Letteratura

Mercoledì 30 Dicembre 2009  “uscita n. 5”

Il  Fons Bandusiae: lucano o sabino?

di Francesco S. Lioi

 

I luoghi della memoria ritornano con insistenza nell’opera del Venosino. Vive sono nella mente del poeta le limacciose piene dell’Ofanto, fiume appenninico che vorticoso corre verso l' Adriatico, come vivi sono il profilo dei monti lucani, i noti montes, o  il paesaggio nella impressionistica descrizione del Fons Bandusiae. L’orizzonte paesaggistico spazia,  in Odi III, 4, quando il poeta, rievocando i luoghi della sua fanciullezza, va con la sua fantasia dall’alta Acerenza ai boschi di Banzi, ai fertili campi della bassa Forenza, quasi che dall’alto del Vulture riuscisse a dominare con lo sguardo l’infinito che lo circondava.  La fantasia del poeta si finge per ogni lato spazi infiniti,  ripercorre il territorio che circonda Venosa dalle distese ondulate che si fermano contro l’alta Acerenza ai valloni che nutrono i boschi di Banzi, alla fertile pianura dell’attuale Lavello, antica Forentum. Il paesaggio lucano accompagna il poeta in tutta la sua opera, se è vero, come dice qualche studioso di Orazio, che il Soratte innevato di Odi I, 9, non è altro che una rievocazione del Vulture, quale si era stampato nella memoria del poeta, quando d’inverno si copriva di neve. E’ vero che ogni luogo esprime un paesaggio diverso: i luoghi sono come le persone, sono uno diverso dall’altro, ma tutti ad ogni modo esprimono dei tratti comuni che li incastonano in un ambiente naturale dal clima, dall’orografia e dalla natura della sua idrografia. La descrizione, che fa Orazio del suo fons, è quella topica di una sorgente appenninica ed è stata quasi una costante in tutta la letteratura classica. Si può risalire ad Omero, quando nel XVII dell’Odissea ci descrive la fonte posta a metà strada fra la capanna di Eumeo e la reggia di Itaca. Presso di questa Eumeo ed Ulisse si dissetano, presso questa il pecoraro Melanzio offende Ulisse, sferrandogli un poderoso calcio ad una coscia.  Era una fonte dalla bella corrente, l’acqua scorreva da una roccia, intorno un bosco di pioppi. Siamo ad Itaca, il paesaggio è della stessa natura di quello greco ed italico: montuoso e dalla flora mediterranea. Così Omero:

“ e gia erano al fonte / murato, acque belle, dove i cittadini attingevano; / e intorno c’era un boschetto di pioppi, che si nutrono d’acqua, / tutto rotondo in giro; gelida scorreva l’acqua / da un’alta roccia; un’ara là sopra era stata murata, sacra alle Ninfe, dove tutti compivano offerte i passanti”. ( XVII, 205 ss. Tr. CalzecchiOnesti)  Sorgenti collinari contornate da pioppi, elci, salici e corbezzoli riempiono con il loro chiacchierio numerosi epigrammi di poeti alessandrini, che non è il caso qui di citare. Orazio è su questa scia, egli è un poeta alessandrino dotto e raffinato, spesso nella sua opera poetica si sentono suggestioni e reminiscenze degli epigrammisti greci, i quali hanno ritratto scorci paesaggistici suggestivi dai nitidi aspetti impressionistici. Non poteva e non è diverso il paesaggio sabino da tanti paesaggi appenninici che troviamo nelle letterature classiche. Il fundus di Orazio era incastonato in una valle appenninica al centro della quale vi è il Licenza, fiumiciattolo formato dai rivoli che scendono dai monti che custodiscono la valle. Uno di questi rivoli è il fons, la sorgente, che con le sue acque chiacchierine, dava vita alla villa di Orazio. Ancora oggi il Ninfeo Orsini, con questo nome è conosciuta la sorgente, perché nel 1600 gli Orsini, feudatari del paese, costruirono l’artistica fontana e la elessero a dimora delle Ninfe, si visita con piacere: è un’oasi di fresco e di tranquillità nella calura estiva. Il monumento si trova a monte della villa di Orazio,  l’acqua che scorre rumorosa lambisce la villa e si getta nel Licenza, per proseguire il suo viaggio verso Roma nell’Aniene. Al tempo in cui Orazio abitava la villa, l’acqua si riversava nei locali dell’abitazione per soddisfare le necessità vitali.

 Gli antichi ponevano sotto la protezione degli dei i luoghi che frequentavano, ed in modo speciale quelli che rappresentavano un segno della protezione divina. Una sorgente copiosa era sempre una protezione divina. Orazio, da buon epicureo, non dava tanto peso alle fole della religione animistica che vedeva i luoghi più insignificanti popolati di ninfe e divinità di ogni genere. Ma alle feste e ai riti, a quella religione esterna che rientrava nel mos maiorum e che teneva unita la familia era ligio. Ed ecco il rito della festa dei Fontanalia da celebrare con tutta la familia con conseguente sacrificio. A Roma la festa, che si diceva istituita da Numa Pompilio, cadeva il 13 ottobre. In tale occasione si facevano sacrifici e si adornavano i pozzi, le fontane e le sorgenti con fiori e ghirlande. Il poeta, ligio al mos maiorum, lo fa con un sorrisetto sulle labbra, con tanto umorismo, ma anche con tanto amore verso la natura, che gli elargiva una così abbondanza di acque. L’umorismo trapela dal nome della ninfa custode e protettrice della sorgente. Non i soliti nomi, le solite ninfe che popolavano le fonti famose, ma una ninfa nuova, che non esisteva se non nella sua fantasia. Quale nome più malioso, più sconosciuto e più arcano di Bandusia, malioso perché dalla dolce pronunzia della finale, arcano perché sconosciuto ai suoi amici, fascinoso perché gli ricordava anche luoghi della sua infanzia, luoghi che lo avevano visto bambino durante le assolate giornate estive nelle quali il padre andava ad esigere il pensum dai contadini. Bandusia! una nuova ninfa!  È stata la nostalgia della sua terra di origine forse a suggerire ad Orazio di trasportare nella poesia il paesaggio lucano in Sabina e il nome da dare al suo fons in Sabinis, o meglio alla ninfa protettrice della sorgente: Bandusia, nome che ha il suffisso funzionale usia del tutto estraneo all’area sabino-latina, ma è caratteristico della toponomastica appulo-lucana, come dimostrano Venusia, Genusia, Canusium.

L’ode III,13, dedicata al fons, presuppone un sacrificio, cras donaberis haedo, domani avrai in dono un capretto. Orazio non programma un sacrificio per un fons lontano, vivo, forse, solo nella sua memoria, e dal quale non gli deriva nessuna utilità. La mentalità pratica dei romani del do ut des ammette il sacrificio ad un fons di cui si godono i benefici, non ad un fons di cui, dopo anni, si ricorda solo il nome. La festa dei Fontanalia, il sacrificio del capretto, la familia che avrebbe goduto del capretto alla brace, hanno bisogno di una fonte vera, godibile e fruibile. Questo  è motivo per propendere per il Fons Sabinus a cui il poeta dà  un nome rievocativo di un fons, forse, della sua terra di origine, ammesso che esistesse un fons di tal nome in quel di Venosa ai tempi di Orazio. Quel nome, quella fonte ricordano forse ad Orazio episodi lieti della sua infanzia, quando, contento, seguiva il padre nel girovagare per riscuotere le tasse. Riandare con la mente a quei luoghi è un modo per sentirsi ancora figlio di quella Lucania bellicosa che aveva lasciato per sempre.

Ma vi sono motivi più probanti per ubicare il fons in Sabina. Orazio dice che nelle sue terre sabine aveva una sorgente capace di dare nome a un ruscello, fons etiam rivo dare nomen  idoneus ( Ep. 16, 22 ), che aveva nome Digenzia, oggi Licenza, che versa le acque nell’Aniene. La sorgente, oggi Ninfeo Orsini, sistemata tra il 1624 e il 1634 da Mario Orsini, vescovo di Tivoli,  è a monte della villa di Orazio e per caduta portava l’acqua in casa per le necessità giornalieri, alimentava la piscina, nella quale Orazio allevava i pesci per la sua tavola. La sistemazione seicentesca forma un incantevole scenario, molto suggestivo. L’acqua è cristallina e fredda, leggera, piacevole e ristoratrice; lo specchio d’acqua formato dalla fonte è ombreggiato dall’elce piantato sopra alle cave rupi. Il poeta, come gli abitanti della villa, ha quasi un rispetto religioso per quella limpida acqua. Ad essa quindi dedica le sue attenzioni e la celebra come solo lui sapeva fare.  Il poeta non poteva dedicare un’ode così sentita ad una sorgente posta in un luogo, che aveva abbandonato a dieci anni, ormai lontano dalla sua vita quotidiana. E’ pur vero che a circa sei miglia da Venosa, nel medioevo, esisteva un fons Bandusinus, di cui è cenno in una bolla di papa Pasquale II del 1103. Ma come mai questo fons spunta solo nel XII sec.? Forse per  far nascere una vexata quaestio e   far contendere, oggi,  a molti paesi della zona la proprietà della fonte? Ma Banzi non è distante almeno il triplo di miglia da Venosa? Forse è Orazio stesso a dirimere la disputa, quando in Epist. I, 16, 12-13 dice che nel suo fundus vi era un “ fons etiam rivo dare nomen idoneus, ut nec / frigidior Thracam nec purior ambiat Hebrus,… c’è poi una fonte, capace di dar nome a un ruscello, come né più fresca né più pura ne fa scorrere l’Ebro in Tracia… Il fundus di Orazio non era certo il campicello del padre, che secondo alcuni si trovava alle falde del Vulture, espropriatogli quando ancora doveva ritornare dalla Grecia, dove aveva combattuto contro l’esercito di Augusto. Ritornò per amnistia, e non risulta che sia passato per Venosa per badare ai suoi interessi. A Venosa non aveva più niente e nessuno: gli sarebbe forse rimasta solo la nostalgia in età matura, che egli esprime rievocando i nomi dei luoghi che lo videro bambino. Sarebbe bastato che Orazio avesse dato il nome alla sorgente, per togliere ai suoi lettori ogni possibilità di discussione, a quei lettori ai quali (XX epistola) si augura che il libro, che smania di andare in giro per il mondo, si rivolga. E’ noto quanta nostalgia e affetto nutrisse Orazio per i luoghi dell’infanzia, per questo non è assurdo congetturare che alla sorgente di un podere finalmente suo, quello in Sabinis, egli abbia dato il nome del fons, alle cui limpide e salutari acque da fanciullo, forse, si era dissetato. Potrebbe essere questo un ricordo dell’infanzia che affiora per criptomnesia nella memoria del poeta, che si è servito del Fons Bandusinus per creare una suggestiva immagine poetica e dare alla ninfa del suo fons sabinus un nome quasi esotico, magico. Tale, infatti, ai suoi amici romani e all’etrusco Mecenate doveva suonare la voce osca Bandusia.

Che Orazio descriva un fons appenninico esistente è dimostrato dal fatto che, pur essendo la descrizione paesaggistica arcadica, esce dalla topica ellenistica del locus amoenus per il colore locale dei lecci, piante tipicamente appenniniche. Il paesaggio del Fons Bandusiae è italico, certo sabino, ma anche attribuibile a questo o  a quel luogo lungo tutta la dorsale appenninica. Tutte le sorgenti montane sono circondate da lecci o alberi propri della flora appenninica, zampillano da rocce incavate, possono sgorgare da un anfratto. Quando poi hanno avuto la fortuna di allietare con le loro acque cristalline poderi importanti, hanno goduto anche del sacrificio, se poi il dominus è un poeta, come Orazio, anche l’immortalità data dalla poesia. Fies nobilium tu quoque fontium, me dicente.

 Esperienza letteraria, vita vissuta, rimembranza dei luoghi dell’infanzia sono i tre momenti essenziali della poesia di Orazio in questa ode: momenti essenziali ricreati dalla fantasia del poeta, in uno di quei suoi girovagare per le sue terre sabine, spesso fonte di ispirazione poetica.  Per noi lettori di poesia, poco importa se il fons si trovi in Sabina o nei pressi di Venosa: esso si trova ovunque, perché in ogni luogo la poesia oraziana scende nell’animo del lettore per donare momenti di piacere estetico fatto d’ immagini che difficilmente si dimenticano. E quelle acque limpide, fresche, chiacchierine, quegli alberi che ondeggiano al soffio leggero del vento, rimangono impresse nella mente del lettore che da duemila anni si sente partecipe al sacrificio al fons di quel candido agnello che si vede privato della vita nel momento in cui ad essa il turgore della sua fronte lo preparava alle tante battaglie d’amore. La lirica, suggestiva, è un inno alla natura e alla vita, all’acqua, più limpida del cristallo, che con il suo  allegro chiacchiericcio ricorda che lei è datrice di vita agli uomini, alla natura e agli animali.

 

O Bandusia fontana, del vetro più luccicante,                            

tu meriti vino d’annata e fiori,

domani a te in sacrificio un agnello

il quale, turgida la fronte

per le corna che premono,

spera fulgide zuffe d’amore.

Invano: il sangue suo di rosso

macchierà le tue fredde acque.

Te non tocca l’infocata Controra,

tu al toro stanco, al gregge vagante

amabile ristoro sempre offri.

Famosa sarai anche tu, me cantore

del verde leccio e dell’acque sonore,

 scorrenti da incavati sassi.

 

Una traduzione non rende mai la sonorità e le immagini che il testo originale suggeriscono. Se diamo uno sguardo all’ultima strofe oraziana vediamo quanto lontani siamo dalle suggestioni che dettano le parole di Orazio. La descrizione del paesaggio appenninico è di una limpidezza tale che nessuna traduzione può rendere.

 

Fies nobilium tu quoque fontium,

Me te cavis impositam ilicem

Saxis unde loquaces

Lymphae desiliunt tuae.

 

Quale traduzione può rendere la sonorità delle parole latine di desiliunt loquaces cavis saxis, ove il desiliunt dà l’immagine dell’acqua, che scorre saltellando dall’alto verso il basso con un dolce sussurrare di parole armoniose e sommesse? L’acqua esce festante da sassi incavati, esce dal buio della roccia, esce gioiosa, libera in tutta la sua purezza, che contrasta con il verde cupo del leccio che la sovrasta, con la durezza della roccia che la teneva prigioniera. La strofa di Orazio è armoniosa, limpida, musicale, accarezza l’udito e stimola la fantasia. E’ il poeta della natura che si rivela in tutta la sua pienezza, consapevole che la sua poesia darà eternità a quell’umile sorgente appenninica, simile a tanti rivoli che scorrono dai monti. Tutto questo una traduzione non può rendere, perché i suoni e le iuncturae della lingua di partenza non sono le stesse della lingua d’ arrivo.