<<Sez. Letteratura-Italianistica>>
Mercoledì 30 Gennaio 2019 "uscita n. 21"

 

Il dimostrativo «cotesto» in Dante

di Pier Angelo Perotti
 
   dante-alighieri

                                                Foto di una statua di Dante

< Sez. Letteratura-Italianistica >
Mercoledì 30 Gennaio 2019 "uscita n. 21"

Il dimostrativo «cotesto» in Dante

di Pier Angelo Perotti

Abstract. È qui analizzato l’uso del pronome/aggettivo «cotesto» e dei corrispondenti avverbi «costì», «costà» e «costinci» nella Divina Commedia, nelle loro diverse implicazioni grammaticali e semantiche. Oltre al normale utilizzo correlato alle regole della grammatica, in qualche caso viene posta in rilievo la loro funzione psicologica, che consente una lettura in qualche modo arricchita di alcuni passi del poema. È infine messo in evidenza l’impiego anomalo del dimostrativo «questo» in luogo di «cotesto», dovuto – mi sento di suggerire – con ragionevole probabilità a palesi esigenze di carattere metrico.

Premessa. Può sembrare bizzarro che proprio io, piemontese, analizzi un simile argomento, e infatti nel trattarne provo un certo senso di inadeguatezza. Benché abbia trascorso quasi due anni a Firenze, devo confessare che continuo a usare assai raramente il dimostrativo “codesto” – squisitamente toscano –, ed esclusivamente nello scritto. Infatti chi non è toscano non si sente naturalmente portato a utilizzare tale pronome/aggettivo, anzi prova una sorta di disagio quando se ne serve, temendo di essere considerato uno snob o un purista d’altri tempi.
Viceversa, al di là delle norme grammaticali, i Fiorentini, anche i più semplici e umili, incolti o semi-analfabeti, utilizzano “codesto” spontaneamente, per così dire “come respirano”, e ne distinguono istintivamente l’uso rispetto a “questo” e a “quello”; tale fenomeno doveva essere diffuso ben prima della codificazione normativa proposta da Pietro Bembo (Prose della volgar lingua, 1525) e da altri grammatici, e dunque si deve presumere che anche Dante e i suoi contemporanei fossero soggetti a tale peculiarità.
Ma l’indagine sull’impiego di «cotest-» in Dante, e segnatamente nella Divina Commedia, riserva qualche sorpresa: se è vero che tale dimostrativo è usato sempre a proposito (con qualche apparente eccezione, che vedremo singolarmente), è altrettanto indubbio che in non poche occasioni esso è sostituito impropriamente da «quest-», in contrasto con le regole grammaticali canoniche. Ci si domanda dunque la ratio di tale uso per così dire scorretto, che ritengo di aver identificato nella necessità metrica. Ciò non sminuisce affatto il valore assoluto del ‘divino’ poema, il cui autore si trovò costretto – agli albori della lingua italiana, si badi bene – a trasgredire le norme ‘ufficiali’ della neonata grammatica pur di ottenere versi esenti da pecche metriche.

1. L’elenco degli aggettivi/pronomi dimostrativi (o deittici) italiani è alquanto controverso: secondo alcuni studiosi di grammatica – per es. Palazzi – essi sono questo, codesto, quello, stesso, medesimo, altro (come opposto di stesso e medesimo), tale, quale, cotale, siffatto, cosiffatto. Qualcuno – per es. Satta – aggiunge simile; Palazzi include tra gli aggettivi dimostrativi persino che «nel senso di quale, [...]: es. con che animo fai ciò? A che miseria siamo giunti! Da che pulpito viene la predica!»: in realtà quest’ultimo è un aggettivo interrogativo/esclamativo. Vanno poi ricordati costui e colui, esclusivamente pronomi.
In proposito, il mio «debol parere» è che si debba seguire la classificazione valida per il latino, dove generalmente si fa una distinzione piuttosto netta tra pronomi (o aggettivi pronominali) “dimostrativi” e “determinativi” o “anaforici”: i primi sono hic “questo”, iste “codesto”, ille “quello”; gli altri is “egli, esso” etc., e i suoi derivati, idem “medesimo”, ipse “stesso”, talvolta definiti “identificativi”.
Per quanto attiene all’impiego dei dimostrativi, anche per l’italiano vale il criterio relativo al latino: a tale proposito, mi pare esaustiva l’analisi di Monteil:

Leur opposition se fonde sur un critère de localisation spatiale (le démonstratif, pronom qui montre, situe dans l’espace l’objet montré); et ainsi, selon que l’objet montré est proche du locuteur, éloigné de lui, ou à distance moyenne, trois pronoms différents sont utilisés. L’assimilation de l’objet rapproché à un objet intéressant la première personne; l’assimilation de l’objet éloigné à un objet du ressort de la troisième personne, etc..., ne sont que des corollaires de la valeur localisante de ces pronoms.

A prescindere dalle definizioni, rileviamo innanzitutto che, fra i tre dimostrativi principali, il meno utilizzato in latino è certamente iste, come del resto l’italiano cotesto o codesto, il cui uso è istintivo presso i toscani, anche illetterati, mentre nel resto d’Italia è raro anche tra le persone colte, ed è sostituito da questo o da quello, ricorrendo quasi esclusivamente nelle formule burocratiche come “Il sottoscritto invia a codesto ufficio...”.
Secondo le norme più rigorose della grammatica italiana, il dimostrativo questo si usa per indicare persona o cosa vicina a chi parla, o a chi parla e a chi ascolta, come pure si riferisce a persona o cosa che si sta per nominare, mentre codesto «indica soltanto un oggetto vicino a chi ascolta», o comunque in relazione, anche in senso figurato, con l’interlocutore, vale a dire alla sfera di pertinenza dell’ascoltatore, nonché a persona o cosa già nominata.

2. 0. Nella Divina Commedia il pronome/aggettivo cotesto (dal lat. parlato *ěccu(m) tĭbi ĭstu(m) “eccoti questo”) ricorre, nelle varie forme della flessione, 9 volte, ma mai nelle altre opere di Dante, dove peraltro sono presenti i pronomi costui, costei, costoro (cfr. 3. 0): analizziamo tali occorrenze.

2. 1. Incominciamo da Inf. III, 88-89 [i corsivi dei dimostrativi sono miei]:

“E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.

È Caronte che, rivolgendosi al poeta, gli impone di allontanarsi dai dannati. Dall’uso del pronome «cotesti» si evince che le «anime prave» (84) sono discoste dal «nocchier de la livida palude» (III, 98) ma vicine a Dante; la conferma della sua posizione risulta dall’avverbio «costì», che segnala come il poeta non si sia ancora accostato a Caronte, che comunque tenta di allontanarlo dalle anime dannate. Ma – continua Dante – «poi che vide ch’io non mi partiva» (90), gli prescrive (91b-93):

“Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”.

Tuttavia Virgilio lo placa rappresentandogli una volontà superiore, il che annulla il rifiuto del demonio (94b-96):

“Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote   
ciò che si vuole, e più non dimandare”.

Infatti Caronte si cheta e si rassegna (97-98): «Quinci fuor quete le lanose gote / al nocchier de la livida palude»: pertanto si può presumere che obbedisca all’imposizione di Virgilio e che li trasporti sull’altra riva di Acheronte con la barca.
Analoga la situazione nell’Eneide – poema cui si ispirò Dante in non pochi punti (tant’è vero che considera Virgilio suo maestro), verosimilmente compreso questo –, dove il medesimo nocchiero dapprima nega a Enea il trasporto  sulla sua barca (6, 391: corpora viva nefas Stygia vectare carina “non è lecito trasportare viventi sulla barca stigia”), giustificando il rifiuto con precedenti esperienze spiacevoli (Ercole, Teseo e Piritoo), ma in séguito all’intervento e al lasciapassare della Sibilla acconsente a traghettare l’eroe al di là dell’Acheronte, e lo accoglie sulla barca (6, 412b-413a: simul accipit alveo / ingentem Aenean “subito accoglie nello scafo / il grande Enea”).
Insomma, per quanto non sia ben chiaro come Dante e Virgilio abbiano attraversato il fiume, dato che il poeta non lo dichiara esplicitamente, si può supporre che lo abbiano fatto sulla barca di Caronte in compagnia dei dannati vicino ai quali si trovavano, come indica appunto il pronome «cotesti» (89). A conferma che i due poeti sono traghettati dalla barca di Caronte si potrebbe addurre l’analogo attraversamento dello Stige sulla barca di Flegiàs (VIII, 18-30). Inoltre, last but not least, si può ritenere che la condivisione del mezzo di trasporto con i dannati sia in qualche modo una delle non rare ammissioni, da parte del poeta, della propria condizione di peccatore.

2. 2. Inf. VII, 49-51:

E io: “Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali”.

I «mali» cui Dante accenna sono i peccati di avarizia e di prodigalità che Virgilio aveva illustrato subito prima (40-48), e dunque il dimostrativo «cotesti» è perfettamente appropriato, perché si riferisce a cosa già nominata, ossia a un argomento già trattato.

2. 3. Inf. XI, 16-18:

“Figliuol mio, dentro da cotesti sassi”,
 cominciò poi a dir, “son tre cerchietti
 di grado in grado, come que’ che lassi”.

I «sassi» in questione sono le «gran pietre rotte in cerchio» del v. 2; ma mi sfugge la ragione per cui, essendo Dante vicino a Virgilio, questi usi tale dimostrativo, che dovrebbe implicare come i sassi siano più prossimi al «figliuolo» che al maestro. La giustificazione prioritaria consiste nell’appellarsi a esigenze metriche, perché «cotesti» è il solo dimostrativo trisillabo; ma se pure l’uso di «questi» è metricamente impossibile, il poeta avrebbe potuto utilizzare «quei» semplicemente sostituendo la forma apocopata «figliuol» con quella piena «figliuolo» – come in Inf. VIII, 67 e Purg. XXV, 58 –: ne sarebbe risultato il verso *«Figliuolo mio, dentro da quei sassi», con il vantaggio di prendere le distanze da un luogo «pien di spirti maladetti» (19b). In alternativa, si può ipotizzare che in questo caso il poeta abbia inteso attribuire all’aggettivo dimostrativo un valore spregiativo che in genere è associato al corrispondente pronome costui (cfr. 3. 0 e n. 24): in tal modo sarebbe riuscito a esprimere tutta la repulsione provocata in lui da quel luogo infame.

2. 4. Inf. XXIX, 88-90:

“dinne s’alcun Latino è tra costoro
che son quinc’entro, se l’unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro”.

Virgilio domanda a un dannato della X e ultima bolgia dell’VIII cerchio, assegnata ai falsatori di metalli, che si sta grattando furiosamente per la scabbia che lo tormenta, se vi è qualche italiano («Latino», v. 88) tra i condannati a tale pena per tale colpa; ed egli afferma di essere stato «d’Arezzo» (v. 109), senza precisare il nome, che noi conosciamo – Griffolino, appunto d’Arezzo – grazie ai più antichi commentatori del poema. Qui il dimostrativo «cotesto» è affatto corretto, dato che il «lavoro» di cui parla Virgilio – ossia il lacerarsi la pelle con le unghie – è compiuto dal suo interlocutore.

2. 5. Inf. XXXII, 55-57:

 “Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue”.

Il personaggio che parla a Dante – «un ch’avea perduti ambo gli orecchi / per la freddura» (vv. 52-53a), che poco dopo dichiarerà di chiamarsi «il Camicion de’ Pazzi» (v. 68b) –, con «cotesti due» (v. 55) si riferisce a due suoi compagni di pena, Napoleone e Alessandro, figli di Alberto degli Alberti, che si uccisero a vicenda. Dato l’uso di questo dimostrativo, si deve presumere che essi si trovassero vicino al poeta piuttosto che a Camicione, come del resto sembra risultare dalla frase «volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti» (v. 41). Se il poeta avesse voluto indicare che i due fratelli erano vicini al parlante Camicione, avrebbe potuto scrivere, senza difficoltà metriche, limitandosi a evitare una delle due apocopi, *«“Se vuoi saper chi sono questi due”», oppure *«“Se vuoi sapere chi son questi due”». Anche qui, dunque, la scelta del pronome è ineccepibile.

2. 6. Purg. VI, 40-42:

“e là dov’io fermai cotesto punto,
non s’ammendava, per pregar, difetto,
perché ’l priego da Dio era disgiunto”.

Virgilio spiega a Dante la differenza tra preghiera pagana e cristiana, sottolineando l’efficacia di quest’ultima, perché indirizzata all’unico vero Dio. Il «punto» cui il poeta fiorentino aveva fatto riferimento è il verso 6, 376 dell’Eneide, in cui la Sibilla, a Palinuro che l’aveva supplicata di trasportarlo al di là dell’Acheronte benché fosse insepolto, risponde: «desine fata deum flecti sperare precando» “smetti di sperare che la volontà degli dèi si possa piegare con le preghiere”. L’allusione di Dante alle parole della Sibilla precede, ovviamente, questa risposta di Virgilio, e dunque l’aggettivo «cotesto», riferendosi a cosa già nominata, è inappuntabile.

2. 7. Purg. VIII, 133-137:

“[...]; che ’l sol non si ricorca
 sette volte nel letto che ‘l Montone
 con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
 che cotesta cortese oppinione
ti fia chiavata in mezzo de la testa”.

Dante aveva poco prima tessuto l’elogio «dell’antica grandezza e dell’orgoglio nobiliare» dei Malaspina, signori della Lunigiana, presso i quali avrebbe soggiornato nel 1306, come lo stesso Currado gli predice in questi versi. Dato che l’«oppinione» del poeta è stata espressa in precedenza, l’uso del dimostrativo «cotesta» è anche questa volta impeccabile.

2. 8. Purg. XI, 52-56:

“E s’io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,
cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco”.

Virgilio aveva chiesto genericamente, alle anime che scontano il loro peccato di superbia, informazioni circa la via più breve per scendere dal primo al secondo girone; e uno di essi, Omberto Aldobrandeschi, invita i due visitatori a seguire lui e le altre anime purganti (vv. 49-51); dopodiché esprime il desiderio di guardare la «persona viva» che sta compiendo il viaggio ultraterreno per cercare di riconoscerla. E poiché Dante è evidentemente più prossimo al maestro che alle anime, è perfettamente naturale che sia utilizzato il pronome «cotesti» – hàpax come singolare –, che vale “costui”. Un’osservazione aggiuntiva: credo che non sia casuale che il poeta abbia usato il dimostrativo «cotesti» anziché il più frequente “costui” (v. 55), peraltro metricamente possibile grazie alla semplice sostituzione della forma normale «ancora» a quella apocopata «ancor» (*«costui, ch’ancora vive e non si noma»); ma essendo a “costui” perlopiù associato senso spregiativo (cfr. 3. 0 e n. 24), che evidentemente Dante voleva evitare – perché si sarebbe trattato di un pre-giudizio da parte di Omberto, ma forse anche in quanto riferito a sé –, si può sospettare che la sua scelta sia stata determinata da tale considerazione.

2. 9. Purg. XXXIII, 97-99:

“e se dal fummo foco s’argomenta,
cotesta oblivion chiaro conchiude
colpa ne la tua voglia altrove attenta”.

A Dante, che dichiara a Beatrice di non ricordare di essersi mai allontanato da lei, sulla terra, la donna risponde dimostrando che proprio da tale oblio risulta invece il suo straniamento da lei, considerato che l’acqua del Lete – in cui il poeta era stato immerso e che aveva bevuto – «cancella la memoria delle colpe, e non delle azioni buone». Comunque, l’«oblivion» cui fa riferimento Beatrice è quella dichiarata poco prima da Dante (vv. 91b-93, cit. alla n. 20), e perciò, trattandosi di cosa nominata in precedenza, l’aggettivo «cotesta» è affatto regolare.

3. 0. Il pronome «costui» – che, ricordiamo, corrisponde non solo a “cotesto” ma anche a “questo” o “questi” (sing.), e che ha sovente valore spregiativo – ricorre 30 volte nella Divina Commedia, 6 nella Vita nova, 3 nelle Rime, 6 nel Convivio; «costei» 5 volte nella D. C. e nella V. N., 9 nelle R., 40 nel C.; «costor(o)» 15 volte nella D. C., 5 nella V. N., 25 nel C., assente nelle R.
Tra gli avverbi corrispondenti a «cotesto», vale a dire costì, costà e i loro composti costinci, costassù e costaggiù – tutti tipicamente, anzi quasi esclusivamente, toscani –, in Dante sono presenti, e solo nella D. C., esclusivamente «costì» (3 volte), «costà» (4 volte) e «costinci» (2 volte). Vediamo i relativi passi [i corsivi degli avverbi sono miei]:

3.1. «costì», dal lat. eccu(m) istic “ecco qui”:

Inf. III, 88-89:

“E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.

Con «costì» è indicato il luogo in cui si trova Dante, al quale Caronte si rivolge (cfr. 2. 1), ma un luogo relativamente vicino al parlante, mentre “costà” implicherebbe una maggior distanza tra i due; ovviamente sia “qui” sia “lì” sarebbero impropri, oltre che metricamente impossibili.

Inf. XIX, 52-53 (bis):

Ed el gridò: “Se’ tu già costì ritto,
se’ tu già costì ritto, Bonifazio?”

Il simoniaco papa Niccolò III così si rivolge a Dante, scambiandolo per Bonifacio VIII, che invece sarebbe morto nell’ottobre del 1303, più di tre anni dopo l’immaginario viaggio del poeta. L’iterazione della domanda indica da un lato lo stupore per il fatto che «di parecchi anni gli mentì lo scritto» profetico che aveva consultato (v. 54), dall’altro una sorta di compiacimento per la condivisione della pena da parte di un pontefice peggiore di lui, almeno secondo Dante. Per quanto attiene all’uso dell’avverbio, vale quanto osservato nel caso precedente.

3. 2. «costà», dal lat. eccu(m) istac “ecco costà”:

Inf. VIII, 40-42:

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”.

La sola differenza rispetto ai due passi precedenti consiste nell’uso di «costà» anziché «costì»: come già ho accennato qui sopra, l’uso di tale avverbio implica una maggiore distanza tra il parlante Virgilio e l’interlocutore Filippo Argenti; ma non va trascurato anche il senso di disprezzo insito in esso (cfr. 3. 0 e n. 24), che non stupisce se si paragona il carattere dell’iracondo dannato e quello tradizionalmente mite del poeta latino, che peraltro in questa e in altre occasioni si scaglia contro alcuni maledetti dell’inferno.

Inf. XII, 64-66:

Lo mio maestro disse: “La risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta”.

Uno dei Centauri aveva domandato ai due poeti quale fosse la pena cui erano condannati (vv. 61-62, cit. in 3. 3), e aveva loro imposto di rispondere restando dove si trovavano, senza muoversi («costinci», v. 63: cfr. 3. 3); ma Virgilio ribatte che fornirà le opportune informazioni soltanto al loro capo Chirone quando saranno giunti vicino al Centauro che ha parlato e agli altri suoi simili: è dunque pienamente giustificato l’uso di tale avverbio.

Inf. XXII, 94-96:

E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
disse: “Fatti ’n costà, malvagio uccello!”.

Malacoda, il «gran proposto» dei Malebranche, ossia il loro capo – titolo «intonato a comica solennità» –, scaccia Farfarello, uno dei diavoli alati («malvagio uccello», v. 96), che sta per colpirli («fedire», v. 95): l’espressione «fatti ’n costà» è per certi aspetti analoga a quella di Inf. VIII, 42 (cit. in 3. 1); e anche qui è riconoscibile lo stesso senso spregiativo che abbiamo visto nel passo citato.

Purg. VI, 103-105:

Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.

Il poeta si rivolge, nella sua apostrofe, ad Alberto d’Asburgo, con riferimento anche al padre Rodolfo, che hanno abbandonato o dimenticato l’Italia, il «giardin de lo ’mperio», perché distolti dagli interessi collegati al governo della Germania, appunto «di costà», luoghi vicini a loro, non solo sotto l’aspetto geografico, ma anche affettivo. Anche qui si può forse rilevare una forma di critica nazionalistica o campanilistica – più che di disprezzo – per chi ha preferito la terra tedesca a quella italiana.

3. 3. «costinci», dal lat. eccu(m) *istince “ecco di costì”:

Inf. XII, 61-63:

e l’un gridò da lungi: “A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l’arco tiro”.

È la terzina che precede XII, 64-66 (cfr. 3. 2): per l’uso dell’avverbio vale quanto osservato per il passo citato.

Purg. IX, 85:

“Dite costinci: che volete voi?”

L’uso è identico a Inf. XII, 63 (cfr. qui sopra), e addirittura è quasi uguale l’incipit dei due versi.

4. Come a costì corrisponde qui, a costinci corrisponde quinci – dal lat. parlato *(ec)cu(m) hince “ecco di qui” –, di cui nella D. C. si hanno 44 occorrenze. Rileviamo che «costinci» è assente nel Cavalcanti, nel Petrarca e nel Decameron del Boccaccio, autori peraltro toscani, come pure nel Guinizelli; nel Petrarca non compaiono neppure «cotesto», «costì» e «costà», mentre nel Decameron «cotest-» ricorre 32 volte, e gli avverbi «costì» e «costà» 8 volte ciascuno.
«Cotest-» è alquanto raro anche presso altri poeti e prosatori, toscani e non toscani: si trova 4 volte nel Machiavelli; per l’Ariosto è hàpax nell’Orlando furioso (c. V, ott. 31, v. 1), ed è usato 2 volte nelle Satire (I, 40 e II, 55); è hàpax nell’Orlando innamorato del Boiardo (c. XII, ott. 50, v. 1); ha 14 presenze nel Morgante del fiorentino Luigi Pulci; 4 nella Gerusalemme liberata del Tasso (c. VIII, ott. 37, v. 1; ott. 61, v. 5; c. XI, ott. 53, v. 4; XVIII, 52, v. 3), e 5 nell’Adone del Marino (II, 168, v. 1; IV, 270, v. 5; XII, 256, v. 4; XIII, 106, v. 5; XVIII, 111, v. 5), entrambi campani; nel Pinocchio del toscano Collodi lo incontriamo 2 volte nella forma «cotest-», 9 in quella «codest-»: ovviamente il suo uso nei prosatori è esente da condizionamenti metrici.
Gli altri dimostrativi hanno in Dante una frequenza enormemente maggiore: nella D. C. «quest-» ricorre oltre 500 volte, «quell-» o «quel» oltre 800, «quei» (sing. o plur.) un centinaio, «que’» 7; nella Vita nova «quest-» oltre 320, «quell-» o «quel» oltre 120, «quei» (sing. o plur.) 3, «que’» 1; nelle Rime «quest-» 67, «quell-» o «quel» 81, «quei» (sing. o plur.) 5, «que’» 4; nel Convivio «quest-» oltre 1000, «quell-» o «quel» circa 1000, «quei» (sing. o plur.) 4, «que’» è assente.
La statistica ora presentata non è del tutto superflua, come potrebbe apparire a un esame superficiale, ma vale a segnalare l’assoluta sproporzione tra la presenza di «cotesto» e degli altri due dimostrativi in Dante, come del resto presso tutti gli autori della letteratura italiana, nonché nella lingua di uso quotidiano della stragrande maggioranza delle regioni dell’Italia, ad eccezione della Toscana (cfr. § 1).
Il dimostrativo «quel-» riveste non di rado il senso corrispondente a uno dei valori del lat. ille “il famoso, quel famoso”: per es. Inf. I, 73-74: «“Poeta fui, e cantai di quel giusto / figliuol d’Anchise che venne di Troia”»; 79-80: «“Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte / che spandi di parlar sì largo fiume?”»; IV, 127: «Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino» (dove peraltro può avere anche la funzione determinante che equivale a “quello specifico Bruto, non il Cesaricida”); etc.
Spesso «quel-» equivale a “egli (in Dante elli), esso, colui, ella, essa, colei, coloro, ciò”: per es. Inf. IV, 76a: «E quelli a me» [= “egli”]; V, 121a: «E quella a me» [= “ella”]; XV, 124: «quelli che vince, non colui che perde» [= “colui”]; IX, 47: «“quella che piange dal destro è Aletto”» [= “colei”]; III, 122: «“quelli che muoion ne l’ira di Dio”» [= “coloro”]; V, 94: «“Di quel che udire e che parlar vi piace”» [= “ciò”]; etc.
Come risulta con sufficiente evidenza dall’indagine qui condotta, nelle poche occorrenze del pronome o aggettivo «cotesto» e degli avverbi corrispondenti sono perlopiù rispettate le norme grammaticali attinenti al loro uso, o in senso fisico o in base a considerazioni di carattere psicologico: per tale ultimo aspetto, si pensi agli esempi citati in 2. 3 o 3. 2.

5. Anche l’uso di «quel-» è generalmente regolare e non soggetto a perplessità – fatto salvo l’impiego sostitutivo di “egli” etc. (cfr. § 4) –, mentre qualche difficoltà s’incontra nell’utilizzo di «quest-»: vediamo qualche esempio.
In Inf. I, 94 Virgilio, riferendosi alla lupa, la definisce «questa bestia», ma in precedenza si diceva che la lupa si stava accostando a Dante, e comunque era già stata nominata. Si potrebbe obiettare che, per evitare tale presunta anomalia, il poeta avrebbe potuto sostituire l’incipit del verso, «ché questa bestia», con «*codesta bestia», omettendo la congiunzione: ma l’assenza di «ché» – equivalente a “infatti” o sim. – annullerebbe o limiterebbe il rapporto consequenziale relativo al diverso percorso per evitare la «bestia», che risulta abbastanza chiaramente dalla sequenza (Inf. I, 91-94a):
 “A te convien tenere altro viaggio”,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:
ché questa bestia, [...]”,
mentre, con tale variante, sarebbe solo sottinteso o intuitivo.
Ancor più significativo è il passo in cui Virgilio chiarisce a Dante che lo scopo della sua presenza accanto a lui è di aiutarlo a liberarsi del suo timore («“Da questa tema acciò che tu ti solve”», II, 49): ma la paura è di Dante che ascolta, e inoltre essa era già stata citata («“l’anima tua è da viltade offesa”», II, 45): per questo duplice ordine di ragioni, l’aggettivo «questa» pare di uso improprio. Altrettanto impreciso, ma richiesto da ragioni metriche, è il suo impiego in II, 94b-95: «“che si compiange / di questo ’mpedimento ov’io ti mando”»: all’ostacolo di cui è vittima Dante, Beatrice aveva già accennato in precedenza: «“ne la diserta piaggia è impedito”» (II, 62), e dunque sarebbe più corretto il pronome «cotesto». Analogo il discorso relativo al v. III,  10 «Queste parole di colore oscuro», dove le «parole» sono quelle citate precedentemente, in III, 1-9, che Dante ha visto «scritte al sommo d’una porta» (III, 11b), e perciò sarebbe più confacente il dimostrativo «coteste», così come in III, 34-36: «“Questo misero modo / tegnon l’anime triste di coloro / che visser sanza ’nfamia e sanza lodo”»: la penosa condizione degli ignavi è stata già descritta poco prima (vv. 22-30), per cui sarebbe maggiormente idoneo l’aggettivo «cotesto». Infine, in IV, 110 si legge «per sette porte intrai con questi savi», per i quali però, dato che sono stati nominati in precedenza, sarebbe più opportuno il dimostrativo «cotesti». Potremmo continuare a lungo, ma ci fermiamo qui per motivi di spazio.
In tutte le occorrenze citate, e in non poche altre, sarebbe più adatto il dimostrativo «cotest-». Perché dunque Dante, quantunque toscano, e quindi avvezzo – a differenza del resto degli abitanti della nostra penisola – a distinguere tra i vari dimostrativi, avrebbe trasgredito la nota regola grammaticale de qua? Data la rilevante frequenza del fenomeno, pensare a sviste mi sembra riduttivo o semplicistico, senza contare che per un fiorentino – Dante, ma anche i posteri, sino ai toscani nostri contemporanei – riesce spontaneo utilizzare «cotest-» nelle note condizioni grammaticali, senza necessità di porvi particolare attenzione. In alternativa, si dovrebbe ritenere che l’uso di «quest-» anziché «cotest-» sia stato fatto di proposito, per aggiungere qualche indicazione supplementare tra le pieghe della narrazione complessiva; ma devo ammettere che mi sfugge quali possano essere tali sovrasensi o valori aggiuntivi.
Non resta dunque che percorrere la strada più ovvia, quella dell’opportunità metrica. Salta subito all’occhio che i due dimostrativi in questione contano un numero diverso di sillabe: «codesto» ne ha tre, mentre «questo» ne ha due, del resto proprio come «quello», o addirittura una sola, se elisi. È perciò evidente che in non pochi contesti «cotesto» non può essere utilizzato, a meno di stravolgere l’intero verso, e magari l’insieme della frase. Soltanto se i due dimostrativi fossero isosillabici si potrebbe pensare a una scelta totalmente libera, mentre, essendo questa la condizione metrica, si deve supporre una costrizione dovuta alla schiavitù versificatoria. Se in altre occasioni si può pensare a errori o sviste – inevitabili in qualsiasi poeta o scrittore, per quanto scrupoloso, considerato che anche i grandi o i grandissimi autori, come Dante, sono soggetti a sbagliare o ad avere momenti di stanca –, nell’uso improprio di «questo» in luogo di «cotesto» si deve necessariamente pensare che il poeta fosse ben conscio dell’utilizzo di tale dimostrativo, ma che, costretto dalla metrikh; ajnavgkh, lo abbia adottato per opportunità di composizione.
Si può concludere che queste stesse esigenze metriche, non infrequenti presso poeti precedenti e successivi, siano state a maggior ragione sentite dal ‘padre’ della lingua italiana, che dovette affrontare difficoltà compositive per lui nuove, che si stemperarono via via nei secoli seguenti, grazie all’elaborazione sempre più compiuta della nostra lingua.                                                                


A tale proposito ricordo, tra i tanti, un solo esempio dantesco di una ridondanza dovuta a esigenze metriche: nel celebre sonetto Tanto gentile dalla Vita nova (cap. XXVI) troviamo un’evidente ‘zeppa’ al v. 2, «la donna mia, quand’ella altrui saluta», dove il pronome «ella» è assolutamente superfluo.

F. PALAZZI, Nuovissima grammatica italiana, Milano-Messina, Principato, 1954, pp. 130-131 e 150-152.

L. SATTA, La prima scienza. Grammatica italiana, Messina–Firenze, D’Anna, 1971 (rist. 1974), pp. 218-220 e 274-276.

F. PALAZZI, Ivi, p. 131.

A. MANZONI, I promessi sposi, cap. XIV [Renzo che esprime la sua opinione sugli eventi socio-economici relativi alla sommossa di Milano].

Sull’argomento, cfr. per es. V. TANTUCCI, Urbis et orbis lingua. Corso di latino ..., Bologna, Poseidonia, 1979 (rist.), pp. 78-80; P. MONTEIL, Éléments de phonétique et de morphologie du latin, Paris, Nathan, 1979, pp. 231-236.

In greco i pronomi/aggettivi propriamente dimostrativi sono ou|toı / au{th / tou'to “questo, codesto”, o{de h{de tovde “questo, codesto”, ejkei'noı / ejkeivnh / ejkei'no “quello”: come si vede, non esiste una forma specifica per indicare “codesto”.

P. MONTEIL, Ivi, p. 234.

Per es., in Virgilio questo pronome/aggettivo ricorre poco più di 30 volte, rispetto alle centinaia di occorrenze degli altri due dimostrativi; una trentina di volte in Orazio, contro la ben maggiore frequenza di hic e di ille.

Prova ne sia che il lombardo Manzoni utilizzò il dimostrativo «codest-» due sole volte nel Fermo e Lucia: tomo II, cap. I, § 59 [la numerazione dei paragrafi è mutuata dall’edizione a cura di L. CARETTI, I Promessi Sposi, vol. I, Fermo e Lucia, etc., Torino, Einaudi, 1971; i corsivi dei dimostrativi sono miei]: «“Ma voi”, disse la Signora rivolta repentinamente a Lucia, “voi che dite di codesto signore?”» [cfr. n. 29], e tomo IV, cap. IV, § 40: «L’arcivescovo elettore di Magonza chiese per lettera al cardinale Federigo Borromeo che fossero tutti codesti portenti che si narravano di Milano»; ma nei Promessi sposi – dopo che l’autore ebbe «sciacquato i panni in Arno» – le occorrenze del dimostrativo sono ben 49. Per quanto riguarda i corrispondenti avverbi costì, costà, costassù, costaggiù, costinci (per cui cfr. § 3. 0), nel F. e L. sono tutti assenti, mentre nei P. S. compare soltanto – hàpax – «costì» (alla fine del cap. XXIII), in bocca all’innominato.

L. SATTA, op. cit., p. 218.

Cfr. G. SALVI – L. RENZI (a cura di), Grammatica dell'italiano antico, Bologna, Il Mulino, 2010, p. 1285; M. PALERMO, Linguistica testuale dell'italiano, Bologna, Il Mulino, 2013, pp. 132-133.

Ad essere pignoli, è dunque anomalo il suo uso – ma probabilmente perché dovuto alla metrikh; ajnavgkh – per es. nella poesia di Eugenio Montale Non chiederci la parola, vv. 11-12: «Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» [corsivo mio].

Cfr. per es. N. ZINGARELLI, Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 2004, s. v. codesto. Anche l’etimo degli avverbi esaminati nei §§ 3 e 4 è tratto da questa stessa fonte.

Cfr. C. STEINER, La Divina Commedia, a cura di C. S., Torino, Paravia, 1940, I, Inferno, n. a IV, 7: «Come aveva dunque passato l’Acheronte? Dove Dante non parla, nulla può congetturare la critica, ma qualcosa dalle parole stesse del Poeta a me sembra si possa qui ritrarre. Caronte, spirito di menzogna, per sedurre Dante gli aveva detto (III, 91 sgg.) Per altra via, per altri porti – Verrai a piaggia, e poi: Più lieve legno convien che ti porti; cioè non per questo guado, non con questa barca. E che risponde Virgilio, la dritta ragione ispirata dal cielo? Vuolsi così colà dove si puote, ecc. Così: la parola è breve ma che può significare, se non proprio il contrario di quello che Caronte aveva detto? No, Dante passerà proprio così, cioè, per questa via, per questi porti che tu vorresti negargli».

Cfr. per es. M. PORENA, La Divina Commedia, a cura di M. P., Bologna, Zanichelli, 19592, I, Inferno, nota finale al c. III, Il terremoto, il deliquio di Dante, il suo passaggio dell’Acheronte, p. 40: «Non addirittura opinione universale, ma di molti, fin dai primi commentatori, è che il passaggio dei due poeti durante il sonno di Dante non avvenga sulla barca di Caronte, ma per un qualche mezzo straordinario: secondo i più di costoro con l’intervento d’un angelo, simile a quello che, come vedremo, apre le porte della città di Dite, a Dante negate da protervi demoni»; N. SAPEGNO, La Divina Commedia, a cura di N. S., Firenze, La Nuova Italia, 19943, I, Inferno, n. a IV, 7: «Come abbia varcato il fiume, non dice; anzi accumula intorno al fatto un’ombra di drammatico mistero (il terremoto, la luce vermiglia, i tuoni), il che rende, non soltanto vane, ma addirittura contraddittorie riguardo all’assunto stesso della rappresentazione, le diverse congetture dei commentatori (che a trasportarlo sia stato, per es., un angelo, o magari lo stesso Caronte)».

Inf. VI, 28-30: «io cominciai: “El par che tu mi nieghi, / o luce mia, espresso in alcun testo / che decreto del cielo orazion pieghi”»: si noti che il verbo «pieghi» usato da Dante (v. 30) è l’esatta traduzione del latino «flecti»: un’ulteriore prova – se ce ne fosse bisogno – del debito di Dante nei confronti del suo ‘maestro’ Virgilio.

N. SAPEGNO, op. cit., II, Purgatorio, nota introduttiva al canto VIII.

Purg. XI, 37-45: «“Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi / tosto, sì che possiate muover l’ala, / che secondo il disio vostro vi lievi, / mostrate da qual mano inver’ la scala / si va più corto; e se c’è più d’un varco, / quel ne ’nsegnate che men erto cala; / ché questi che vien meco, per lo ’ncarco / de la carne d’Adamo onde si veste, / al montar sù, contra sua voglia, è parco”».

Purg. XXXIII, 91b-93: «“Non mi ricorda / ch’i’ straniasse me già mai da voi, / né honne coscienza che rimorda”».

Purg. XXXI, 94-102, spec. 100-102: «La bella donna [Matelda] ne le braccia aprissi; / abbracciommi la testa e mi sommerse / ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi».

N. SAPEGNO, op. cit., II, Purgatorio, n. a XXXIII, 97.

Cfr. L. SATTA, op. cit., p. 275: «Anzitutto questi e quegli: nonostante la loro apparenza di plurali essi indicano il singolare maschile; si riferiscono a persona (questi a persona vicina, quegli a persona lontana) e si adoperano soltanto come soggetti. [...]. Costui, costei, costoro corrispondono a codesto, valgono cioè codesto uomo, codesta donna, codeste persone; ma più spesso sono usati per indicare persona vicina a chi parla».

Cfr. L. SATTA, Ibidem: «Da notare il valore quasi sempre spregiativo di costui».

N. SAPEGNO, op. cit., I, Inferno, n. a XXII, 94.

Cfr. C. STEINER, op. cit., I, Inferno, n. a XXII, 96: «ricorda il via costà di Virgilio all’Argenti, VIII, 42».

Per curiosità statistica, tra i termini ricollegabili alla stessa radice, nei Canti del Leopardi – non toscano, ma comunque purista della lingua italiana – non compare nessun esempio di «costì», «costà», «costinci», ma 4 di «cotesta», tutti perfettamente corretti: Ultimo canto di Saffo, v. 20; Il sogno, v. 42; Il sabato del villaggio, vv. 44 e 49.

N. Machiavelli, hàpax nella Vita di Castruccio Castracani, nel Discorso sulla nostra lingua, nella Lettera a Francesco Vettori del 10 agosto 1513 e in quella del 10 dicembre 1513.

Un criterio simile è stato seguìto, credo, nel passo manzoniano del F. e L., tomo II, cap. I, § 59, cit. alla n. 10, dove «codesto signore», ossia don Rodrigo, non è fisicamente vicino a Lucia alla quale la Signora sta parlando – e dunque il suo impiego parrebbe improprio –, ma appunto l’aspetto psicologico autorizza a considerarne corretto l’utilizzo, perché la giovane ha subìto le attenzioni o la persecuzione del signorotto, e perciò ha avuto un ‘rapporto’, per quanto non cercato né voluto, con lui; ma anche perché è stato nominato nel paragrafo precedente.

Cfr. la nota osservazione di Orazio (ars poet., 358c-360) «et idem / indignor, quandoque bonus dormitat Homerus; / verum operi longo fas est obrepere somnum» “eppure io stesso / mi sdegno ogni volta che il pur bravo Omero sonnecchia; / ma nel corso di un’opera di ampio respiro non è una colpa se il sonno s’insinua a tradimento”.