire addirittura – incredibile dictu – alla Divina Commedia. Può sembrare un bizzarro paradosso, ma a ben vedere il parallelo non è poi così strampalato.
Le vicissitudini di Renzo (e, per certi risvolti, di Lucia) corrispondono al viaggio di Dante nei tre regni dell’aldilà: la prima parte, fino alla fuga nel bergamasco (dal cap. I a metà del XVII), equivale all’Inferno; la seconda, fino al ritrovamento di Lucia nel lazzeretto (da metà del cap. XVII alla fine del XXXVI), al Purgatorio; gli ultimi capitoli (XXXVII-XXXVIII) al Paradiso. Come si vede, a differenza delle tre cantiche dantesche, aventi la stessa estensione di 33 canti (più quello introduttivo dell’Inferno, per ottenere il totale di 100), le prime due parti corrispondenti del romanzo, di estensione tra loro quasi equivalente, sono enormemente più ampie dell’ultima. Ma soprattutto, Dante separa nettamente i dannati dagli spiriti purganti e dai beati, dedicando spazi precisi a ciascuna categoria, e utilizza l’ultima cantica per presentare una serie di personaggi che meritarono il premio eterno e per completare l’esposizione della concezione teologica di scuola aristotelico-tomistica che egli aveva abbracciato, mentre il Manzoni alterna o mescola, nel corso di tutta l’opera, santi o galantuomini a malfattori, senza dedicare alle varie tipologie una parte specifica del romanzo.
Il viaggio di Renzo  inizia con l’‘inferno’ dell’impedimento del matrimonio e della persecuzione da parte di don Rodrigo, per proseguire con la fuga dal paese; continua con il ‘purgatorio’ dell’avventura milanese e della successiva fuga oltre confine, e inoltre dei pericoli che il giovane corre durante la ricerca di Lucia a Milano; si conclude con il ‘paradiso’ del ritrovamento della giovane e dello scioglimento dal voto, nel finale del cap. XXXVI, e che comprende pure gli eventi quotidiani, prosaici, dei due ultimi capitoli. A Virgilio come guida di Dante nell’inferno e nel purgatorio corrisponde nei Promessi sposi fra Cristoforo come consigliere di Renzo (nonché delle due donne), ma soltanto nell’‘inferno’, oltre che all’inizio del ‘purgatorio’ (con la lettera al padre Bonaventura del convento di Porta Orientale: cap. XI) e alla fine del medesimo, col già menzionato scioglimento di Lucia dal voto. E come nel paradiso terrestre dantesco avviene l’avvicendamento tra Virgilio e Beatrice, così nel lazzeretto si ha per così dire il ‘passaggio di consegne’ tra il frate e la promessa sposa – quasi novella Beatrice, ancorché certamente più terrena –, con la quale Renzo compirà il percorso esistenziale, sino alla morte e probabilmente alla ‘visione di Dio’, proprio come in Dante.
Per volare un po’ più basso, si potrebbe classificare il romanzo come la sovrapposizione di una ‘commedia umana’ – per dirla con Balzac – alla Divina Commedia: della prima presenta gli aspetti più ordinari della vita di ogni giorno, del ‘poema divino’ la concezione teologica e morale. Comunque, la rassegna dei disonesti, mascalzoni, profittatori del romanzo corrisponde in qualche modo, pur in scala ridotta di gravità e frequenza, ai peccatori del poema dantesco.
Il vissuto di Renzo si confonde con quello dei suoi simili e dei rappresentanti delle altre classi sociali, in un affresco certamente meno intenso di quello dantesco, ma non meno significativo, e naturalmente più realistico. Per sostenere che questa mia ricostruzione, basata sull’adozione del modello dantesco da parte del Manzoni, è assurda, o almeno stravagante, bisognerebbe dimostrare che egli non si ispirò in alcun modo al poeta principe della nostra letteratura, da lui indubbiamente ben conosciuto e apprezzato, che – come per qualsiasi autore non solo italiano, ma di ogni nazionalità – non poté non essergli, almeno indirettamente, maestro. È evidente che le due situazioni sono assai diverse, ma è difficile negare che il percorso manzoniano corrisponda per certi aspetti a quello dantesco.
Credo che nessun altro poeta o scrittore, italiano o straniero, abbia saputo rielaborare l’itinerario dantesco in modo così originale, tanto che è arduo rintracciare un’opera letteraria che presenti uno sviluppo analogo: mi riferisco ai vizi, alle colpe, ai crimini di un microcosmo, descritti in parte attraverso l’esperienza diretta del ‘novello Dante’ (vale a dire di Renzo), in parte per mezzo della rappresentazione degli eventi che fanno da corollario delle traversie private dei protagonisti. L’allusione stessa di fra Cristoforo – guida di Renzo nell’‘inferno’, ossia nei primi capitoli della parte iniziale della vicenda, ma che ricompare alla fine del ‘purgatorio’ del giovane – nel momento conclusivo dell’incontro tra i due è particolarmente pregnante in rapporto a quanto si è sin qui osservato: alla domanda, che è ovviamente un auspicio, di Renzo: «“Oh caro padre…! ci rivedremo? ci rivedremo?”», il frate risponde: «“Lassù, spero”» (XXXVI, 710). È un chiaro riferimento al paradiso, imminente per il buon padre, come apprenderemo poco dopo: «L’altra cosa è che Lucia, domandando del padre Cristoforo a tutti i cappuccini che poté vedere nel lazzeretto, sentì, con più dolore che maraviglia, ch’era morto di peste» (XXXVII, 724), che coincide col ‘paradiso’ del romanzo, cioè con l’happy end, costituito dai due ultimi capitoli, peraltro superflui o sovrabbondanti, come già ho rilevato altrove, e secondo l’opinione di più di uno studioso.

Don Abbondio: una vittima?, “Critica letteraria” 40, nr. 154, 2012, pp. 67-92, § 15, p. 90.

I passi dell’opera sono indicati col numero romano del capitolo e con quello arabo della pagina dell’editio princeps dei Promessi sposi, Milano, Guglielmini e Redaelli, 1840-1842 (numero arabo riportato in margine nell’edizione commentata da A. MOMIGLIANO, Firenze, Sansoni, 1964); quando è segnalato solo il riferimento alla pagina, s’intende il capitolo indicato in precedenza.

Questa colpa del curato, soprattutto in quanto ministro di Dio, contrasta gravemente con il precetto fondamentale dei Vangeli, che impone di amare il prossimo, e addirittura rasenta l’empietà: infatti egli, non amando gli altri uomini, ma solo se stesso, conseguentemente dimostra di non amare neppure Dio, loro creatore.

Mi riferisco a VIII, 143: «[...]; poi andò a un armadio, si levò una chiave di tasca, e, guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori, aprì una parte di sportello, riempì l’apertura con la persona, mise dentro la testa, per guardare, e un braccio, per prender la collana; la prese, e, chiuso l’armadio, la consegnò a Tonio».

Sull’episodio cfr. il mio art. Bimbi e ragazzi nei Promessi sposi, “Studi sul Settecento e l’Ottocento” 9, 2014, pp. 171-187, § 4.

Cfr. XXXIII, 629:
“Griso!” disse don Rodrigo, rizzandosi stentatamente a sedere: “tu sei sempre stato il mio fido”.
“Sì, signore”.
“T’ho sempre fatto del bene”.
“Per sua bontà”.
“Di te mi posso fidare…!”
“Diavolo!”
“Sto male, Griso”.
“Me n’ero accorto”.
“Se guarisco, ti farò del bene ancor più di quello che te n’ho fatto per il passato”.
Volendo essere fantasiosi, quel “Diavolo!” potrebbe suonare anfibologico: per don Rodrigo sarebbe una semplice esclamazione, per il bravo l’ellissi della formula “Come del diavolo!” o simili.

Non è difficile sospettare che il Manzoni condividesse con Dante il giudizio sui traditori, che non per caso collocò nel cerchio più basso dell’inferno.

Tale ironia è non solo in rebus, ma anche in verbis, grazie a un accorto uso di vocaboli o frasi particolari – tratti dalle gride o aggiunti nel commento –, come «intima», «le più stranamente ampie e indefinite facoltà», «dà fuori un’altra grida, ancor più vigorosa e notabile», «Sua Eccellenza è risoluta di voler essere obbedita da ognuno», «All’udir parole d’un tanto signore, così gagliarde e sicure, e accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre» (I, 14), «prescrive di nuovo gli stessi rimedi, accrescendo la dose, come s’usa nelle malattie ostinate», «essendo risoluta e determinata che questa sia l’ultima e perentoria monizione», «severissime comminazioni» [lo stesso superlativo del passo citato qui sopra, nel testo], «con fermo proponimento che con ogni rigore, e senza speranza di remissione», «pensò seriamente ad estirparlo», « perché la stampassero ad esterminio de’ bravi» (15), etc.

Per le altre occasioni in cui il curato manifesta il suo vittimismo, si veda il mio art. Don Abbondio: una vittima?, cit. [n. 1], passim.

Circa l’‘innocente’ vanità di questo personaggio, cfr. il mio art. Briciole manzoniane: il sarto, “Rivista di Studi Italiani” 26, 1/2008, pp. 53-71 (on line), passim.

Religiosi minori nei Promessi sposi, “Otto/Novecento”, 38, 2014/1, pp. 5-20, rispettivamente §§ 7 e 8.

Cfr. XV, 296: «“Mi faccia grazia, vossignoria: come può mai essere mio avventore, se lo vedo per la prima volta?”»; 297: «“E quel vostro avventore cosa fa? Continua a schiamazzare, a metter su la gente, a preparar tumulti per domani?” – “Quel forestiero, vuol dire vossignoria: è andato a letto”».

A proposito del concetto di neutralità, ricordiamo la definizione che il Manzoni usa per indicare una delle peculiarità di don Abbondio: «Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui» (I, 23).

Secondo il precetto del láthe biṓsas “vivi nascosto”, per quanto Epicuro non lo intendesse certamente in questo senso.

Ricordo che l’autore, in quanto ‘onnisciente’, aveva per così dire preannunciato con sottile ma feroce ironia il tradimento del bravo con un termine apparentemente ‘neutro’: «Fece dunque chiamar subito quel suo fedele» (XI, 226: il corsivo è mio).

Il senso pregnante di questo «furbo» è piuttosto “disonesto, farabutto, mascalzone” o sim., come si potrebbe desumere dall’accostamento a «matricolato», di cui nel romanzo ricorre un solo altro esempio, in III, 55, dove l’Azzecca-garbugli pensa di Renzo « – Che sia matricolato costui – », nel significato di “delinquente, criminale” famigerato o patentato o recidivo: infatti nel corso della narrazione non sono infrequenti i ‘furbi’ manigoldi. Naturalmente potrebbe trattarsi di una mera coincidenza.

Cfr. per es. il mio art. Manzoni e una scommessa, anzi due, “Studi sul Settecento e l’Ottocento” 8, 2013, pp. 159-171 (pp. 167-169).

I fetiales erano un importante e famoso collegio di 20 magistrati romani di rango sacerdotale competenti per la politica estera, vale a dire i trattati e le dichiarazioni di guerra.

Per questa ‘gara d’ignoranza’, cfr. il mio art. Manzoni e una scommessa, anzi due, cit. [n. 17], pp. 160-164.

Si pensi allo scontro tra il nobile e Lodovico (IV, 70-72), alle parole e ai gesti brutali durante la ‘rivolta del pane’ (capp. XII-XIII), all’assassinio della conversa nel convento di Monza (X, 212), alle violenze e agli omicidi dell’innominato pre-conversione (XIX, 372-375), al rapimento di Lucia (XX, 385 ss.), alla ‘matta bestialità’ non solo del popolino, ma anche delle autorità durante la peste (ricordo due fatti storici: il linciaggio del povero vecchio nella chiesa di S. Antonio [XXXII, 606] e la condanna capitale di Gian Giacomo Mora [XXXIV, 659]), etc.

Ribadisco per l’ennesima volta che i due promessi sposi sono soltanto i protagonisti ‘umani’ del romanzo, mentre la vera protagonista, soprannaturale, è la divina provvidenza.

Com’è noto, per i padri della lingua italiana il vocabolo commedia indicava un componimento poetico che comportasse un lieto fine e il cui stile fosse 'medio', ossia collocabile a metà strada fra la tragedia e l’elegia. Dante intitolò Comedìa il suo poema considerando invece l’Eneide una tragedìa, al cui interno è comunque riconoscibile almeno una macrosequenza ‘tragica’ a tutti gli effetti: cfr. il mio art. Il libro di Didone: una tragedia nell’Eneide, “Prometheus” 16, 1990, pp. 238-243.

Oltre a questo impianto generale, nei Promessi sposi abbiamo alcune digressioni, talora ampie, sia biografiche – come la vita precedente di Lodovico/fra Cristoforo (cap. IV), di Gertrude (capp. IX-X), dell’innominato (cap. XIX), del cardinal Federigo (cap. XXII) – sia storiche, come la seconda “guerra del Monferrato” (cap. XXVII), o la peste (capp. XXXI-XXXII), etc.

Una sorta di prova dell’amalgama manzoniano delle tre cantiche della Divina Commedia è rappresentata dal caso del Griso, per il quale vale una sorta di pena del contrappasso, tipica dell’Inferno e del Purgatorio danteschi.

  Cfr. il mio art. Spigolature manzoniane, “Critica letteraria” 33, nr. 126, 2005, pp. 153-176, § 9.1 (p. 167 ss.).

Ricordo per es. E. RAIMONDI, Il romanzo senza idillio. Saggio sui “Promessi Sposi”, Torino, Einaudi, 1974, p. 185; P. NARDI, I Promessi sposi, a cura di P. N., Milano, Ed. Scol. Mondadori, 195917, p. 879, n. 187; G. VITI, in N. SAPEGNO - G. VITI, I Promessi sposi, a cura di N. S. e G. V., Firenze, Le Monnier, 1994, p. 668, n. 156; etc.