Letteratura

Sez. Letteratura Italianistica
Mercoledì 30 Dicembre 2015  “ uscita n. 16”


La modernità di Dante


Di Raffaele Urraro

Una statua dell’autore della Commedia

                                      
1. Benigni legge Dante in programmi televisivi, ed ogni volta ben dieci milioni di spettatori stanno a guardarlo e ad ascoltare la sua lettura dei versi del “poema infinito”, al quale han posto mano e cielo e terra. Nelle librerie la Divina Commedia, dopo le performances benigniane, si vende come un best-seller. Le Lecturae Dantis, in ogni salsa, sono diventate un eccezionale rito in cui si celebra il più grande poeta della storia. In Brasile Dante è il poeta più letto in assoluto, specialmente dai giovani. In America i più grandi poeti hanno fatto di Dante il loro faro. In tutto il mondo Dante è noto, è conosciuto, è letto, è studiato. Ma è nel nostro Paese che egli sta conoscendo un momento particolarmente felice.
Perché questo ritorno a Dante?
Si risponde: perché Dante è un poeta moderno. Certo, i grandi poeti sono sempre moderni. Sono sempre contemporanei, attuali. E difatti i grandi poeti non muoiono, vivono in eterno perché le loro opere sono capaci di parlare al cuore e alla mente degli uomini di ogni tempo.
Ma la domanda rimane ancora sospesa: perché Dante è un poeta moderno? in che cosa e di che cosa si sostanzia la sua modernità?
Tenterò di dare una risposta, la mia risposta, semplice e schematica, cercando di cogliere alcuni aspetti del problema, partendo però da una premessa chiara ed esplicita in modo da evitare qualunque confusione: Dante è un grandissimo poeta, il più grande della storia, ma è e resta comunque, e non poteva essere altrimenti, un uomo del suo tempo. Le sue convinzioni filosofiche, teologiche, morali, politiche, ed anche astronomiche ed astrologiche, sono tipiche del suo tempo.
E ciò rende ancor più problematica la ricerca delle cause della sua popolarità attuale.
Certo, si può dire che Dante non si presenta mai come un uomo le cui certezze sono tanto radicate da risultare incrollabili e sicure: sono tantissimi i dubbi, le perplessità, le incertezze che egli espone in tutte e tre le Cantiche della Divina Commedia. Ed è già questo un segno della sua modernità e del suo fascino. C’è di più: Dante è il più grande poeta della storia, ma è anche un uomo, e un uomo è fatto di forza e di fragilità, di certezze e di dubbi, di ottimismo e di paura; l’uomo vaga ne lo gran mar dell’essere e  percorre il mare ondoso o le acque tranquille, la “selva oscura” o la montagna illuminata dal sole o gli spazi celesti, e vive i suoi drammi e le sue speranze, come ciascuno di noi.
Come ciascuno di noi?
Andiamo a vedere. E soprattutto andiamo a considerare i motivi per cui egli è oggi il poeta più letto in assoluto.

2. Il primo motivo è da ricercare nella forza e nella grandezza stessa della sua poesia. Il lettore ha subito l’impressione di trovarsi di fronte ad un poeta vero, che tratta problematiche vere, problematiche che riguardano l’uomo di sempre, l’uomo immerso nel fascinoso e affascinante mistero della vita e dell’universo, l’uomo che si dimena nelle sue mille domande sull’essenza del suo essere e nelle sue mille e faticose risposte.
Dante è un poeta che s’interroga su tutti gli aspetti dell’esistenza dell’uomo e osserva, con lo scrupolo di chi è attento indagatore, le strade che l’uomo percorre, quelle che portano al bene e alla luce e quelle che portano al male e al buio, ricercando il senso più profondo di tutti gli aspetti della realtà. E del bene e del male egli vuol conoscere genesi e ragioni, vuole indagare fin nei meandri misteriosi e segreti del cuore e della mente dell’uomo perché vuol capire quali sono le molle che lo hanno spinto ad agire, perché egli si trovi involto e travolto nella follia, perché egli non abbia saputo porre un argine a quegli stimoli che lo hanno portato alla rovina, perché non abbia usato la ratio, la capacità razionale per fermarsi un attimo prima di sprofondare nell’abisso della perdizione. Così come vuole conoscere le vie del bene che l’uomo percorre nella sua esistenza, le motivazioni che lo hanno animato, dove abbia trovato la forza d’animo per proseguire nel cammino virtuoso. Insomma Dante vuole capire e capirsi, capire per capirsi, conoscere per conoscersi. E questa ricerca, esaltata dalla sua eccezionale intelligenza, ha prodotto il più grande capolavoro della poesia universale.
E il lettore, e il giovane lettore, rimane affascinato dal Dante viaggiatore che si avventura, attraverso i sentieri della ricerca e della poesia, fin dove nessuno mai si è avventurato, cioè nell’”oltranza” della nostra esistenza. E perciò si ha ragione quando si afferma che: “La grande modernità di Dante sta proprio nella sua umanità, nel suo saper interpretare le inquietudini e lo smarrimento che l’uomo prova nei confronti del significato misterioso del proprio esistere. Dopo 700 anni di storia, tale smarrimento non è mai stato colmato, è sempre presente. Col suo Paradiso, il Sommo Poeta trova il modo di superare una visione troppo terrena dell’esistere. Ciò che appare agli occhi dei più disincantati una vita priva di significati, grazie a questa pulsione, supera il terreno; la storia si eleva e diviene Metastoria, un progetto sì dell’uomo, ma pensato ed illuminato da insondabili luci e voli, che avvicinino, in modo inscindibile, la terra e il cielo” (Stefania Genovese).
Perciò il lettore rimane affascinato da una poesia che è sempre accurata indagine, profonda conoscenza, continuo svelamento, e segue Dante nei suoi percorsi nei quali egli continuamente s’interroga, sempre alla ricerca del significato profondo della vita.
E quale altra poesia è così coinvolgente come quella di Dante?

3.  La poesia di Dante è una potente calamita e attira verso di sé chiunque le si avvicini. E lo attira quando si parla delle passioni dell’uomo, dei suoi errori, delle sue illusioni, dei suoi inganni, cioè quando si parla della perdizione e della sconfitta, e questo è il mondo dell’Inferno, con le sue tragedie, le sue rovine, la degradazione dell’uomo, tutte cose ritratte in figure eternamente vive (si pensi agli Ignavi, a Francesca da Rimini, a Farinata degli Uberti, a Pier delle Vigne, al Conte Ugolino, ecc.), figure che, una volta conosciute, rimangono impresse per sempre nella mente del lettore perché rappresentano emblemi delle passioni dell’uomo, della sua debolezza, della sua fragilità.
E così per il mondo purgatoriale, un mondo chiaroscurale nel quale l’uomo è in bilico tra sofferenza e attesa del raggiungimento della finalità primaria della vita; si pensi a figure come Pia de’ Tolomei, Manfredi, ecc., alla loro calma dignità di fronte al ricordo e alla rievocazione delle sventure passate; esse sono emblemi di una pace dello spirito che viene esternata pur tra sofferenze e dolori.
E si pensi soprattutto alla poesia del Paradiso che non può non attrarre il lettore con il suo fascino particolarissimo: poesia di luce, di musica, di canto, poesia che si sostanzia di filosofia teologia astronomia, poesia che è scienza che si realizza nelle più alte forme del dire. Come fa, la poesia del Paradiso, a non coinvolgere il lettore fin nel più profondo del suo mondo emozionale e intellettuale, a prescindere dalle sue convinzioni e dalle sue idee? Si pensi a figure come Piccarda Donati, San Francesco, San Domenico, Cacciaguida, e a come esse rappresentino le punte più alte dell’umanità, emblemi di una vita virtuosa che, ovviamente, viene presentata come possibile e come il massimo delle possibili aspirazioni dell’uomo.
Ma perché questa ricerca è così coinvolgente, al di là della stessa consonanza o dissonanza tra l’ideologia di Dante e quella del lettore?

4. Ritengo che, al di là delle differenze generali profondissime tra questo nostro tempo e quello del poeta fiorentino, una caratteristica accomuna i due momenti storici: sono due mondi nei quali l’uomo è investito in pieno da un evidente senso di “precarietà”. Quando l’uomo vive il dramma storico di una società in movimento, quando non sa quali possano essere gli sbocchi per la sua vita e per la vita della società nella quale egli vive, quando i valori sui quali si fondava la vita della società sono scomparsi, allora sente sulla propria pelle quel senso di precarietà, di incertezza, di fragilità, che lo colloca in una dimensione di instabilità e di transitorietà.
Allora è il momento della ricerca dei punti di riferimento fissi, di orizzonti ben chiari, di ancore di salvezza cui aggrapparsi. Oggi, in un mondo nel quale il giovane, soprattutto il giovane, ma non solo il giovane, sta vivendo il tempo dell’incertezza e della precarietà, il tempo nel quale il futuro è velato da una nebulosità che lo offusca e lo rende confuso e indistinto, il tempo in cui gli si propinano ogni giorno, anzi in ogni momento, ricette scarabocchiate da venditori di illusioni e di felicità a buon mercato, il tempo nel quale si vuol far credere al giovane che la soluzione dei suoi problemi sta in una polverina o nell’arruolamento nella micro- e macro-criminalità, Dante fa comprendere che la vita è una cosa ben più seria e importante, e che altre sono le strade da percorrere per capirne la portata e i problemi.
Questo è il più grande messaggio che lo rende moderno e sempre attuale. Ed è un messaggio di grande momento che trascende le convinzioni filosofiche e religiose di ciascuno di noi: ognuno di noi deve percorrere il suo cammino esistenziale alla ricerca del modello positivo di realizzazione della propria persona e della propria personalità, sapendo che una strada comunque c’è ed è quella che dobbiamo percorrere in piena consapevolezza. Un aristotelico come Dante non poteva lanciare un messaggio diverso. Ed è questo messaggio che ci trasporta in un altro aspetto della modernità dantesca. Mi riferisco al problema della conoscenza, che Dante presenta in un’articolazione particolarmente affascinante e problematica. Essa presenta aspetti di inquietante modernità.
Vediamo.

5. Nel canto XXVI dell’Inferno, ai vv. 118-120, per bocca di Ulisse che parla rivolto ai suoi compagni, Dante formula il principio della conoscenza come entità connaturata alla particolare essenza degli uomini:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguire virtute e conoscenza.

Dante, quindi, pone nella “conoscenza” l’essenza stessa del genere umano, della sua stessa “semenza”. Ma se riconosce alla conoscenza la possibilità di percorrere campi sconfinati e inesplorati, non le riconosce libertà assoluta, assoluta autonomia e indipendenza. Voglio dire che, proprio nel momento in cui riconosce alla conoscenza un’importanza primaria nella vita dell’uomo, fino a riconoscerla come segno distintivo dell’essere uomo, pone dei limiti invalicabili al di là dei quali non è consentito avventurarsi. Tanto è vero che essa è accompagnata dalla parola “virtù” la quale, al v. 120, indica senz’altro, com’è stato acutamente osservato dalla critica dantesca, la virtù pagana, ulissiaca, che deve intendersi come “coraggio”, “ardimento”, “ricerca di gloria”. Ma nello stesso canto, ai vv. 21-22, Dante, parlando questa volta in prima persona, ha già affermato:

e più lo ‘ngegno affreno ch’i’ non soglio
perché non corra che virtù nol guidi.

E qui è chiaro che il poeta fiorentino, sulla scia della filosofia averroista, parla di una ragione che deve essere limitata nei suoi ardori avventuristici. Dante, insomma, da un lato esalta le possibilità della ragione e il fascino dell’avventura conoscitiva, dall’altro fissa i limiti della sua azione.
Ed è esplicito il suo pensiero: è la “virtù” che deve guidare il cammino della ragione nei suoi processi cognitivi. Virtù che per Dante è ovviamente la virtù cristiana; Ulisse affonda con la sua nave, insieme ai suoi compagni, perché si avventura in un “folle volo” , in una sorta di sfida alla stessa divinità, sfida che consiste nell’orgoglio e nella presunzione di conoscere anche ciò che la divinità ha posto come mistero inesplorabile e inconoscibile (v. 125). Questo è il messaggio che Dante indirizza agli uomini. Ed è un messaggio, a prima vista, antiquato e retrivo, specialmente se si considera che, in pieno Umanesimo, Pico Della Mirandola parlerà di un uomo da nessun limite costretto, facendo registrare una vera e propria rivoluzione nei comportamenti dell’individuo soprattutto rispetto alle sue scelte concretamente operative.
Ma se si intende il messaggio di Dante come la proposta della necessità di accompagnare qualunque indagine, e quindi qualunque scoperta o invenzione, con la dovuta cautela, con i dovuti accorgimenti, con la dovuta analisi dei pro e dei contro, con le dovute domande sui fini che si perseguono e sui risultati che si conseguono, allora anche questo messaggio dantesco apparentemente oscurantista, formulato ben settecento anni fa, mostra una sua inquietante attualità. Perché anche l’uomo moderno, sebbene in una prospettiva diversa, e di fronte a problemi diversi (si pensi alle problematiche poste dalla bioetica e dall’ingegneria biologica e dalla potenza dell’atomo), deve interrogarsi, e si interroga, sui mezzi e sui fini della conoscenza, che deve essere comunque e sempre guidata da un faro che la illumini. Alcuni propongono come faro proprio la “virtù” cristiana, cioè un’etica in sintonia con i principi e i valori della religione cristiana; altri, invece, laicamente, propongono come faro della ricerca il bene della comunità umana.
Non è qui il caso di entrare nel campo di questa disputa, ma è sufficiente rilevare come la conoscenza, e quindi la ricerca, debbano comunque poggiare sulle solide basi costituite da valori primari e dalla consapevolezza del progresso sostenibile, sostenibile sia dall’ambiente umano, cioè dalla casa dell’uomo, che dall’uomo stesso inteso come casa dei valori perenni di cui è portatore. Questo aspetto è tutto nel pensiero dantesco; è nostro compito leggere e interpretare Dante senza nessuna costrizione preconcetta perché in tanti anni di lettura ed esegesi della Divina Commedia mi sono reso conto che la grandezza e lo splendore di Dante sono di tali dimensioni che si ha l’impressione che sia lo stesso poeta ad invitare il lettore ad andare al di là delle sue parole, lasciandolo libero di spaziare in territori da lui stesso selezionati, a cercare in proprio la propria verità, ad esaltare la propria dignità di uomo nei modi e nelle forme ritenute più opportune.
Ma un parametro valutativo preciso, una bussola che gli indichi la giusta direzione deve pur averli l’uomo che si dibatte nei marosi dell’esistenza. E Dante li indica scopertamente nel senso della “giustizia”. Dante stesso si erge, nel suo poema, a giudice e punitore, un giudice che vuole apparire imparziale, un punitore che vuole apparire equo. Soprattutto però Dante vuole dimostrare, e dimostra, che egli pone la giustizia al di sopra di ogni altro valore umano. Ingiustamente accusato e costretto all’esilio, Dante sente il peso insopportabile dell’ingiustizia. Ed è questo, a mio parere, che lo spinge, in ogni pagina del poema, a indagare sui comportamenti degli uomini, a giudicare le loro azioni, a evidenziarne la tipologia, a separare ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto.
Il lettore sente, di volta in volta, di trovarsi di fronte ad un poeta nel quale la giustizia non è soltanto un valore, ma addirittura un profondo sentimento dell’animo, un abito morale. E in una società come la nostra, nella quale l’ingiustizia la si incontra ad ogni angolo della nostra vita, nella quale l’ingiustizia assume le forme più diverse e appare un fenomeno sempre cangiante e sempre violento, il bisogno di giustizia è molto più forte che ai tempi di Dante. Se ritornasse oggi, ne avrebbe di versi da scrivere il divino poeta! Restano nella mente di chi legge la Divina Commedia lo sdegno, l’ira, la ribellione, il sarcasmo, la violenta invettiva di Dante di fronte a situazioni di ingiustizia palese e occulta. Cambiano i tempi, cambia la storia, cambiano le società, cambiano le istituzioni politiche, ma l’uomo, nel profondo della sua conformazione etico-spirituale, rimane sempre lo stesso.

6. Ma l’aspetto più trascinante del poema dantesco è sicuramente quello linguistico, perché ovviamente è proprio la particolare tipologia della forma espressiva nella quale  i contenuti si sono inverati che rende la Divina Commedia il libro poetico per eccellenza.
Dante, come si sa, usa il volgare fiorentino, il volgare delle varie classi sociali, nessuna esclusa. Volgare arricchito da apporti integrativi derivanti da altre lingue (latina, francese, provenzale), da arcaismi, da nuovi conî. Il tutto a costituire una lingua varia, complessa: plurilinguismo, sì; lingua vivissima, la cui specificità eccezionale consiste, soprattutto rispetto alle altre lingue europee, nell’essere ancora oggi comprensibile mentre le altre hanno fatto registrare scarti enormi, nella loro evoluzione, tra il loro momento originario e quello attuale. Certo, per comprendere la Divina Commedia, bisogna armarsi di particolari strumenti esegetici e bisogna sempre tener presenti le mutazioni semantiche che si registrano all’interno di tante parole, ma quando si leggono già i primi versi del poema:

Nel mezzo del cammin di nostra vita,
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinnova la paura.

Tant’è amara che poco è più morte,
ma per trattar del bene ch’io vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’io vi ho scorte 
                           (Inferno, I, vv. 1-9),

il senso letterale, almeno quello, lo si comprende senza eccessive difficoltà. E questo è uno dei motivi che spiegano il successo attuale del poema.
Il lettore, poi, è affascinato dalla lingua poetica di Dante anche per altri motivi: le cadenze dell’endecasillabo, il ritmo fluido della versificazione, il rincorrersi frenetico e continuo delle rime e le concatenazioni dei suoni e dei semantemi, la forza espressiva delle parole, il sovrapporsi delle immagini, gli scatti espressivi, e poi: l’icasticità delle figure costruite come statue imponenti e meravigliose, l’indagine sui personaggi scandagliati fin nel lato più nascosto della loro psicologia, l’irruenza del linguaggio, l’idillicità del linguaggio, la dolcezza del linguaggio, le asprezze del linguaggio: tutto questo spiega il fascino che esercita il poema dantesco sul lettore di oggi, e spiega perché il lettore di oggi venga emotivamente coinvolto dai versi danteschi, e spiega quindi anche perché Roberto Benigni si impegni tanto nella spiegazione parafrastica dei canti prima di leggerli senza alcuna interruzione: egli vuole che il lettore possa assaporare tutte le sonorità dei versi e, attraverso di esse, penetrare nella parte più suggestiva della poesia: in quel luogo misterioso e arcano dove un’idea, un concetto, un pensiero si fanno parola, dove ogni parola vale e significa più di ogni altra parola, lì dove nasce la poesia, dove la parola diventa carne: In principio erat Verbum et Verbum caro factum est («In principio era il Verbo e poi il Verbo divenne carne»): e quando la parola è diventata carne, essa si rivela, e nel rivelarsi rivela o svela tutta la sua essenza e tutte le sue significanze. Quando questo avviene, nasce un mondo nuovo, il mondo della poesia, che è un mondo di luce e di speranza al quale potranno sempre ispirarsi tutti gli uomini di buona volontà.