Martedì 29 Giugno 2010 “uscita n. 6”

 I  vv.  6-7  del  papiro  di  Gallo

di Paola Gagliardi

 

La scoperta a Qar Ibrîm, nel 1978, di un papiro contenente una decina di versi mutili di Cornelio Gallo si rivelò fin dall'inizio sensazionale per molti aspetti. Il frustulo infatti non è solo uno dei rari esempi di papiri latini letterari, ma appartiene ad uno dei più antichi libri latini, se non al più antico finora ritrovato[i]. Ancora, il papiro appare interessante sul piano paleografico, per il tipo particolare di scrittura che presenta, più antica di quelle note e classificata come  capitale rustica nel periodo di formazione. Allo stesso modo si rivela di estremo interesse la grafia, che nel testo presenta forme non ancora definite, come il quom (per cum) a v. 2, o  l'oscillazione tra dittongo ei e vocale i lunga (in deivitiora, spolieis e tueis a v. 5 o deicere a v. 7, contro fixa a v. 5 e digna a v. 7) e l'alternarsi di ka (kato a v. 9) e ca (carmina a v. 6).

Tra i più cospicui motivi di interesse del ritrovamento di Qar Ibrîm c'è poi, almeno per i filologi e gli storici della letteratura latina, la personalità dell'autore, la figura per tanti versi affascinante di Cornelio Gallo, la cui poesia, esaltata da Virgilio nelle ecloghe 6 e 10 e indicata dagli elegiaci latini come l'archetipo del loro genere, appare l'anello mancante necessario per ricostruire il complesso passaggio dal neoterismo all'elegia augustea. La perdita della produzione di Gallo è sempre apparsa particolarmente dolorosa, al punto da spingere nel tempo molti studiosi a tentarne ricostruzioni, spesso fantasiose, sulla base dei testi properziani e delle loro coincidenze con le ecll. 6 e 10 di Virgilio[ii]. Il papiro di Qar Ibrîm, che all'unico verso noto di Gallo (uno tellures dividit amne duas, fr. 1 Morel) ha aggiunto solo 10 versi, di cui alcuni assai mutili, non ha certo risolto tutti i dubbi e gli interrogativi legati al poeta e al suo ruolo intellettuale negli anni della formazione di Virgilio e delle premesse della futura poesia augustea, né ci ha fatto conoscere come si desidererebbe la celebrata poesia dei suoi Amores[iii]. La scoperta del papiro, anzi, ha sollevato nuove domande e problemi prima inimmaginabili, molti dei quali altrettanto insolubili che i precedenti: alcuni di essi, in realtà, come l'autenticità del papiro o la sua attribuzione a Gallo, appaiono oggi definitivamente superati, ma su altri, quali la datazione, la classificazione dei versi come elegie o epigrammi, la loro collocazione all'interno del libro o l'integrazione delle lacune, appaiono destinati ad alimentare opinioni discordi e a non trovare una risposta ultima allo stato attuale delle conoscenze[iv].

Accanto ai problemi, però, i pochi distici di  Qar Ibrîm hanno apportato anche preziose conferme su diversi aspetti, in primo luogo sul ruolo di Gallo come inventor dell'elegia latina e della sua “ideologia”, in particolare sul tema del servitium amoris, che appare oggi chiaramente presente in lui per via dei termini nequitia e domina rispettivamente ai vv. 1 e 7 del papiro[v]. Conferma trova anche il famoso giudizio espresso da Quint. Quint., Inst or. 10, 1, 93 sullo stile di Gallo, che egli definiva durior rispetto a Tibullo e a Properzio e del quale la sintassi involuta di certi passi dei nuovi versi (si vedano ad esempio i vv. 4-5 e 6-7, su cui si tornerà) rivela la giustezza. Non sono mancate, infine -e sono tra gli apporti più preziosi del ritrovamento- imprevedibili novità, quali il rapporto nuovo con la politica, ormai lontano dal provocatorio disinteresse di Catullo (si veda ad esempio il c. 93), che i vv. 2-5 del papiro attestano per Gallo e che troviamo -mutatis mutandis- nei grandi augustei della stessa generazione di Gallo[vi]. Infine, la conoscenza dei nuovi versi rende oggi possibile valutare, attraverso le citazioni, le allusioni, le reminiscenze nei testi poetici, la straordinaria risonanza della poesia di Gallo presso i contemporanei (Virgilio in particolar modo, ma anche Orazio) e gli elegiaci più giovani (Properzio e soprattutto Ovidio)[vii].

Quella di Gallo è apparsa dunque -come d'altronde tutte le informazioni già note su di lui inducevano a credere- una personalità fortemente innovatrice, sia a livello dei contenuti, in quanto inventor di un genere notoriamente originale come l'elegia erotica latina, sia a livello formale, data l'audacia davvero sorprendente di certe sue formulazioni: basti pensare alla sintassi difficile dei vv. 4-5 (postque tuum reditum multorum templa deorum / fixa legam spolieis deivitiora tueis), “contorted to the point of obscurity”, come la definisce il Nisbet (p. 149), con l'interpretazione particolarmente ardua del nesso legere templa fixa deivitiora[viii]. Altrettanto inusuali appaiono anche i vv. 6-7, anch'essi appartenenti con buona verosimiglianza da un carme tetrastico composto dai vv. 6-9 (.....tandem fecerunt carmina Musae / quae possem domina deicere digna mea / .........atur idem tibi non ego, Visce, / .....kato iudece te vereor): se complesse appaiono la ricostruzione e l'interpretazione dei vv. 8-9, segnati da gravi lacune nella parte iniziale, un problema di altro genere presentano i vv. 6-7, abbastanza comprensibili nel senso, ma sconvolgenti nell'affermazione anomala che sono state le Muse a comporre i carmi del poeta. Anche per questi due versi, in realtà, c'è un problema di interpretazione, poiché la lacuna iniziale del v. 6 rende difficile l'interpretazione del verbo fecerunt; pure, il distico si rivela di particolare interesse per la presenza della parola domina, termine quasi “tecnico” del linguaggio elegiaco e spia di quell'ideologia del servitium amoris che appare oggi già pienamente elaborato nella poesia galliana.

A rendere complessa la restituzione dei vv. 6-7 del papiro è dunque la perdita della parte iniziale dell'esametro, che potrebbe cambiare decisamente il senso del verbo e dell'espressione dell'intero distico: se infatti nella parte perduta vi fosse un aggettivo riferito ai carmina come complemento predicativo, il verbo assumerebbe il significato di “rendere” e la frase rientrerebbe nella normale concezione che attribuisce alle Muse il compito di abbellire, perfezionare, rendere grande la poesia composta dagli artisti umani. Se però la lacuna iniziale del v. 6 contenesse -come pure si è ipotizzato- una serie monosillabica del tipo en mihi iam o en mihi vix, il verbo fecerunt avrebbe il valore assoluto di “fare, comporre”, nella scia del greco poiei'n, il verbo del fare poetico, appunto, e lo stesso accadrebbe se all'inizio del v. 6 vi fosse un epiteto delle Muse. E' una circostanza, questa, altamente verosimile, poiché alla fine della parola perduta che precede tandem sembra possibile leggere una e più piccola, aggiunta in un secondo momento al testo scritto, evidentemente per correggerne un errore: non è difficile pensare che questa lettera venisse a formare con la lettera precedente un dittongo, che potrebbe essere ae e dunque un nominativo plurale femminile relativo alle Muse. Al di là dell'evidenza paleografica, questa ipotesi appare sostenuta anche da una considerazione di carattere stilistico, svolta acutamente dagli editores principes, e cioè che un aggettivo per i carmina apparirebbe “unnecessary and perhaps undesiderable when quae possem characterizes the poems”; tutto ciò lascia propendere la maggioranza degli studiosi per una interpretazione di fecerunt in senso assoluto, come “fare, creare”.

Se così fosse, la portata della frase galliana si rivelerebbe notevole: il poeta verrebbe cioè ad attribuire alle Muse in persona la composizione di versi (i suoi), degni della sua amata, con un altissimo complimento per la domina, ma anche -fuor di metafora- con una celebrazione elevatissima della propria poesia, ritenuta di fattura addirittura divina. E' un altro dato interessante che viene fuori dal papiro, l'attestazione di un'altissima auto-coscienza letteraria nei poeti di questa generazione, che supera l'atteggiamento neoterico e la concezione catulliana della poesia nugatoria per preparare le elevate proclamazioni dei poeti augustei. Certo, sostenere questo significato dei vv. 6-7 del papiro, che pure appare il più verosimile per le ragioni esaminate, comporta una serie di rischi e di possibili obiezioni. Certo, la personalità di Gallo, per quel che conosciamo anche della sua esperienza biografica, appare non aliena da una grande opinione di sé (basterebbe a dimostrarlo il tono altamente auto-elogiativo della stele di File[ix]), con la quale un'affermazione così forte non stonerebbe; tuttavia l'idea che le Muse hanno composto per un poeta umano rischia pur sempre di toccare i limiti del blasfemo, soprattutto se non si intende rettamente il v 7, quae (sc. i carmina) possem domina deicere digna mea. Se infatti il nesso deicere digna viene interpretato come “ritenere degni, giudicare degni”, si viene ad attribuire al poeta umano il ruolo davvero empio di dare un giudizio sull'opera delle dee della poesia, il che appare decisamente eccessivo, anche per un artista sui generis e innovatore come Gallo. Più equilibrato e sensato appare allora leggere deicere digna come “ripetere” o “divulgare in quanto degni”[x]: il poeta, forte dell'origine divina dei carmi e dunque della loro perfezione, non solo li può finalmente ritenere all'altezza della sua amata, ma può diffonderli nella piena sicurezza che saranno apprezzati senza tema di critiche. In questo senso l'espressione fecerunt carmina Musae, pur rimanendo sorprendentemente originale, non diventa empia e appare accettabile e adeguata alla personalità particolare del suo autore.

Anche letta in tal modo, la frase galliana non ha però mancato di suscitare l'attenzione degli studiosi e di farsi notare per la sua inusualità di espressione e di significato. Non pochi sono stati i tentativi di trovarne modelli in poeti greci o latini, o di individuare precedenti dell'idea che siano le Muse in persona a comporre i carmi del poeta, ma nessuna delle proposte avanzate è apparsa pienamente soddisfacente[xi]. La più accreditata, che vede in un frammento di Euforione di Calcide, auctor di Gallo, come ci dice Servio, l'archetipo del passo (Mou'sai ejpoihvsanto kai; ajprotivmasto" [Omhro", fr. 118 Powell)[xii], si basa principalmente sulla presenza del nome delle Muse e del verbo poiei'n, ma esprime un concetto assai diverso e ben più convenzionale di quello di Gallo: le dee sono al massimo coautrici dell'opera accanto ad Omero, secondo una visione corrente nei poeti antichi e lontana dall'esclusiva composizione dei carmi attribuita alle Muse da Gallo.

Anche la diffusa definizione del poeta “bocca delle Muse” ha poco in comune con la formulazione galliana, poiché spesso all'azione delle dee, definita come “dire” (eijpei'n), si contrappone l'a[/dein del poeta, al quale tocca l'elaborazione formale e la rifinitura di un canto di cui le Muse suggeriscono solo l'argomento[xiii]. Il contributo del poeta nella creazione del canto ha cioè in questi testi un ruolo centrale, mentre in Gallo l'assoluto primato spetta alle dee. La Musa che dice e il poeta che trasforma i concetti in poesia sono già presenti, dopo tutto, nel proemio dell'Odissea, ma anche laddove la definizione del poeta “bocca delle Muse”non si accompagna ad una chiara distinzione tra  eijpei'n e a[/dein[xiv], la distanza da Gallo rimane grande: si tratta infatti sempre di brani in cui l'espressione è un alto elogio per poeti diversi da chi scrive e deve dunque presupporre un ruolo attivo del poeta celebrato, del quale si vuole evidentemente sottolineare, più che il rapporto privilegiato con le Muse, la capacità di comporre canti di divina bellezza: l'immagine è cioè una semplice metafora per dire poeta eccelso, “divino”.

Gli esempi citati solitamente in àmbito latino riguardano tutti testi la cui anteriorità cronologica a quello di Gallo non è dimostrabile (così è per Virg. ecl. 9, 32-36; ecl. 10, 72), o che sono sicuramente ad esso successivi (è il caso -si vedrà- di Hor. Epist. 2, 2, 91 s. e di Ov. Her. 15, 83 s.), e che pertanto potrebbero piuttosto averne subito a loro volta l'influenza. Tra essi il raporto più interessante dei versi galliani è quello con ecl. 10, 72, un verso relativo a Gallo stesso nell'ecloga a lui dedicata. Virgilio, al termine del suo canto, invoca infatti in tal modo le Muse: Pierides, vos haec facietis maxima Gallo. Ci sono evidentemente differenze significative rispetto al passo di Gallo. L'uso virgiliano di facere, ad esempio, prevede il predicativo maxima, e dunque mantiene al verbo il significato di “rendere”, ma è tutto il contesto in cui Virgilio riecheggia il distico galliano a modificarne l'idea fondamentale. Le riprese virgiliane del distico di Gallo nell'ecl. 10 sono in realtà più di una, sparse in tutto il carme. Il v. 72 in particolare, nei termini in cui è formulato, chiarisce senza incertezze che l'atto del comporre è opera del poeta umano, e le dee dovranno dargli solo il tocco finale, rendendo maxima i versi per Gallo. Virgilio distingue cioè le due fasi della creazione artistica, ma ne inverte i termini rispetto a Gallo, ponendo il dicere del poeta prima del facere delle Muse: non sono dunque le dee a creare la poesia, ma tradizionalmente vi aggiungono solo bellezza e grandezza. La lacuna del v. 6 del papiro non consente purtroppo di stabilire se Virgilio, dando a facere il predicativo maxima, ne abbia ripreso fedelmente il costrutto o lo abbia normalizzato rispetto all'audace formulazione di Gallo. Se però il testo del papiro -come sembra plausibile alla luce delle considerazioni sopra svolte- indicava le Muse come le vere autrici dei carmi di Gallo, allora la ripresa del distico nell'ecl. 10 sembra volta a normalizzare l'eccessiva audacia di quel concetto. Così nel testo virgiliano la portata rivoluzionaria dell'idea che le Muse compongono esse stesse i carmi del poeta viene ricondotta ad una portata più convenzionale e il lapidario fecerunt perde, nell'espressione di Virgilio, il senso forte di “comporre” per assumere, grazie all'aggettivo, quello più semplice di “rendere”.

In un altro modo, poi, la forza dell'immagine e dell'espressione galliane appare ancora ridimensionata nell'ecloga: il perentorio perfetto fecerunt del papiro, che dà per compiuta l'opera delle Muse, con un'impressione di orgogliosa sicurezza (rafforzata anche da tandem)[xv] e di compiacimento per un lavoro già finito, diviene in Virgilio un futuro (facietis) e così, se l'oggettività dell'indicativo mantiene la certezza del poeta di essere esaudito dalle Muse, per via soprattutto della grandezza del destinatario[xvi], ma anche della propria dedizione alle dee (vestrum poetam si era definito a v. 70), il discorso si sposta in un tempo a venire: il rapporto del cantore con le Muse è reso così più convenzionale (la frase è un auspicio, esprime una speranza) e  il ruolo delle dee nella creazione poetica, che Virgilio rivendica a se stesso, torna ad essere quello tradizionale. Alla stessa impressione contribuisce anche l'invocazione diretta (divae a v. 70, Pierides a v. 72), che rende la frase una tradizionale richiesta di aiuto poetico, in uno spirito cioè ben lontano dalla secca constatazione di Gallo. Così Virgilio mantiene sì una riconoscibile allusione ai versi dell'amico e rende un alto omaggio alla grandezza poetica di lui, ma al tempo stesso riporta le audacie del suo dettato a termini più modesti; ciò nello spirito dell'intera ecloga, difficile da decifrare appieno, ma indubbiamente volta a controbattere la considerazione totalizzante dell'amore affermata da Gallo e il ruolo incontrastato della domina (basti considerare la critica insita in indigno amore a v. 10, forse in relazione proprio ai carmina digna del papiro, e i rimproveri di insanis a v. 22 e di ecquid erit modus a v. 28).

La possibilità di scorgere nell'ecl. 10 un voluto ridimensionamento delle punte eccessive dell'espressione di Gallo attesta ed aiuta a dedurre la grande originalità dell'affermazione del papiro, che Virgilio ha sentito il bisogno di “correggere”. Un dato di fatto, quello dell'assoluta novità del dettato galliano, confermato dall'incapacità, nonostante tutti gli sforzi dei critici, di trovarle un credibile modello nella poesia precedente, sia greca, sia latina, ma anche, per converso, dalla fortuna che il pensiero e l'espressione dei vv. 6-7 del papiro hanno incontrato nella poesia latina contemporanea, come una rapida rassegna consentirà di riscontrare. Per i testi virgiliani citati, come si è detto, non è possibile stabilire la cronologia rispetto ai versi del papiro, ai quali potrebbero pertanto anche essere successivi (proprio la nostra esegesi di ecl. 10, 72 finisce per avvalorare questa ipotesi: se il Mantovano sente la necessità di ridimensionare la frase di Gallo, ciò significa che questa è stata composta prima dell'ecloga e ad essa ha fornito spunto). Altri brani, però, tra cui   Hor. Epist. 2, 2, 91 s. (carmina compono, hic elegos: mirabile visu / caelatum novem Musis opus) e Ov. Her. 15, 83 s. (artisque magistra / ingenium nobis molle Thalia facit), prima menzionati, ma anche Catal. 9, 7-8 (sc. Messalla- nec minus idcirco vestros -sc. delle Muse- expromere cantus / maximus et sanctos dignus inire choros), Culex 12 (Phoebus erit nostri princeps et carminis auctor), Aetna, 4 (dexter venias mihi, carminis auctor -sc. Apollo), Corp. Tib. 3, 1, 15 (per vos -sc. le Muse-, auctores huius mihi carminis, oro)., Tibull. 2, 4, 13, (nec prosunt elegi, nec -sc. mei- carminis auctor Apollo), Prop. 3, 1, 17 s. (sed quod pace legas, opus hoc de monte sororum / detulit intacta pagina nostra via), che in misura e in termini diversi riprendono tutti l'espressione o il concetto di fondo di Gallo, sono alcuni sicuramente, altri assai verosimilmente posteriori ai suoi versi: se si tiene conto della data di morte di Gallo, il 27 o il 26[xvii], di certo tutti i testi elegiaci, nonché il passo delle Epistole oraziane sono ovviamente successivi, ma se si considera -come molti studiosi inclinano a credere- che in realtà l'attività poetica di Gallo si sia arrestata attorno alla fine degli anni '40, quando gli impegni della carriera politica e militare cominciarono a diventare per lui più pressanti[xviii], allora risulta plausibile ritenere anteriori ai suoi versi anche i brani dell'Appendix che sembrano citarli con una certa precisione. Se poi -come ritengo si debba fare- i versi del papiro vanno datati al 45 / 44, in seguito alla verosimile identificazione del Caesar di v. 2 con Giulio Cesare poco prima della morte[xix], anche le ecloghe virgiliane appariranno posteriori e non poco condizionate da essi. E questo mi pare il segno non solo della straordinaria audacia di un poeta senza dubbio innovativo e controcorrente, ma anche della immediata comprensione e della valutazione altamente positiva che ricevette dai contemporanei, dai poeti più grandi come dagli imitatori più banali, che in modo diverso ma significativo finirono tutti per subirne il fascino. Forse perché Gallo aveva saputo esprimere, con l'altissima auto-coscienza letteraria rivelata dai vv. 6-7 del papiro, una consapevolezza piena delle possibilità della poesia latina del suo tempo, nutrita di raffinata cultura ellenistica e della recente esperienza neoterica, e dunque finalmente in grado di produrre i suoi frutti più alti, come le opere dei suoi più grandi contemporanei avrebbero di lì a poco dimostrato.

Il papiro di Qar Ibrîm ci aiuta oggi dunque a conoscere anche aspetti come questi della personalità e dell'importanza di Gallo, prima inimmaginabili, e ci fa comprendere il giudizio dei contemporanei, anche i più illustri, su di lui, nonché il peso esercitato dai suoi versi e dalle sue idee su di loro: proprio per questo, però, mentre si rivela sempre più una scoperta fondamentale per un intero capitolo della letteratura latina, acuisce maggiormente il rimpianto per tutto quello che dell'opera di Gallo appare a tutt'oggi irrimediabilmente perduto.

 

                                                                                                                        Paola  Gagliardi

 


 

[i]     Per un'informazione completa e aggiornata sul papiro di Gallo e sulle numerose e diverse questioni che ha suscitato e alle quali di seguito si accennerà, cfr. M. CAPASSO – P. RADICIOTTI, Il ritorno di Cornelio Gallo – Il papiro di Qaṣr Ibrîm venticinque anni dopo, Lecce 2004. L'editio princeps del papiro è stata curata da R. D. ANDERSON – P. J. PARSONS – R. G. M. NISBET, Elegiacs by Gallus from Qaṣr Ibrîm, “JRS” 69, 1979, pp.

[ii]    Tra i tentativi moderni più azzardati ci sono stati quelli di F. SKUTSCH, Aus Vergils Frühzeit, Leipzig 1901 e ID., Gallus und Vergil, Leipzig 1906, che ritiene tra l'altro Gallo l'autore della Ciris dell'Appendix Vergiliana (un'ipotesi ripresa recentemente da D. GALL, Zur Technik von Anspielung und Zitat in der römischen Dichtung. Vergil, Gallus und die Ciris, München 1999); nella scia dello Skutsch si sono mossi poi D. O. ROSS, Background to Augustan Poetry: Gallus, Elegy and Rome, Cambridge 1975, e da ultimo F. CAIRNS, Sextus Propertius. The Augustan Elegist, Cambridge 2006, p. 408.

[iii]   Sul titolo Amores per l'opera di Gallo, che sembra potersi dedurre da Serv. ad ecl. 10, 1 (amorum suorum de Cytheride scripsit libros quattuor), cfr. C. MONTELEONE, Cornelio Gallo tra Ila e le Driadi, “Latomus” 38, 1979, p. 49, nota 61.

[iv]   Le singole questioni menzionate hanno suscitato ciascuno ampi dibattiti, con copiosa bibliografia specifica: per una sintesi dei punti e per una rassegna bibliografica particolareggiata, cfr. il mio Tandem fecerunt carmina Musae, “Prometheus” 36, 2010, pp. 55-58, note 1-5.

[v]    Il ruolo di Gallo come inventor dell'ideologia del servitium amoris era stato giustamente intravvisto da W. STROH, Die römische Liebeselegie als Werbende Dichtung, Amsterdam 1971, pp. 117 ss.; 204-206; 219; 228-230 (contra, R. O. A. M. LYNE, Servitium amoris, “CQ” 29, 1979, pp. 121 ss., che lo riteneva un' innovazione di Properzio) e oggi i termini nequitia e domina nel papiro sembrano confermarlo. Cfr. in proposito A. BARCHIESI, Notizie sul “nuovo Gallo”, “A&R” 26, 1981, pp. 165 s.; G. B. CONTE, Virgilio. Il genere e i suoi confini, Milano 1984, pp. 37 s.; L. NICASTRI, Cornelio Gallo e l'elegia ellenistico-romana, Napoli 1984, pp. 25 s.; W. STROH, Die Ursprünge der römischen Liebeselegie, “Poetica” 15, 1983, pp. 327 s; E. COURTNEY, The Fragmentary Latin Poets, ed. with comm., Oxford 1993, p. 267.

[vi]   I vv. 2-5 del papiro, che a buona ragione si possono ritenere un breve carme a se stante, sono un propemptikon indirizzato ad un Caesar di non facile identificazione (si oscilla tra Giulio Cesare e Ottaviano), al quale il poeta augura un ritorno glorioso e ricco di bottino da una spedizione. Sulla figura del Caesar e sulla possibile spedizione, che comportano la datazione dei versi del papiro, cfr. il mio Per la datazione dei versi di Gallo da Qasr Ibrim, “ZPE”, 171, 2009, pp. 45-63.  

[vii]  Si sono studiati il nesso carmina digna (cfr. S. HINDS, Carmina digna. Gallus P Qaṣr Ibrîm 6-7 Metamorphosed, in AA. VV., Papers of the Liverpool Latin Seminar, F. Cairns ed., 4, Liverpool 1984, pp. 43-54, e la difficile espressione fecerunt carmina Musae (su cui cfr. G. LIEBERG, Les Muses dans le papyrus attribué à Gallus, “Latomus” 46, 1987, pp. 527-544, e il mio Tandem, cit., passim, ma anche maxima Romanae pars historiae (cfr. e augustee del nesso citate da PARSONS – NISBET, art. cit., p. 141, e cioè Prop. 3, 4, 10; Catal. 11, 6, e quella di Cons. ad Liv., 267, studiata da G. DANESI MARIONI, Una reminiscenza di Cornelio Gallo nella Consolatio ad Liviam e il tema del trionfo negli elegiaci, in AA. VV., Disiecti membra poetae, I, cit., p. 114 e nota 31). Ovidio in particolare menziona spesso la persona di Gallo e la sua poesia: cfr. Amor. 1, 15, 29 s.; 3, 9, 61-64; Ars 3, 333 s.; Rem. 765 s.; Trist. 2, 445 s.; 4, 10, 51-54; 5, 1, 17 (i brani ovidiani relativi a Gallo sono stati studiati da R. SYME, History in Ovid, Oxford 1978, p. 191).

[viii] A suscitare problemi sono stati soprattutto l'interpretazione di historia e quella di legere. Sul senso da dare ad historia, contro l'esegesi di “imprese, res gestae” proposta da M. C. J. PUTNAM, Propertius and the New Gallus Fragment, “ZPE” 39, 1980, pp. 51 s. e nota 9, e in difesa del più consueto valore di “narrazione storiografica”, sostenuto da PARSONS – NISBET, art. cit., p. 141, cfr. BARCHIESI, art. cit., p. 143; G. GIANGRANDE, On the Alleged Fragment of  Gallus, in AA. VV., Corolla Londiniensis (G. Giangrande ed.), I, Amsterdam 1981, pp. 41 s.; NICASTRI, op. cit., p. 104, nota 29. Quanto a legam, alla proposta di intenderlo come “passare in rassegna” (avanzata da PUTNAM, art. cit., p. 52 e nota 10, accolta da J. VAN SICKLE, Style and Imitation in the  New Gallus, “QUCC” 38, 1981, p. 120, nota 23) è stata opposta l'esegesi più normale di “leggere”: cfr. PARSONS – NISBET, art. cit., p. 142; BARCHIESI, art. cit., p. 154; F. GRAF, Die Gallus-Verse von Qaṣr Ibrîm, “Gymnasium” 89, 1982, p. 24; GIANGRANDE, On the Alleged, cit., p. 42; NICASTRI, op. cit., pp. 102-107 e 116-131). Contro l'interpretazione di legam come “lettura di opere storiografiche”, avanzata da PARSONS - NISBET, art. cit., p. 142, e accolta da G. GIANGRANDE, An Alleged Fragment of Gallus, “QUCC” 34, 1980, p. 147 (= ID., Scripta Minora Alexandrina, 4, Amsterdam 1985, pp. 501-513); GRAF, art. cit., p. 24; NICASTRI, op. cit., pp. 116 ss., S. MAZZARINO, Un nuovo epigramma di Gallus e l'antica “lettura epigrafica” (Un problema di datazione, “Quad. catanesi di studi classici e medievali”, 2-3, 1980, pp. 37-40, e ID.,L'iscrizione latina nella trilingue di Philae e i carmi di Gallus scoperti a Qaṣr Ibrîm, “RhM” 125, 1982, pp. 330 s., ha pensato ad una lettura dei tituli delle spoglie affissi nei templi (la accolgono BARCHIESI, art. cit., p. 154; J. K. NEWMAN, De novo Galli fragmento in Nubia eruto, “Latinitas” 28, 1980, p. 86; G. GERACI, Genesi della provincia romana d'Egitto, Bologna 1983, pp. 98 s.; R. WHITAKER, Apropos of the New Gallus Fragment, “AClass.” 24, 1981, pp. 89 s.; CAIRNS, op. cit., p. 435; contra, NICASTRI, op. cit., pp. 104-107, con argomentazioni linguistiche e sintattiche). Obiezioni alla possibilità di identificare il Caesar con Ottaviano, pur accettando l'interpretazione “epigrafica”, muove AMATO, art. cit., p. 325, nota 8.

[ix]    Sulla stele di File la bibliografia è assai ampia: per una sommaria rassegna cfr. il mio Per la datazione, cit., nota 112.

[x]     Secondo la proposta di PARSONS – NISBET, art. cit., pp. 140 e 144; sul punto cfr. anche il mio Tandem, cit., pp. 61-65.

[xi]    Importante in tal senso è stato il lavoro di G. LIEBERG, Les Muses dans le papyrus attribué à Gallus, “Latomus” 46, 1987, pp. 527-544.

[xii]   La proposta è stata avanzata da D. E. KEEFE, Gallus and Euphorion, “CQ” 32, 1982, p. 237 e approvata da NOONAN, art. cit., p. 119, nota 5. Contra, COURTNEY, op. cit., p. 266, per l'incertezza sull'oggetto del verbo.

[xiii]  Per questa serie di riferimenti cfr. LIEBERG, art. cit., pp. 537 s.: tra essi quelli che contrappongono il “dire” delle Muse al “cantare” del poeta sono Callim. Hymn. 3, 186; Theocr. 22, 116 s.; Ateneo 13, 599 d; Apoll. Rhod. 4, 1381 s. Lo studioso in realtà ridimensiona l'affinità di queste testimonianza con i versi di Gallo, ammettendo che l'idea di a[/dein presuppone un lavoro di rifinitura formale compiuto dal poeta su tema suggeritogli dalle Muse. Ciò nonostante, però, a p. 538, continua a citare testi di questo tenore, indicandoli come vicini alla concezione di Gallo.        

[xiv] Come Theocr. 7, 37 s.; Antipatro di Sidone, A. G. 7, 75, 1; A. G. 9, 184, 1; Epit. Bion. 72: cfr. LIEBERG, art. cit., pp. 537 s.

[xv]  Perché certo, per quanto il poeta attribuisca alle Muse l'intera composizione del canto e accenni a se stesso con  possem e con mea (come nota LIEBERG, art. cit., p. 543), il senso vero del distico è un'enfatica esaltazione della qualità sublime della propria poesia (così anche LIEBERG, ibidem, p. 529, e GIANGRANDE, An Alleged, cit., p. 150).   

[xvi] Così NICASTRI, op. cit., p. 90, nota 8: Virgilio è certo che le Muse renderanno maxima i versi per Gallo grazie al rapporto privilegiato del suo amico con loro e alla protezione particolare che le dee gli hanno già dimostrato componendo per lui. Nello stesso spirito potrebbe essere letta (è ancora un suggerimento del NICASTRI, op. cit., p. 100) anche la domanda iniziale neget quis carmina Gallo? (v. 3). Chi potrebbe rifiutare carmi per Gallo, se le Muse stesso glieli hanno concessi?

[xvii]          Sulla data di morte di Gallo c'è una leggera oscillazione tra le informazioni di Dio. Cass. 53, 23, che la ascrive al 26, e di S. Girolamo, che nel Chronicon la fissa all'anno 1990 ab Abraham = Ol. 188, 2 = 27 a. C: sul punto, cfr.  J. P. BOUCHER, Caius Cornélius Gallus, Paris 1966, pp. 5 s., che rende persuasivamente ragione della discrepanza.

[xviii]         Cfr. sul punto l'ampia discussione (con bibliografia) nel mio Per la datazione, cit., passim.

[xix]  L'ho sostenuto in Per la datazione, cit., passim.