“Parla arabo questo Dante!” Gli arabismi nell’Italiano dei primi secoli

di Luigi Beneduci

 

Lunedì 21 Gennaio 2013 "uscita n. 11"

 

1.La cronaca, i dati statistici e l’esperienza quotidiana dell’immigrazione straniera testimoniano come oggi nella società italiana si trovino mescolate le più diverse etnie e culture: cittadini provenienti dall’Africa, dall’Asia, dalle Americhe e dall’Est Europa convivono e partecipano in varia misura alla vita civile della  nazione. L’Italia è quindi un Paese che va considerato “nostro” con un senso sempre più ampio e comprensivo del termine. In particolare, secondo i dati Caritas/Migrantes riferiti al 2009, la presenza di persone di origine araba residenti in Italia è oggi tra le più consistenti, e può essere stimata in oltre 650 mila unità. Alla nutrita comunità dei Marocchini (430 mila), si aggiungono Tunisini (103 mila), Egiziani (82 mila), Algerini (25 mila), cui si sommano alcune migliaia di Libanesi, Siriani, Giordani, Sudanesi, Iracheni e Libici. Conseguenza fondamentale di questi vistosi fenomeni migratori è la crescita del numero di studenti di origine straniera che frequentano le scuole italiane: nel 2010, secondo il rapporto Istat, si è arrivati a 629 mila studenti, di cui quelli di origine araba sono circa 115 mila.

Tutti sono coinvolti da questo fenomeno: non c’è scuola in Italia, persino nei più piccoli paesi dell’entroterra, che non conti qualche straniero tra i suoi alunni, o lo conterà nel vicino futuro. Dietro i dati statistici, però, vi sono storie, persone, bisogni, e questi sollecitano la società italiana in generale, e la scuola in particolare, a riflettere su come integrare i nuovi cittadini e trasformare questo fenomeno, potenzialmente e strumentalmente fonte di contrasti, in un’opportunità di incontro ed arricchimento reciproco, un banco di prova persino della tenuta culturale e della vita democratica della Repubblica.

 

2. Nell’affrontare questa difficile sfida, possiamo essere aiutati dalla storia, che ci insegna come l’Italia sia sempre stata, per vocazione geografica e culturale, un paese dell’incontro con l’altro: nel corso della storia la penisola italiana ha costruito la sua cultura anche grazie all’apporto di civiltà assai diverse: francesi e scandinavi (dai Franchi ai Normanni), germani e spagnoli (dai Longobardi alla dominazione Aragonese). Lo stesso si può dire della cultura araba, con cui siamo entrati in contatto dal Medioevo fino ai nostri giorni e che ha lasciato tracce indelebili nella nostra civiltà, nella nostra lingua, nella nostra geografia e persino nelle categorie concettuali, con buona pace di chi ritiene di non avere (o di non voler avere) nulla a che fare con questi popoli.

Questa influenza di lunga durata, si può rintracciare nei cosiddetti arabismi, le parole cioè entrate a fare parte integrante del vocabolario italiano, ma per le quali si può individuare un’origine araba: si tratta di termini ed espressioni, spesso insospettabili, che riguardano le innovazioni tecniche, le discipline scientifiche e matematiche, le abitudini alimentari, le attività economiche o di svago, e che fecero sentire i propri effetti nei primi secoli della lingua italiana.

Varie sono le cause storiche che hanno determinato la penetrazione di parole arabe nell’italiano (e nei suoi dialetti). La prima è di natura politico militare: dall’epoca dell’espansione dell’Islam si imposero lungo le coste del Mediterraneo una serie di governatorati o califfati arabo-islamici che fecero sentire la loro influenza anche nei territori romanzi e soprattutto in Spagna ed in Italia. La Sicilia, ad esempio, tra l’827 al 1091 fu conquistata e direttamente governata da dinastie arabe; pertanto qui e in altri territori dell’Italia meridionale, la penetrazione della loro lingua fece sentire più stabilmente i suoi effetti nel dialetto. Basti pensare ai numerosi termini siciliani, alcuni passati nell’italiano (tra tutti zagara, dall’arabo zahr “fiore” e, in particolare, in Africa settentrionale, “fiore d’arancio”),  o ai numerosi toponimi meridionali (Marsala da marsa “porto”, Gibellina da gebel “monte”, Caltanissetta da kalat “castello”, mentre la Rabatana, il quartiere arabo di Tursi, reso famoso dal poeta Albino Pierro, testimonia l’insediamento saraceno in Basilicata). D’altro canto, anche le crociate, condotte dall’Occidente europeo contro gli Arabi d’Oriente e dell’Africa settentrionale, pur con le loro motivazioni di intolleranza religiosa, di interessi economici e di dominio territoriale, furono un altro canale di arrivo di termini arabi nelle lingue europee.

3. Connesso agli eventi bellici e di conquista vi è poi un secondo motivo economico e commerciale. É appena il caso di scomodare Henri Pirenne, per ricordare come fin dall’età romana il «Mare nostrum fosse stato veicolo di idee, religioni, mercanzie»; e come abbia continuato ad esserlo anche dopo la caduta dell’impero, grazie all’«unità mediterranea» garantita da Bisanzio; ma fu «dopo la conquista della Spagna, e soprattutto, dell’Africa» che, secondo la nota tesi dello storico belga, il Mediterraneo diviene «un lago musulmano»[1], poiché, come aveva affermato lo storico Ibn Khaldun, i cristiani del tempo “riescono a malapena a far galleggiare una tavola”. Per questo motivo quando, dopo l’XI secolo, con i movimenti delle crociate, i traffici tra Occidente ed Oriente ripresero, le navi delle città marinare italiane, divenute le nuove protagoniste delle rotte commerciali, entreranno in concorrenza con quelle arabe. Saranno quindi i continui contatti tra i mercanti arabi e quelli italiani a favorire la diffusione di numerosi elementi lessicali presi a prestito dall’arabo, anche in quei territori, come Genova, Pisa e Venezia, che non subirono la dominazione araba. Se, infatti, nella maggior parte dei casi è molto difficile riuscire a definire come i termini arabi siano pervenuti in italiano, per quelli transitati da queste città vi sono spesso  sufficienti testimonianze.

 

Ad esempio è possibile seguire l’evoluzione semantica del termine facchino, dall'arabo faqīh, in origine “giureconsulto, teologo”, poi passato ad indicare nel linguaggio dei mercanti veneziani il “legale chiamato a dirimere questioni doganali” ; la degradazione a “chi porta pesi e colli” sarebbe avvenuta nei secoli XIV-XV in seguito alla crisi economica della comunità islamica: i funzionari doganali si ridussero a vendere stoffe, portandole sulle proprie spalle al mercato. Anche un altro termine, oggi percepito dai parlanti come completamente italiano, sembra invece avere un’origine araba (è discusso se penetrato attraverso Pisa o la Sicilia): ragazzo, dall’arabo raqqās, nel Maghreb del XIII secolo significava “fattorino, corriere, messaggero”, diffuso nella terminologia doganale, è quindi passato a indicare chi compie mansioni umili, come il “garzone di stalla”. Pure questa voce fa ormai parte del nostro patrimonio linguistico perché è  entrato nell’italiano da secoli. Per verificarlo, si può far uso di una certa risorsa informatica, inoltre disponibile gratuitamente on line: il sito internet http://www.intratext.com permette di interrogare un corpus di testi per cercare la presenza e la frequenza di una parola, fornendo anche il contesto in cui è inserita[2]. Digitando il lemma ragazzo nella Commedia dantesca, ad esempio, il programma riporta (If. 29, 76-77): «non vidi già mai menare stregghia / a ragazzo aspettato dal segnorso», dove ha appunto il valore di “stalliere”, proprio come nel Decameron (Dec. 2, 8): «va come ragazzo nello essercito del re» (con 7 occorrenze nella stessa novella).

Una parola che invece è transitata per più strade lungo le rotte commerciali, assumendo forme differenti nelle varie città, è l’arabo dār-sinā’ā, diventato terzenale ad Ancona, tarzanà a Palermo, giungendo nell’italiano darsena a Genova e Pisa, mentre a Venezia è l’arsenale, inteso come il luogo dove si costruiscono e riparano le navi, attraverso la forma usata da Dante (If, 21, 7): «Quale ne l'arzanà de' Viniziani».

Una parola diffusasi con il successo del Milione di Marco Polo è assassino, la cui terribile storia è narrata nei capitoli 40 e 41 («E li assesini vanno e fannolo molto volentieri», con quanto segue): dall'arabo hashishiyya, significava letteralmente “fumatore di hashish” e indicava i membri della potente setta ismailita dei Nizariti, con centro nella fortezza di Alamut in Persia, che seguivano con fanatica obbedienza il loro capo, conosciuto come “il Veglio della Montagna”. La setta era famosa per terrorizzare i nemici con omicidi politici e per indurre nei suoi adepti fedeltà e coraggio senza pari, racconta Marco Polo, il loro capo li spingeva ad inebriarsi, prima di inviarli a compiere i loro crimini (da questi fatti è stato tratto un videogioco di successo, “Assassin’s Creed”, sulla cui origine però gli adolescenti hanno scarsa coscienza storica). Il termine è passato così a designare chi commette omicidi; ed è il valore che troviamo già in Dante (If. 19, 49-50): «Io stava, come 'l frate, che confessa / Lo perfido assessin».

 

4. Ma molti altri sono i termini frutto degli intensi scambi commerciali con il mondo arabo: infatti la maggior parte degli arabismi ha un carattere concreto, e indicano il prestito lessicale insieme al passaggio della cosa designata. Pensiamo ai nomi di frutti o spezie, che giunsero in Europa grazie alla mediazione araba: l’albicocco (da al-barqūq, che indica le prugne o susine); l’arancio (da nāranģ, di origine persiana o sanscrita e che in italiano ha subito l’aferesi della n- poiché ritenuta parte dell’articolo: *un narancio > un arancio); il carciofo (dal collettivo kharshūf) , il gelsomino (dall’arabo jasmin, che deriva dal persiano yāsamīn e indica il profumato fiore del gelso); il limone (da līmūn, giunto in Occidente con le crociate); la melanzana (da bādingiān), lo zafferano (da za'farān, il “croco”), gli spinaci (dal persiano aspanākh), il vitigno dello zibibbo (dall’arabo zabīb cioè “uva passita”) e lo zucchero (da sukkar ossia “dolce”). Questo termine permette di evidenziare un fenomeno sottolineato dal Migliorini: spesso in Spagna nei termini arabi viene conglutinato l’articolo al- (infatti carciofo in spagnolo è alcachofa, come zucchero è azucar), se ne conclude  «che quando un arabismo italiano comincia con al- è con ogni probabilità passato attraverso la Spagna»[3].

Non stupisce poi che siano arabe molte parole del gergo della marineria: così è per ammiraglio, da al-'amir a ālīž, cioè “comandante supremo”, che viene riferito al comandante della flotta per la prima volta nella Sicilia normanna e di qui poi diffuso in tutta Europa (cfr. francese amiral o inglese admiral); e nel Purgatorio dantesco troviamo (Pg. 30, 58) «Quasi ammiraglio che in poppa e in prora»; così in Boccaccio si narra di Ruggieri de Loria (Ruggero di Lauria), il famoso ammiraglio del re spagnolo Federico II (Dec. 5, 6).

Tra i termini marinareschi ricordiamo anche il cassero della nave (da qașr, la parte più fortificata di un castello, a sua volta dal bizantino kástron, il castrum latino). O la forma aguzzino, dal catalano algozir, e questo dall'arabo al-wazīr  “luogotenente”; con degradazione semantica definiva chi, nelle galere, sorvegliava i rematori ed assegnava le punizioni corporali.

L’abilità mercantile araba viene, poi, testimoniata da una lunga lista di parole relative al mondo del commercio: se il mercato arabo per eccellenza è il bazar, introdotte dagli arabi sono anche la dogana (da dīwān, che era il luogo del transito delle merci e anche il registro dove si segnavano), la gabella (qabāla indicava una “cauzione”) e la tariffa (ta'rīfa era la “notificazione” dei prezzi). Arabo è anche il sensale, da simsār, “mediatore”; mentre il fondaco, che indicava il deposito per lo stoccaggio o la bottega per la vendita all’ingrosso, deriva da funduq, “modesta dimora o locanda per i mercanti”; la stessa origine araba appartiene a un termine che oggi consideriamo del tutto italiano: il magazzino deriva precisamente da makhzin, che è il plurale di makhzan “deposito”.  Di questi termini sarà ricco il Decameron, per la lunga pratica mercantile del suo autore; si pensi alla novella (Dec. 8, 10) sullo sfondo di Palermo, dove si può apprezzare il realismo di Boccaccio nel ricreare gli ambienti anche attraverso la precisione linguistica:

Soleva essere, e forse che ancora oggi è, una usanza in tutte le terre marine che hanno porto così fatta, che tutti i mercatanti che in quelle con mercantie capitano, faccendole scaricare, tutte in un fondaco, il quale in molti luoghi è chiamato dogana, […] le portano; e quivi […] è dato […] al mercatante un magazzino nel quale esso la sua mercantia ripone e serralo con la chiave; e li detti doganieri poi scrivono in sul libro della dogana a ragione del mercatante tutta la sua mercantia […]. E da questo libro della dogana  assai volte s’informano i sensali e della quantità e delle qualità delle mercantie.

Curiosa è anche la differente origine dei termini omonimi zecca: intesa come l’officina dove si coniano le monete, viene dall'arabo (dār as-)sikka “(casa della) moneta”; mentre la zecca come parassita succhiasangue deriva da una voce diffusa presso i poco curati barbari: è la zëkka dei Longobardi. Esempio di storia della lingua come storia dell’igiene.

Come ha sottolineato il linguista Paolo Zolli, però, oltre a questi scambi diretti, «l’influenza araba in Europa si manifestò per via indiretta, cioè attraverso le traduzioni dall’arabo in latino di testi filosofici, astronomici, medici»[4]. Si tocca qui il tema centrale della penetrazione in Europa di un lessico arabo che testimonia il passaggio nella cultura occidentale delle opere dell’antica cultura greca classica e alessandrina (da Platone ed Aristotele a Tolomeo, Euclide e Galeno), giunta attraverso la mediazione dei filosofi, traduttori e commentatori arabi, e insieme di un’imponente mole di dottrine scientifiche e di acquisizioni tecniche espresse in testi specialistici, che spesso attraverso la Spagna, mediante una complessa trafila di traduzioni (dall’arabo al volgare o all’ebraico e quindi al latino) passarono poi nelle Università e nei maggiori centri della cultura europea tra il XII e il XIII secolo.

 

6. In definitiva, avvicinarsi al tema degli arabismi, coincide con l’immergersi nel crogiuolo che ha dato origine alla stessa civiltà occidentale; anzi, in quello che è considerato l’aspetto più peculiare dell’occidente: la cultura scientifico-tecnico-matematica, che invece risulta aver ricevuto un impulso decisivo dalla mediazione araba.

Si ricordino i seguenti termini dell’astronomia: l’almagesto, dall’arabo al-Magisī, è l’adattamento del greco megístē (sýntaksis) “massimo (compendio)” con l’articolo al-; che era il titolo con cui fu nota l’opera astronomica di Tolomeo, la Raccolta matematica, che contiene l’esposizione completa del sistema geocentrico, passato nel Medioevo a indicare ogni grande trattato di astronomia. Vi è poi l’almanacco, da al-manākh, con cui gli Arabi della Spagna indicavano le  tavole astronomiche da cui si ottenevano la posizione del sole e della luna per ogni giorno dell’anno. Arabi sono i termini scientifici impiegati ancora oggi nello studio astronomico: lo zenit, che deriva da samt (al-ru’us), “direzione (delle teste)” e indica il punto in cui la verticale che passa per l’osservatore incontra la sfera celeste); il nadir da nadhir, “opposto” (che è infatti il punto opposto allo zenit); l’azimut da as-sumūt, “le direzioni”, attraverso lo spagnolo acimut, per indicare l’angolo che misura l’altezza di un astro sull’orizzonte.

Ancora più significativi sono gli arabismi nella matematica: algebra è voce introdotta in Occidente da Leonardo Fibonacci, col suo famoso Liber Abbaci (1202) e risale all’arabo al-giabr “restaurazione”, che indicava il trasferimento di un termine da un membro all’altro di un’equazione, con cambiamento di segno, che è una delle più comuni operazioni, appunto, algebriche.

L’algoritmo, poi, deriva dal nome del matematico al-Khuwārizmī (nativo del Kwarizm, in Asia centrale) e indicava nel Medioevo un tipo di calcolo numerico, prima di passare oggi a designare il processo fondamentale delle operazioni informatiche (cfr. l’inglese alghorithm).

Ma anche il nome per designare lo zero è di etimo arabo: sifr, “vuoto, nulla”; il termine e il concetto furono trasmessi in Occidente dai matematici arabi, che lo avevano tratto da quelli indiani, i quali avevano designato l’assenza di unità con un aggettivo. Fu ancora Fibonacci a latinizzare questo lemma in zephirum, divenuto in italiano zefiro, zefro e infine zero (documentato dal 1491), passando poi nelle altre lingue. La stessa parola araba sifr, è stata adattata nello spagnolo cifra, che in italiano passa a cifra per indicare genericamente il numero.

Di origine araba è anche la nomenclatura chimico-alchemica, sviluppata nel Medioevo dagli  alchimisti arabi che posero le basi empiriche della moderna scienza. L’ alchimia, infatti, era la disciplina occulta che si proponeva di trasformare, attraverso oscure misture e distillazioni, i metalli vili in oro; il termine deriva dall’arabo al-kimiyā, che indicava la “pietra filosofale”, in grado di operare questa innaturale trasformazione. E per pratica d’alchimia sono da Dante condannati Griffolino (If. 29, 119-120): «Me per l'alchímia, che nel mondo usai, / dannò Minos» e Capocchio (If. 29,137): «falsai li metalli con l'alchímia».

Così l’elisir, il liquore curativo, deriva dall’arabo, aliksīr (dal greco xerós, secco), anch’esso designante la “pietra filosofale”, ritenuta pure taumaturgica. Termini arabi sono ancora l’atanor (la fornace alchemica) e l’alambicco (al-anbiq, a sua volta derivato dal greco ámbix, “tazza”). I termini arabi per la soda (al-natrun) e il potassio (al-qali) hanno dato origine agli attuali nomi internazionali del sodio e potassio, Natrium e Kalium, mentre in italiano hanno prodotto i derivati nitrati e alcali.

Il termine alcol, infine, dall’arabo di Spagna al-kuhl, indicava la polvere finissima (solfuro d'antimonio o piombo) usata per annerire le ciglia; poi, gli alchimisti generalizzarono il senso in quello di “polvere impalpabile” e Paracelso estese ancora il significato in “elemento essenziale” o “essenza”; nel suo latino infatti alcohol vini è dunque “l'essenza del vino”.

 

7. Ma proprio l’ambito del gioco non manca di riservarci delle sorprese: anche il padre Dante, nostro dux vulgaris eloqui, nel felice paragone che apre il canto sesto del Purgatorio, ricorda (Pg. 6, 1) «il gioco de la zara», fatto con tre dadi e assai diffuso nell’età medioevale, in cui bisognava prevedere il punteggio totalizzato in un tiro; questo termine ha origine da zahr, “dado” in arabo, che attraverso la forma az-zahr ha finito con il produrre anche il termine italiano azzardo (attraversi il francese hasard), che è proprio il rischio imprevedibile a cui si sottopone chi pratica un gioco del tutto casuale o aleatorio (da alea, “dado” in latino).

Nel Paradiso invece si cita un altro famoso gioco (Pd. 28, 93), nella densa metafora: «più che ‘l doppiar de li scacchi s'inmilla»; tanto diffuso e piacevole doveva essere il gioco degli scacchi tra Due e Trecento, che lo ritrovano anche i giovani della brigata boccaccesca, nell’ameno soggiorno descritto nell’Introduzione alla prima giornata: «Qui è bello e fresco stare, e hacci, come voi vedete, e tavolieri e scacchieri, e puote ciascuno […] diletto pigliare». Come le cifre “arabe”, anche il gioco deve essere transitato dall’India alla Persia, quindi nel mondo islamico fino in Spagna. In italiano il termine arriva attraverso il provenzale escac, derivato da una formula mista arabo-persiana: quella che indica la fine del gioco “scacco matto”, da shāh māt,  “il re è morto”.

La presenza di queste parole, la loro origine, la storia del loro arrivo, del loro contesto d’uso, può aiutarci a comprendere che il mondo globalizzato non è una scoperta recente, e può aiutare a trovare un terreno comune su cui costruire una nuova identità. Le difficoltà sono notevoli, senza dubbio, ma è nell’integrazione culturale e sociale che si gioca la partita vera, in cui si deciderà ciò che diventerà l’Italia nei prossimi anni, non solo nelle riforme istituzionali o economiche o politiche. Si tratta di assumere nuova consapevolezza della propria cultura, dell’importanza e dell’ineluttabilità dei flussi di scambio e dei contatti tra popoli e civiltà, al fine di facilitare il dialogo. Nella coscienza che l’incontro, senza timore o diffidenze preconcette, se ben concertato e consapevole, costituisce sempre una possibilità di crescita.

 


 

[1]

H. Pirenne, Maometto e Carlomagno, Newton Compton, Roma 1993 (ed. orig. fr. 1937), pp. 27 e 135.

[2]

La stessa operazione si può svolgere anche con la LIZ - Letteratura Italiana Zanichelli, che però è in vendita in CD-ROM; e in verità anche con una semplice ricerca su un qualsiasi testo elettronico o e-book (txt, pdf, epub). Il sito internet Intratext, però, si adatta alla didattica in quanto buon compromesso tra servizio gratuito e sistematicità del risultato.

[3]

B. Migliorini, Storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni 1960, p. 163.

[4]

P. Zolli, Le parole straniere, Zanichelli, Bologna 1986 (1a ed. 1976), p. 97.