Letteratura

<<Sez. Letteratura – Filologia Latina>>

                                                                                                                                                Martedì 30 Giugno 2015 "uscita n. 15"

 

 

Paolo di Tarso e Seneca, la questione del loro rapporto

di  Francesco Saverio Lioi

 

 

                        Descrizione: http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RUBRICHEAUTORI/alessiovariscozoomorfismobiblico/LACONVERSIONEDISANPAOLOcaravaggio1.jpg

                      La folgorazione di Saulo sulla via di Damasco (Caravaggio)

 

                                          Paolo di Tarso

1.Accurata educazione nella lingua ebraica e nell’apprendimento della cultura ellenistica e del greco, lingua franca del momento, aveva avuto un personaggio che è alla base della nuova religione che, nata in Palestina, aveva bisogno di un mezzo linguistico adeguato per godere di una credibilità universale, oltre che di chi si facesse ascoltare per i contenuti ed il modo di porsi.

Saulo, meglio conosciuto col nome Paolo di Tarso, ebreo, ma cittadino romano, filosofo della nuova religione, è colui che tiene alto il livello culturale della diffusione del nuovo credo.

Ma chi è in realtà Paolo di Tarso, definito Apostolo delle genti e dux verbi?

 «E’ un uomo colto, anche se non ostenta mai la sua cultura. Ebreo, appartiene a una classe sociale elevata e che parla il greco, conosce e ha assimilato in notevole misura la cultura greca, e ha avuto anche contatti con la Stoa[1]. Il Pohlenz, in Paulus und die Stoa, scrive: Non c’è dubbio che un ebreo che parlava greco e che apparteneva agli strati alti del suo popolo come Paolo nella sua giovinezza  si sia impadronito in una certa misura  della cultura ellenica e soprattutto sia anche venuto a contatto con la Stoa[2]. La sua nascita e la sua formazione hanno luogo in un ambiente elevato e profondamente impregnato di cultura ellenica e di filosofia, in particolare stoica: è chiaro che egli le ha assimilate[3]».

Nei primi tempi del Cristianesimo era la predicazione[4] la base della diffusione del messaggio evangelico, sull’esempio di come aveva fatto Gesù fra le genti di Palestina e sul suo precetto: «Andate e predicate a tutte le genti».

Per la predicazione a tutte le genti, quando gli apostoli si resero conto che tutte le genti erano tutti i popoli della terra, e non solo i circoncisi, usarono una parola parlata  e come mezzo di divulgazione del nuovo messaggio non la lingua nella quale  quegli insegnamenti erano stati espressi per la prima volta, ma la lingua franca: il greco della Koiné.

Di questa Paolo si servì, facendo l’epicentro della sua predicazione Antiochia, prima di giungere a Roma.  Paolo di Tarso è il filosofo della nuova religione, è colui che tiene alto il livello culturale della diffusione del messaggio evangelico: con la predicazione,  base della diffusione del nuovo credo. A Roma, usa lo stesso metodo della predicazione nelle case di coloro che avevano abbracciato questa nuova religione ancora, confusa con l’ebraismo. La predicazione rivolta al popolo su argomenti morali per un buon comportamento non è certo un’invenzione di Paolo. Essa era stata praticata, a Roma,  da Papirio Fabiano che, vissuto tra il 35 a. C. e gli anni dell’impero di Tiberio (14-37 d. C.), fu oratore che si distinse nelle declamazioni e nella critica dei costumi. Si dedicò in seguito alla filosofia scegliendo un tipo di predica popolare, lontana dalle sottili teorizzazioni filosofiche. Egli mirava all’effetto protrettico con mezzi semplici, aggressivi e che miravano ad ottenere cambiamenti morali nel comportamento dei suoi ascoltatori. Seneca lo cita spesso e ne assume alcuni modi[5].

La predicazione, pertanto, non il colloquio con un solo uomo, usa Paolo; la predica popolare rivolta a tutti gli uomini di buona volontà ha come base la parenesi, l’esortazione e l’ammaestramento, l’insegnamento della nuova religione. Paolo, predicatore itinerante,comprende che  spesso le sue parole non bastavano a coloro che avevano il compito di tenere vivo il messaggio trasmesso, ed ecco lo scritto: l’epistola parenetica.

 

                                            Il corpus delle Epistole. 

2. Il genere epistolare tramanda i più antichi documenti scritti del Cristianesimo a partire dal 50 d. Cristo. Di tale periodo sono le Lettere di Paolo, cui sono attribuite 13 lettere, sette considerate dalla critica autentiche, sei pseudepigrafe, scritte probabilmente da collaboratori o discepoli con il nome di Paolo. Era necessario, infatti in quel periodo,  un testo scritto per non dare adito a fraintendimenti e a posizioni dottrinali non conformi alla parola  di Cristo. Lo scritto serviva a Paolo anche per comunicare da lontano con le chiese che fondava nelle città in cui si fermava. A queste comunità egli si rivolse con  lettere dottrinali, che formano un corpus letterario compatto. In questi scritti egli valorizza le arti retoriche e le strategie narrative diffuse nel I secolo. Sono nate così le Lettere di Paolo alle varie Chiese: ai Romani, ai Corinzi, agli Efesini, ai Tessalonicesi, ai Colossesi. ‹‹Esse costituiscono per il Cristianesimo, non meno dei Vangeli, un documento storico e dottrinario fondamentale; esse infatti non solo rappresentano una testimonianza importantissima della predicazione apostolica e della costituzione delle prime chiese, ma affrontano anche alcune questioni teologiche, etiche e politiche nodali per il pensiero cristiano[6]››.

Le Lettere di Paolo sono il nucleo più antico, il primo documento scritto della nuova religione: le si datano dagl’anni 50 in poi, precedendo di vari anni la pubblicazione dei Vangeli, essendo Paolo stato martirizzato il 67 dopo Cristo durante la persecuzione di Nerone contro i Cristiani, accusati dell’incendio di Roma.

Questo conferma la rapidità dell’espansione della nuova religione e la costituzione di comunità religiose cristiane già organizzate  fin dal terzo decennio dopo la morte di Cristo.

Fu lui, un ebreo ellenizzato, cittadino romano, che più di  ogni altro personaggio noto, pur non avendo conosciuto di persona Gesù, a trasformare il Cristianesimo nascente da una setta ebraica in una forza religiosa universale per tutti gli uomini di tutte le razze e di tutte le civiltà. Fu lui ad abbattere i muri, ad annientare pregiudizi dall’una all’altra parte. Non c’è né ebreo, né greco, non c’è né schiavo, né libero, né maschio, né femmina, egli soleva dire: tutti sono un campo fertile per ricevere la buona novella[7]. Usò la parola e lo scritto, solcò il mare ed approdò a Roma, sede del potere universale, perché universale doveva essere la religione della quale egli era il missionario. Usò la parola ad Atene, città universitaria e del parlare fluente, dove per comunicare la buona novella si serve della predica, della discussione, delle Scritture, del dibattito filosofico con stoici ed epicurei.  Gli Ateniesi che avevano ascoltato le discussioni dell’Accademia, del Liceo e del Giardino non gradirono le parole di questo filosofo venuto dall’Oriente: lo ritennero un parolaio, non un filosofo. Parlò a Roma, ove, pare, si fece amici importanti, ove la sua parola, pur conquistando il popolo dell’Urbe, non convinse il potere, il quale vedeva in quella parola un pericolo per la struttura politica dell’impero e un annientamento del mos maiorum. Quel filosofo ciarlatano, venuto dall’Oriente, capo di una lugubre religione che teneva in odio il genere umano, che aveva istigato i propri adepti ad incendiare la città, secondo i rumores che facevano comodo a Nerone, non poteva sfuggire alla pena capitale, e fu decapitato, fuori le mura della città, ove oggi, in suo onore, si innalza la meravigliosa  basilica di San Paolo fuori le mura. Così, l’Apostolo delle genti, non compreso dal potere di Roma, fu vittima dei primi pregiudizi che alimentavano prima il sarcasmo, lo scherno,  le calunnie più infamanti,  poi la persecuzione fisica, scontata con il martirio, e la condanna a morte per essere cristiano.

 Le Lettere di Paolo, scritte nel periodo o di pubblicazione o di preparazione dei sinottici, nell’intenzioni dell’autore, non avrebbero dovuto avere nessuna cura formale, invece in esse sono presenti tutti i mezzi tipici della retorica del tempo. Si voglia o no, il genere dell’epistola  trattato morale-dottrinario, con intenti didascalici, era in quegli anni molto in voga. Giacomo, Pietro, Giovanni fanno loro questo genere letterario, aveva come contenuto l’intero orizzonte dell’attività umana che da sempre ha accompagnato la storia della letteratura sia greca che latina. Il più  delle volte ha svolto il compito di autentica opera letteraria; ha testimoniato esperienze umane, ideologie, sistemi filosofici. Gli Apostoli e i Padri della Chiesa hanno utilizzato il genere letterario dell’Epistola come strumento di evangelizzazione delle prime comunità cristiane. Uno dei primi scritti cristiani, epistole di Paolo e Vangeli a parte, è l’epistola che Clemente Romano, nel 96 d. C.,  inviò ai Cristiani di Corinto che erano divisi da discordie interne, per ristabilire in quella comunità l’unità e la concordia fraterna. È  questa il primo esempio di lettera pastorale inviata dal Vescovo di Roma ad una comunità di fedeli. Può essere considerata il prototipo delle encicliche papali o delle lettere pastorali dei Vescovi, ma è anche storicamente importante perché Clemente, quale vescovo di Roma, sente su di sé il dovere di intervenire sulle questioni delle altre chiese come guida suprema. Paolo fece suo questo genere letterario di Platone, di Epicuro, e che sarà anche del Cristianesimo primitivo. Del 96 è la Lettera ai Corinzi di Clemente romano, quarto vescovo di Roma. Dello stesso periodo è la Lettera di Barnaba, di carattere dottrinario che illustra l’opera della redenzione operata da Cristo in polemica con i Giudei. In questa lettera si ha una interpretazione allegorica dell’Antico Testamento, con le profezie sulla persona di Cristo. Importante è la Lettera a Diogneto, un testo di autore anonimo, in un greco di alta qualità, brillante nell’argomentazioni, capace di sfruttare sapientemente i mezzi della retorica, della seconda metà del II sec. d. C., definita la perla dell’antichità cristiana, nella quale l’autore risponde al pagano Diogneto ai quesiti e alle accuse che costui rivolgeva ai cristiani.

Le epistole di Paolo come quelle che hanno accompagnato la storia della Chiesa dalle origini fino alle lettere encicliche dei pontefici rientrano nel tipo classico di epistolografia secondo cui si coglie l’occasione per scrivere in realtà un trattato in forma di lettera aperta, calata in un contesto sociale e culturale.

Nella storia della chiesa il genere epistolare (le encicliche papali e le lettere pastorali dei vescovi)  è stato sempre adottato come mezzo di diffusione del pensiero del Papa e dei Vescovi. Le encicliche del Papa, scritte in latino, viaggiano nelle mani dei fedeli di tutto il mondo e, spesso, sono dei grandi trattati teologici e sociali; le lettere pastorali dei vescovi sono rivolte alla diocesi. La Lettera aperta con il nome di enciclica, ha accompagnato nel tempo la vita della Chiesa. Prende titolo dalla prima parola del testo. Citiamo degli ultimi pontefici: Divino afflante spiritu del 1943 di Pio XII; Veterum sapientia del 1962 di Giovanni XXIII; Fides et ratio del 1998 di Giovanni Paolo II; Deus caritas est del 2005 di Benedetto XVI.

 

Tra le lettere paoline  più importanti vi è quella ai Romani, inviata da Corinto in preparazione del suo viaggio a Roma. In questa lettera Paolo imposta i primi fondamenti teologici della religione cristiana ed «ha un fine urgente e immediato, quello di comporre i dissensi molto vivi nella nascente comunità cristiana di Roma, fra coloro che ancora seguivano le tradizionali usanze giudaiche e coloro che se ne ritenevano ormai svincolati per sempre. Posto di fronte a tali controversie a cui la meschinità di quegli uomini attribuiva valore fondamentale, Paolo li ammonisce a una maggiore tolleranza, con uno sguardo che va più lontano e più in alto e nello stesso tempo fa appello alla misericordia evangelica. I Farisei – Gesù rimproverava – addossavano ad altri i carichi, che essi stessi non avrebbero neppure toccato con un dito: dovevano dunque i Cristiani di Roma comportarsi come costoro, con durezza e ipocrisia? Nella capitale del mondo c’erano uomini di razza e di costumi affatto diversi, le cui origini culturali affondavano nel politeismo greco-latino, nelle religioni orientali, nell’Ebraismo del Vecchio Testamento. I Cristiani non potevano rischiare di perdersi in un ritualismo settario, che li avrebbe confinati in una sorte di ghetto; il loro segno più caratteristico doveva essere la libertà spirituale e l’universalità. Circondati da una società indifferente se non ostile, per le proprie divisioni interne avrebbero dato scandalo e infine sarebbero periti ingloriosamente.

È quello di Paolo un appello vibrante all’unità interna; ma la strategia indispensabile alla sopravvivenza si accompagna sempre alla coscienza che questa unità dev’essere soprattutto il segno di una carità che affondi le sue radici e trovi la sua giustificazione nell’insegnamento sublime di Cristo, nella consapevolezza che tutti gli uomini sono figli dello stesso padre - anzi figli d’un solo riscatto, come tanti secoli più tardi si esprimerà un poeta che certo meditò a lungo il messaggio paolino[8]». Troviamo i precedenti più illustri dell’epistola morale-dottrinaria nelle letterature classiche  nelle lettere di Platone e in quelle di Epicuro,  attraverso le quali oggi noi conosciamo il pensiero del maestro del Giardino.

 

             Le Epistole morali di Seneca e le analogie col Cristianesimo

3. Contemporaneo di Paolo, un altro grande intellettuale del tempo, politico, filosofo e presunto conoscente dell’Apostolo, Seneca, scrive i suoi precetti per  il suo allievo servendosi del genere letterario dell’epistola: Le Epistole morali a Lucilio. La critica dibatte ancora se i due si siano conosciuti, anche se appartenevano a due mondi diversi. Sono vissuti per anni nella stessa città, erano ai vertici del loro mondo: pagano quello di Seneca; cristiano quello di Paolo.

Seneca era un uomo di grande e profonda cultura, e, certo, se le Lettere di Paolo, specie quella ai Romani, che rappresenta la sintesi della teologia paolina, circolavano fra i Cristiani, dovevano pur essere giunte nelle mani del filosofo pagano. Suggestiva è l’ipotesi che Paolo abbia avuto fra le mani gli scritti di Seneca, e Seneca quelli di Paolo! Una cosa però è la reciproca ipotetica conoscenza dei loro scritti, un’altra è la  probabile influenza reciproca, come nel passato si pensava, al punto da far circolare una raccolta di lettere fra i due.

Ad ogni modo Seneca è forse lo scrittore romano maggiormente vicino ai dettami cristiani. Qualche esempio:

Seneca, Epistola 103, 3: Commodis omnium laeteris, movearis incommodis, et memineris quae praestare debeas, quae cavere. (rallegrati del bene di tutti gli altri, sii sensibile ai loro mali, ricorda quello che devi fare e quello che devi evitare.)

 

San Paolo, Ai Romani, XII, 15: Benedicite persequentibus vos, benedicite et nolite maledicere. Gaudere cum gaudentibus, flere cum flentibus. (benedite coloro che vi perseguono, benedite e non vogliate maledire. Gioite con coloro che godono, piangete con coloro che piangono).

 

Semplici coincidenze di pensiero o l’uno conosceva l’altro? Chi dei due conosceva l’altro anche solo attraverso gli scritti non è possibile dire non solo, ma anche se si conoscessero. Il pensiero di Seneca è frutto della sua appartenenza allo stoicismo, che aveva come portato molte concezioni religiose ed etiche che collimavano con il Cristianesimo. Ma è una dottrina, lo stoicismo naturale, che pone al centro della vita l’uomo e la ragione: questa è la grande differenza fra lo Stoicismo e il Cristianesimo: lo Stoicismo la ragione; il Cristianesimo la fede.  

Nell’Epistola XCV, 52 ad Lucilium vi è un brano che forse è il più vicino allo spirito del Cristianesimo e a San Paolo. Dice Seneca: «omne hoc quod vides, quo divina atque humana conclusa sunt, unum est: membra sumus corporis magni. Natura nos cognatos edidit[9]». (tutto ciò che vedi in cui è concentrato ogni cosa divina e umana, è una cosa sola: siamo membra di un grande corpo. La natura ci ha generati fratelli) Che cosa è il corpus di cui gli uomini sono membra, se non il logos divino? È questo il pensiero degli stoici e di Posidonio di Apamea, che Seneca farà suo, che accompagnerà il pensiero cristiano, tanto che la frase ut unum sint (affinché tutti gli uomini siano un corpo solo) è diventata un motto episcopale che i vescovi scrivono sul loro stemma. Gli uomini sono stati dotati dalla natura di un sentimento di reciproco amore, sono stati generati come fratelli, come membra di un unico corpo, essi devono essere gli uni per gli altri. È questa la caritas  come sentimento di fratellanza universale, presentata da Seneca, come senso comunitario dell’esistenza non presente in nessun filosofo antico. Sono questi i brani delle opere di Seneca che hanno avvicinato lo scrittore romano al Cristianesimo e a San Paolo e hanno fatto nascere la favola di una ipotetica conversione del filosofo e un’amicizia con l’apostolo.

Per Seneca gli uomini sono fondamentalmente tutti fratelli; perciò, scrive P. Grimal «non dobbiamo stupirci che il suo alto ufficio sia stato contrassegnato da importanti provvedimenti a favore degli schiavi e dei liberti. Il filosofo aveva sostenuto, nel trattato De beneficiis[10], che gli schiavi erano capaci di rendere dei veri servizi ai loro padroni, benché si trovassero giuridicamente in una condizione di inferiorità. Quando la predicazione cristiana affermerà l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio, nessuno troverà in tale affermazione un’assoluta novità. Da lungo tempo la filosofia aveva avvezzato gli spiriti a simili ardite affermazioni[11] ».

In tutte le opere di Seneca si possono trovare spunti che avvicinano il pensiero del filosofo romano a quello del Cristianesimo in generale e a quello di Paolo in particolare, soprattutto sul problema di Dio, sviluppato in alcune lettere a Lucilio, definite teologiche «nel senso che hanno per argomento la divinità, sfrondata di ogni concrezione antropomorfica, illuminata nelle sua essenza “teistica” e insieme “deistica” di nume generatore e ordinatore dell’universo, e resa accessibile all’uomo attraverso un’interpretazione rigorosamente razionalistica[12]».

Per Seneca Dio è nel cielo, nel mondo, nell’uomo, soprattutto nell’uomo, perché l’uomo è un essere razionale e partecipa dell’essenza divina che è la ragione.

«Deus ad hominem venit, immo quod est propius, in homine venit: nulla sine deo mens bona est[13]». (Dio viene presso gli uomini, anzi cosa che è vincolo più stretto, viene negli uomini: non vi può essere nessuna ragione senza divinità).

 

Se da un verso può sembrare che questo pensiero di Seneca lo avvicini al Cristianesimo, il nulla sine deo mens bona est lo allontana: per il Cristianesimo massima virtù dell’anima è il dono della Grazia, non la ragione.

Chi è il Dio di Seneca? Il Dio di Seneca è il Dio dello Stoicismo, una concezione immanentistica e panteistica.  È tutto ciò che vediamo; è la mens universi, cioè la ragione che regge l’universo, è il fondamento di tutto, il dispositor omnium, è Fato o Destino, ma anche Provvidenza.[14]

Perciò giustamente dirà Tertulliano[15]: «Seneca che spesso è della nostra opinione»  e Lattanzio «Cosa potrebbe esprimere uno che conosca Dio, più veritieramente di quello che è stato detto da quest’uomo, che non conosceva la vera religione. Egli avrebbe potuto essere un vero adoratore di Dio, se qualcuno gli avesse mostrato la strada[16]».

Lattanzio, quindi, pur affermando la vicinanza di intendimenti fra Paolo e Seneca, nega la conoscenza fra i due. Quanto stoicismo c’è alla base del pensiero dei due? In Seneca c’è tutto: il positivo ed il negativo, fino ad affermare che la ragione è la suprema padrona delle azioni dell’uomo, il quale nel suicidio esprime il meglio di se stesso. In Paolo, se stoicismo in lui ci fu, proveniente dall’educazione ellenistica avuta a Tarso prima della sua conversione, fu vivificato dalla parola di Cristo, e mentre Seneca tendeva alla razionalità,  Paolo tendeva alla fede nella Risurrezione e nella redenzione dell’anima.

La vita per Paolo è dono di Dio, non gestibile dalla razionalità umana, per Seneca solo l’uomo è padrone della propria vita. Egli infatti mette in bocca a Fedra parole come.

Prohibere nulla ratio periturum potest, ubi qui mori constituit et debet mori. (Phaedra, 265-266)

(Nessuno può impedire di morire a chi lo vuole, quando chi ha deciso di morire è anche in dovere di morire). Il suicidio diventa così un dovere morale, cosa questa giammai accettabile per il Cristianesimo.

Il problema di Dio ritorna molto spesso nelle opere di Seneca, non solo nelle Lettere, ma anche nei Dialoghi e nelle Questioni naturali. Ma se molte sono le analogie fra il pensiero di Seneca e il Cristianesimo di Paolo, non si può certo vedere un legame del filosofo con la nuova religione o più ancora con Paolo. Per il filosofo latino l’uomo anela al cielo per mezzo della ragione, per mezzo dell’umana sapienza, per Paolo l’uomo è sublimato dalla Grazia divina, come dice nella Lettera ai Corinzi:[17] «La mia predicazione, egli dice, non consiste in discorsi persuasivi di umana sapienza, ma in una dimostrazione di spirito e di potenza, perché la nostra fede sia fondata non sulla saggezza degli uomini, ma sulla potenza di Dio».

Il Dio come Fato è quanto di più lontano vi può essere dalla concezione del Dio cristiano e, quindi, dal Dio di Paolo. Ma facciamoci guidare in questo da quanto scrive a proposito  Concetto Marchesi:

«Dicono che sia tanto vicino al cristianesimo coloro che giudicano soltanto attraverso alcune formule vaghe di religiosità e di umanità. Fra la dottrina di Seneca e la religione di S. Paolo è un abisso: per Seneca l’uomo redime se stesso con l’opera della ragione, per S. Paolo si lascia redimere da Dio nell’abbandono della fede; nel cristianesimo Dio è il salvatore degli uomini, nella dottrina di Seneca l’uomo è il salvatore di se stesso, là il miracolo scende  dal cielo verso l’umanità, qua sale dall’anima verso il cielo. Seneca crede nelle virtù umane; per Paolo le virtù umane sono tutte fallite. La dottrina di Seneca non si rivolge alla folla: si rivolge all’individuo; non parla alla turba infelice e traviata: parla a colui che, costretto a vivere in mezzo agli uomini, senta il bisogno e la forza di vivere di sé e di trovare in sé il punto di congiungimento con l’universo. È colloquio, non predicazione: che può rimuovere le ombre, non creare le luci dell’anima; ché non è possibile creare il sapiente; e Seneca stesso sentì questa impossibilità quando accettò la concezione stoica del destino[18]».

 

 

Era cosciente che se si fosse fermato solo alla parola,  vi potevano essere dei travisamenti di quanto egli predicava. Perché ciò non accadesse, ricorre allo scritto, ricorre alla lettera morale, alla lettera aperta, che indirizzava ad una comunità, ma che conteneva una parenesi per tutte le chiese da lui fondate durante i viaggi apostolici. Non rimanevano perciò patrimonio esclusivo della comunità cui la lettera era indirizzata, ma diventava un insegnamento e un’esortazione per tutte le comunità cristiane che si formavano nei luoghi attraversati da Paolo.

«Le lettere che Paolo ci ha lasciato sono scritti occasionali; non bisogna mai dimenticarlo. Non trattati di teologia, ma risposte a situazioni concrete. Vere lettere che si ispirano al formulario allora in uso (Rm 1, 1), esse non sono né lettere puramente private, né epistole puramente letterarie, ma esposizioni che Paolo destina a  lettori concreti e, oltre ad essi, a tutti i fedeli di Cristo. Non bisogna dunque cercarvi un enunciato sistematico e completo del pensiero dell’apostolo; dietro di esse bisogna sempre supporre la parola viva, di cui sono il commento su punti particolari. Ma sono lo stesso infinitamente preziose, perché nella loro ricchezza e varietà ci permettono di ritrovare veramente l’essenziale del messaggio paolino. Anche se scritte in occasioni e per lettori diversi, contengono una stessa dottrina fondamentale, centrata intorno a Cristo morto e risorto, ma che si adatta, si sviluppa, si arricchisce nel corso di questa vita, data a tutti (1Cor. 9, 19-22). Alcuni interpreti hanno attribuito a Paolo un eclettismo, che gli avrebbe fatto adottare secondo le circostanze punti di vista divergenti e perfino contraddittori, senza accordare loro un valore assoluto, perché egli chiedeva soltanto di guadagnare i cuori a Cristo. Altri, al contrario, oppongono a questa interpretazione un «fissismo», secondo il quale il pensiero di Paolo, determinato fin dall’inizio dall’esperienza della sua conversione, non avrebbe conosciuto in seguito alcuna evoluzione. La verità si trova tra i  due estremi: la teologia di San Paolo si sviluppata secondo una linea continua, ma si è realmente sviluppata sotto l’impulso dello Spirito Santo che dirigeva il suo apostolato[19]».

 


 

[1] POHLENZ, M., La Stoa. Storia di un movimento spirituale, trad. it. di O. De Gregorio, Firenze 1978.    

[2]  POHLENZ, M., Paulus und die Stoa.

[3] In ANONIMO, Epistolario tra Seneca e San Paolo, saggio introduttivo, traduzione, note ed apparati a cura di Monica Natali, Rusconi libri, Milano 1995, p. 31.

[4] La predicazione di piazza, quasi sempre di carattere filosofico, era diventata una moda e nello stesso tempo uno spettacolo, Nel I e II sec d. C., assunse anche caratteri politici. È il caso di Dione di Prusa, detto Dione Crisostomo, il quale, espulso da Roma per decreto di Vespasiano, girava per le più importanti città città dell’Impero per esternare il suo dissenso dalla politica accentratrice dell’Imperatore. Questo sistema di propagare le proprie idee politiche, filosofiche o religiose fu mutuato dai seguaci di Cristo.

[5] SENECA, De brevitate vitae, X, a cura di R. Gazich, C. Signorelli ed. Milano 2007, p. 64.

 [6] PRIVITERA, G.A. – PRETAGOSTINI, R., Storia e forma della letteratura greca, Einaudi, Torino 1997, p. 803.

  [7] PAOLO, Lettera ai Galati, 3,28.

[8] DEL CORNO, D., Antologia della letteratura greca vol. 3, Principato, Milano 1996, p. 799.

 [9]SENECA, Epistole morali a Lucilio, XCV, 52.

 [10] SENECA, De beneficiis, II, 18-22. (Chi non ammette il beneficio dello schiavo non conosce il diritto  naturale. Ciò che importa è il sentimento, non la condizione giuridica di colui che dà).

 [11] GRIMAL, P. Sénèque, Presses Universitaires de France, Paris 1948, trad. It. U. Boella, p. 74.

 [12] PERETTI, G. Seneca. Le Lettere a Lucilio, Lattes, Torino 1971, p. 203.

  [13] SENECA, Lettere morali a Lucilio, 73, 16.

  [14] Sull’argomento cfr. G. REALE, La Filosofia di Seneca come terapia dell’anima, Bompiani, Milano 2003.

  [15] TERTULLIANO, De anima, XX, 1

  [16] LATTANZIO, Divinae institutiones, II, 8,23; VI 24, 13.

                            [17] PAOLO, Lettera ai Corinzi, I, 2, 4-5.

  [18] MARCHESI, C., Storia della letteratura latina, vol. II, Principato, Milano1953, p. 254. In maniera più approfondita il Marchesi parla dell’argomento nel volume del 1944 , Seneca, Principato, Milano 1944. I rapporti tra Seneca  i Cristiani e gli ebrei sono approfonditi nel volume di  G. SCARPAT, Il pensiero religioso di Seneca e l’ambiente ebraico e cristiano, Paideia, Brescia 1977.

[19] La Bibbia di Gerusalemme,  EDB, Bologna 2009, p. 2663.