Letteratura

Venerdì 25 Ottobre 2013 "uscita n. 12"

 

Lucrezio:il proemio del libro II del “De rerum natura” ( VV.1-61)

Analisi del testo (seconda parte)

di Marino Faggella

 

Notizie preliminari sul proemio, testo e traduzione

1. Il secondo libro del De rerum natura, come si è detto nella precedente lezione, è tessuto molto attentamente dal poeta, ma le parti non lo sono in misura minore ed in particolare il suo proemio nel quale abbiamo isolato i VV. 1-61, il cui testo riportiamo qui di seguito con la traduzione :

 

Suave, mari magno turbantibus aequora ventis
e terra magnum alterius spectare laborem;
non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,
sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest.

Suave etiam belli certamina magna tueri
per campos instructa tua sine parte pericli;
sed nihil dulcius est, bene quam munita tenere
edita doctrina sapientum templa serena,

despicere unde queas alios passimque videre
errare atque viam palantis quaerere vitae,
certare ingenio, contendere nobilitate,
noctes atque dies niti praestante labore
ad summas emergere opes rerumque potiri.

O miseras hominum mentes, o pectora caeca!
Qualibus in tenebris vitae quantisque periclis
degitur hoc aevi quod cumquest! nonne videre
nihil aliud sibi naturam latrare, nisi ut qui
corpore seiunctus dolor absit, mente fruatur
iucundo sensu cura semota metuque?


Ergo corpoream ad naturam pauca videmus
esse opus omnino: quae demant cumque dolorem,
delicias quoque uti multas substernere possint.
Gratius inter dum, neque natura ipsa requirit,

si non aurea sunt iuvenum simulacra per aedes

lampadas igniferas manibus retinentia dextris,
lumina nocturnis epulis ut suppeditentur,
nec domus argento fulget auroque renidet
nec citharae reboant laqueata aurataque templa,
cum tamen inter se prostrati in gramine molli
propter aquae rivum sub ramis arboris altae
non magnis opibus iucunde corpora curant,
praesertim cum tempestas adridet et anni
tempora conspergunt viridantis floribus herbas.
Nec calidae citius decedunt corpore febres,
textilibus si in picturis ostroque rubenti
iacteris, quam si in plebeia veste cubandum est.
Quapropter quoniam nihil nostro in corpore gazae
proficiunt neque nobilitas nec gloria regni,
quod super est, animo quoque nil prodesse putandum;
si non forte tuas legiones per loca campi
fervere cum videas belli simulacra cientis,
subsidiis magnis et ecum vi constabilitas,
ornatas <que> armis pariter pariterque animatas,

[fervere cum videas classem lateque vagari]

his tibi tum rebus timefactae religiones
effugiunt animo pavidae mortisque timores
tum vacuum pectus lincunt curaque solutum.


Quod si ridicula haec ludibriaque esse videmus,
re veraque metus hominum curaeque sequaces
nec metuunt sonitus armorum nec fera tela
audacterque inter reges rerumque potentis
versantur neque fulgorem reverentur ab auro
nec clarum vestis splendorem purpureai,
quid dubitas quin omn(is) sit haec ration(is) potestas,
omnis cum in tenebris praesertim vita laboret?
Nam vel uti pueri trepidant atque omnia caecis
in tenebris metuunt, sic nos in luce timemus
inter dum, nihilo quae sunt metuenda magis quam
quae pueri in tenebris pavitant finguntque futura.
Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest
non radii solis neque lucida tela diei
discutiant, sed naturae species ratioque.

È dolce, quando sul vasto mare i venti turbano le acque, assistere da terra al gran travaglio altrui, non perché sia un dolce piacere che qualcuno soffra, ma perché è dolce vedere di quali mali tu stesso sia privo. È dolce anche vedere i grandi scontri di guerra schierati nella pianura senza che tu prenda parte al pericolo. Ma nulla è più dolce che tenere saldamente gli alti spazi sereni, fortificati dalla dottrina dei sapienti, da dove tu puoi stare a guardare dall'alto gli altri, e osservarli errare qua e là e cercare smarriti la via della vita, gareggiare in qualità intellettuali, contendere in nobiltà di sangue e sfarzosi di notte e giorno, con instancabile attività, per arrivare ad una grande ricchezza e impadronirsi del potere. O misere menti degli uomini, o ciechi animi! In quali tenebre di vita e in quanti pericoli si trascorre questo poco di vita, qualunque essa sia! E come non vedere che la natura null'altro pretende per sé, se non che in quanto al corpo il dolore sia lontano, e in quanto all'anima goda di piacevoli sensazioni, priva di affanni e di timori?

Vediamo dunque che alla natura del corpo sono affatto necessarie poche cose, che tolgano il dolore, in modo che possano offrirci anche molti piaceri. Può essere talora più gradito, però la natura di per sé non lo richiede, se in casa non ci sono statue dorate di giovani che leggono con le destre fiaccole luminose, perché sia fornita la luce al notturno banchetto, e se la casa non sfavilla d'argento, né risplende d'oro, né le cetre fanno risuonare i soffitti a cassettoni e dorati, mentre tuttavia sdraiati fra amici sulla tenera erba, accanto a un ruscello, sotto i rami di un alto albero senza grandi spese ristoriamo il corpo piacevolmente, soprattutto quando il tempo sorride e la stagione cosparge di fiori le verdeggianti erbe. Né le ardenti febbri si allontanano più rapidamente dal corpo se ti agiti tra coperte ricamate e la rosa porpora che se si deve dormire con una misera coperta. Dunque poiché i tesori, la nobiltà, la gloria del regno non sono di vantaggio al nostro corpo, quanto al resto, bisogna pensare che non giovino neppure all'animo; a meno che, per caso, quando tu vedi ondeggiare le tue legioni negli spazi della pianura movendo finte battaglie rafforzate da grandi truppe ausiliarie e dal vigore della cavalleria equipaggiate di armi e parimenti animate, o quando tu vedi la flotta agitarsi febbrilmente e spiegarsi al largo, allora, sgomentate da queste cose, le paura religiose fuggono pavide dal tuo animo e i timori della morte lascino allora il petto sgombro e sciolto da affanni.

Ma se vediamo che queste cose sono ridicole e degne di scherno e che i timori degli uomini e le angosce, che non ti lasciano mai, non temono il risuonare delle armi o i dardi incalzanti, ma con audacia si aggirano in mezzo ai re e ai potenti né riveriscono il folgore che proviene dall'oro né il chiaro splendore della coperta purpurea, come dubiti che questo potere sia completamente della ragione, tanto più che tutta la vita si affanna nelle tenebre? Infatti come i fanciulli tremano e nelle cieche tenebre temono tutto, così noi, alla luce, temiamo talvolta cose che non sono per niente da temere più di quelle che i fanciulli temono nelle tenebre e si immaginano che accadranno. Pertanto questo terrore dell'animo e le sue tenebre è necessario che li rimuovano non i raggi del sole né i luminosi dardi del sole, ma l'osservazione razionale della natura.

 

Occorre dire in via preliminare che tale episodio poetico è realizzato con grande maestria, e rivela una perizia espertissima nella congiunzione delle parti. Ciò significa che Lucrezio lo ha costruito con grandissima attenzione, mettendo in campo gli straordinari strumenti della sua tecnica poetica. Per maggior chiarezza di analisi, anche in base agli argomenti trattati, è opportuno suddividere i versi del proemio in questione in tre sezioni:

a)    una prima sequenza che comprende i VV. 1-19: Suave, mari magno turbantibus aequora ventis.....iucundo sensu cura semota metuque;

b)    una seconda che corrisponde ai VV.20-46: Ergo corpoream  ad naturam pauca videmus ….tum vacuum pectus lincunt curaque solutum;

c)    una terza ed ultima sezione che prende i VV. 47-61: Quod si ridicula haec ludibriaque esse videmus…..discutiant, sed naturae species ratioque.

 

L’officina letteraria di Lucrezio

2. Se entriamo nella officina letteraria del poeta vi riconosciamo in via preliminare due cose che sostanzialmente corrispondono al suo particolare modo di lavorare: Lucrezio si serve da una parte della tradizione ma aggiunge anche cose nuove, introducendo profonde innovazioni. Questo si avvisa in modo specifico anche nel nostro proemio che rivela una capacità tecnica grandissima nel coniugare proprio tradizione e innovazione. Intanto, che cosa è questo proemio? Volendo definire più precisamente questa parte introduttiva del libro, avvicinando il proemio stesso ad altre scritture similari, potremmo  ritenerlo “un preambolo”. I trattati di esortazione allo studio filosofico cominciavano proprio così, con un prologo di questo tipo. Questo modello di introduzione di esortazione alla filosofia, utilizzato inizialmente nelle opere di tipo protreptico, si è trasferito poi anche ad altri generi letterari, pensiamo innanzitutto alla lirica che ha fatto suo, utilizzandolo, questo modello del preambolo. Dove si trova qui la tradizione? Prima di tutto è avvisabile proprio nella ripresa del genere protreptico che, come si è detto serviva ad avviare all’indagine  filosofica.

Ma, a parte questa ammissione, che comunque ci permette di riportare il proemio in questione ad un particolare genere di scrittura letteraria, è di fondamentale importanza soffermarsi subito dopo sulle riprese dagli autori, per vedere quali sono i modelli artistici di Lucrezio. Tutto ciò è molto importante perché attraverso il procedimento della imitatio, cioè l’uso particolare di alcuni auctores, potremo renderci conto del cosiddetto “sublime” lucreziano. I modelli utilizzati dal poeta nel proemio sono nientepopodimeno che Ennio, Omero e i tragici. La fusione di questi modelli produce il sublime. Non poche pagine del ∏єрί ύψουσ, dell’anonimo Pseudo Longino, sarebbero per noi un chiarimento di un’arte come quella di Lucrezio, il cui stile è generalmente tendente al grandioso. Tuttavia, se analizziamo la lingua del poema vi riconosciamo uno straordinario equilibrio tra l’uso corrente della stessa, il linguaggio poetico lucreziano desume anche dalla lingua parlata, ma questo accade non tanto per un’adesione al realismo quanto piuttosto per influenza diatribica. L’altra qualità della lingua di Lucrezio è quella che si riassume nell’espressione traghiché léxis con la quale si vuole intendere il discorso tragico. Non vi è chi non veda come queste due caratteristiche non siano propriamente omogenee, in quanto da una parte abbiamo il linguaggio colloquiale e familiare dall’altra il discorso tipico della tragedia. Noi sappiamo che nel genere tragico tanto i gesti quanto l’espressione dei personaggi non coincidono affatto con quelli quotidiani ma tendono generalmente a distaccarsi dalla realtà comune. Questi elementi noi li possiamo riconoscere andando a vedere direttamente nel testo di cui proponiamo l’analisi.

Fare a brani un testo poetico unitario è secondo alcuni un peccato mortale, ma nel nostro caso con le indicazioni che daremo di tipo strutturale non vogliamo certamente fare un’esclusiva operazione di smontaggio del testo col procedere alla vivisezione di un corpo vivo, ma, penetrando nell’officina letteraria dell’autore, esse servono a noi per capire meglio come quest’ultimo lavorava. Abbiamo detto che nella composizione del suo poema Lucrezio vi ha messo una cura eccezionale nel costruire le sue parti, questo è dimostrabile proprio analizzando l’inizio del proemio.

La prima sequenza

3. Se consideriamo la prima sequenza, che come si è detto comprende i VV. 1-19, vi riconosciamo “quattro membri”, i primi dei quali, quelli iniziali, conservano non a caso lo stesso numero di quattro versi. I suddetti quattro membri fanno parte della prima sezione del proemio che è incentrata sul concetto del piacere, quello comunque non qualsiasi ma quello più grande, il massimo piacere che si trova solo nella sapienza. Lucrezio qui, riprendendo Epicuro, sostiene che il vero piacere è quello del sapiente che permette di contemplare con serenità il travaglio altrui. Questa prima parte, nel suo schema costruttivo, è volutamente strutturata  secondo il modello schematico dell’antitesi: da una parte vi è il sapiente che ha guadagnato una posizione di superiorità proprio in virtù delle sue conoscenze e di contro a lui l’alterius, l’uomo in preda alla tempesta che passa i suoi guai per uscirne. Come si vede qui vi si riconosce un manifesto contrasto antitetico tra chi ha toccato il cielo con un dito in quanto ha raggiunto la perfetta felicità, che non è altro che l’atarassia del filosofo, e più in basso di fronte a lui chi è in preda alle passioni che non riesce a sottrarsi alla tempesta.

Metafore e similitudini analogiche

A proposito di questa “tempesta” sembra opportuno aggiungere qui una notazione stilistica molto importante che ci permette di vedere l’uso specifico che nella sua opera il poeta fa delle metafore, particolarmente nella sezione che stiamo analizzando. Lucrezio dice tutto o quasi servendosi di similitudini analogiche o di metafore. In questo brano ce ne sono alcune di grande significato, ma ne sottolineiamo solo due per la loro importanza: la metafora del mare, quella della tempesta in particolare, che vuole significare l’angoscia e il turbamento delle passioni. Non si dimentichi che molto spesso il mare che viene descritto nel poema è il più delle volte associato al turbamento, tanto che se si fa la somma dei paesaggi marini presenti nel poema se ne trae la conclusione che al settanta per cento il mare è in tempesta. Contrariamente a quello che ha sostenuto un grande critico napoletano, il Della Valle, che per attestare l’origine campana di Lucrezio cita a sostegno della sua tesi, tra le altre cose anche il modo con cui il mare è descritto nel poema. In effetti se andiamo a contare tutti i luoghi del De rerum natura nei quali il mare è ricordato esso non è tanto quello in cui ci si bagna, sereno, calmo e illuminato dal sole ma è in genere quello mosso e agitato. Si deve concludere, pertanto, che in generale il mare frequentemente descritto dal poeta è metafora dell’agitarsi delle passioni e serve ad indicare l’angoscia degli uomini comuni che non riescono a sottrarsi ad esse.

L’altra metafora è quella della “luce”, che non a caso si trova alla fine del nostro episodio poetico, quando in ultimo dopo aver messo in risalto l’oscurità (ecco un altro tropo molto importante della poesia lucreziana) Lucrezio ricorrendo all’immagine luminosa del sole, si sofferma a descrivere il bagliore di quello che Dante definisce “ la lucerna del mondo”, volendo indicare con esso simbolicamente la conoscenza innanzitutto, ma anche insieme con il sapere la perfetta armonia, la felicità e la salvezza che l’astro irradia. Al contrario tutto quello che è descritto da Lucrezio con i termini dell’oscurità,  vuol dire non solo assenza di conoscenza, ma anche infelicità, timore e morte. E’ questa, pari a quella del mare e del sole una significativa e ricorrente metafora: chi non sa è infelice, chi non conosce e non è in possesso della sapienza epicurea vive nelle tenebre come i bambini. Per questo Lucrezio descrive gli uomini come fanciulli in preda ad oscure angosce e terribili paure.  Pertanto, tutto ciò che è descritto da Lucrezio con i termini dell’oscurità vuol dire mancanza di conoscenza, ma significa contemporaneamente anche infelicità, timore, terrore e morte.

 

Il lessico lucreziano

Dopo questa importante premessa, che ci ha consentito di scoprire quali sono i più significativi elementi stilistici di cui il poeta si serve, in particolare le figure retoriche, tra le quali abbiamo selezionato le similitudini analogiche e le metafore, un discorso a parte meriterebbe il lessico lucreziano. A proposito dell’originalità del linguaggio poetico del De rerum natura, del quale in generale qualcosa si è detto nella premessa della nostra analisi, c’è da aggiungere anche che esso è fatto di frequentissimi arcaismi, di allitterazioni e di riprese enniane. A questo proposito occorre dire che se c’è un poeta che più spesso ritorna nel poema questo è Ennio, il color poeticus del quale si trasferisce molte volte in Lucrezio. Nella prima sezione del proemio che stiamo esaminando vi è, ad esempio, al verso 17 quel naturam latrare che nella sua esasperazione espressiva ricorda certe efficaci metafore del poeta degli Annales. Più complicata è l’individuazione dei luoghi omerici, che pure sono presenti nel poema, il cui valore non sempre risulta evidente attraverso la traduzione linguistica. In compenso abbastanza agevole è il riconoscimento nell’opera più recente della ripresa di procedimenti retorici come le similitudini e di descrizioni che ogni tanto vengono ripresi dal poeta dell’Iliade e riadattate secondo le occasioni.

La metrica

Qualcosa va detto certamente anche sulla metrica di Lucrezio, a proposito della quale si deve aggiungere innanzitutto che essa non è certamente assimilabile a quella di Virgilio. L’esametro del De rerum natura non è cosi elegante e scorrevole come quello virgiliano, che il più delle volte segue il ritmo agile ed innervato del genere epico, ma risulta a tratti inceppato. Questo non è da vedersi tuttavia come un sostanziale limite artistico, ma, come giustamente sostengono i critici, nasce piuttosto dalla difficoltà dei contenuti. Non è da tutti mettere in versi la filosofia o la scienza. Ciò vuol dire che l’osticità, la complessità della materia stessa rendono problematica la scorrevolezza del discorso e l’equilibrio assoluto che si richiede nella costruzione metrica. Per questo se vogliamo veramente arrivare a capire totalmente il valore del De rerum natura, utilizzando gli stessi termini qualificanti che Cicerone adotta nella sua lettera del 59, dobbiamo ritenere che l’ars di Lucrezio non va giudicata in assoluto, ma va coniugata con l’ingenium.

Ma, a parte questo, quale è la caratteristica dell’esametro lucreziano? L’esametro di Lucrezio è spesso, più che generalmente, spondaico. Qui nel nostro testo ne abbiamo isolato qualcuno, in particolare quello del verso 31 che suona così: praesertim cum tempestas adridet et anni , nel quale i primi quattro piedi sono spondei. L’esame di tipo spondaico, presenta per sua natura una certa difficoltà di movimento in quanto, diversamente dal dattilo che ha un ritmo facilmente discendente, è certamente meno fluido in quanto i piedi che lo compongono sono costituiti da quantità dello stesso peso. Comunque nel verso in questione Lucrezio si salva in quanto nella quinta sede inserisce il dattilo, che dopo un ingresso un po’ pesante gli fornisce una possibilità di uscita almeno nella sua parte conclusiva.

Ciò si riscontra ad esempio già nel primo verso del nostro proemio dove il termine iniziale suave  presenta immediatamente qualche problema per la scansione del resto. Non è possibile, infatti, pensare ad un’agevole lettura del verso se si poggia inizialmente la voce sulla prima delle due vocali iniziali, se prima di procedere alla scansione successiva non arrivassimo a comprendere che il problema si risolve non congetturando un improbabile valore consonantico della u, ma solo pensando alla sinizesi, figura metrica che rende bisillaba la parola in questione. In effetti non sono rare nella metrica lucreziana alcune difficoltà e certe rudezze che in alcuni casi fanno pensare ai poeti arcaici a causa della mancanza di applicazione delle regole. Lucrezio, se pure non è Catone che spesso confonde un nominativo con un accusativo o non accorda i verbi, talvolta non rispetta il caso o inserisce qualche parola disusata che a lui pare elegante, oppure, come nel caso del suave, un termine specifico che deve comunque creargli qualche problema dal punto di vista metrico. Una considerazione analoga può essere fatta anche prendendo in esame il verso 53 che appartiene all’ultima sequenza del proemio: quid dubitas quin omni(is) sit haec ration(is) potestas che ci consente di sottolineare un’altra caratteristica della metrica lucreziana. Non sono rari nel poema i casi in cui alcune sillabe finali siano talvolta metricamente deboli, come nel verso in questione dove la esse finale, essendo metricamente debole, non fa posizione. Questo contribuisce a sottolineare ulteriormente le difficoltà metriche presenti nel poema.

Dal punto di vista della trasmissione del testo c’è poi un’altra cosa da mettere in risalto: uno dei luogo più tormentati del De rerum natura si trova nei versi 42-43, che suonano così: subsidiis magni set ecum vi constabilitas./ornatas armis pariter pariterque animatas./ fervere cum videas classem lateque vagari… Questi tre versi del proemio, che nel codice O risultano irrimediabilmente guasti, essendo quelli meno sicuri dal punto di vista della tradizione manoscritta, richiedono per questo qualche attenzione. Innanzitutto io porrei il terzo verso tra parentesi, come fanno alcuni editori, che se pure non è da sospettare è certamente poco sicuro in quanto esso è nient’altro che un’integrazione, un’aggiunta di Nonio, un grammatico del II secolo d.C. Degli altri due versi occorre sottolineare nel primo quell’ecum, forma un po’ strana di genitivo plurale arcaico per equorum  che viene generalmente accettato dai filologi. Quanto al secondo verso sorge il problema di inserire o no dopo ornatas una parola che sarebbe l’enclitica que, che alcuni riportano altri no. Qui secondo noi o la aggiungiamo o non la consideriamo nulla cambia non fosse altro perché anche con la sua presenza la metrica è salva in quanto l’elisione della e che scatterebbe in presenza della vocale iniziale della parola successiva ornatas evita il problema dell’aggiunta di una sillaba in più.   

 

4. Torniamo al nostro testo. Abbiamo detto inizialmente che la prima sequenza (VV.1-19) comprende quattro membri, ora occorre aggiungere qualche ulteriore precisazione. I primi due, entrambi di quattro versi, hanno struttura parallela, e risulta chiaro dall’analisi che essi sono costruiti insieme. Questa costruzione comune è dimostrata dall’adozione di un particolare linguaggio tecnico che è quello tipico della filosofia epicurea. Qui non senza ragione Lucrezio adotta il “lessico del piacere”, cioè le parole che usa, in particolare gli aggettivi, sono quelle che sottolineano l’elemento centrale del pensiero di Epicuro. E’ importante vedere non solo quali sono queste parole ma anche sottolineare la loro voluta disposizione nel testo poetico. Troviamo innanzitutto nel primo verso suave, che è ripetuto in anafora all’inizio del secondo membro parallelo. Ma anche il primo è unito al secondo da suavest, che risulta dall’avvenuta elisione di suave est. Non solo suavis, ma anche iucundus, la cui prolessi sta a sottolineare significativamente l’essenziale legame con il termine voluptas, e dulcis, rafforzato dalla forma del comparativo, il serenus del v. 8, collegato con efficace iunctura a templa, sono tutti aggettivi che appartengono al lessico epicureo e servono a definire il piacere. La calma e la serenità del sapiens è significativamente sottolineata da questa scelta lessicale, che insieme a ripetizioni ed anafore giovano a mettere in risalto la sicurezza del sapiente di contro all’instabilità dell’alterius che si affatica senza risultato per sottrarsi alla tempesta marina. Questo contrasto di situazioni risulta particolarmente evidente nell’adozione di termini che servono a connotare le distanze: se il sapiente si trova in una condizione di immobilità, di calma e di serenità, tutto ciò che si riferisce all’alterius si riferisce per contrasto al movimento e all’agitazione delle passioni che è particolarmente sottolineato da un accumulo seriale di infiniti che per loro natura stanno qui a significare l’instabilità drammatica dell’alterius che per quanto si affanni non riesce a salvarsi.

Un altro termine da sottolineare è il magnus, che più esattamente è ripetuto nella forma magno del primo verso, magnum nel secondo, magna all’inizio del secondo membro, la cui ripetizione non è casuale ma fa pensare alla predilezione del poeta per la maiestas, cioè al sublime lucreziano. L’insistenza su questo aggettivo è un segno evidente che il proemio appartiene al genus grande, modello a cui si ispira anche Ennio. Questo è garantito anche da alcune espressioni dell’epica presenti nel testo come quel belli certamina che prima di essere omerica è certamente enniana. A livello lessicale possiamo ancora mettere in risalto il templa serena del v.8 che chiude il secondo membro, suggellando in modo mirabile la serie dei termini tecnici di matrice epicurea.

 L’espressione ci consente di aprire un’ulteriore finestra sia sul lessico sia sulle capacità stilistiche di Lucrezio. Vediamo innanzitutto che cosa intende il poeta per templa? Se qui la parola serve ad indicare evidentemente il luogo privilegiato del sapiente, altrove essa assume diverse connotazioni. Quale è innanzitutto la sua origine semantica? Essa viene dal greco témno, che significa tagliare. Pertanto, templa sono gli spazi tagliati, o meglio recintati. In genere si recintavano gli spazi delle città o quelli sacri. A dire il vero questa parola è usato da Lucrezio in altri luoghi con riferimento diverso, in particolare più innanzi al termine del v.28 dove per definire il soffitto egli adotta lo stesso termine, altrove ad esempio egli lo adotta per definire la parte superiore del palato. A proposito di tutte queste determinazioni, soprattutto la seconda, per risolvere il problema noi diciamo che, con tutti i dubbi che in genere i filologi ci hanno prospettato, essa è ormai acquisita come lectio difficilior, in quanto tra due varianti ugualmente incerte vale di più quella meno probabile.

 La collocazione nel verso dell’aggettivo serena, termine particolarmente significante che come gli altri già ricordati appartiene al lessico del piacere, presenta qualche difficoltà sintattica di attribuzione , in quanto si può riferire grammaticalmente sia a templa che a doctrina. Il problema qui si risolve non facendone una questione filologica, ma stilistica, pensando che Lucrezio ha utilizzato un voluto zeugma  che fosse capace di collegare saldamente l’aggettivo sia da una parte che dall’altra. E’ opportuno sottolineare a questo punto anche l’altra figura sintattica dell’iperbato che, introducendo dopo il quam la proposizione comparativa serve a sottolineare i dati del pensiero. Infatti i poeti filosofi in genere si servono di essa quando vanno alla ricerca di qualche verità. Non è un caso che l’iperbato sia utilizzata frequentemente anche da Leopardi.

Particolarmente interessante è anche il verbo videre che si trova nel verso iniziale del terzo membro, il secondo di una successione di infiniti disposti in modo seriale che, come si è detto, servono a qualificare la difficile situazione dell’alterius. Se nel corso dell’opera Lucrezio usa molte volte dei verbi che indicano la visione per qualificare la disposizione del filosofo di andare a fondo nella ricerca della verità, qui però il videre non è riferito alle eccezionali capacità visionarie del sapiente ma al contrario vuole sottolineare negativamente, come gli altri infiniti della serie errare, querere, certare, contendere, emergere, potiri gli sforzi e l’inutile tensione di chi ha scelto una vita contraria, sottolineata energicamente anche dalla efficace perifrasi niti prestante labore. Tutti questi verbi ed espressioni  servono a qualificare la ricerca difficile ed affannosa degli uomini i quali fanno di tutto per trovare la loro strada, ma sono come dice il poeta palantes, sono appunto erranti, dispersi, lontanissimi dalla serena condizione del filosofo (indicata proprio all’inizio del verso 9 dal verbo despicere) che guarda dall’alto verso il basso quelli che non riescono a trovare la luce della vita. Non tutti sono d’accordo sul significato da assegnare a questo verbo che tra i suoi significati ha anche quello di “disprezzare”, sicché qualcuno ha insinuato che Lucrezio abbia voluto assumere qui un atteggiamento egoistico di superbo distacco per far risaltare la superiorità del filosofo epicureo rispetto agli altri. Come ha giustamente sottolineato Boyancé, non è propriamente questa la posizione del poeta il quale è convinto che Epicuro ha raggiunto si la serena sapienza, ma non è detto che questa condizione di atarassia sia anche per lui un risultato pacificamente acquisito, al contrario egli concepisce la sua vita come inesausta ed incessante ricerca di una meta che solo il suo maestro è stato in grado di raggiungere.

L’ultima sezione della prima parte del proemio, il quarto membro è una perorazione a tutti gli uomini, qui Lucrezio, non si rivolge come nella precedente solo all’alterius ma (con un’apostrofe che ricorda quella  fiera rampogna che Dante rivolge all’inizio del canto undicesimo del Paradiso agli uomini che tralignano: “O insensata cura de’ mortali/quanti son difettosi sillogismi/quei che vi fanno in basso batter l’ali!”)  insistendo su tutto ciò che è contrario alla metafora della luce, così condanna tutta l’umanità che è impegnata a seguire falsi obbiettivi,:O miseras hominum mentes, o pectora daeca!  Il passo in questione  pur conservando lo stesso numero di versi (8) del precedente, è caratterizzato innanzitutto da un nuovo e diverso andamento espressivo che vuole coinvolgere direttamente l’emotività del lettore con un improvviso innalzamento di tono che raggiunge un’altissima intensità nell’espressione Nonne videre :infinitus indignationis che serve a sottolineare la ribellione della natura contro tutti quelli che non sono riusciti a guadagnare una zona di luce.

La seconda sequenza

5. Se la prima parte del proemio presenta come si è visto una struttura alquanto frazionata la seconda sequenza, a parte le immagines pur sempre funzionali al discorso, si presenta più intera e caratterizzata da maggiore continuità, sicché potremmo pensare che Lucrezio ha inteso costruire un ragionamento interamente soluto che a partire dal verso 20 (Ergo corpoream ad naturam pauca videmus, nel quale egli  lamenta il colpevole disinteresse degli uomini per la natura) giunga almeno  fino al verso 58 (Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest, dove si insiste sulla necessita che la salvezza degli uomini dipende solo dalla loro disposizione a vincere il terrore delle tenebre) se non proprio alla fine dell’episodio, dove la metafora salutifera della luce solare celebra il trionfo della sapienza conquistata, 

Al di là delle divisioni che abbiamo segnato, che cosa dà unità a questi versi dal 20 al termine? Li unisce certamente il carattere fortemente argomentativo che tiene unita tutta la materia di cui si tratta. Non si trascuri il fatto che Lucrezio è poeta didascalico per cui egli fa uso in questa circostanza  degli elementi tecnici del didascalismo più evidente. Da che cosa risulta? A parte il verso iniziale della sequenza (Ergo corpoream ad naturam pauca videmus ) che ha una funzione di transizione, i frequenti nessi logici che  ricorrono successivamente nel testo, ottenuti attraverso una serie di congiunzioni spesso raddoppiate in capo ai versi (cum tamen, nec citius, quapropter quoniam, quod si, nam velut etc.) dimostrano la natura generalmente argomentativa di tutta questa parte. Qui c’è la dottrina e la cultura come dimostra l’atteggiamento didattico di Lucrezio.  Ma non basta aver rilevato questo. Occorre vedere anche come il poeta riesca a valorizzare tale materia abbastanza astratta. Come fa il poeta a superare le argomentazioni strettamente scolastiche, a valorizzare i contenuti didascalici? Egli lo fa in due modi: attraverso l’utilizzazione delle immagini (ci sono una serie di studi sulle immagines  lucreziane presenti nel poema) e il pathos. Le immagines servono a dare forma di figura ai concetti alleggerendoli, il pathos accoppiato con l’enthousiasmòs riscalda e snellisce l’arida materia. Ciò dimostra che quando Lucrezio parla di Epicuro e dei contenuti dottrinali della scienza epicurea lo fa con autentica passione, direi quasi con entusiasmo.

Tutta questa parte, come abbiamo proposto, per una più attenta necessità di analisi va comunque divisa in due sequenze che comprendono i vv. 20-46 (nei quali il poeta vuol dimostrare il seguente assunto: poche cose sono necessarie ad una vita serena, ma meno che mai la ricchezza e la potenza ; e 47-61, dove Lucrezio dimostra di aderire in via definitiva ad alcuni principi essenziali del pensiero di Epicuro: non la potenza né la gloria delle armi riusciranno mai a vincere le paure che avvincono gli uomini, ma solo la filosofia della natura.                          

 

Lucrezio ed Epicuro

 Se consideriamo innanzitutto la seconda sequenza, c’è da mettere innanzitutto in risalto il plurale sociativo videmus che, chiudendo il primo verso (che ha la funzione di raccordare questa parte alla precedente), sta ad indicare che a questo punto non si tratta solo di segnare le distanze tra il sapiente e l’alterius , ma ormai Lucrezio vuole dimostrare di aver coinvolto nel discorso tutta quanta l’umanità. Questo videmus, per quanto ci siano quattro versi interposti, va comunque posto in relazione con i seguenti due gruppi di versi: 24-28; e 29-33. Tali esametri, riuniti a coppia, costituiscono “due dittici perfetti” di cinque versi, sicché c’è da ritenere che il poeta li abbia costruiti quasi misurandoli l’uno sull’altro. Quale è il tema del primo dittico? Nel primo si parla della luxuria, cioè della vita splendida trascorsa nei piaceri e nei conviti, per significare la quale il poeta, ispirandosi alla rappresentazione omerica della reggia di Alcinoo nel libro VII dell’Odissea, descrive la domus che argento fulget  auroque renidet. Mentre nell’altro dittico con perfetta antitesi si rappresenta “la vita semplice”, con una descrizione che potrebbe farci pensare inizialmente al cosiddetto locus amoenus di ascendenza ellenistica, cioè il paesaggio stilizzato utilizzato dai poeti bucolici per descrivere la campagna,  mentre qui, scendendo più a fondo, noi più probabilmente vi scorgiamo uno spaccato del giardino di Epicuro. In questi cinque versi Lucrezio, in evidente contrasto con l’esistenza di quegli aristocratici di cui ha parlato precedentemente, dediti ai banchetti e alla vita splendida, descrive in effetti la vita degli epicurei mentre “prostrati in gramine molli/propter aquae rivum sub ramis arboris altae/ non magnis opibus iucunde corpora curant”. Qui il poeta colloca la point, cioè la parte più importante che egli vuole mettere in risalto: cioè essere epicureo, essere sapiens non significa inseguire le ricchezze e la potenza ma al contrario contentarsi di poco, vivere a contatto con una natura vivente con pochi amici applicando il late biòsas, la massima indicata dal maestro di vivere in disparte.

Poiché la filosofia epicurea corrisponde al modello edonistico, conviene a questo punto soffermarsi un po’sul concetto del piacere di Epicuro per definirne le qualità. Intanto perché gli epicurei insistono tanto nel descrivere la natura  e il giardino in cui essi si raccoglievano serenamente? Secondo la morale epicurea, che si fonda sulla fisica atomistica, non esiste piacere nel momento in cui gli atomi stessi siano in movimento, al contrario perché si generi la condizione edonistica è necessario che gli atomi stiano fermi. Per questo nel corso del secondo libro Lucrezio, concentrando l’attenzione su questo fondamentale concetto, dimostra che quando gli atomi si muovono non c’è il piacere ma il suo contrario che è il dolore. Ma che cosa sono i piaceri? Per Epicuro non esiste un piacere unico ed assoluto, ma essi si dividono in tre categorie: ci sono i piaceri innaturali e non necessari, quelli naturali e non necessari che non aiutano l’uomo a trovare la serenità, mentre solo quelli naturali e necessari consentono l’ataraxia.

Si dirà a mo’ di esempio, se io ho fame e per soddisfarla limitandomi mi accontento di un solo panino solo a queste condizioni potrei definirmi un perfetto epicureo. Ma, se io ho fame e invece di comprare un unico panino acquisto due polli non sono più epicureo, in quanto il bisogno naturale della fame è da me soddisfatto da cose non necessarie a calmare solo le mie fisiologiche necessità. Nel caso estremo, se io ho fame e non mi limito semplicemente ad ingurgitare due polli, ma arrivo addirittura al punto di divorare un arrosto intero alla fine finirò per stare male, in quanto non ho scelto di dare solo soluzione alla mia fame naturale. C’è da dire che non solo a proposito di questa materia la fedeltà di Lucrezio ad Epicuro può dirsi totale, ma in generale il poeta latino il più delle volte converge con il pensiero del suo maestro, nei riguardi del quale spesso dimostra addirittura un’autentica venerazione.

Eppure esiste tra di loro una certa disparità quanto alla rispettiva visione della vita: mentre Epicuro è ottimista (lo dimostra il fatto che per quanto non fosse di complessione sana non perse mai di vista la possibilità di essere felice), Lucrezio dimostra al contrario di avere in generale una visione interamente negativa dell’esistenza, come risulta anche dalla struttura dei libri del poema che generalmente si aprono con immagini generalmente positive e luminose, ma si chiudono spesso con un quadro di desolazione. Non credo si possa accettare la formula ambigua di Giancotti per risolvere il problema che a proposito di Lucrezio parla di un pessimismo corretto o di pessimismo-ottimista. Un altro elemento di disparità è individuato nel loro corrispettivo atteggiamento verso la poesia. Tutti sanno che gli epicurei non amavano la poesia; lo stesso Epicuro se la prendeva addirittura col padre Omero laddove per dimostrare che il piacere non può consistere nella letteratura parla delle sirene di Odisseo. Anche i suoi seguaci, Filodemo, Metrodomo e gli altri, anche se talvolta scrivono per scherzo epigrammi e versi leggeri, in diverse occasioni dichiarano di essere contrari alla poesia perché secondo loro essa batte troppo in testa e muove le passioni. Invece Lucrezio, andando decisamente controcorrente,  sceglie senza esitazione la poesia per veicolare addirittura il pensiero del suo maestro. Perché questo? La risposta sta innanzitutto nel fatto che l’autore del De rerum natura è grandissimo poeta prima di essere filosofo, per cui non avrebbe per nulla al mondo rinunciato all’arte di far versi.

Che cosa c’è ancora da mettere in risalto in questa seconda sezione? Saltando i versi 35-39, che aggiungono solo qualche notazione descrittiva ai precedenti, mi soffermerei per la loro importanza piuttosto sui VV. 40-46 che si trovano al termine della sequenza. Perché sono importanti questi versi? Qui vi ritroviamo espressioni di intonazione alta che ci mostrano senza ombra di dubbio in che cosa consiste il sublime lucreziano di cui abbiamo già parlato. Si tratta di versi caratterizzati da un intenso pathos e dal movimento, che trova il suo momento parossistico nella descrizione dell’esercito e della flotta schierati in battaglia, spettacolo che se da una parte inorgoglisce il comandante mentre assiste dall’alto alle perfette manovre dei soldati, dei cavalli ( la cui sincronia è sottolineata nel verso 43 dal sapiente impiego delle seguenti figure retoriche: l’allitterazione armis…animatas, l’anadiplosi pariter pariterque, riunite insieme a formare un chiasmo), delle macchine da guerra e delle navi, non ha tuttavia il potere di liberarlo dalle angosce e dalle sua umane afflizioni. Lucrezio, dimostrando che non è possibile conservare a lungo il sublime, che anzi, è necessario riportare il tono a livelli più bassi,    esprime tutto questo con una splendida climax discendente che dal pathos e dal movimento iniziale dell’esercito e della flotta si abbassa ad un livello più umano, come è significativamente indicato dall’ultimo verso della sezione (tum vacuum pectus lincunt curaque solutum.) nel quale c’è da mettere in risalto soprattutto il suono cupo della u, non a caso presente in tutte le parole che lo contengono, che è volutamente impiegato, quasi lugubre battito del cuore, per significare le nostre paure e l’impossibilità di liberarci da qualsivoglia preoccupazione.

L’ultima sezione

6. Al termine del nostro discorso, recuperando a questo punto anche quello che abbiamo detto precedentemente, per concludere non ci rimane che riassumere la sostanza di quest’ultima sequenza del proemio che ci aiuta certamente a capire meglio chi è Lucrezio: né la potenza, né la gloria militare riescono a stornare le paure, le quali travagliano e tormentano gli uomini, ma solo la filosofia della natura che si ottiene attraverso l’osservazione dei fenomeni, che vengono da noi assunti dopo la conoscenza diretta degli stessi fatti naturali.

Ai fini di una perfetta comprensione della parte conclusiva del preambolo conviene partire non tanto dal verso 47:Quod si ridicula ludibriaque esse videmus (che, pur ironizzando dal punto di vista del significato  sul piacere che può derivare dalle armi, ha soprattutto la funzione di raccordare le due parti come dimostra la formula di congiunzione Quod si che lo introduce) quanto piuttosto dal v. 44 (his tibi tum rebus timefactae||religiones) che, per quanto non appartenga propriamente all’ultima sequenza, è secondo noi molto importante per lo sviluppo successivo dato da Lucrezio al discorso poetico volto alla conclusione.

Qui ci serviamo della metrica lucreziana per vedere come essa, al di là delle durezze di cui si è parlato, sia funzionale all’ars poetica. Nel verso in questione occorre sottolineare a questo proposito, come abbiamo fatto, la dieresi bucolica che il poeta ha significativamente interposto al termine del verso fra il sostantivo religiones e l’attributo precedente timefactae. Intanto a proposito di religiones c’è da dire che esso è un plurale enfatico che serve a sottolineare il carattere negativo assegnato a qualsiasi sostanza e forma di religione. Lucrezio non fa distinzione come fa Cicerone fra religione e superstizione, ma facendo getto di entrambe ritiene anzi che tutte le religioni senza distinzione non sono altro che superstitiones che contribuiscono ad accrescere gli atavici terrori e le angosce che attanagliano gli uomini. Per dire questo Lucrezio utilizza una serie di parole ed espressioni che servono proprio a sottolineare al lettore il sentimento della paura, a cominciare dal timefactae che il poeta ha posto in particolare evidenza, distaccandolo dal suo sostantivo di riferimento servendosi della cesura.

Quali sono queste parole angoscianti? A parte il timefactae, ve ne sono diverse ripetute in successione che sembrano volere esaurire tutte le gradazioni di questo sentimento negativo ed oscuro: pavidae, mortisque timores, metuunt, in tenebris…vita, trepidant, caecis in tenebris (struttura particolarmente elegante con l’enjambement ottenuto con la prolessi dell’attributo richiamato dall’in che si trova all’inizio del verso successivo), metuunt  e sic nos timemus, (nello stesso verso 56), che è il primo termine della seguente ed efficace similitudine che si estende per altri due versi: quae sunt metuenda, magis quam pueri in tenebris pavitant, Ed infine per concludere terrorem animi  tenebrasque, espressione che nel v.58 sottolinea in modo pregnante l’accostamento del sentimento di terrore alla completa oscurità. In quest’ultima sezione, come si è visto, si alternano, succedendosi addirittura fino al verso 58 verbi ed espressioni che vogliono sottolineare il timore, la paura e l’oscurità. E’ questa, pari a quella del mare e del sole una significativa e ricorrente metafora : chi non sa è infelice, chi non conosce e non è in possesso della sapienza epicurea vive nelle tenebre come i bambini. Per questo Lucrezio descrive gli uomini come fanciulli in preda ad oscure angosce e terribili paure.  Pertanto, tutto ciò che è descritto da Lucrezio con i termini dell’oscurità vuol dire mancanza di conoscenza, ma significa contemporaneamente anche infelicità, timore, terrore e morte.

Ma quali sono le paure più terribili alle quali pensa Lucrezio prima di Epicuro? La paura della morte e la paura degli dei. Ma se vogliamo sapere di quali dei si tratta scopriamo che si tratta di quelli infernali, che servono ad indicare la stessa cosa. Come si vince questa oscura paura, quali sono i mezzi per superarla? Si supera tale paura in un solo modo: attingendo le plaghe della luce. Questo spiega perché negli ultimi due versi del proemio il poeta colloca in bella e conclusiva evidenza proprio la metafora del sole: “Non radii solis neque lucida tela diei/discutiant, sed naturae species ratioque”. Non vi è altro modo per godere della contemplazione della luce se non osservando il mondo della natura così com’esso è, scrollandosi di dosso le paure, soprattutto quelle che ci vengono dagli dei e dalla morte e affidandosi a due cose: ai sensi, in quanto l’uomo è formato di atomi, e alla luce della nostra ragione.