Letteratura

L'interiezione A nella poesia di Virgilio


di Paola Gagliardi

Mercoledì 11 luglio 2007 "uscita n. 1"

A dispetto della sua estensione minima e dell’irrilevanza metrica che ne consegue, l’interiezione a possiede in latino, complice forse anche la sua sonorità, che la colloca nei registri del patetico (il suono “a” sembra legarsi, in latino, all’espressione del dolore, tanto che La Penna 1983, pp. 323 ss., ha definito quella in “a” “allitterazione dell’angoscia”), una forza espressiva non indifferente. Lo sapevano bene i neoterici, che sembrano averla prediletta per dare vigore ai sentimenti più vari: così almeno è in Catullo, che ne fa uso in situazioni disparate. Invettive e maledizioni scherzose (a 15, 17, in contesto osceno: quod si te mala mens furorque vecors / in tantam impulerit, sceleste, culpam / … / a tum te miserum malique fati, ad un rivale in amore) o di tono più serio ed elevato (a 66, 85 la chioma di Berenice divinizzata si scaglia contro le adultere e spergiure, di cui rifiuta i doni: sed quae se impuro dedit adulterio / illius a mala dona levis bibat irrita pulvis), ma di preferenza effusioni intrise di pathos e di lirismo (60, 5: Num te laeena montibus Libystinis /… / tam mente dura procreavit ac taetra, / ut supplicis vocem in novissimo casu / contemptum haberes, a nimis fero corde?, ripreso in c. 64, 154-156 e destinato all’imitazione virgiliana di Aen. 4, 365-367) sono i luoghi in cui si incontra a nella sua poesia. Più significativa però è l’associazione di essa con miser, talora in anadiplosi (miser, a miser: cfr. 61, 139; 63, 61; a misera a 64, 71) in momenti di grande pathos, come lo sfogo di Attis a 63, 61 e soprattutto il lamento di Arianna, nel quale a compare per ben tre volte, sia nelle parole della fanciulla (64, 135 e 178), sia in quelle commosse del narratore (64, 71).

La predilezione dei neoterici per l’interiezione a in funzione patetica trova conferma nel famoso fr. 9 Morel della Io di Calvo, riferito alla protagonista (a virgo infelix, herbis pasceris amaris): il frammento, pur nella sua brevità, attesta diverse costanti nell’uso neoterico di a, anche qui impiegato direttamente dal narratore (che sia lui e non un personaggio a pronunciare queste parole lo lascia ipotizzare l’imitazione virgiliana di ecl. 6, 47 e 52, in cui è appunto il narratore ad apostrofare il personaggio con l’analogo a virgo infelix) e ancora accostato ad aggettivi che esprimono infelicità e dolore (infelix, come miser in Catullo).

Nei poeti della generazione successiva l’interiezione a non sembra godere di particolare favore: forse perché troppo strettamente associata all’espressione lirica dei sentimenti o al genus humile della poesia nugatoria e della nascente elegia, i poeti augustei le preferiscono, negli stessi contesti e per finalità simili, l’analogo heu. In Virgilio, del quale ci occuperemo, heu  è presente, ad esempio, 34 volte nell’Eneide, in cui a non è mai attestato, e 5 volte nelle Georgiche contro le 2 di a. Solo nelle Bucoliche, forse per il genus humile della poesia pastorale, o per una presenza più forte dei modelli neoterici, o –come vedremo- per l’intenso dialogo poetico con Gallo, mentre a ricorre  per ben 9 volte, solo 6 sono le occorrenze di heu.

Proprio per questa particolare distribuzione nella poesia virgiliana, l’interiezione a merita una certa attenzione; si potrà così scoprire il filo rosso che lega le sue occorrenze, costituito in larga misura dall’imitazione neoterica o da un allusivo dialogo poetico con artisti contemporanei, eredi e continuatori dei poetae novi.

Nessun dubbio, per cominciare, lasciano sulla matrice neoterica le due riprese ravvicinate del succitato frammento di Calvo ad ecl. 6, 47 e 52, rivolte a Pasifae dal narratore: a scoprire ulteriormente l’imitazione contribuiscono l’impiego di virgo, usato solo qui per un personaggio umano in tutta la poesia di Virgilio (e tra l’altro adattabile meno bene a Pasifae che alla Io del poemetto originario), e la presenza, forse anch’essa allusiva, o solo frutto di reminiscenze, dell’aggettivo amarus per ben due volte a breve distanza nell’ecloga (cfr. vv. 62 e 68: il rilievo è del Clausen, 1996, ad loc., p. 195).

Al di là di questi rilievi, evidenti al primo sguardo, qualche considerazione in più richiede forse il contesto in cui l’imitazione di Calvo si trova, vale a dire la difficile ecl. 6, caratterizzata non solo dall’imitazione lucreziana prima e alessandrino-neoterica  poi, ma anche dall’esplicita e non del tutto perspicua menzione di Gallo, esaltato esplicitamente nei controversi e intricati vv. 64-73 (sui quali cfr. Gagliardi 2003, pp. 39-60), ma a mio avviso implicitamente presente dietro l’impostazione dell’intero componimento. Se davvero, com’è stato supposto (Clausen 1965, pp. 47-62), banditore del callimachismo a Roma e ispiratore della generazione di Catullo, Calvo e Cinna fu quel Partenio di Nicea i cui Erotikà pathèmata, dedicati proprio a Gallo, tanta importanza avrebbero avuto nella genesi dell’elegia erotica latina, dietro l’ecloga virgiliana, e soprattutto nel rapido catalogo mitologico di amori infelici e metamorfosi dei vv. 42-63 e 74-81, c’è probabilmente una trama complessa di rapporti e di allusioni, un dialogo poetico di cui ci sfuggono i termini, ma possiamo intravvedere le grandi linee. C’è insomma, forse, un filo che da Partenio arriva ai neoterici e ai loro continuatori, fino a Gallo e alla nuova poesia d’amore da lui inaugurata. E’ forse un omaggio a lui, dunque, l’ispirazione mitico-erotica di tanta parte dell’ecloga, che spiega in ogni caso la scelta di un linguaggio neoterico e di un diffuso, patetico lirismo.

Non sorprende, in questo quadro, la frequenza dell’interiezione a, presente per ben 3 volte negli 86 versi dell’ecloga, sempre in contesti chiaramente ispirati al neoterismo e al gusto alessandrino. Alla scoperta citazione di Calvo, infatti, reiterata a brevissimo distanza e variata, ma pur sempre perfettamente riconoscibile (cfr. v. 47: a virgo infelix, quae te dementia cepit? e v. 52: a virgo infelix, tu nunc in montibus erras), va aggiunta un’altra occorrenza dell’interiezione, a v. 77, in un’esclamazione di grande pietà per gli sventurati naviganti sbranati da Scilla (Quid loquar aut Scyllam Nisi, quam fama secuta est /… / … / a timidos nautas canibus lacerasse marinis). Anche qui l’ispirazione alessandrino-neoterica è evidente: la contaminazione operata da Virgilio dei tratti mitici dei due personaggi dal nome Scilla (la figlia di Niso e quella di Forco), infatti, è stata talora spiegata con una confusione del poeta tra le due vicende, ma è invece da considerarsi probabilmente la ripresa del tipico procedimento dei poeti ellenistici di rielaborazioni e accostamenti inattesi di miti diversi (così Clausen 1996, ad v. 74, pp. 204 s.). E’ lo stesso procedimento –per intendersi- che nel c. 64 di Catullo mette in relazione le nozze di Teti e Peleo e l’abbandono di Arianna a Nasso e che lo stesso Virgilio adotterà nel finale delle Georgiche associando le vicende mitiche di Aristeo e di Orfeo.

Anche l’ecl. 2, in cui pure l’interiezione a compare in contesti molto significativi, rivela un rapporto stretto con il gusto poetico alessandrino-neoterico e con la figura di Gallo. Il tema è anche qui un amore infelice, un erotikòn pàthema, sia pure sui generis (l’effusione dolente del pastore Coridone, respinto dal bell’Alessi); anche qui i modelli di riferimento sono testi poetici alessandrini, tra i quali è attuata una sapiente commistione (gli idilli 3, 6, e 11 di Teocrito). Non solo: anche quest’ecloga appare per spunti diversi e a vari livelli legata a Gallo. Sul piano tematico (l’amore infelice, il lamento degli innamorati) notevoli sono le somiglianze con l’ecl. 10, che ha per protagonista Gallo stesso, e anche sul piano dello stile certe espressioni affini tra i due testi sembrano volutamente allusive (cfr. ecl. 2, 68 ed ecl. 10, 28 e 69). Ancora, nei quasi 10 versi di Gallo venuti alla luce nel papiro Pqasr Ibrim 1 colpisce un’espressione insolita al v. 9, iudice te vereor, quasi uguale a quella virgiliana di ecl. 2, 27, iudice te metuam: è stato probabilmente Virgilio a riprendere, forse a mo’ di omaggio, le parole dell’amico (Nisbet 1979, pp. 125 ss. e 144 e Morelli – Tandoi 1984, pp. 101 ss.), in un dialogo poetico i cui termini ancora una volta ci sfuggono, ma che attesta lo stretto rapporto tra i due. A completare il quadro è poi il v. 24 dell’ecl. 2 (Amphion Dircaeus in Actaeo Aracyntho), singolare non solo per le rare particolarità metriche, ma anche per la preziosa erudizione di cui fa sfoggio con l’accumulo di nomi ellenici. L’esametro è stato ritenuto il calco di un verso greco, probabilmente di Partenio (così Morelli – Tandoi, 1984, pp. 108 s.), che torna così a marcare il contatto di Virgilio con Gallo, suo allievo, e con il genere poetico da lui coltivato (per altri punti di contatto tra l’ecl. 2 e la 10 cfr. Gagliardi 2003, pp. 117-128).

Ebbene, anche nel testo complesso dell’ecl. 2 compare l’interiezione a, concorrendo a definire ulteriormente il quadro nel senso che stiamo ricostruendo. Una delle sue occorrenze, infatti, al v. 69 (A Corydon, Corydon, quae te dementia cepit?), istituisce, con la forza dell’auto-citazione, un legame esplicito con l’ecl. 6 e cioè, attraverso il richiamo di Calvo, ancora con Partenio e con Gallo. Il verso è ritenuto comunemente citazione di Teocrito, Id. 11, 72, ma in realtà proprio l’interiezione a e il termine dementia denunciano la volontà di accostarlo alla citazione di Calvo (con ecl. 6, 47 condivide il secondo emistichio, quae te dementia cepit) e dunque ad una temperie languida di matrice neoterico-elegiaca ignota ovviamente al verso teocriteo. Anche l’altra occorrenza di a nell’ecl. 2, al v. 60 (quem fugis, a demens?) rientra perfettamente in questo discorso: elemento unificante, evidentemente, è ancora la dementia, la follia amorosa che costringe Coridone a soffrire, come Pasifae, come Gallo –vedremo- e come Orfeo. E’ un sentimento eccessivo e drammatico, la cui condanna è un’altra costante di tutte le fasi ricostruibili del dialogo di Virgilio con Gallo. La nostra piccola interiezione, dunque, si inserisce in un gioco complesso di riferimenti che dalla citazione di stilemi e dalla rievocazione di una temperie di gusto neoterico-alessandrineggiante (non a caso l’ecl. 2 sarà uno dei testi di riferimento preferiti di Properzio: cfr. Gigante Lanzara, 1990, pp. 164, 168 e 175) giunge alla rielaborazione virgiliana di quegli stessi elementi per un messaggio di confutazione e di critica (sul quale cfr. Gagliardi 2003, passim).

Un ruolo centrale, nella difficile trama che l’interiezione a ci sta aiutando a ricostruire, gioca naturalmente l’ecloga di Gallo, in cui la particella compare consecutivamente per ben 3 volte in 3 versi fondamentali (47-49: Alpinas, a, dura nives et frigora Rheni / me sine sola vides. A, te ne frigora laedant! / A,  tibi ne teneras glacies secet aspera plantas!), indicati da Servio, ad ecl. 10, 46 (hi autem omnes versus Galli sunt,de ipsius translati carminibus), come imitazione fedele di un brano di Gallo, il cosiddetto propemptikòn Lycoridis. Si tratta di un passaggio evidentemente molto famoso (lo riprenderà anche Properzio, verosimilmente con intento polemico, cfr. Nicastri, 1984, pp. 153-176, in particolare pp. 175 s.) e decisamente originale, in cui il poeta-amante, rovesciando il genere tradizionale del propemptikòn (canto di accompagnamento e di augurio per chi parte) trepida nel prefigurarsi i disagi che l’amata, pur fedifraga e partita con un altro, dovrà affrontare tra le nevi alpine. Nella ripresa virgiliana il tono fortemente patetico e la completa soggezione alla donna da parte dell’amante, disposto a ricevere qualsiasi torto da lei senza smettere di amarla (che è poi la tipica ottica del servitium amoris dell’elegia latina, forse inaugurato proprio da Gallo, cfr. Morelli, 1985, p. 180 e Gagliardi, 2003, p. 156 nota 13) lasciano optare per la credibilità della notizia serviana e inducono a considerare dunque davvero il brano la citazione di un passo di Gallo. Anche la presenza concentrata di a non è certamente virgiliana, ma può derivare dalla sensibilità e dal gusto dei poetae novi e iscriversi in quelli dell’elegia, che del neoterismo è l’erede diretta. Ovviamente rimane incerto il grado di fedeltà di Virgilio nella “citazione” di Gallo dei vv. 47-49 dell’ecloga, e dunque resta impossibile tentare di immaginare quel testo, ma in ogni caso la reiterazione ravvicinata di a, specialmente se confrontata con le altre occorrenze dell’interiezione nelle ecloghe, tutte in varia misura legate a Gallo, sembra suggerire una predilezione, da parte del poeta di Licoride, per uno stilema tanto caro ai neoterici ed espressivo della loro sensibilità e del loro linguaggio. Se così fosse, gli impieghi virgiliani di a potrebbero voler essere in primo luogo omaggi letterari alla poesia dell’amico, e questo spiegherebbe –mi pare- l’associazione della particella sempre a contesti di preziosa erudizione e di gusto alessandrino-neoterico, nonché la velata o esplicita presenza di Gallo nei brani in questione.

Ad ennesima conferma della ricostruzione fin qui tentata sta un altro impiego di a in Virgilio, ancora in un punto chiave della sua poesia in relazione a Gallo: il poemetto di Orfeo nel finale delle Georgiche. Il rapporto di Gallo con questo epillio è adombrato, com’è noto, nella notizia di Servio secondo cui i versi su Orfeo avrebbero sostituito, dopo il suicidio dell’amico, le laudes Galli originariamente previste da Virgilio in chiusa delle Georgiche (come ancora la figura di Gallo aveva chiuso le Bucoliche) Le contraddizioni tra i due luoghi serviani che riportano la notizia (ad ecl. 10, 1 e ad georg. 4, 1) e le variegate posizioni degli studiosi in merito hanno dato vita ad un ampio dibattito, ben lontano dall’essere concluso (su di esso cfr. Gagliardi 2003, pp. 61-71), ma di certo dalle informazione dell’antico esegeta emerge il legame tra Gallo e il poemetto di Orfeo. A mio avviso (cfr. Gagliardi 2003, pp. 61-94), il personaggio leggendario può ben adombrare quello reale, così come la sua vicenda di grande cantore erotico accecato da un amore eccessivo, che sfocia nella dementia e in una distruttiva disobbedienza, contiene molti elementi della biografia storica e poetica di Gallo, anch’egli grande poeta d’amore, forse contestato da Virgilio per la scelta del genere erotico e per una dementia che già compariva –s’è visto- come concetto-chiave nei testi delle ecloghe in qualche modo legati a lui (sempre con l’interiezione a a marcare i passaggi).

Fuori discussione, in ogni caso, restano i legami del poemetto di Orfeo con Gallo. Ebbene, anche in questo testo, al culmine drammatico della vicenda, quando finanche in punto di morte Orfeo continua incessantemente a ripetere il nome dell’amata, compare l’interiezione a (a miseram Eurydicen anima fugiente vocabat, georg. 4, 526), questa volta con l’aggettivo miser, solito nell’uso catulliano. Ancora una volta, dunque, la tematica erotica, la situazione altamente patetica, il legame sotteso con Gallo, l’allusione ad uno stilema consueto in Catullo, e dunque ad un’atmosfera neoterica, caratterizzano l’impiego di a. Anche questo passaggio conferma dunque i criteri e chiarisce l’àmbito di riferimento in cui Virgilio ritiene opportuno utilizzare l’interiezione, evidentemente per lui inscindibile da una certa temperie di gusto e da certe tematiche, se non –forse- anche dalla figura poetica ed umana di Gallo. Sarà infatti probabilmente un caso, ma dopo Orfeo, e cioè dopo le Georgiche, l’interiezione a non compare più in Virgilio: forse per il genus elevato dell’Eneide, o per l’assenza di Gallo da questo poema, o ancora per la fine, dopo la sua tragica morte nel 26, del dialogo poetico con lui?

Ci sono, in verità, altre due occorrenze dell’interiezione, una nelle Bucoliche (ecl. 1, 15) e una nelle Georgiche (2, 250), ma i contesti in cui si trovano e le tematiche entro cui sono inserite sembrano assai lontane dal quadro finora delineato. I punti in cui compaiono non riguardano infatti temi d’amore, né hanno a che fare in alcun modo con Gallo, né richiamano modelli neoterico-elegiaci. Ma, ad uno sguardo più attento, qualche elemento comune con le altre occorrenze l’interiezione a mantiene anche in questi due casi: soprattutto, serve anche qui a marcare i toni del patetico e dell’emotivo, a far sentire la partecipazione del poeta.

Ad ecl. 1, 15 un contesto di grande pathos giustifica la presenza dell’interiezione. In uno del passaggi più belli delle parole di Melibeo, nella menzione della capretta costretta a riprendere il cammino lasciando i piccoli appena partoriti, un solo verso (spem gregissc. i capretti appena nati- a silice in unda conixasc. la madre- reliquit) sintetizza con impareggiabile icasticità lo straziante contrasto tra il passato sereno e ricco di promesse (spem gregis) e la squallida realtà del presente (silice in nuda), ma dà anche voce al dolore, fisico e psicologico ad un tempo, della madre costretta ad abbandonare i suoi figli (reliquit). Conixa in particolare definisce e sintetizza la condizione della capra e, come vix a v. 13 (hanc etiam vix, Tityre, duco), allude sia allo sforzo fisico, prima del parto (conixa) e poi della ripresa del cammino (vix duco), sia alla riluttanza e quasi alla violenza che la povera madre deve fare su se stessa per lasciare i figli neonati. Il brano in cui si inserisce a, insomma, è davvero di grande spessore poetico ed emotivo e l’interiezione contribuisce non poco a rendere ed intensificare quest’atmosfera. Il tema non erotico e l’assenza di riferimenti a Gallo e di allusioni a modelli neoterici indicano un uso di a ormai svincolato dalle sue origini e adattato a situazioni patetiche più varie (non solo erotiche) per marcarne l’intensità. L’interiezione sembra cioè privilegiata dal poeta per esprimere, in situazioni di qualsiasi genere, la forza dei sentimenti e la propria commossa partecipazione. Pure, nel caso di ecl. 1, 15, c’è un segnale linguistico che allude al neoterismo: a v. 14, infatti (hic inter densas corylos modo namque gemellos), in riferimento ai capretti appena nati, è l’unica occorrenza virgiliana del termine gemelli, di dichiarata matrice neoterica (lo usa Catullo, c. 4, 27, mentre lo evitano i poeti successivi, tranne Ovidio). Come a ribadire ancora, pur in un contesto assai lontano da quello dei poetae novi, il debito del Mantovano verso quella temperie di gusto e di stile nell’espressione dei sentimenti.

Se nel passo dell’ecl. 1 il pathos è assai accentuato e un legame, sia pure solo terminologico, con la poesia catulliana, esiste, nell’ultima occorrenza virgiliana di a, a georg. 2, 250, davvero nulla, nell’uso dell’interiezione, ne ricorda l’origine neoterica. In questo brano, forse per desiderio di varietà, sia pure in un passaggio “tecnico” come la descrizione delle caratteristiche fisiche dei vari tipi di terreno, trattando di quello umido l’autore assume improvvisamente un tono più caldo e commosso e dice: Umida (sc. tellus) maiores herbas alit ipsaque iusto / laetior. A, nimium ne sit mihi fertilis illa, / nec se praevalidam primis ostendat aristis.     

L’espressione esclamativa e il notevole dativo etico mihi danno alla frase, insieme ad a, un tono emotivamente marcato, di grande spicco nell’andamento più pacato e impersonale del brano. La scelta di a per intensificare quest’effetto mi pare attesti a sufficienza la considerazione del poeta per questa particella, legata indissolubilmente a questo genere di espressione, anche al di fuori dell’àmbito neoterico-elegiaco di provenienza. Quasi che Virgilio, appreso dal linguaggio di quei poeti un tale modo di esternare e far risaltare il pathos, lo stacchi poi dal repertorio tematico d’origine per sfruttarne in altri àmbiti l’efficacia ormai sperimentata.

Al termine della nostra indagine, mi sembra che la precisione e la costanza dei riscontri possano autorizzare qualche conclusione. L’interiezione a giunge a Virgilio essenzialmente dalla consuetudine neoterica, forse tramite Gallo, in relazione al quale (e forse a sua imitazione) il Mantovano la usa di preferenza. Omaggio all’arte dell’amico, o forse elemento del dialogo estetico e poetico con lui, l’interiezione contribuisce a fornire qualche indizio in più su un rapporto personale ed artistico tanto importante per Virgilio quanto arduo da comprendere e definire per noi, in mancanza dei testi di Gallo. Ma seguire l’uso di a in Virgilio significa anche accompagnare il graduale distacco del poeta dalla soggezione troppo forte ai suoi modelli per assegnare la particella ad un linguaggio dei sentimenti più maturo e più ampio del solo àmbito erotico.

 

B I B L I O G R A F I A      C I T A T A

 

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