Letteratura

Sez. Letteratura – filologia latina
Giovedì 30 Giugno 2016  “ uscita n. 17”

Orazio e la centralità del "Carpe diem"
di Marino Faggella

 

                   orazio statua
                             Statua di Orazio con sfondo dei campi di Venosa
       

1.Tra i cosiddetti tòpoi  della tradizione non mi sembra si sia insistito abbastanza sulla persistenza del concetto tutto oraziano dell’arte, particolarmente quella dei poeti, di eternare l’uomo al di là della sua fisica deperibilità. Quest’idea non certo platonica di assegnare all’attività dei poeti una tale funzione demiurgica si riconosce, si può dire, senza soluzione di continuità in tutta la tradizione letteraria occidentale, come testimonia l’opera degli autori di ogni tempo, anche di quelli le cui tendenze estetico-filosofiche risultano non propriamente omogenee.
      Accade, infatti, al di là delle loro specifiche diversità, di ritrovare un tale topos  nella Commedia di Dante ( si ricordi a tal proposito come vi si insista nel canto XVII del Paradiso ) e anche nelle opere di un poeta come il Petrarca, che rappresenta, comunque, un momento nodale di quella tradizione classicistica che com’è noto prende le mosse proprio da Orazio .
       Il concetto dell’arte quale supervalore è presente inoltre e fondamentalmente nella letteratura romantica, dove non confligge, anzi è esso uno dei punti di maggiore accordo con la concezione dei classicisti, come si può desumere dai Sepolcri del Foscolo, le opere del quale sono lì a testimoniarci, piuttosto che la diversità, una sostanziale sintesi fra le due tradizioni, quella antica e la moderna. Seguendo il corso storico la ricerca in altre epoche  non andrebbe certamente delusa, anzi si troverebbe certamente di fronte ad interessantissime scoperte che ci autorizzano a riconoscere  attraverso il confronto critico la presenza dello stesso motivo anche in autori appartenenti all’area culturale del ‘900. Lucienne Deschamps ha riconosciuto “ una certa somiglianza” tra la concezione oraziana  e quella del romanziere francese Marcel Proust  proprio a proposito del rapporto da essi instaurato tra il tempo e l’opera d’arte, che le pare significhino la stessa cosa quando essi ci comunicano la loro scoperta“che l’opera d’arte trasporta le cose fuori del tempo e mediante l’opera d’arte che dà a queste cose forme et realitè esse rimangono sempre vive per sempre” .

                                                 La Weltanschauung oraziana

 

2. Ma Orazio che nella lirica di apertura del primo gruppo delle Odi aveva cantato la possibilità di eternarsi con l’esercizio della poesia sapeva anche che la consapevolezza dei propri meriti spesso non basta ad assicurare la gloria futura, perché il ritmo delle vicende umane frequentemente rende incerti anche i calcoli più fondati:

 

                           Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
                           finem Di dederint, Leuconoe, nec babylonios
                           temptaris numeros.Ut meliu,quicquid erit, pati,!
                           Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,

                           quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
                           Tyrrhenum ! Sapias; vina liques et spatio brevi
                           spem longam reseces. Dum loquimur,fugerit invida
                           aetas.Carpe diem, quam minimum credula postero.

“ Leuconoe, tu non chiedere, e neppure sarebbe lecito saperlo, quale termine a te e a me gli dei hanno concesso; non tentare i calcoli Babilonesi. Come sarebbe meglio sopportare ogni cosa! Sia che più inverni Giove ci assegni, sia che questo sia l’ultimo che sulle opposte scogliere stanca il mare Tirreno! Sii saggia; versa il vino e tronca una lunga speranza in uno spazio breve. Mentre parliamo sarà fuggito il tempo geloso: carpe diem, meno che puoi fidando nel domani”
.
C’è in tale lirica tutto Orazio, il poeta del convito, dell’amore e del piacere, ma vi è anche la sua pensosità che lo spingeva talvolta a meditare sulla morte.
E scrive per Sestio ( I, 4, vv. 1-10 ).

                                           
                                   Solvitur acris hiems grata vice veris et Favoni
                                   trahuntque siccas machinae carinas,
                                   ac neque iam stabulis gaudet pecus aut arator igni,
                                   nec prata canis albicant pruinis.

                                   Iam Cytherea choros ducit Venus imminente luna
                                   iunctaeque Nymphis Gratiae decentes
                                   alterno terram quatiunt pede, dum gravis Cyclopum
                                   Volcanus ardens visit officinas.

                                   Nunc decet aut viridi nitidum caput impedire myrto
                                   Aut flore, terrae quem ferunt solutae; …

“ Si scioglie l’aspro inverno in primavera per il gradito ritorno dello zefiro, di nuovo si spingono in mare le navi, né più il gregge vuole stare al chiuso, o l’aratore al focolare. Ormai Venere conduce le danze alla luce della luna. Ora conviene ricoprirsi il capo di verde mirto e di fiori che s’aprono la strada tra la disciolte zolle…”

Fin qui l’ode sembra un grido alla vita a all’amore. Ma poi nella seconda parte conclude:

                               Pallida mors aequo pulsat pede pauperum tabernas
                               regumque turris. O beate Sesti,
                               vitae summa brevis spem nos vetat inchoare longam!
                               Iam te premet nox fabulaeque Manes
                               et domus exilis Plutonia;…

“ La pallida morte sempre con piede uguale batte alle capanne dei poveri e agli alti palazzi dei re. O Sestio, il fatto che la vita è breve ci vieta di nutrire false speranze! Prima o poi la notte eterna ti ricoprirà e i favolosi  Mani e l'evanescente dimora di Plutone;…”

E a Dellio ( II, 3 ), altro compagno d’armi:

 

                                       Aequam memento rebus in arduis
                                       servare  mentem, non secus in bonis
                                       ab insolenti temperatam
                                       laetitia, moriture Delli…
                                            
                                       Quo pinus ingens albaque populus…

                                        Cedes coëmptis saltibus et domo
                                        villaque, flavus quam Tiberis lavit.
                                        cedes, et exstructis in altum
                                        divitiis potietur heres!

 

“O Dellio, ricordati di mantenere una mente sana anche nelle avversità e, non diversamente, immune dalla gioia smodata nella prosperità, poiché sei destinato a morire,… A che servono il pino enorme e il bianco pioppo… Dovrai abbandonare i boschi che ai comprato e la casa e la villa che il biondo Tevere lambisce; dovrai abbandonarli e un erede sarà padrone delle tue ricchezze cumulate in alto”.

Analogamente, e con poche variazioni, al poco conosciuto Postumo ( II, 14, vv. 1-4 e 21-28):

 

                                 Eheu fugaces, Postume, Postume
                                 labuntur anni, nec pietas moram
                                 rugis et instanti senectae
                                 afferet indomitaeque morti,…
                                        
                                 linquenda tellus et domus et placens
                                 uxor, neque harum quas colis arborum
                                 te, praeter invisos cupressos,
                                 ulla brevem dominum sequetur…
 
                                                        

“ Ahimè, o Postumo, Postumo, neppure le preghiere freneranno le rughe, la vecchiaia che ci incalza e la morte che non si lascia piegare,… Dovrai lasciarla questa terra, la casa e la bella moglie; e di tutti gli alberi che coltivi nessuno ti seguirà, tranne l’odioso cipresso…”

  Non credo di scandalizzare alcuno sostenendo che l’oraziano bisogno del ritiro in una saggezza solitaria, lontana dagli affanni, come anche il senso delle gioie più intime sempre desiderate, sottolineano un’interpretazione pessimistica della vita. Nell’età più tarda il pensiero della morte diventò più incombente, per cui l’arte stessa divenne un rifugio e un tentativo di difendersi da tali pensieri minacciosi che lo ponevano ad intervalla, soprattutto quando vi ritornava con la mente, in uno stato di angosciosa accidia, un male non diverso dalla nostra alienazione che egli, non riuscendo a diagnosticare si è limitato nelle Epistole  a descrivere solamente negli effetti ( “ strenua nos exercet inertia” ) ricorrenti di un’ansia depressiva .
     Nel libro secondo del De brevitate vitae (cap.3) Seneca, indicando contemporaneamente nell’insoddisfazione di sé la causa scatenante del male accidioso, ha cercato di chiarire gli aspetti dello stato di alienazione e di noia  in cui molte volte l’uomo può venire a trovarsi. Nella prima lettera del libro primo, dove egli affronta più espressamente il problema del tempo, indicando a Lucilio che il sibi displicere e l’angoscia sono dovute al cattivo uso del tempo che l’uomo realizza, facendone quasi la diagnosi, suggerisce per questo male un rimedio che nella sua sostanza potremmo definire di ispirazione oraziana: “ Fa così, caro Lucilio: renditi veramente padrone di te stesso e difendi con cura quel tempo che finora ti è stato sottratto, o ti sfuggiva (….) Puoi indicarmi qualcuno che sia in grado di assegnare un giusto valore al suo tempo e ai suoi giorni, e che si accorga di morire giorno per giorno? In questo sbagliamo nel considerare la morte come un avvenimento futuro, mentre gran parte di essa è già dietro di noi. Ogni ora del nostro passato è sotto il dominio della morte. Pertanto, caro Lucilio, (…) fa tesoro di tutto il tempo di cui disponi. Sarai meno schiavo del domani, se ti renderai padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri doveri, la vita trascorre. Tutto dipende dagli altri, solamente il tempo ci appartiene. La natura ci ha fornito solo di questo bene fuggevole, ma noi ce lo facciamo togliere”.

                                         Centralità del “ Carpe diem”

 

  3. A questo punto si rende necessario ritornare al Carpe diem per un’ulteriore verifica delle nostre argomentazioni e per giungere alle ultime conclusioni. E’ stato ben sostenuto da Perrotta che” Cantare il piacere, e insieme la sua fugacità, è uno dei motivi eterni della poesia mondiale: da Mimnermo ad Alceo, a Catullo, a Omar Khayyam, al Poliziano e al Magnifico Lorenzo. Ma la grandezza del poeta non è mai nel tema poetico, per quanta risonanza esso possa avere nel cuore degli uomini: è nel tono poetico, nell’atmosfera poetica inconfondibile che è creazione originalissima di ciascun poeta “. Questa particolare intonazione lirica, in un poeta come Orazio che vive in un’epoca che non può fare a meno delle esperienze filosofiche trascorse e presenti, in effetti non è la voluttà, Musa dominante di quei poeti, particolarmente in quelli dell’età umanistica,  ma più propriamente la riflessione, come sottolinea lo stesso Perrotta: “ciò che rende oraziano il motivo comune è l’atmosfera pensosa di cui Orazio lo avvolge. L’invito al piacere non è un grido istintivo, che esprima un sentimento irrefrenabile; ma sembra essere il frutto di una lunga riflessione, d’una triste meditazione. Sapias, dice il poeta a Leuconoe, e non bisogna dimenticarlo. I poeti della Rinascenza questa parola non la diranno più”.

      Nella lirica I, 11 Orazio, invitando Leuconoe a cogliere l’attimo e non avendo ancora maturato l’idea di un canto che superi il contingente ( è questa la sostanza dell’ultima ode del terzo libro non a caso posta a suggello della più consistente raccolta lirica ), dimostra  di non credere nel futuro ( il motivo dell’incertezza e dell’incosistenza della vita futura, oltre che nell’ode in questione: “carpe diem, quam minimum credula postero”, compare con particolare insistenza in altre odi dello stesso periodo e con maggiore evidenza nell’ode del Soratte, dove il poeta rivolge a Taliarco un analogo consiglio che non presuppone alcun sentimento religioso: “Quid sit futurum cras fuge quaerere, et / quem Fors dierum cumque dabit, lucro adpone…” ) ma solo nel presente, in quanto nella considerazione oraziana dell’ode, essendo la vita dell’uomo allo stesso modo tagliata fuori dal passato e dal futuro, non ci rimane che aderire al momento attuale per poterlo godere intensamente senza pensare ad altro, dopo averlo isolato dalle altre dimensioni del tempo ed escludendolo dal disegno divino.  
           Il Carpe diem, con tutto quello che vi sta intorno, potrebbe far pensare innanzitutto ad una fede assoluta di Orazio in Epicuro, ma anche questo, essendo vero fino ad un certo punto, merita di essere meglio chiarito. Sostiene giustamente G. Perrotta, nello scritto oraziano da noi già citato, che conserva ancora oggi tutta la sua validità: “ Carpe diem non è una massima epicurea. Più che Epicuro, Orazio seguiva Aristippo,  che di Epicuro era stato il precursore: la dottrina di Aristippo non aveva nulla di ascetico. Una volta in un’epistola, confessa il poeta stesso: << senz’accorgermene, ricado nei precetti di Aristippo>>. Il piacere di Orazio è momentaneo, è monocrono, come quello di Aristippo: alla divina atarassia epicurea egli non sa giungere. La felicità di Epicuro è soprattutto contemplazione delle gioie passate e attesa delle gioie future: non si esaurisce nel presente, come il piacere di Aristippo e di Orazio, che è signore e schiavo dell’attimo fuggente” .
          E’ innegabile che il poeta delle odi si sia proposto, dopo la giovanile frequentazione del chepos di Sirone, di mettere in pratica i precetti di Epicuro il quale suggeriva  di cogliere i frutti della vita ( è proprio questo il significato metaforico del carpe diem ), ma senza che venisse turbato il nostro equilibrio interiore dall’assalto dei sensi e delle conturbanti passioni. Contrariamente a quello che si può comunemente credere non era certamente agevole per nessuno, meno che mai per uno come Orazio poco disposto per natura a rinunziare a quei piaceri che venivano messi all’indice da Epicuro, mettere in pratica tali precetti. In effetti, come è stato ben suggerito, gli epicurei, tra i quali Orazio personalmente si iscriveva ( nell’Epistola IV, 16 egli, come dice La Penna, col definirsi Epicuri de grege porcus, vale a dire un porcello del suo gregge “mette in caricatura se stesso identificandosi per celia col tipo dell’epicureo volgare, quale lo raffiguravano gli avversari in buona o in mala fede”) non suggerivano “ l’abbuffata”, cioè il piacere assoluto e indifferenziato, ma costituivano al contrario quasi una congregazione monastica, e il  paradeisos nel quale essi si ritiravano non seguiva intendimenti diversi da quelli di un cenacolo medievale di religiosi, con la sola differenza che i monaci dell’età di mezzo si ritiravano per ascetica privazione, mentre gli epicurei sceglievano di vivere appartati ( questo è il senso del cosiddetto late biosas ) col proposito di godere di quei pochi piaceri che la loro ragione suggeriva loro di scegliere. In effetti un tale modello di vita  così impegnativo non poteva essere seguito da tutti.

 

 

 

Ciò è sottolineato, ad esempio, da A.Borgese nel suo giovanile e fortunato libro Storia della critica romantica in Italia.

L. DESCHAMPS, Il tempo in Orazio, ossia dal “tempo perduto al tempo ritrovato”, in Orazio da Venosa, Venosa 1983, p. 66.

Carmina, I, 11.

L’ode ha in effetti struttura studiatamente bipartita, costituita com’è da due parti che, pur corrispondendosi simmetricamente, hanno forte contrapposizione antitetica, mentre il fulcro della tragica meditazione del poeta, quale elemento lirico fondamentale, è volutamente posto all’inizio della seconda parte e serve a sottolineare le distanze esistenti tra il tragico destino dell’uomo che, per non essere sottoposto a ciclico rinnovamento, non può sfuggire alla morte, e le vicende della natura che con il ritmo alterno delle stagioni rinnova se stessa. Una struttura analoga si riscontra nell’ode IV, 7, componimento che viene qui richiamano non solo per la somiglianza dello schema costruttivo ( anche qui la riflessione lirica “ Pulvis et umbra sumus” precede la descrizione dell’Ade), ma anche per l’analogia tematica: entrambi iniziano con la descrizione dell’inverno che lascia poi spazio alla venuta della primavera, entrambe  si chiudono con la minaccia della morte cui non è dato sfuggire.

G.PERROTTA, Orazio, in “Pan”, V, pp. 343  sgg.

Ivi, pp. 354-358.

Aristippo di Cirene ( vissuto forse fino intorno al 360 a. C.) , annoverato fra i minori discepoli di Socrate, in quanto contrapposto a Platone, il maggiore di tutti, fu il fondatore della scuola cirenaica, una fra le più importanti scuole  socratiche minori che svilupparono in vari modi l’insegnamento del maestro fondendolo con altre dottrine. Si riconoscono tre importanti direzioni di tali scuole: a) quella cirenaica ( sensistica ed edonistica ), che, subendo anche l’influsso protagoreo, fu fondata come si è detto da Aristippo; b) la suola cinica ( antiedonistica e materialista), che ebbe in Antistene il suo maestro, influenzato in qualche modo dall’insegnamento di Gorgia; c) la scuola megarica ( rigidamente idealistica), fondata da Euclide, che si propose di conciliare l’insegnamento socratico con le dottrine dei maestri eleatici. 

G. PERROTTA, cit., p. 343.

Cfr. R. A. MECCA, Conoscere Orazio, Potenza 1991, p. 128.