I Pastori di D’annunzio, analisi testuale

di Pier Angelo Perotti

Lunedì 21 Gennaio 2013 "uscita n. 11"

 

  

   Premessa. Può sembrare ridondante commentare una lirica famosa come questa, riportata in quasi tutte le sillogi dannunziane, comprese le antologie scolastiche, ed esaminata in tutti i suoi risvolti. Ma, come è normale, qualche particolarità può essere sfuggita anche all’italianista più attento (come probabilmente ne saranno sfuggite anche a me), e dunque la ricerca di tali dettagli, pur non particolarmente significativi, mi sembra un esercizio non del tutto inutile. È infatti evidente che la polisemia e la densità del testo poetico possono riservare – persino al medesimo lettore a distanza di tempo – delle sorprese, consentendo di riconoscervi sfumature o peculiarità fino allora rimaste in ombra nonostante una lettura attenta. Per questo propongo, a margine di questo testo pur commentatissimo, alcune osservazioni, che ritengo in parte nuove.

 

1. L’ultima ‘sottosezione’ dell’Alcyone del D’Annunzio, dal titolo Sogni di terre lontane, si apre con I pastori. Gli altri brani sono Le terme, Lo stormo e il gregge, Lacus Iuturnae, La loggia, La muta, Le carrube[1]. Per quanto questa poesia sia tra le più celebri del D’Annunzio, ne riporto qui il testo per comodità di analisi:

 

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all’Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.                         5

 

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d’acqua natìa

rimanga ne’ cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d’avellano.                           10

 

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri.

O voce di colui che primamente

conosce il tremolar della marina!                              15

 

Ora lungh’esso il litoral cammina

la greggia. Senza mutamento è l’aria.

Il sole imbionda sì la viva lana

che quasi dalla sabbia non divaria.

Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.                           20

 

Ah perché non son io co’ miei pastori?

 

Il fraseggio molle, quieto, spezzato e ritmato da lunghe pause, vale a creare un’atmosfera impalpabile, evanescente, rarefatta, quasi irreale e senza tempo, onirica, in cui si confondono la vita, trasfigurata piuttosto che concreta, dei pastori, e lo struggimento del poeta, che si rammarica di non poter condividere la loro vita immutabile, le loro abitudini ancestrali e le loro sensazioni: il tutto, peraltro, gonfio di retorica e basato soltanto sulla fantasia di un’esistenza che egli non aveva mai provato, dal momento che la sua vita si era sviluppata in ambienti affatto diversi da quello elegiaco-pastorale delineato nella lirica. È il sogno fiabesco, infantile di chi immagina un mondo che la realtà mostra assai meno idilliaco, col sottofondo o contrappunto di «dolci romori», anch’essi trasfigurati, e non, invece, costituiti dal suono fastidioso, quasi esasperante dei belati del gregge. Scavando nelle memorie mitiche della sua gente, il poeta rintraccia la vita primitiva e monotona, uniforme da secoli, dei pastori abruzzesi, dipendente dai ritmi stagionali contrassegnati dalla transumanza, e connessa con i territori, l’estivo e l’invernale, solo del primo dei quali essi sentono davvero la proprietà, mentre l’altro è un soggiorno obbligatorio che ha per loro il sapore dell’esilio.

 

2. Incominciamo con l’esame della struttura metrica. Sono 4 cinquine di endecasillabi – il metro principe della poesia italiana – che potremmo definire ‘caudate’ perché seguite da un verso singolo. Lo schema delle rime è originale, forse un unicum: ABACD / DEFEG / GHIHL / LMNMO / O. Come si vede, in tutte le strofe, ad eccezione della prima, solo il secondo e il quarto verso rimano tra loro; inoltre, l’ultimo di ogni strofa è rimante col primo della successiva, a mo’ di ‘chiave’, compreso l’ultimo della quarta strofa, che rima con il verso finale isolato.

Rileviamo poi la ‘Ringkomposition’ costituita dal termine «pastori» (vv. 2 e 21), che racchiude l’intero componimento, tranne il primo verso, che costituisce una sorta di preludio, se non di ‘argumentum’.

L’incipit «Settembre, andiamo», prima dell’invito a muoversi contiene il vocativo del mese in cui avviene la transumanza[2] (cfr. n. 1), stilema piuttosto retorico che poetico. Subito dopo troviamo una delle parole ‘chiave’, «migrare», completata al v. 8 dall’agg. «esuli», grazie a cui si forma chiaramente l’immagine di un viaggio necessario ma doloroso, che come tutti quelli di allontanamento dalla terra natìa, anche se effettuato per cercare migliori condizioni di vita (d’inverno il clima marino è indubbiamente più mite di quello montano), provoca nell’‘esule’ una più o meno profonda amarezza. Ma, a differenza da una migrazione forse senza ritorno, o coatta, perché resa inevitabile da particolari condizioni estemporanee[3], questo è un esilio in certo senso volontario e solo temporaneo, visto che in primavera i pastori riporteranno le loro greggi alle amate montagne natìe. Ma il D’Annunzio, per creare una nota di pessimismo, non accenna al futuro ritorno ai monti – la patria –, descrivendo l’arrivo al mare quasi fosse una condizione definitiva[4].

La peculiarità dell’«Adriatico selvaggio» (v. 4) di essere «verde come i pascoli dei monti»[5] (notiamo l’inversione «che verde è» per “che è verde”) pare avere lo scopo di placare, almeno in parte, il senso di distacco dai luoghi consueti, appunto verdeggianti; così come il «sapor d’acqua natìa» (v. 7), che non deve essere soltanto un viatico per il periodo della migrazione («che lungo[6] illuda la lor sete in via»: v. 9, dove il verbo – raro in tale accezione – vale “plachi”), ma una specie di accumulo quasi sacrale anche per i mesi invernali di permanenza sul litorale adriatico («rimanga ne’ cuori esuli a conforto»: v. 8). Hanno fatto ampia provvista della loro acqua, bevendo «profondamente ai fonti / alpestri» (vv. 6-7: si rilevi l’enjambement), per placare non solo la sete immediata, ma per dissetare l’anima anche nel periodo di ‘esilio’, ossia per mitigare con essa – quasi fosse un medicamento magico – la nostalgia dei monti: l’avverbio pentasillabo rende plasticamente, quasi sonoramente, la lunga bevuta in vista di un’arsura del cuore che si protrarrà per mesi. Non ha grande importanza dove si trovi il corpo dei pastori, abituati, per via del loro mestiere, a tutte le avversità climatiche: «esuli» sono «i cuori», come dire che si tratta di un esilio soprattutto spirituale, affettivo.

Il v. 10, «Rinnovato hanno verga d’avellano», è isolato sia strutturalmente sia concettualmente da ciò che precede e da ciò che segue, ed è, almeno apparentemente, inutile, dal sapore di ‘zeppa’; né può sfuggire il raro, prezioso termine «avellano», per “nocciòlo”, necessario a ottenere la rima con «piano» del v. 11. Nei tre versi successivi è allusivamente rievocata la tradizione pastorale delle montagne d’Abruzzo, grazie a espressioni come «tratturo antico» (v. 11) e «su le vestigia degli antichi padri» (v. 13) – con il latinismo «vestigia» –, completando e accentuando il senso di appartenenza del poeta non solo all’etnia abruzzese, ma addirittura, retoricamente, alla categoria patriarcale dei pastori di quella regione. Pure il v. 12, «quasi per un erbal fiume silente», merita qualche attenzione: il sentiero naturale tracciato dal passaggio secolare delle greggi è equiparato a un «fiume» perché scende dai monti a valle, ma si distingue dai corsi d’acqua in quanto non è liquido ma fatto d’erba («erbal», altro aggettivo inconsueto e ricercato[7]), e non risonante come i fiumi, ma silenzioso («silente»); e l’immagine metaforica è indubbiamente originale, per quanto altisonante, tipicamente dannunziana.

I due versi finali della strofa (14-15), pur armoniosi e allettanti a una prima lettura, sono, credo, tra i più soggetti a perplessità. Innanzitutto va notata l’espressione «O voce…», che se è da intendersi come vocativo risulta troppo enfatica e forzata; credo peraltro che si debba escludere il valore interiettivo, che il poeta avrebbe certamente indicato con “Oh”, come nel v. 21, «Ah». Si accentua dunque l’impressione di una formula retorica ‘spinta’, nel senso che il D’Annunzio sembra rivolgersi non tanto al primo pastore che scorge in lontananza il mare – quasi come la vedetta di Cristoforo Colombo che dalla coffa grida “Terra, terra!” –, ma metonimicamente (e retoricamente) alla sua «voce», che risulta l’elemento più significativo dell’avvistamento. Raro e dannunzianamente prezioso l’avverbio «primamente», equivalente a “per primo”; il v. 15 «conosce il tremolar della marina» è mutuato quasi alla lettera da Dante, Purg. I, 117 «conobbi il tremolar della marina», dove l’effetto visivo dell’increspatura delle onde è reso fonicamente dal verbo tronco «tremolar».

L’ultima strofa della lirica si riferisce all’arrivo al mare, preannunciato nella precedente dal gioioso richiamo del primo pastore che avvista il mare. Letteraria e infrequente è la forma «lunghesso» del v. 16 – usata da Dante in Purg. II, 10 «lunghesso mare», a poca distanza dal verso qui sopra citato (ma forse si tratta di mera casualità) –, seguìta da un altro enjambement, «cammina / la greggia». Ritengo opportuno osservare che qualche studioso, in una sorta di foga della ricerca di reminiscenze dantesche, è riuscito a proporre un confronto della seconda parte del v. 17, «Senza mutamento è l’aria», con Purg. XXVIII, 7 ss., «Un’aura dolce, sanza mutamento / avere in sé, mi feria per la fronte / non di più colpo che soave vento»[8], confronto che mi pare non reggere affatto.

L’effetto cromatico della lana delle pecore, imbiondita dal sole (si noti la forma letteraria «imbionda» per “imbiondisce”), è reso efficacemente attraverso il confronto con la sabbia, ad indicare una tonalità incerta, tra il biancastro e il grigiastro, quasi che la rena e il vello degli ovini si fossero amalgamate in un’unica sostanza, ossia come se le greggi facessero naturalmente parte del paesaggio marino, così come in precedenza erano state inglobate in quello montano. Il verso finale della strofa puntualizza, all’inizio anche musicalmente, i suoni smorzati che si sentono in riva al mare: «isciacquìo» rende in forma quasi onomatopeica il “sciac sciac” della risacca, mentre il «calpestìo» è evidentemente quello delle pecore. I «romori» sono «dolci» (anche perché non sono menzionati gli insistenti, ossessivi belati: cfr. supra, § 1) sia per i pastori, che li ascoltano con piacere perché hanno raggiunto il luogo scelto per svernare – per quanto traguardo di un ‘esilio’ –, sia per il poeta, che li sublima come in sogno, esprimendo infine il rammarico, peraltro fortemente retorico (accentuato dall’interiezione iniziale «Ah»), dell’ultimo verso, che chiude la ‘Ringkomposition’ cui ho accennato in apertura di paragrafo: mi sento ora di aggiungere che la ‘struttura ad anello’ è accentuata dalla presenza nei v. 2 e 21, accanto a «pastori», del possessivo «miei», con cui il D’Annunzio ribadisce la propria vicinanza a questi suoi conterranei, manifestando un affetto che, se pure è in parte stereotipato e letterario, pare fondamentalmente sincero in quanto risultato della consapevolezza delle comuni radici etniche.

 

3. Non si può d’altra parte escludere una componente di tradizione bucolica o pastorale – che attraversa la letteratura universale, da Teocrito e Virgilio sino alla settecentesca Arcadia –, dalla quale il Nostro si sentì attratto in qualche momento della sua temperie esistenziale e poetica, e che egli sfiora, ancorché da prospettive diverse, in questa e in altre liriche (mi limito a ricordare Lo stormo e il gregge, appartenente alla stessa ‘sottosezione’ di Alcyone: cfr. supra, § 1). Ma la poesia elegiaca, o arcadica, o comunque la si voglia chiamare, è per definizione artificiosa e irreale, vuoi perché i poeti tengono conto soltanto degli aspetti gradevoli, attraenti (pace, serenità, semplicità, etc.) della vita dei pastori, ignorandone o minimizzandone gli inconvenienti; vuoi perché nessun poeta risulta essersi mai dedicato ad attività di tipo pastorale. Tutto ciò vale anche per il D’Annunzio, a conferma che in questa sua lirica (come pure nelle altre dello stesso gruppo) è riconoscibile più di un elemento ricercato, accademico – una specie di esercizio di virtuosismo poetico –, e che nel complesso essa è meramente astratta, senza alcun addentellato con la realtà, per quanto idealizzata: in altre parole, si verifica un’evidente difformità tra la vita concreta dei pastori e la sua sublimazione ad opera del poeta.

È tuttavia innegabile che esteticamente e soprattutto musicalmente – elemento tipico di tutta la poesia dannunziana – la lirica in questione abbia pregi che superano abbondantemente i difetti più evidenti, nonché quelle piccole mende che del resto, a un esame meticoloso, risultano presenti non dico in tutte, ma certo nella maggior parte delle opere letterarie.

                                                                                                           


 

[1]

Si noti che tutti i componimenti di questo gruppo si aprono con il vocativo «Settembre», e che nella poesia successiva alla ‘sottosezione’, Il novilunio, il verso iniziale, comune alle prime quattro strofe, è ancora un vocativo, «Novilunio di settembre», mentre quello con cui si apre la quinta è «Guarda il cielo di settembre». Inoltre, l’explicit di questa poesia è un altro vocativo, «o Settembre», con una sorta di ‘struttura ad anello’ (cfr. la ‘Ringkomposition’ rilevata nella lirica in esame: cfr. § 2). Per quanto attiene alla struttura strofica, notiamo che le 7 poesie appartenenti al gruppo di Sogni di terre lontane, tutte in endecasillabi, sono formate alternativamente di 4 cinquine e di 5 ottave, tutte ‘caudate’; lo schema delle rime è vario, e l’unico elemento fisso è la rima tra il verso finale di ogni strofa e quello iniziale della successiva, compreso il verso singolo o ‘coda’ (cfr. il primo capoverso del § 2), ad eccezione della poesia Le carrube, in cui rimano il primo e l’ultimo verso di ogni cinquina. In Lo stormo e il gregge sono anomale le rime tra i vv. 5-6 («Veltro / vetro») e 10-11 («mare / soave»).

[2]

Cfr. per es. M. PAZZAGLIA, Gli Autori della letteratura italiana, Bologna, Zanichelli, 1972, III, p. 961, n. al v. 1: «Si rivolge a Settembre, personificato, con una sommessa preghiera».

[3]

Si pensi per es. all’esilio di Dante, o, nella finzione letteraria, a Renzo emigrante (o meglio fuoruscito) nei Promessi sposi.

[4]

Un po’ come fa il Carducci in Davanti San Guido (da Rime Nuove), dove, narrando la novella popolare toscana di re Porco (vv. 93-100), la interrompe in un punto triste («tu dormi a le mie grida disperate / e il gallo canta, e non ti vuoi svegliare»: vv. 99-100), omettendo l’happy end.

[5]

Si potrebbe obiettare che se l’Adriatico è «selvaggio», ossia “tempestoso” (cfr. PAZZAGLIA, op. cit. alla n. 2, p. 961, n. ai vv. 3-5: «dove infuriano le prime tempeste autunnali»), dovrebbe essere piuttosto biancastro – a causa dei marosi spumeggianti – che «verde»: ma forse il poeta non intendeva l’aggettivo in questo senso, bensì come “circondato da una natura particolarmente selvaggia”, non come, segnatamente, il Tirreno, dalle coste maggiormente trasformate dall’uomo. Del resto, l’«isciacquìo» del v. 20 non può essere il rumore del mare in tempesta, che non sarebbe certamente un «dolce romore» (ibid.).

[6]

Notiamo l’uso avverbiale – non raro nell’uso arcaico – dell’agg. «lungo» per “lungamente, a lungo”.

[7]

Non corrisponde al vero – come osserva il PAZZAGLIA, op. cit. alla n. 2, p. 962, n. ai vv. 11-13 – che «Erbal è aggettivo coniato dal D’A.», perché, quantunque infrequente, e benché in genere i dizionari citino come unico esempio questo verso dannunziano, la forma è documentata sin da prima del 1320 (cfr. N. ZINGARELLI, Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 2004, s. v. erbale).

[8]

Per es. L. VOLPICELLI - F. SEMI, Le opere della letteratura italiana, Bologna, Malipiero, 1959, p. 1178, n. al v. 17.