<<Sez. Letteratura - Italianistica>>

Giovedì 30 Novembre 2017 "uscita n. 19"

 

Isabella di Morra nel XXI secolo, oltre la Basilicata

di Giuliana Arena

 

             Castello_di_Isabella_Morra

 

                                             Il castello di Isabella Morra a Valsinni

                                             

 

 

                                      Premessa

 

1.La Basilicata, terra dal volto duplice come il suo nome - Lucania è l’altro - presenta un carattere introverso e spesso arduo da comprendere. Soltanto da poco inserita nei circuiti turistici, la regione si sta facendo conoscere per le sue bellezze selvagge e spesso incontaminate grazie anche al titolo di Capitale Europea della Cultura 2019, ottenuto da Matera. La regione, dal piglio energico e testardo, racchiude uno scrigno affascinante e misterioso, sin dall’epoca del Grand Tour settecentesco oggetto di un’appagante e disperata ricerca di ciò che questo enuclea e rimanda, come un vaso di Pandora che anziché sprigionare tutti i mali del mondo filtra essenze e suggestioni primordiali di impareggiabile incanto. Viaggiatori o semplici curiosi appassionati di percorsi non battuti si sono lanciati nell’esplorazione di luoghi unici al mondo e frutto di ispirazione per molti scrittori, ancora oggi. Esperienze indimenticabili e visite alternative sono ciò che offre questa terra non più ‘incognita’, che si mostra ora nelle vesti di emblema storico-culturale dell’epicentro del Meridione. Zone timide perché nascoste dalla folta vegetazione, monumenti rupestri che si stagliano nella loro imponenza, tipicità tutte da scoprire e sentieri illuminati da innumerevoli sfumature si trovano lì, dove autori di variegata provenienza hanno impresso le loro memorie fuori da una cronistoria scontata e immediatamente riconoscibile. Conoscere la Basilicata senza rifarsi al suo patrimonio di conoscenze e soprattutto alle genialità che ne hanno espresso la grandezza sarebbe un errore, visto che in Italia e al di fuori dei suoi confini sono tanti i talenti lucani che impreziosiscono il panorama letterario di ogni epoca, come è accaduto ad Isabella Morra che ci ha lasciato rime autobiografiche che ancora oggi testimoniano una tragica esistenza passionale che rivive nei suoi versi.

                           Un Canzoniere di sapore antico

2. La Lucania vive anche di tradizioni e miti ancestrali, di leggende e superstizioni, di cantastorie e menestrelli come quelli che ancora oggi, dal 1 agosto al 2 settembre di ogni anno, a Valsinni narrano una vicenda oscura perché ancora difficile da capire appieno: la tragedia di Isabella Morra. Sorte avversa è toccata anche all’allora precettore e canonico Torquato e al celebre Diego Sandoval de Castro , cui i fratelli di Isabella tesero un agguato a Noia - odierna Noepoli - per il dubbio di una relazione tra i due (in realtà solo di tipo epistolare).

Il tredici indica simbolicamente la ‘rottura dell’armonia’, il disordine e l’interruzione della ciclicità ed è proprio questo il numero di sonetti e canzoni firmati dalla poetessa di Favale - antico nome di Valsinni - inoltre, nel 1559, tredici anni dopo la scomparsa è stato pubblicato il Canzoniere. Anche all’estero ha luogo la divulgazione dei suoi prodotti letterari ad esempio, è degna di nota l’opera Isabella Morra, Canzoniere: a Bilingual Edition di Mitchell Musillo (edita da West La Fayette nel 1998); oltre confine i versi vengono analizzati e studiati, la regione menzionata ha una sua visibilità e si tenta di coglierne l’essenza ultima per ripensare il secolo in cui una vita è stata spezzata per sempre. Non una vita qualunque perché Isabella ha sempre saputo di appartenere alla schiera di una ristretta e gloriosa élite, quella delle persone nate con un dono straordinario e il suo era la scrittura seppure melanconica di un tempo in cui sogni e desideri sono stati scalzati da dubbi e cupi presagi. La sua condizione di nobiltà non era solo dovuta all’appartenenza a una socialità elevata quanto piuttosto alla purezza d’animo e intenti; dallo schema petrarchista, le poesie vivono dell’estrema grazia emanata da una condizione di virtù e incanto interrotta dalla barbarie e dall’atrocità di un atto sconsiderato (al tempo definito ‘delitto d’onore’). Nel 1928, proprio tra gli atti, Benedetto Croce ritrova le poesie di Isabella; la perquisizione nel castello, per opera degli ufficiali del Viceré Pietro di Toledo, fa emergere quello che sarebbe stato il Canzoniere con influenze non solo petrarchesche, ma anche dantesche e di altri letterati da lei a lungo indagati nella biblioteca di famiglia.

3. Il Canzoniere è interpretabile come un’autobiografia in versi che ripercorre i passaggi di una maturazione, grazie all’onnipresente io lirico che esprime una scrittura di stampo retrospettivo: un lifework, opera sulla vita e metafora dell’ego. Procedendo a ritroso, Isabella e la madre malata Luisa Brancaccio vengono lasciate sole a Favale (il «denigrato sito» con le «vili ed orride contrade» , la «sola cagion del mio tormento» scriverà Isabella) con la sorella Portia e i tre fratelli minori mentre l’ultimogenito Scipione è col padre Giovan Michele di Morra in Francia, a condividere l’esilio fino al 1533 (il suo allontanamento come ‘persona non gradita’ si realizza nel corso della guerra franco-spagnola (1521 - 1559), a causa del suo schieramento a favore dei francesi). Isabella è in preda al dominio dei fratelli che la recludono e ne fanno una martire da viva, impedendole di godere della sua «verde etate» ; darà la colpa a una «adversa e dispietata stella» negli accorati versi delle sue poesie: struggimento di chi è incapace di lottare e uscire indenne dalle avversità di un’esistenza già segnata. La sesta rima raccoglie una disperata solitudine e lo sfogo contro «crudel fortuna» , maggiore riferimento dell’io poetico; si rivolge alla Natura selvaggia di Favale, un luogo agreste, quasi di dantesca ispirazione, ed emblema della sua situazione esistenziale, a Dio (nella Rima XII la religiosità sostituisce la trattazione della natura, non più metafora di sofferenza), al Re di Francia (chiaro riferimento: «Francesco è l’arco della vostra lira» ) e a tutto il circondario che la poetessa considera causa di afflizione e confinamento. L’umiltà si evince dalla definizione dell’inchiostro come «rozo» e lo scenario che offre la sua poetica è senz’altro da incubo: non vi è alcuna speranza di una svolta in positivo.

                     Isabella, una femminista ante litteram

4. Procedere a ritroso, nel Cinquecento italiano, vuol dire avvicinarsi a una rinascita di valori però prematuramente interrotta. Sono ancora le donne a offrire una visione atipica di persone e luoghi propri del loro tempo, di cui sentono di non essere figlie legittime perché trattate con freddezza e disprezzo da chi vuole impedirne una più giusta e meritata collocazione. Iscritta nel genere dei Women Studies è la poesia nata dalla penna di scrittrici dotate e, a volte, poco fortunate nella vita: una tra queste è certamente Isabella di Morra, nata nel 1520 e uccisa attorno al 1546 come testimonia il filosofo abruzzese Benedetto Croce . Poetessa del Rinascimento italiano ha impresso nella memoria la sua storia di fanciulla perseguitata dalla malasorte, il cui volto è stato cancellato per mano di tre fratelli sciagurati. La memoria Familiae Nobilissimae de Morra Historia viene narrata per la prima volta dal regio consigliere Marcantonio di Morra, suo nipote, e pubblicata nel 1629 a Napoli. Isabella, attraverso la penna, grida il suo dolore e affida alla carta pensieri e paure di una condizione di frammentarietà e alienazione. I fratelli risultano portatori di un’ideologia sessista in quanto sostituti di un’autorità patriarcale che esercitano nel modo più errato. Cercare oggi ulteriori particolari o volgere nuovamente lo sguardo all’artista lucana significa credere ancora nella forza di una sfidante intrepida di convenzioni e stereotipi, anche se ingabbiata in un castello e quindi lontana da salotti e accademie letterarie. Ben più note sono, infatti, Gaspara Stampa , Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Tullia d’Aragona che però non condivisero il «destino acerbo» della Morra. Nell’’800 e ’900 l’analisi femminista del prodotto letterario morriano, in ambito americano, ha impedito in qualche modo di condurre ulteriori livelli di indagine. Punto focale del presente lavoro è tracciare un perimetro più vasto che vada oltre la terra di appartenenza, proprio come il suo sguardo che esula dalle radici per rivolgersi a un altrove a lungo anelato. Sì, perché narrare storie dall’eco lontano aiuta a comprendere ciò che adesso risulta attuale e mai superato del tutto: la violenza sulle donne.

5. L’umanista cinquecentesco Baldassarre Castiglione descrive le virtù femminili e tra queste si ritrova l’amore per il sapere e la predisposizione a discorrere di arte e lettere. Comunque, la perfezione è incarnata dalla moglie e madre perfetta dedita alla famiglia, ideale di quell’angelo del focolare tanto caro alla società di qualche secolo più tardi, dall’Ottocento in poi, quando la figura depositaria di valori, quali la perfezione e la totale sottomissione alla volontà maschile, viene messa alla prova e ridisegnata con i colori più accesi di una ritrovata libertà. Le donne nubili che si acculturano vengono viste con circospezione e proprio Isabella è una donna sola che vive nel disagio di non potersi affermare e uscire da una gabbia ideologica che ne imbriglia il genio e ne fa un essere inanimato, da sopprimere, com’è poi realmente accaduto.

Per molto tempo si assisterà a un’accettazione passiva dello status di inferiorità (dovuto alla discriminazione sociale) e a una visione critica della differenza di genere; nell’Ottocento diverrà cruciale la ‘struggle for life’ con le sue tragiche conseguenze come, nel peggiore dei casi, la morte e l’autonegazione perché le ‘femme sole’ si sforzano di raggiungere un importante scopo: la libertà dalle restrizioni sociali e dagli stereotipi. Le donne scompagnate sono nubili, divorziate o vedove e scelgono una vita non soggetta alle interferenze maschili, provando a fuggire da un’onnipresente dottrina patriarcale. Proprio la questione sociale possiede un’estrinsecazione letteraria cruciale e un diverso orientamento si manifesta per setacciare la problematica area delle relazioni di classe e di genere. Ancora, l’appello per la libertà, l’autorealizzazione e l’indipendenza economica sono una forma di ribellione verso un contesto in cui le riforme sono purtroppo lontane da un’emanazione: la carriera professionale, l’accesso alla proprietà o all’eredità, il libero arbitrio e ogni altro diritto dato deliberatamente agli uomini sono per le donne utopie. Ed è dal termine ‘utopia’ che si possono ravvisare ulteriori spunti di riflessione.  

                      Utopia e distopia nella poetica morriana

6. L’utopia , dal greco τόπος (topos), è stata diffusa dallo storiografo umanista Tommaso Moro grazie alla sua opera Utopia (1516) e precedentemente, nel IV sec. a. C., dal filosofo Platone che scrisse La Repubblica (creazione fantastica che propone riflessioni sullo Stato poiché primo esempio di città ideale a influenzare l’Occidente e scritta tra il 390 e il 360 a. C.). Da sempre la dicotomia spazio-tempo consente all’uomo di orientarsi ed è quindi fattore primario nella definizione stessa di realtà (sono, infatti, le coordinate spazio-temporali a guidare l’uomo). Per cui è bene ripensare che «la conquista e l’individuazione di spazi nella storia come nel mito è sempre elemento necessario per l’acquisizione di identità e affermazione politica in un intreccio di luogo e non-luogo» . Nello specifico, è il valore dello spazio reale a interessare, quello lontano dall’interpretazione freudiana di spazio psicologico, privato della soggettività, dell’«immensità intima» e, come la definirebbe Gustave Bachelard, «è attraverso la loro “immensità”» che i due spazi, lo spazio dell’intimità e lo spazio del mondo, diventano consonanti. Quando la grande solitudine dell’uomo si fa più profonda, le due immensità si toccano e si confondono» . Nel corso dei secoli lo spazio, in particolar modo, viene plasmato e riplasmato perché componente visiva e tangibile della società, con i dovuti rivolgimenti e stravolgimenti che ne ridisegnano i contorni fisici, riconfigurandolo in senso sociale e urbano . La ‘distopia’ (luogo cattivo) o cacotopia è invece, di più recente acquisizione: termine coniato, nel 1868, dall’economista e filosofo britannico John Stuart Mill per definire una società fittizia altamente indesiderabile in cui convergono forze centripete distruttive e disumanizzanti.

Riprendendo questi termini in un’ottica ampia e considerando le tendenze molteplici nell’utopia moderna, l’eterotopia è da rintracciare nel mondo esterno cui Isabella ha potuto accedere solo dal 1543 al 1545 quando, come gentildonna di compagnia, stette presso la corte dei Sanseverino di Bisignano (fino al matrimonio di Felicia Sanseverino e Antonio Orsini). L’antiutopia (luogo non ideale) è senza dubbio il castello con le alte mura che confinano la poetessa in un austero universo di negatività. Il background che affiora è definito quindi dal concetto di eterotopia, in rapporto asimmetrico con l’utopia: i luoghi ‘altri’ designati dalla prima sono altrove nell’altrove (anche Bollita che rappresenta il feudo posseduto dal suo corrispondente epistolare e forse oggetto di un’unica visita proprio durante la quale è avvenuto l’incontro di persona), non una zona sterile oppure d’ombra come Favale, topologia d’intermezzo posta in un hic et nunc riconoscibile. Utopia e distopia rappresentano due poli basati su un gioco dialettico tra positivo e negativo ; il prefisso greco dys indica il male in opposizione a eu bene, bontà. Derivano entrambi dalla necessità di decentramento rispetto a quel mondo lucano visto come negativo, per trovare soluzioni più giuste e ridefinire il concetto stesso di vita. L’Italia è definibile in senso distopico (Favale, nello specifico): posto di reclusione e fonte avvelenata di tutte le speranze, morte in vita di ideali che non vedranno mai una piena espressione se non attraverso pagine melanconiche e struggenti; la Francia è utopica in quanto alterità illusoria che alleggerisce nel pensiero il peso angosciante del presente e al cui Re (Francesco I) rivolgere i sospiri . Isabella immagina proprio gli splendori della mitizzata corte francese, ideale etico-politico da raggiungere attraversando il «torbido Siri» , alter ego del soliloquio morriano, per dimenticare le «orride ruine» , le «selve incolte» e le «solitarie grotte» .

                                                       Conclusioni

7. A questo punto, si dirà per concludere che la Basilicata è una terra di mezzo da valicare , soglia tra ciò che è immanente e ciò che resterà per sempre irrealizzabile; la svolta dall’incubo al sogno, dalla distopia all’utopia, avviene in quelle fantasie alchemiche create da paesaggi mentali possibilistici e lontani. Dal Siri alla Senna per una speranza di felicità, un topos in cui ritrovare fiducia e fuggire dalla disperazione. Alternative partorite da una creatività estrema postulano un’armonia sociale sulla base della speranza e del fascino non auspicabili in luoghi aspri e forti, come quelli dell’allora Lucania: il castello dei Morra è, metaforicamente parlando, una bolla che racchiude sentimenti e desideri forti di mutamento. Da questa prospettiva, l’originalità e il significato delle rime scaturisce proprio dall’accostamento ai lessemi ‘utopia’ e ‘distopia’; purtroppo lo stato di disordine è percepibile proprio lì, nel luogo di nascita da cui operare un distacco funzionale al fine di stabilire nuove connessioni con un territorio postulato come immaginifico e perfetto.

Isabella di Morra è quindi non soltanto una proto femminista conosciuta per la sua vita sfortunata e i pochi ma intensi versi. Guardando alla sua poetica nel XXI secolo si può giungere a un’analisi ermeneutica basata su una classificazione binomica: utopia e distopia apportano un valore aggiunto allo studio dei luoghi reali e non in cui la ritrovano sia il critico sia il lettore, quelli di un’importanza cruciale per la sua esperienza di vita. Oggi il racconto di quanto accaduto in epoca rinascimentale è oggetto oltre che di ricerche , da cui fluiscono saggistica varia e testi scientifici , anche di filmografia e drammaturgia. Infatti, nel 2000 Dacia Maraini è autrice di un adattamento teatrale dal titolo “Storia di Isabella Morra raccontata da Benedetto Croce”. La mise en scène, dal 22 al 27 febbraio 2000 (regia di Hervé Ducroux), è stata presentata dalla compagnia teatrale “Acqua Alta” diretta da Renata Zamengo con la collaborazione del Parco Letterario Isabella Morra (istituito, a partire dal 1993, come omaggio all’artista). Più recente risulta Sexum Superando (2005) ilfilm diretto da Marta Bifano e prodotto da Paul John Flint con un punto di vista originale sulla vicenda, di ciò che adesso è definibile con la moderna accezione di ‘femminicidio’. È stato poi istituito il Premio Letterario Internazionale “Isabella Morra – il mio mal superbo” giunto alla settima edizione nel 2017 grazie all’azione de La casa della poesia di Monza, per diffondere la voce lucana oltre i secoli.

Ripensare al passato è sempre inevitabile per scardinare preconcetti e fantasie di un’era in cui non appare lecito affidare i propri turbamenti all’inchiostro e cercare in una realtà materiale e umana ‘altra’ una speranza di riscatto e una piena comprensione. Ora invece, ciò si rivela possibile grazie agli abitanti di Valsinni che da anni fanno rivivere la storia per tramandare ai posteri la grandezza di Isabella.

 

 

 

 

 

 

 

Sandoval, barone spagnolo di Bollita – odierna Nova Siri - e castellano della rocca di Cosenza, è sposato con Antonia Caracciolo dalla quale ha avuto tre figli. Alcuni anni prima della sua uccisione, precisamente nel 1542, viene pubblicata la raccolta delle sue rime. Si vedano le seguenti monografie: 1Toscano T. R., Diego Sandoval di Castro e Isabella di Morra - Rime, Roma, Salerno editrice, 2007; Elia M. A., I sonetti di Isabella Morra, Bari, Adda, 2005.

Benedetto Croce è autore de Isabella di Morra e Diego Sandoval de Castro, Sellerio Editore, Palermo, 1983 (pubblicato per la prima volta nel 1929 in La Critica, vol. 27). L’autore riferisce che l’unico a essere perseguito per la morte fu Marcantonio, imprigionato come complice e rinchiuso nelle carceri di Taranto anche se poi graziato.

Cfr. Rima III.

Ivi, I.

Ivi, III.

Ibid.

Ibid.

Ivi, XI.

Ivi, V.

Ivi, VI.

Lo scrittore Angelo De Gubernatis colloca la data della morte al 1548, anche se l’anno preciso è in molte fonti oggetto di oscillazione. Nel 2008, edito dall’editore Archivia, è stato pubblicato il testo Isabella Morra. Le rime di Angelo de Gubernatis.

Uno studio interessante è quello di: Schiesari, Juliana, "Appropriating the Work of Women's Mourning: From Petrarch to Gaspara Stampa, and from Isabella di Morra to Tasso" in The Gendering of Melancholia, Ithaca: Cornell University Press, 1992, da p. 280. Con Angelo di Costanzo, Torquato Tasso, la Morra viene inserita nella schiera degli intellettuali del ‘preleopardismo’.

Cfr. Rima VIII.

Dal ‘500, soprattutto nell’Europa del Nord, le istituzioni scolastiche fanno da leva per garantire istruzione ed emancipazione alle ragazze della media borghesia cui viene data alfabetizzazione e non si insegna più soltanto l’economia domestica per essere all’altezza del futuro ruolo di spose.

Definizione mutuata dallo scienziato Charles Darwin, inventore dell’evoluzionismo.

L’utopia si oppone poi al concetto di eterotopia coniato, nel 1967, da Michel Foucault. Anche se la definizione offerta da Foucault si riferisce più che altro agli spazi negli spazi, a quei microcosmi che fanno parte della totalità e che solo in essa hanno ragion d’essere.

Forleo M., “Spazi e dimensioni nella letteratura utopica vittoriana”, DADA. Rivista di antropologia post-globale, speciale n. 1, 2012, p. 114.

A tale riguardo si vedano le opere di Gustave Bachelard: La poetica dello spazio (1957) e La poetica della rêverie (1960).

Albertazzi S., In questo mondo. Ovvero quando i luoghi raccontano le storie, Roma, Meltemi, 2006, p. 127.

Sullo spazio e la sua razionalizzazione, in riferimento ai concetti di utopia e distopia, si rimanda a: Pacelli D. e Marchetti M. C., Tempo, spazio e società. La ridefinizione dell’esperienza collettiva, Milano, Franco Angeli, 2007, pp. 110-125.

Si rimanda a: Montesano P., Isabella Morra alla corte dei Sanseverino, Matera, Roma, Altrimedia, 2017.

Cfr. Braga C., “Utopie, Eutopie, Dystopie et Anti-utopie”, Metabasis, I:2 (septembre 2006), p. 4.

Cfr. Rima n. XI.

Ivi, n. VII.

Per approfondimenti: Caserta G., Isabella Morra e la società meridionale del Cinquecento, Roma, Edizioni Meta Matera, 1976.

Dal Sinni alla Senna è il titolo emblematico del saggio redatto da Gina Labriola e pubblicato, nel 1991, per le Edizioni Osanna di Venosa.

Nel catalogo della British Library sono presenti 15 risultati, in lingua italiana e non; lo studio, del 2005, di Eschrich, Gabriella Scarlatta intitolato Reading the Afterlife of Isabella Morra’s Poetry (pagg. 273-304) è inscrivibile nel genere della letteratura femminile. Inoltre, Rinaldina Russell ha redatto Italian Women Writers (Westport, Conn., 1994) in cui le pagine 279-285 trattano proprio la vicenda di Isabella Morra.

Di recente pubblicazione: Soriano F., La morte violenta di Isabella Morra, Stampa Alternativa, 2017 e Carrabs A., Mezzadri M. A., Funari I. E. (a cura di), Isabella Morra. Il mio mal superbo, Milano, La Vita Felice, 2015.