Leopardi  e  la  questione  della  lingua

di Marino Faggella

Lunedì 9 Marzo 2009 "uscita n. 4"

Partito da premesse filosofiche sensiste, che riconoscevano alla sensazione un ruolo fondamentale ai fini della umana felicità, Leopardi, profondamente disilluso e insoddisfatto nella sua ricerca, era approdato infine a conclusioni romantiche come dimostra l’epilogo dell’Infinito, nel quale tutti gli oggetti, perduta la loro concretezza, si dissolvono consentendo all’io contemplante  del poeta di annullarsi e di perdersi nell’infinito. Questa duplice dissolvenza, degli oggetti e del soggetto, rende particolarmente complicata, se non proprio impossibile, la rappresentazione estetica che, ove si realizzi, ha il carattere dell’eccezionalità in quanto qui non si trattava di imitare in senso tradizionale la realtà ma di rappresentare ciò che non è stato mai rappresentato, di tradurre l’ineffabile: è questo l’elemento più distintivo e caratterizzante dell’estetica romantica. Anche il poeta dei Canti, pur senza l’ossessione dei romantici, si propose di risolvere il difficile problema di rappresentare poeticamente non tanto il sensibile quanto piuttosto l’invisibile che, data la sua natura, può fare anche a meno di una lingua precisa, capace di distinguere e definire gli oggetti. Poste queste premesse, Leopardi giungeva alla conclusione che il vago dell’immaginazione e l’indeterminato della rappresentazione richiedevano di necessità un linguaggio speciale, un lessico poetico della stessa natura.

    A questo punto è opportuno fare qualche rapida considerazione sulla posizione di Leopardi a proposito della cosiddetta “Questione della lingua” del suo tempo, sia per l’originalità dei suoi orientamenti sia per le necessarie implicazioni che il problema linguistico ebbe con quello dell’arte. A tal proposito è il caso di ricordare che, per quanto l’autore dei Canti non prendesse direttamente parte ai dibattiti e alle polemiche sulla lingua che videro impegnati i maggiori intelletti del suo tempo, egli non trascurò (né poteva essere diversamente, visto che nella sua esperienza si fondevano eccezionalmente l’esperienza del filologo e del poeta) il problema, anzi vi si impegnò, pur in modo asistematico e come gli dettavano le occasioni, portando ugualmente nel corso del dibattito il contributo della sua sensibilità estetica e della sua riflessione storico-filosofica. All’interno delle sue argomentazioni se non è difficile riconoscere ambiguità e contraddizioni, sia per la frammentarietà delle affermazioni stesse sia per la difficoltà di conciliare insieme tradizione e modernità, metodo storiografico e procedimento scientifico applicato allo studio delle lingue, in ogni caso le sue considerazioni, come è stato giustamente sostenuto:<<…vanno valutate non tanto come un corpo coerente di dottrine, quanto come schede di un’interpretazione in chiave letteraria[1]>>. Viste in quest’ottica le affermazioni leopardiane sulla lingua vanno considerate non tanto per la loro coerenza filosofica quanto piuttosto per quel che di nuovo, e talvolta anche di originale, riescono a dire rispetto al clima culturale dell’epoca nel quale anche sul terreno linguistico rigidi fautori della tradizione come i puristi[2] si misuravano con i sostenitori delle teorie più moderne, rigettando tanto le istanze lassiste degli illuministi[3] quanto le tesi dei romantici[4].

    Volendo riassumere in breve la posizione leopardiana intorno alla  questione della lingua si dirà che egli, pur su una linea comune di affermazione dei valori della tradizione linguistico-letteraria, in opposizione al padre Cesari, al Puoti e agli altri Puristi (che in modo assolutamente conservativo propugnavano un ritorno della nostra lingua all’uso trecentesco, senza preoccuparsi della natura dinamica di essa come di ogni altra lingua) sostenne che il secolo di Dante non aveva esaurito del tutto i valori della lingua italiana che, anzi, solo successivamente ebbe modo di raggiungere splendidamente la sua acmè nel ‘500, il  secolo veramente aureo della nostra cultura non solo letteraria, allorché l’Italia, come sostiene il poeta, ebbe:<< coltivatori di ogni sorta di cognizioni e nel tempo stesso diligenti, studiosi e coltivatori della lingua, ed in se stessa una vita piena di varietà, di azione, di movimento ec. ec.[5]>>. Da quest’ultima affermazione risulta che l’autore dei Canti condividesse il precetto illuministico-romantico della lingua quale organismo vivente soggetto ai movimenti della storia, come dimostra più chiaramente la seguente ed interessante ipotesi leopardiana, consegnata il 31 luglio 1822 alle pagine dello Zibaldone, e sostenuta con abbondanza di considerazioni storiche, politiche e filologiche non meno che fantastiche dietro le quale vediamo rispuntare l’influenza del pensiero vichiano o la probabile  mediazione del Cesarotti[6]:<< La storia di ciascuna lingua è la storia di quelli che la parlarono o la parlano, e la storia delle lingue è la storia della mente umana (L’histoire de chaque langue est l’histoire des peuples qui l’ont parlé ou qui la parlent, et l’histoire des langues est l’histoire de l’esprit humain)[7]>>. Pertanto sarebbe stato insensato, sia cercare di fermarla, immobilizzandola, sia bloccarne lo sviluppo retrocedendola addirittura nel passato, come pretendevano di fare ad apertura di secolo (fra il 1806 e il 1811) quelli che sotto le bandiere del cosiddetto << purismo >> propugnavano un esclusivo ritorno al Trecento, quel tanto lodato e benedetto secolo d’oro nel quale, a loro modo d’intendere, tutti parlavano e scrivevano bene.

 

      In ogni caso l’autore dei Canti prese le distanze anche dagli estremisti fautori dell’uso, i cosiddetti << libertini >> (i quali  avrebbero voluto interrompere qualsiasi rapporto con la passata tradizione per sostituire ad essa gli esclusivi valori della cultura scientifica moderna); e pur dimostrando, come sostiene M. Vitale:<<una sostanziale dicotomia fra la esigenza di preservazione, per fini estetici e d’arte, dei valori stilistico-linguistici della più autentica cultura letteraria (…) e la necessità di partecipazione della lingua italiana al linguaggio e al lessico intellettuale (filosofico, tecnico, e scientifico) ormai universale[8]>>, tuttavia, non giunse mai, anche in nome del suo amore esclusivo per la lingua poetica della tradizione, ad ammettere e a negare che l’Italia fosse privata, relativamente alla prosa, di una lingua  e di una letteratura filosofica affinché la nostra nazione, entrando nel grande giro della cultura europea del razionalismo e dell’illuminismo, si mettesse finalmente al passo e al corrente di quella. Di qui nasceva la necessità, secondo Leopardi, di adeguare la nostra lingua colta ai livelli di quelle d’oltralpe. La convinzione dell’esistenza di fatto di una koinè intellettuale europea  alla quale anche la nostra nazione era chiamata a partecipare comportava la necessità  di adeguare il nostro vocabolario a quello europeo; non farlo, come pretendevano di fare i puristi, significava per il poeta<< voler veramente e consigliatamente metter l’Italia fuori di questo mondo e fuori di questo secolo[9]>> ed equivaleva contemporaneamente ad escludere la nostra nazione dal moderno progresso. Pertanto, se  risultava giusto arginare l’invasione dei barbarismi sarebbe stato addirittura insensato chiudere la porta al progresso culturale e alla sprovincializzazione:<< Si condannino (come e quando ragion vuole) e si chiamino barbari i gallicismi, ma non (se così posso dire) gli europeismi, che non fu mai barbaro quello che fu proprio di tutto il mondo civile, e proprio per ragione appunto della civiltà, come l’uso di queste voci che deriva dalla stessa civiltà e dalla stessa scienza d’Europa. Osservate p.e. le parole genio, sentimentale, dispotismo, analisi, analizzare, demagogo, fanatismo, originalità, ec. e tante simili che tutto il mondo intende, tutto il mondo adopera in una stessa e precisa significazione, e il solo italiano non può adoperare (o non può in quel significato), perché i puristi le scartano[10]>>.

 

      L’ espressione di una tale volontà e la manifestazione di queste idee non potevano in ogni caso nascondere i dubbi e l’esitazione della sua mente incapace di  risolvere il problema della divisione allora esistente in Italia tra la lingua della prosa e il più aristocratico linguaggio della poesia, che, per quanto risultassero necessari, non gli riusciva proprio di conciliare insieme, portandoli ad unità, sicché finiva per accettare che la lingua della filosofia e quella della poesia fossero due lingue distinte. Del resto quella mancata armonizzazione - come sostiene Sapegno:<< corrispondeva  abbastanza bene a uno stato di fatto della civiltà italiana tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, nella quale mentre si stava faticosamente elaborando, a contatto con la cultura d’oltralpe, un pensiero moderno che richiedeva necessariamente uno strumento espressivo più agile, chiaro, opportuno agli usi della divulgazione e della propaganda, e ci si sforzava infatti di foggiarselo sul modello francese, sopravviveva d’altronde un ideale linguaggio poetico, aulico e accademico, splendido e gracile come un fiore di serra[11]>>. Ma c’era un’altra e fondamentale ragione che, impedendo quell’armonizzazione, gli faceva accettare una tale soluzione: il senso di aristocratica superiorità che egli attribuiva alla lingua poetica che, pur aperta con moderazione a qualche novità, rimaneva, per Leopardi, sempre al di sopra della prosa filosofica e fondamentalmente fedele alla tradizione degli antichi. Anche la figura del letterato, con tutte le ammissioni di apertura verso la modernità, risultava ancora nella maturità del poeta non molto lontana dal modello dello scrittore ideale che gli aveva additato il Giordani in una lettera degli anni giovanili, che lo avrebbe voluto nobile e ricco, di natura << virtuosa e culta >> e  persuaso di poter pervenire al bello scrivere italiano solo <<coll’unire lingua del Trecento a stile greco>>. In fondo, pur con le sue concessioni al moderno, ciò che interessava maggiormente il poeta era, come nota giustamente Battaglia, innanzitutto la soluzione del problema letterario e stilistico:<< Non è tanto la lingua della comunicazione, della conversazione, della divulgazione scientifica, tecnica, enciclopedica, quanto invece la lingua della poesia quella che sta a cuore a Leopardi e a cui egli assegna il valore di lingua[12]>>.

 

 

     Quanto alla relazione di Leopardi con i romantici verso i quali lo spingeva, come si è detto, la comune concezione della lingua quale fatto storico e l’idea, ugualmente condivisa, del necessario legame di essa con il popolo e la sua entità di nazione, v’è da dire anche che li divideva la maniera diversa di intendere la tradizione letteraria, che dai moderni era generalmente esclusa ed avversata, laddove per Leopardi rimaneva assolutamente insostituibile. Su di un fatto concorrevano, comunque, perfettamente: la consapevolezza della crisi e della decadenza morale, politica e culturale dell’Italia, anche per Leopardi << un paese senza società, senza unità politica n’è d’altro genere >>, alla quale egli avrebbe voluto dar soluzione almeno per la parte culturale, e relativamente al problema linguistico. Ma l’autore dei Canti, come divergeva, anche se non totalmente, dalla soluzione dei puristi, cui lo accomunava comunque l’amore della tradizione, cosi prendeva le distanze anche dai romantici e in particolare dall’ideologia linguistica del Manzoni che per dare soluzione alla crisi della letteratura italiana, dovuta al divario esistente fra la lingua scritta dei letterati e quella parlata dal popolo, additava nel fiorentino, non scritto, come quello difeso dai puristi, ma parlato dalle persone colte, la possibile soluzione del problema; mentre l’autore dei Canti, pur facendo un’analisi non diversa della questione[13]e arrivando all’analoga conclusione che un italiano del suo tempo per quanto provvisto di mezzi se avesse voluto scrivere perfettamente in italiano, pur essendo capacissimo di scrivere perfettamente, si sarebbe trovato affatto privo di una lingua per farlo[14], sostenne invece risolutamente che:<< Il dire che Firenze o la Toscana debba anche oggi considerarsi  per centro e arbitro della lingua italiana, perciocché più secoli addietro fu preminente in letteratura, e che la sua letteratura antica le debba dare influenza sulla lingua nazionale moderna, è lo stesso che dire che gl’italiani debbono scrivere in lingua antica e morta…[15]>>.

 

      In conclusione sulla posizione del recanatese nei rispetti dei sostenitori dell’articolata e complessa questione della lingua del suo tempo si dirà che nelle vicende storiche di ogni idioma anomalisti e analogisti, sono destinati ad alternarsi ogniqualvolta l’una delle due tendenze sia giunta al massimo. La soluzione romantica del Manzoni fra i due estremi del lassismo illuminista ed il purismo oltranzista appariva generalmente e per certi aspetti un compromesso e un felice tentativo di conciliazione che l’autore dei Promessi Sposi realizzava tra gli esclusivi fautori dell’uso e quelli della pura letterarietà. Leopardi, come si è detto, pur condividendo alcune idee dei diversi schieramenti, si collocava ai margini se non al di fuori delle varie tendenze in quanto né predicava in senso assoluto l’uso, né era disposto a riconoscere il fiorentino, sia quello parlato che letterario, quale modello unico ed assoluto cui si sarebbero dovuti conformare gli scrittori.        

   

     Pur ribadendo la mancanza da parte di Leopardi di un impegno, per così dire, sistematico sul problema della lingua c’è da aggiungere che le annotazioni sparse nello Zibaldone, una volta ordinate e portate ad unità, ci consentono in ogni caso di ricostruire una vera e propria teoria linguistica. Tale concezione verosimilmente si riconosceva, costituendone, inoltre, plausibilmente anche il sostrato di base, in uno scritto: Delle cinque lingue meridionali, progettato dal recanatese per partecipare ad un concorso bandito probabilmente nel ’20 [16] dall’Accademia della Crusca sulla genesi delle lingue romanze, particolarmente sulla formazione dell’italiano e sulle sue relazioni con le lingue antiche e moderne. Caduta successivamente l’occasione di partecipare al concorso, che si sarebbe dovuto esaurire nel ‘23, l’interesse e l’attenzione di Leopardi vennero appuntandosi più sul valore della lingua in quanto strumento letterario che sulle ragioni storico-filosofiche del problema, come si evince dai contemporanei appunti registrati nello Zibaldone, dove , a partire soprattutto dal ’21, confluì una parte dei materiali che erano stati allestiti per il saggio. Qui per spiegare l’origine delle lingue e il successivo loro sviluppo e differenziarsi Leopardi utilizzava lo schema contrappositivo, la stessa diade roussoviana di natura e ragione, che a partire dalla storia egli aveva applicato a differenti campi di indagine, trasferendolo in modo sistematico e senza difficoltà allo studio delle lingue e della letteratura. Pertanto, ogni considerazione espressa dall’autore dei Canti intorno a questa materia risulterebbe incomprensibile se non venisse riferita espressamente alla contrapposizione dei concetti antitetici << natura e ragione >> e dei loro correlativi << poesia e scienza >>, << antico e moderno >>, come si può evincere dalla struttura simmetrica dell’inizio del ragionamento, appuntato il 20 luglio 1821 nello Zibaldone, che è, nel suo complesso, una sintetica trattazione sull’argomento: << E’ cosa già nota che la letteratura e poesia vanno a ritroso delle scienze. Quelle ridotte ad arte isteriliscono, queste prosperano; quelle giunte a un certo segno, decadono, queste più s’avanzano, più crescono; quelle sono sempre più grandi più belle più meravigliose presso gli antichi, queste presso i moderni; quelle più s’allontanano dai loro principi, più deteriorano, finché si corrompono, queste più sono vicine ai loro principi più sono imperfette, deboli, povere, e spesso stolte. La cagione è che il principal fondamento di quelle è la natura, la quale non si perfeziona (fuorché ad un certo punto) ma si corrompe; di queste la ragione la quale ha bisogno del tempo per crescere, ed avanza in proporzione dé secoli e dell’esperienza. La qual esperienza è maestra della ragione, nutrice, educatrice  della ragione, e omicida della natura. Così dunque accade rispetto alle lingue [17]>>. Il  resto del discorso  di Leopardi, riferito particolarmente all’origine e allo sviluppo delle lingue, può essere ridotto nei termini seguenti: le lingue allontanandosi dallo stato naturale e primitivo e avvicinandosi progressivamente al mondo moderno acquistano, per effetto del loro perfezionamento, in ordine, chiarezza e precisione, ma perdono in bellezza, efficacia e proprietà. Esse, pertanto, dopo che si sono discostate da quella che era la loro primitiva forma, diventano adattissime ad esprimere i contenuti delle scienza ma risultano, al contrario, refrattarie all’arte e alla poesia.

     Partendo da tali principi, ponendoli anzi a fondamento dell’intero discorso, il recanatese, nell’effettuare <<un parallelo>> tra le lingue classiche e moderne, contrapponeva due coppie linguistiche del passato il greco e il latino) e due del presente (il francese e l’italiano) le cui caratteristiche e distinzioni egli portava ad esemplificazione. Nella sua teoria del piacere, formulata nel ’20, Leopardi, sulla base di considerazioni sensiste, aveva sostenuto, come si è detto, che il piacere autentico non è prodotto nell’anima dalla contemplazione delle cose definite e compiute, ma, al contrario quello che deriva dalla considerazione vaga e indefinita degli oggetti naturali. La rappresentazione di queste stesse immagini, per l’autore dei Canti, spiega e dà origine all’arte poetica quale espressione del vago, dell’indistinto, dell’incompiuto. Queste stesse idee e principi l’autore dei Canti si preoccupò, come naturale conseguenza, di applicare anche nella scelta del linguaggio lirico, le cui caratteristiche, per ricordarne solo l’essenziale, venivano da lui così sintetizzate:<<…tutte le qualità del linguaggio poetico, anzi il linguaggio poetico esso stesso, consiste, se ben l’osservi, in un modo di parlare indefinito[18]>>. Partendo conseguentemente da premesse sensitiche, con l’intenzione di definire l’idea fondamentale espressa da Cesare Beccaria nel Trattato dello stile << che la bellezza dello stile consiste nella quantità delle immagini accessorie che esso sa ridestare insieme a quella dell’oggetto significato[19]>>, Leopardi, riprendeva anche la distinzione dei vocaboli in << termini >> e << parole >> (già formulata dallo stesso filosofo  in una marginale osservazione) per qualificare generalmente il lessico dell’arte poetica distinguendolo da quello tipico della prosa filosofica e scientifica:<< Le parole come osserva il Beccaria  (trattato dello stile) non presentano la sola idea dell’oggetto significato, ma quando più quando meno, immagini accessorie. Ed è pregio sommo della lingua l’aver di queste parole. Le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto, e perciò si chiamano termini perché terminano e definiscono la cosa da tutte le parti. Quanto più una lingua abbonda di parole, tanto più è adatta alla letteratura e alla bellezza ec. ec. e per lo contrario quanto più abbondanza di termini, dico quando questa abbondanza noccia (…) Giacché sono cose ben diverse la proprietà delle parole e la nudità o secchezza, e se quella dà efficacia ed evidenza al discorso, questa non gli dà che aridità[20]>>.

 

      Partito da queste considerazioni, Leopardi contrapponeva il greco e il latino, le due lingue caratteristiche del passato, per le loro diverse, anzi, opposte peculiarità: la prima era ritenuta più adatta alla poesia proprio perché maggiormente ricca di parole e capace di più profonde e vaste risonanze, mentre il latino, lingua d’arte più che di natura, diventava nella considerazione del recanatese l’equivalente del francese, lingua sintetica, precisa ed universale, costituita più di termini che di parole, adattissima pertanto ad esprimere i contenuti moderni della scienza e della filosofia:<<…la lingua latina ha una strada molto più segnata e definita e rassomiglia in questo alla francese. La cagione è che la lingua latina scritta fu opera dell’arte (onde il volgare latino differiva sommamente dal letterale) com’è noto, e come dimostra a prima vista la sua artificiosissima e figuratissima costruzione[21]>>.

    

      Tra le lingue moderne l’italiano per avere avuto una storia più libera, lingua a tal punto ricca da essere << piuttosto un complesso di lingue che una lingua sola >>, pur essendo meno precisa e meno fissata dalle regole, meglio del francese (per sua natura << incapace di poesia >> e << incapacissima d’indefinito >>) e più d’ogni altra lingua moderna  si prestava ad essere lingua poetica, malgrado<< la circostanza contraria a quella che produsse le qualità contrarie nella lingua latina e francese; cioè la mancanza di capitale, di società nazionale, di unità politica, e di un centro di costumi, opinioni, spirito, letteratura e lingua nazionale[22]>>. Quest’ultima singolare affermazione di Leopardi, che attribuisce all’italiano e, analogamente, al greco gli straordinari requisiti di libertà, varietà e ricchezza della lingua ascritti paradossalmente alla mancanza di unità morale, sociale e  politica degli italiani, non s’interpreti come la dichiarazione antipatriottica  di  uno spirito originale, pronto a sacrificare in nome dell’arte e della lingua poetica il suo sentimento nazionale, ma, al contrario, come un altro segno evidente della sua delusione storica che egli avrà  modo, come si vedrà, di dimostrare e chiarire meglio più tardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani (1824), l’opera nella quale meglio si tradurrà, allargandosi agli aspetti generali della crisi, la polemica politica e sociale di Leopardi contro il costume e la cultura italiana dell’’ 800.


 

[1] S. BATTAGLIA, L’ideologia letteraria di Giacomo Leopardi, Napoli 1968, p. 85.

[2]  Il clima culturale dell’età napoleonica, periodo storico situato tra ‘700 e ‘800, sembrò inverare per quel che riguarda la lingua il principio che ad una stagione caratterizzata dall’anomalismo, cioè da una esclusiva ed estesa tendenza volta a favorire l’uso e il dinamismo linguistico, debba succedere per reazione l’affermarsi dell’analogismo linguistico. Il purismo linguistico, che ebbe quali sacerdoti il veronese Antonio Cesari  e il napoletano Basilio Puoti, ( il quale tenne scuola di grammatica e di stilistica nella sua casa, dove tra gli altri troviamo Francesco De Sanctis, fino a quando ormai stanco di uno studio prevalentemente formale non si ritrasse dal suo maestro per fondare la sua nuova scuola di Vico Bisi, basata su opposti precetti  riassunti dalla massima << rem tene verba sequentur >> ) fu, infatti, un orientamento linguistico che per reazione verso il lassismo linguistico degli illuministi, che avevano introdotto nell’italiano un numero eccessivo di francesismi, favorì un necessario ritorno agli scrittori toscani del ‘300, da essi ritenuti esclusivamente depositari di quella naturale forza, purezza ed armonia della nostra lingua, malauguratamente  guastata dagli interventi artificiosi o sconsiderati degli scrittori dei secoli successivi.     

[3] Nel diciottesimo secolo, come sostiene Schiaffini, ( cfr. Momenti di storia della lingua italiana, Roma 1973, pp. 91 sgg. ) le concezioni generali sulla lingua vennero mutando  in Italia a causa della interazione di tre fattori diversi: la scienza, lo spirito filosofico e l’influenza dominante del “ francesismo “, cioè l’imitazione della vita e dei costumi francesi che si fece sentire in modo evidente anche dal punto di vista linguistico letterario. I gallicismi erano penetrati nella nostra lingua seguendo, si può dire , due strade: la prima, quella più nobile della cultura, (si pensi al  termine cartesiano “ cosmopolita “ che ancora oggi si lascia preferire alla nostra espressione “ cittadino del mondo “ o alle parole “ analisi, analizzare “, entrate ampiamente e insostituibilmente nel nostro lessico culturale. ) l’altra meno illustre e proprio per questo più insinuante e persistente del parlato e dell’uso (  si pensi  alle parole “ sofà ” ,” canapè ”, “ gilè ”,” parùr “ oggi, più o meno utilizzate. I gallicismi della nostra lingua venivano legittimati prevalentemente dai neologisti del Caffè, per i quali un italiano moderno anche se francesizzato era da preferire ad una lingua pedissequamente latteraria ed accademica. Proprio contro la tradizione cruscante e il purismo conservatore c’era chi, come Pietro Verri, avrebbe volentieri rinunciato innanzi al notaio al Vocabolario della Crusca, sostituendo ad esse proprio in nome dell’uso esclusivo, non solo parole francesi, ma anche tedesche, inglesi o addirittura turche o caldee pur di evitare la schiavitù del controllo dei grammatici. 

[4] Se è vero che le dottrine dei romantici intorno alla questione della lingua non sono riducibili ad un’unica concezione, anche  a causa della varietà delle idee dei sostenitori, è altrettanto certo che la soluzione prospettata dal Manzoni, può essere ritenuta, anche per l’ autorevolezza del suo sostenitore, quella che meglio riassume la posizione dei moderni. Il faticoso iter dell’autore dei Promessi Sposi, passando attraverso  le diverse esclusioni , come sostiene Migliorini, ( cfr. La questione della lingua, in Questione e correnti di storia letteraria, Milano 1973, pp. 53 sgg. ) del purismo, dell’eclettismo linguistico, del toscano letterario approdava infine alla conclusiva ricetta del fiorentino dell’uso, tradotta proprio nella resa espressiva del romanzo. Quest’ultima proposta colmando il fossato esistente da secoli  in Italia fra la lingua scritta, fino al Manzoni di esclusivo appannaggio dei letterati, e la lingua parlata del popolo, che si traduceva nei vari dialetti, veniva a risolvere, con un compromesso valido ancora oggi, ogni contesa che aveva opposto fino al suo tempo i sostenitori dell’uso e i fautori del tradizionalismo, chiudendo la questione della lingua, almeno dal punto di vista della prosa narrativa.

[5] G. L. Zibaldone, W.Binni-Ghidetti, Tutte le opere., II, p.235.

[6] Tali principi si trovano già enunciati dal Cesarotti  nel: Saggio di filosofia delle lingue , quasi anello di congiunzione fra la cultura del ‘700 e quella del ‘800, dove viene sottolineato che una lingua si evolve in rapporto allo sviluppo della civiltà e della cultura del popolo che la parla.

[7] G. L., Zibaldone, cit., II, p.661.

[8] M. VITALE, La questione della lingua, Palermo 1984, p. 387.

[9] G. L., Zibaldone, cit., II, p.353.           

[10] G. L., Zibaldone, cit., II, p.354.          

[11] N. SAPEGNO, Giacomo Leopardi, in Storia della letteratura italiana, vol. 7°, Milano 1972, p.918.

[12] S BATTAGLIA, cit., p. 145.

[13] In una lettera del ’19 al Montani il poeta dimostrava di essere molto vicino alle idee dei redattori del Conciliatore  nella diagnosi negativa della crisi storica e culturale della nostra nazione che aveva comportato anche la corruzione della lingua e della letteratura. Sosteneva Leopardi nella lettera che a partire dal Seicento si sarebbe perpetuata una grave situazione di crisi e di decadenza morale e culturale tale da rendere problematica, se non propriamente impossibile, la nascita e lo sviluppo di una letteratura nazionale :<< Ma per corona dei nostri mali dal Seicento in poi s’è levato un muro fra i letterati ed il popolo, che sempre più s’alza, ed è cosa sconosciuta appo le altre nazioni >>.

[14] Non diversa è l’analisi manzoniana della situazione della lingua italiana, della quale anch’egli lamentava la mancanza in una lettera al Fauriel del 1806: << Per nostra sventura, lo stato dell’Italia divisa in frammenti, la pigrizia e l’ignoranza quasi generale hanno posta tanta distanza tra la lingua parlata e quella scritta, che questa può dirsi quasi lingua morta >>.

[15] G. L., Zibaldone, cit., II, p.562.

[16]  Tale datazione si può ricavare da una lettera del luglio dello stesso anno con la quale Carlo Antici, sempre prodigo di consigli nei riguardi del nipote, dava notizia a Leopardi  del bando e dell’argomento del concorso.

[17] G. L., Zibaldone, cit., II, p.393.

[18] G. L., Zibaldone, cit., II, p.517.

[19] M. PUPPO, Poetica e critica del romanticismo italiano, Roma 1985, p.68.

[20] G. L., Zibaldone, cit., II, p.60.

[21] G. L., Zibaldone, cit., II, p.126.

[22] G. L., Zibaldone, cit., II, p.562.