Letteratura

<<Sez. Letteratura - Italianistica>>

Venerdì 5 Dicembre 2014 "uscita n. 14"

L’Ave Maria del Carducci

di Pier Angelo Perotti

 

1. L’explicit, vale a dire le ultime quattro quartine, dell’ode saffica di Giosue Carducci La chiesa di Polenta, da Rime e ritmi (scritta nel luglio 1897)[1], è costituito da una sorta di ‘preghiera’ alla Vergine, in apparenza straordinaria in un poeta notoriamente agnostico come il Carducci, anche se in questo brano il poeta «non canta l’Ave Maria, l’ascolta»[2]. In realtà, pare che il poeta non fosse ateo né anticlericale come emerge da più di un suo scritto, ma coltivasse una sua particolare forma di spiritualità: per esempio, all’elogio di Ebe, dea della giovinezza, nelle prime quattro quartine di Ideale (la prima delle Odi barbare) fanno riscontro, nelle altre quattro, le lodi di Maria, definita «la dolce fanciulla di Gesse» (v. 23), della quale sembra che egli sia sempre stato devoto. Una volta che si soffermò di fronte a un’effigie della Madonna e gli fu chiesto provocatoriamente: «Prega, professore?», rispose: «Rispetto il dolore di una madre che ha visto morire il figlio», lui che aveva provato un dolore simile per la morte del figlioletto Dante, che gli ispirò Funere mersit acerbo e Pianto antico (da Rime nuove). Insomma, se vogliamo riprendere, con una lieve variazione, un ossimoro usato recentemente a proposito di Giuliano Ferrara, potremmo affermare che il Carducci fu un “miscredente pio”.

Il poeta effettuò almeno tre visite alla chiesa di S. Donato a Polenta (oggi frazione di Bertinoro, in provincia di Forlì-Cesena), l’ultima delle quali – il 6 giugno 1897, durante un soggiorno presso i conti Pasolini a villa Sylvia di Lizzano[3] – gli offrì lo spunto per la lirica in esame. Alle vicende recenti di questa chiesa – oltre a un brevissimo accenno alla sua storia – il Carducci dedicò un ampio commento illustrativo in calce alla raccolta Rime e ritmi, dove egli ricorda l’aspra battaglia tra chi proponeva di demolirla e chi suggeriva di restaurarla, con la vittoria dei secondi[4].

 

2. Dopo questa digressione, torniamo ai versi in questione. Questo il testo (vv. 113-128):

 

Ave Maria! Quando su l’aure corre

l’umil saluto, i piccioli mortali

scovrono il capo, curvano la fronte                                                                          115

Dante ed Aroldo.

Una di flauti lenta melodia

passa invisibil fra la terra e il cielo:

spiriti forse che furon, che sono

e che saranno?            120

Un oblio lene de la faticosa

vita, un pensoso sospirar quïete,

una soave volontà di pianto

l’anime invade.

Taccion le fiere e gli uomini e le cose, 125

roseo ’l tramonto ne l’azzurro sfuma,

mormoran gli alti vertici ondeggianti

Ave Maria.

 

L’incipit del v. 113 ricalca esattamente l’explicit della quartina precedente (vv. 109-112)

 

[...]: la campana squilli

ammonitrice: il campanil risorto

canti di clivo in clivo a la campagna

Ave Maria.

 

con la sola differenza del segno d’interpunzione: soltanto al v. 113 troviamo il punto esclamativo, che trasforma l’enunciazione precedente (v. 112) e la successiva (v. 128) in un’invocazione. Ecco perché questo passo può essere considerato una sorta di preghiera, in qualche modo ‘laica’ benché rivolta alla Madonna, pur non essendo, beninteso, assimilabile ad altre ‘preghiere’ mariane presenti nella nostra letteratura (come la “Preghiera alla Vergine” di Dante, Par. XXXIII, 1 ss.[5], o la canzone Vergine bella del Petrarca, o Il nome di Maria del Manzoni, etc.), e in altre lingue: per es. G. Byron, Don Juan (Don Giovanni), strofe 101 ss.: «Ave Maria! o’er the earth and sea, / that heavenliest hour of Heaven is worthiest thee! // Ave Maria! blessed be the hour! / [...] // Ave Maria! ’t is the hour of prayer! / Ave Maria! ’t is the hour of love! / Ave Maria! may our spirits dare / look up to thine and to thy Son’s above! / Ave Maria! Oh that face so fair! / [...]» “Ave Maria! sopra la terra e il mare, / che l’ora più celeste del Paradiso sia la più degna di te! // Ave Maria! benedetta sia l’ora! / [...] // Ave Maria! è l’ora della preghiera! / Ave Maria! è l’ora dell’amore! / Ave Maria! possano i nostri spiriti avere il coraggio / di guardare in alto al tuo e, sopra, a quello di tuo Figlio! / Ave Maria! oh quel viso così bello!”.

La prima osservazione riguarda «l’umil saluto» (v. 114), che Mazzoni-Picciola parafrasano come «l’umile salutazione angelica»[6]: in realtà l’aggettivo è riferito, per una sorta di ipallage, alla Vergine, come risulta dall’‘annunciazione’ in Luca, dove Maria, al saluto dell’angelo Gabriele (Lc. 1, 28) Ave gratia plena (gr. cai're, kecaritwmevnh), risponde (Lc. 1, 38): Ecce ancilla Domini, e da un successivo emistichio del Magnificat, Lc. 1, 48a: Quia respexit humilitatem ancillae suae[7]: del resto, l’angelo non avrebbe ragione di essere “umile” – se non per il rispetto dovuto alla futura madre di Dio –, dato che non è altro che un messaggero (appunto gr. a[ggeloı) del Padre.

Al suono della campana «ammonitrice» (v. 110), che annuncia l’Ave Maria, non soltanto i  «piccioli mortali» si scoprono il capo in segno di rispetto, ma lo chinano deferenti anche i ‘grandi’, come i poeti Dante e Byron, entrambi vissuti per un certo periodo a Ravenna, l’uno e l’altro probabili visitatori di questa chiesa ed entrambi cantori della Vergine (cfr. qui sopra): il secondo è indicato col nome del personaggio autobiografico del suo poema Childe Harold’s Pilgrimage (Il pellegrinaggio del giovane Aroldo). Notiamo il chiasmo in queste due frasi (vv. 114-116), con i soggetti all’esterno e i sintagmi verbali all’interno; e anche in considerazione della struttura chiastica, nasce il sospetto che il sintagma nominale «i piccioli mortali» sia riferibile, ad sententiam, anche ai due poeti, che di fronte al richiamo di Maria potrebbero essersi sentiti insignificanti, appunto «piccioli mortali». A maggior ragione si sarà ritenuto inadeguato, di fronte al misticismo del luogo e del momento, lo stesso Carducci, che già in Davanti San Guido (da Rime nuove), si era fatto definire dai cipressi, con squisita auto-ironia, «pover uom» (v. 36), pur sapendo «legger di greco e di latino / etc.» (vv. 25-26).

Rileviamo pure l’iperbato del v. 116 «Una di flauti lenta melodia», equivalente a “una lenta melodia di flauti”; e ancora gli enjambement tra i vv. 109-110 «la campana squilli / ammonitrice», e 121-122 «Un oblio lene de la faticosa / vita»; e infine il riecheggiamento, nel v. 127 «mormoran gli alti vertici ondeggianti», della già citata poesia Davanti San Guido, vv. 29-30: «[...] Un mormorio / pe’ dubitanti vertici ondeggiò» [i due corsivi sono miei].

 

3. È l’ora dell’Ave Maria, ossia il tramonto, come risulta chiaramente dall’ultima quartina (vv. 125-128), il cui v. 126 «roseo ’l tramonto ne l’azzurro sfuma» ricorda in qualche modo un passaggio del canto leopardiano Il sabato del villaggio, vv. 16-17 «Già tutta l’aria imbruna, / torna azzurro il sereno» [i due corsivi sono miei]:  il «sereno» del Leopardi corrisponde a ‘celeste’ (appunto da cielo), ossia il colore diurno del cielo senza nubi, ed equivale all’incirca al “tramonto roseo” del Carducci, mentre l’«azzurro» di entrambi è il blu scuro che precede il nero della notte.

A stretto rigore di termini non si tratta di un vero ‘notturno’, anche perché di notte le campane tacciono. Tuttavia il v. 125 «Taccion le fiere e gli uomini e le cose» induce ad assimilarlo al celebre ‘notturno’ di Alcmane fr. 89 Page (= 58 Diehl, 159 Calame)

 

eu{dousi d j ojrevwn korufaiv te kai; favraggeı

prwvonevı te kai; caravdrai

u{la q j eJrpetav q j o{ssa trevfei mevlaina gai'a

qh'revı t j ojreskwv/oi kai; gevnoı melissa'n

kai; knwvdal j ejn bevnqessi porfurevaı aJlovı:

eu{dousi d j oijwnw'n fu'la tanupteruvgwn.

 

(“Dormono le cime dei monti e le convalli, / le balze e i burroni, / la selva e gli animali[8], quanti ne nutre la nera terra, / le bestie montane e la razza delle api / e gli animali marini negli abissi del mare burrascoso[9]; e dormono le stirpi degli uccelli dalle larghe ali[10]”).

 

Non vi è dubbio che il Carducci ben conoscesse e apprezzasse Alcmane, tanto da imitarne o echeggiarne il fr. 26 Page (= 94 Diehl; 90 Calame)

 

ou[ m je[ti, parqenikai; meligavrueı iJarovfwnoi,

gui'a fevrhn duvnatai: bavle dhv, bavle khruvloı ei[hn

o{ı t jejpi; kuvmatoı a[nqoı a{m jajlkuovnessi poth'tai

nhlee;ı h\tor e[cwn, aJlipovrfuroı iJaro;ı (varia lectio ei[aroı) o[rniı.

 

(“Non più, o fanciulle dal dolce canto, dalla voce sacra, / le ginocchia riescono a reggermi: oh se, oh se io cerilo fossi / che vola sul fiore dell’onda insieme con le alcioni / con cuore intrepido, uccello sacro [o primaverile] purpureo [meglio: senza posa[11]] come il mare”),

 

nella poesia Cèrilo, con cui si apre il II libro delle Odi barbare (vv. 11-16):

 

Oh de le Muse l’ara dal verde vertice bianca

su ’l mare! Alcmane guida i virginei cori:

Voglio con voi, fanciulle, volare, volare a la danza,

come il cèrilo vola tratto da le alcïoni:

vola con le alcïoni tra l’onde schiumanti in tempesta,       15

cèrilo purpureo nunzio di primavera”.

 

4. Quello carducciano – ripeto – non è propriamente un ‘notturno’ come quello di Alcmane o altri che troviamo nelle letterature sia classiche sia moderne[12], ma piuttosto un ‘tramonto’, come alcuni canti leopardiani (cfr. per es. § 3) e brani di altri poeti. Non si può escludere che il Carducci, nel comporre queste quartine, abbia avuto presente pure il ‘tramonto’ dantesco di Purg. VIII, 1 ss.:

 

Era già l’ora che volge il disio                

ai naviganti e ’ntenerisce il core

lo dì ch’han detto ai dolci amici addio;                             3

e che lo novo peregrin d’amore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more,                              6

 

specialmente per il richiamo sonoro della «squilla» in Dante (v. 5) rispetto all’auspicio carducciano «la campana squilli / ammonitrice» (vv. 109-110). Ma il Carducci è uno dei pochissimipoeti che ha associato il tramonto a una preghiera, più esattamente all’orazione mariana tipica della sera, l’Ave Maria; ed è ancor più singolare che tale accostamento sia stato effettuato da un poeta fondamentalmente agnostico, che però interpreta – come ho accennato in precedenza – la figura della Vergine soprattutto come mater dolorosa. Non solo egli «non canta l’Ave Maria, l’ascolta» (cfr. § 1 e n. 2), ma il passo non contiene alcun riferimento evangelico (come invece nella preghiera cattolica, che nella prima parte, celebrativa, riprende il saluto dell’angelo Gabriele a Maria Ave gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus (Lc. 1, 28) – integrato con l’aggiunta et benedictus fructus ventris tui Iesus –, e nella seconda contiene la preghiera vera e propria Sancta Maria, etc.)[13], limitandosi a rappresentare l’aura mistica determinata dall’atmosfera del luogo e dell’ora.

Proprio in considerazione della visione sostanzialmente ‘laica’ del Carducci, le ultime quartine della lirica La chiesa di Polenta, per quanto il motivo della sua composizione sia stato occasionale ed estemporaneo, e legato alla polemica sul restauro della chiesa stessa (cfr. § 1 e n. 4), hanno un significato speciale, che ne fa, per così dire, la ‘preghiera del miscredente devoto’[14].


 

[1] Cfr. M. SACCENTI, Opere scelte di Giosue Carducci, vol. I: Poesie, a cura di M. S., Torino, UTET, 1993, p. 986: «Fu composta a Madesimo tra la metà di luglio e i primi di agosto del 1897»; ma ibid.: «E l’annuncio a Dafne Gargiolli del 31 luglio: “Finii ieri, prima che mi giungesse la vostra lettera carissima, un’ode di 32 strofe saffiche sulla Chiesa di Polenta. Parmi non malaccio, se anche strascicata in principio e un po’ lunga”». L’analisi più ampia e approfondita della lirica, ancorché alquanto datata, è di F. PIEMONTESE, Il significato poetico dell’«Ave Maria» carducciana, “Letterature moderne” 4, 1953, pp. 704-710.

[2] G. MAZZONI-G. PICCIOLA, Antologia carducciana. Poesie e prose, a cura di G. M.-G. P., Bologna, Zanichelli, 19257, p. 281.

[3] Cfr. SACCENTI, op. cit. [n. 1], p. 985.

[4] G. CARDUCCI, Poesie MDCCCL – MCM, Bologna, Zanichelli, 19065, pp. 1059-1060; cfr. anche MAZZONI-PICCIOLA, Antologia carducciana, cit. [n. 2], p. 271.

[5] Cfr. il mio art. La preghiera alla Vergine (Par. XXXIII, 1-39), “L’Alighieri” 36, n. s. 6, 1995, pp. 75-83.

[6] MAZZONI-PICCIOLA, op. cit. [n. 2], p. 281, n. al v. 113. Altri studiosi interpretano più correttamente l’espressione: per es. Saccenti, op. cit. [n. 1], p. 994, n. al v. 113: «il saluto reverente dell’angelo a Maria, umile donna» [il corsivo è mio].

[7] Chissà se A. COLAUTTI, librettista dell’Adriana Lecouvreur, musicata da F. Cilea (1902), ebbe presente questo emistichio nello scrivere la romanza Io son l’umile ancella, cantata da Adriana.

[8] Per la traduzione e osservazioni di critica testuale ed esegetiche, cfr. il mio art. Alcmane fr. 89 P. (= 58 D., 49 G., 159 C.), “Vichiana”, n. s. 17, 1988, pp. 261-269. Più recentemente M. R. CORNACCHIA, Notturni e ‘saccheggi’: Alcmane e Piero Meldini, “Kleos” 2, 1997, pp. 235-245 presentava una giusta osservazione (p. 242): «Per eJrpetav l’autore [P. Meldini, L’antidoto della malinconia] sa che in Alcmane il verbo e{rpw non può voler dire “strisciare”, che è accezione più tarda e non dorica (male Quasimodo “i rettili”!), ma semmai “camminare”, e che quindi si tratta semplicemente degli “animali” terrestri, come s’è visto contrapposti a quelli alati». Cfr. anche F. MACCIÒ, Notturni e ‘Motivo del Getsemani’, www.loescher.it/mediaclassica, specialmente pp. 1-3.

[9] Per il senso di questo aggettivo, qui e altrove, cfr. il mio art. A proposito dell'aggettivo porfuvreoı, “Prometheus” 10, 1984, pp. 205-209.

[10] Anche l’aggettivo tanuptevrux è soggetto a diverse interpretazioni: già G. F. GIANOTTI, Il canto dei Greci (Antologia della lirica), Torino, Loescher 1977, p. 283, osservava: «[...] l’epiteto, che lett. significa “dalle ali tese” sembra mal adattarsi alla situazione descritta (anche gli uccelli dormono, e non con le ali tese), ma è conservato in virtù della forza della dizione formulare epica, strutturata secondo l’andamento dattilico dell’esametro e pertanto facilmente adattabile all’hemiepes (1a parte dell’esametro fino alla cesura) che chiude il v.». Analoga la posizione di M. R. CORNACCHIA, la quale scrive: «Ancora più letterale la resa dell’ultimo verso: eu{dousi d j oijwnw'n fu'la tanupteruvgwn “dormono gli uccelli dalle lunghe (più propriamente “tese”: cf. VALGIMIGLI [nota mia: M. VALGIMIGLI, Lirici greci, Mondadori, Milano 1967]: “dalle lunghe ali distese”) ali”». Riporto, per completezza di trattazione, altri rilievi della studiosa, perlopiù condivisibili: «Non manca neppure in questo brano qualche finezza filologica del traduttore [nota mia: P. MELDINI, L’antidoto della malinconia]: al posto dei “burroni” di Quasimodo per caravdrai troviamo i “torrenti”, con cui è reso il valore del termine suggerito dalla glossa di Esichio (c 172 “le incisioni del suolo. E i luoghi cavi prodotti dalla caduta di acqua piovana” [nota: Ma cf. anche Hesych. c 171 caravdra: ceimavrrouı potamovı. Katavgei de; ou|toı pantoi'a ejn tw'/ rJeuvmati, kai; katasuvrei “torrente in piena. Questo fa scendere ogni cosa nella corrente, e (lo) trascina”]), pagando il prezzo della mancata opposizione monti-vallate e declivi-burroni. [...: cit. alla mia n. 8]. Meldini impreziosisce poi l’epiteto mevlaina di “terra” (più banale) con “umida” (risultativo: la terra bagnata si fa scura), mentre quanto a “città” rispetto a “forme” (gevnoı) per le api, non è da escludere un intermediario manzoniano (possibile anche per “torrenti” [nota: Nel famoso “addio ai monti” di Lucia (Prom. Sp., fine cap. VIII) l’ordine dei termini del primo periodo, chiusi tra i due “addio”, è sostanzialmente lo stesso di Alcmane: monti – (cime) – torrenti – (ville come) pecore. Vi si oppongono le “città tumultuose”, che possono aver suggerito a Meldini le “città delle api”])». Queste ultime valutazioni della studiosa suscitano, almeno in me, qualche perplessità.

[11] Cfr. il mio art. A proposito dell'aggettivo porfuvreoı, cit. [n. 9], pp. 208-209.

[12] Per le letterature classiche, ricordo Hymn. Hom. 5, 38; Sapph. frr. 94 D. (om. L.-P.); 96, 7 ss. L.-P.; Anacr. 12, 5 P.; Theogn. 1292; Simon. fr. 38, 22 P.; Aesch., Ag. 565 s.; Eur., IA. 9 ss.; Aristoph., nub. 279 s.; Theocr. 2, 38 s.; Ap. Rh. 3, 743 ss.; 4, 1056 ss.; Verg., Aen. 3, 147; 4, 522 ss.; 8, 26 s.; 9, 224 s.; Ov., met. 7, 182 ss.; 10, 368 ss.; Stat., Theb. 1, 339 ss.; 3, 415 s.; etc.; per quelle moderne, Dante, Inf. II, 1 ss.; Purg. VIII, 1 ss.; Ariosto, Orl. fur. VIII, 79; Tasso, Ger. lib. II, 96; Goethe, Über allen Gipfeln; etc.: cfr. il mio art. Alcmane fr. 89 P. (= 58 D., 49 G., 159 C.), cit. [n. 8], pp. 261-262, n. 6.

[13] Cfr. il mio art. Commento al ‘Pater noster’ (Mt. 6, 9-13; Lc. 11, 2-4), “Maia” n. s. 44, 1992, pp. 91-96, § 10 (p. 96).

[14] In gioventù ebbi occasione di ascoltare una versione musicata, assai pregevole, dell’“Ave Maria” del Carducci, ma non ricordo – o forse non ho mai conosciuto – l’autore della musica. Questa rimembranza per segnalare che, per non parlare delle celebri musiche di Schubert e di Gounod, etc. adattate a una delle due principali preghiere cattoliche, anche il brano carducciano è stato giudicato degno di essere accompagnato dalla musica per ottenere un ‘canto sacro’.