Letteratura

<<Sez. Letteratura - Italianistica>>

Venerdì 5 Dicembre 2014 "uscita n. 14"

 

“Per amore”, una formula ricorrente nei Promessi sposi (analisi statistica)

di Pier Angelo Perotti

 

 § 1. Prescindendo dai casi di altro genere citati al § 2, la locuzione «per (l’)amor(e) (di)» – che di    solito equivale a “al fine, a causa di”[1] – ricorre 11 volte nei Promessi sposi[2], dove ha perlopiù funzione causale[3]:

 

I, 21: «per amor d’un pezzo di carta [una grida] attaccato sulle cantonate»;

IV, 69: «vivere [Lodovico] co’ birboni, per amor della giustizia»;

V, 96: «ma don Rodrigo gli [ad Attilio] dié d’occhio, per fargli intendere che, per amor suo, cessasse di contraddire»;

VII, 122 [Renzo a Lucia]: «“Oh via! per amor di chi vado in furia?”»;

VIII, 140: «Il santo [Carlo] v’era paragonato, per l’amore allo studio, ad Archimede»;

XV, 300 [Renzo al notaio criminale]: «“vedo bene cos’è l’origine di tutto questo: gli è per amor del nome e del cognome”»;

307: «ma c’era de’ guai, per amor della cappa nera» [del notaio criminale];

XVII, 335 [a proposito del traghettatore dell’Adda]: «non tanto per amore del poco e incerto guadagno che gliene poteva venire»;

XXVI, 497 [il cardinale a don Abbondio]: «“Vorrei, per amor vostro, che intendeste [...]”»;

XXVII, 519: «[Lucia] Lo [Renzo] difendeva o si proponeva di difenderlo, per puro dovere di carità, per amore del vero»;

XXXIII, 639 [don Abbondio a Renzo]: «“Fate a modo d’un vecchio [...], e che vi parla per l’amore che vi porta”».

 

Nel Fermo e Lucia[4], le occorrenze complessive sono 10, tutte con valore prevalentemente causale:

introd., 9: «per amore del vero»;

II, VIII, 94: «per amor della pace»;

III, IV, 31 [il cardinale a don Abbondio]: «“per amor vostro non meno che pel loro”»;

 33 [id.]: «“per l’amore che possono attirarvi da Dio”»;

 37 [don Abbondio al cardinale]: «“per amore di quella regolarità che tanto le piace”»;

 III, IX, 17: «per amore della brevità»;

 IV, II, 13 []: «per amore del loro curato si caricassero delle sue masserizie»;

 IV, III, 29 [di Ludovico Settala]: «per amore del luogo natale»;

 65 []: «quando per amore di prevenzioni diverse, e quando per le vere e buone ragioni»;

 IV, IX, 17: «per amore o per forza» [nell’episodio in cui don Rodrigo, nel lazzeretto, muore mentre fugge a cavallo: l’episodio – e dunque anche la formula – è stato eliminato nei P. S.].

 

§ 2. La stessa espressione «per (l’)amor(e) (di)»[5] troviamo tra le locuzioni interiettive presenti nei P. S.[6], che mette il conto di registrare. Due sono le varianti, entrambe con la forma tronca: (a) «per (l’)amor del cielo» (23 volte), e (b) «per (l’)amor di Dio» (4 volte), per un totale di 27 occorrenze. Vediamo i singoli casi:

(a) «per (l’)amor del cielo»:

I, 25 [pensieri di don Abbondio]: « – e cosa ho da rispondergli, per amor del cielo? – »;

28 [don Abbondio a Perpetua]: «“Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire”»;

ibid. [id.]: «“Per amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi”»;

29 [id.]: «“per amor del cielo!”»;

30 [id.]: «“per amor del cielo!”»;

II, 36 [don Abbondio a Renzo]: «“via, via, non v’alterate, per amor del cielo”»;

41 [id.]: «“Vorrei vedere che mi faceste…! Per amor del cielo! Non si scherza”»;

III, 49 [Lucia a Renzo]: «“Ah! no, Renzo, per amor del cielo!”»;

ibid. [ead.]: «“No, no, per amor del cielo!”»;

ibid. [Agnese a Renzo]: «“No, no, per amor del cielo!” ripeteva Agnese»;

ibid. [ead.]: «“Ma non lo [l’Azzecca-garbugli] chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome”»;

VI, 102 [fra Cristoforo a don Rodrigo]: «“Per amor del cielo, per quel Dio, al cui cospetto dobbiam tutti comparire...”»;

107 [vecchio servitore a fra Cristoforo]: «“per amor del cielo... non mi nomini”»;

VII, 120 [Lucia a Renzo]: «“No, no, per amor del cielo…!”»;

ibid. [Agnese a Renzo]: «“Non dite queste cose, per amor del cielo”»;

VIII, 149: «Era Menico che veniva di corsa, mandato dal padre Cristoforo ad avvisar le due donne che, per l’amor del cielo, scappassero subito di casa»;

XIII, 266 [Ferrer ai domestici del vicario]: «“aprite bene, ch’io possa entrare: e voi, da bravi, tenete indietro la gente, non mi lasciate venire addosso… per l’amor del cielo!”»;

267: «Ferrer, appena seduto, s’era chinato per avvertire il vicario, che stesse ben rincantucciato nel fondo, e non si facesse vedere, per l’amor del cielo»;

XXXIII, 639 [don Abbondio a Renzo]: «“Ma voi, dico, cosa venite a far da queste parti, per l’amor del cielo!”»;

XXXIV, 665 [Renzo a una donna alla finestra]: «“Ma un momento, per l’amor del cielo! Con la peste?”»;

XXXVI, 697 [Lucia a Renzo]: «“Andate, andate, per amor del cielo!”»;

698 [ead.]: «“Andate, per amor del cielo, e non pensate a me…”»;

700 [ead.]: «“Ma, per amor del cielo, per l’anima vostra, per l’anima mia, non venite più qui, a farmi del male, a… tentarmi”».

Si tratta di una specie di intercalare usato soltanto dai personaggi: direttamente o, in due occorrenze (VIII, 149 e XIII, 267), riportato dall’autore nel discorso indiretto.

 

Nel F. e L. la stessa espressione ricorre 22 volte (inclusa la reticenza o ellissi «“lasciami stare per amor...”» in  II,  VI,  4 [Geltrude a Egidio]), con la particolarità che non vi si trova mai la forma con l’articolo «per l’amor del cielo»; inoltre, anche in questa prima redazione del romanzo è assente la forma piena «per (l’)amore del cielo»:

 I, I, 66 [Vittoria (= Perpetua) a don Abbondio]: «“Oh per amor del cielo, che va ella mai rimescolando”»;

 I, III, 9 [Lucia a Fermo]: «“Ah no Fermo per amor del cielo!”»;

ibid. [ead.]: «“No no per amor del cielo”»;

ibid. [Agnese a Fermo]: «“No, no per amor del cielo”, ripeteva Agnese»;

 I, IV, 47 [fratello del nobile ucciso a fra Cristoforo]: «“Padre si alzi per amor del cielo”»;

 I, VI, 13 [fra Cristoforo a don Rodrigo]: «“ma per amor del cielo, per quel Dio innanzi a cui dobbiamo tutti comparire”»;

 31 [vecchio servitore a fra Cristoforo]: «“Vada vada per amor del Cielo, e non mi tradisca”»;

 I, VII, 45 [Fermo a Gervaso]: «“Zitto, zitto”, disse tosto Fermo, “per amor del cielo”»;

 I, VIII, 7 [Menico ai fuggiaschi]: «“Tornate indietro per amor del cielo!”»;

 II, IV, 54 [a proposito di Geltrude]: «ma quali consolazioni, per amor del cielo!»;

 II, VI, 4 [Geltrude a Egidio]: «“No no, per amor del cielo”, rispose Geltrude»;

ibid. [ead.]: «“lasciami stare per amor...”» (cfr. qui sopra);

 II, IX, 15 [ead.]: «“Non giurate, per amor del Cielo”»;

 III, II, 21 [conte del Sagrato a don Abbondio]: «“Zitto, per amor del cielo”, interruppe il Conte»;

 IV, II, 24 [don Abbondio a Perpetua]: «“Sì, zitto zitto per amor del cielo”, rispose Don Abbondio»;

 IV, V, 52 [don Abbondio a Fermo]: «“per amor del cielo!” disse, “voi qui?”»;

 60 [don Abbondio a Fermo]: «“No, Fermo, per amor del cielo, non mi fate un marrone”»;

 IV, VI, 57 [Fermo alla signora Ghita (= donna Prassede)]: «“Non c’è più!” gridò Fermo, [...]. “Dov’è ella? per amor del cielo”»;

 IV, VIII, 42 [Lucia a Fermo]: «“Zitto zitto, non andate avanti, per amor del Cielo”»;

ibid. [Fermo a Lucia]: «“Parlate per amor del cielo!”»;

 47 [Lucia a Fermo]: «“Partite, per amor del cielo; e non vi ricordate di me, che quando pregate il Signore”»;

 50 [ead.]: « – Non tornate più qui per amor del cielo, – voleva ella dire, ma non lo disse».

Anche qui l’espressione interiettiva è sempre messa in bocca ai personaggi, con l’eccezione di  II,  IV,  54, dove è un commento dell’autore. Rileviamo che in due occasioni (I,  VI,  31 e  II,  IX,  15) «Cielo» è scritto con la maiuscola.

 

(b) «per (l’)amor di Dio»[7], sempre con il sostantivo tronco, e una sola volta (III, 49) senza l’articolo:

III, 49 [Agnese]: «“Oh che imbroglio, per amor di Dio!”»;

VIII, 145 [Lucia a Renzo]: «“andiamo, andiamo, per l’amor di Dio”»;

In un solo caso la formula – sostanzialmente priva del consueto senso d’interiezione – ha un’appendice, che le conferisce il particolare sapore di rafforzativo di una supplica:

XX, 388 [Lucia ai bravi rapitori]: «“oh!” diceva: “per l’amor di Dio, e della Vergine santissima, lasciatemi andare!”».

Anche nel caso seguente la locuzione non ha valore interiettivo, ma ha la stessa funzione precedente di dare maggior intensità alla preghiera:

IV, 78 [fra Cristoforo al fratello del nobile ucciso]: «“non potendo altro che farle inefficaci e tarde scuse, la supplico d’accettarle per l’amor di Dio”».

 

Nel F. e L., 8 occorrenze, di cui 6 con la forma tronca, e una sola con l’articolo:

 I, I, 65 [Vittoria a don Abbondio]: «“Ma, signor padrone, per l’amor di Dio mi dica che cosa ha”»;

 I, II, 31 [don Abbondio a Fermo]: «“Fermo, Fermino, per amor di Dio, aprite, guardate quel che fate, pensate all’anima vostra”»;

 I, V, 6 [pensieri di fra Cristoforo]: «“toccare Don Rodrigo, già! per amor di Dio! chi l’oserebbe?”»;

 II, VI, 34 [Lucia alla Signora]: «“ed ora io non sarei qui lontana dalla mia patria, come una sbandata, a domandare un ricovero per amor di Dio”»;

 II, X, 6 [Lucia ai bravi rapitori]: «“Lasciatemi andare per amor di Dio”, ripigliò ella con voce più fioca»;

 9 [ead.]: «“Oh per amore di Dio, della Madonna”»;

ibid. [ead.]: «“per amore di Dio, lasciatemi andare”»;

 III, VII, 10 [Ferrer ai domestici del vicario]: «“signori, aprite bene, ch’io entri, e voi ritenete la gente per amor di Dio”».

 

Sarà un caso, ma nessuna delle due locuzioni è utilizzata da don Rodrigo, né direttamente né nel discorso indiretto: non si può escludere che tale assenza abbia la precisa finalità di sottolineare l’indifferenza per la religione da parte di quest’uomo, peraltro assai superstizioso, come ben risulta dalla sua reazione apotropaica all’anatema di fra Cristoforo «“Verrà un giorno...”» (VI, 104), che evidentemente lo turba, come è precisato più avanti (VII, 129):

L’apprensione che quel verrà un giorno gli aveva messa in corpo, era svanita del tutto, co’ sogni della notte; e gli rimaneva la rabbia sola, esacerbata anche dalla vergogna di quella debolezza passeggiera,

e come è chiaramente indicato dall’incubo nella notte che precede la scoperta di avere contratto la peste (XXXIII, 627-628).

Non basta: nel corso del romanzo il signorotto non pronuncia mai il nome di Dio[8], forse per la stessa paura superstiziosa che aveva provocato in lui la tronca minaccia del frate, il che è un ulteriore elemento che lo differenzia dall’innominato – che pure era, prima della palingenesi, un malfattore indubbiamente peggiore di lui –, facendo di don Rodrigo un farabutto vile e meschino non solo di fronte agli uomini ma anche al cospetto di Dio. È dunque normale, anzi necessario, che l’innominato menzioni Dio prima e durante il processo di conversione – in totale una quindicina di volte: XXI, 399 (4 volte); XXIII, 430 (6), 432 (2), 446 (1); XXIV, 472 e 473 (1 ciascuna); XXX, 578 (1) –, prima per dichiarare la sua indifferenza nei suoi confronti, poi per invocarne il perdono.

 

Hàpax nei P. S. è la locuzione «d’amore e d’accordo» (assente nel F. e L.):

XV, 300: «[il notaio criminale] desiderava dunque di spicciarsi; ma avrebbe anche voluto condur via Renzo d’amore e d’accordo».

 

§ 3. Ancora nell’ambito delle locuzioni esclamative, la formula «per carità» conta 15 presenze nei P. S.:

II, 39 [don Abbondio a Renzo]: «“Renzo! Renzo! per carità, badate a quel che fate; pensate all’anima vostra”»;

VII, 121 [Lucia a Renzo]: «“Ah no! per carità, non dite così, non fate quegli occhi”»;

XIII, 264 [Ferrer alla folla]: «“Un po’ di luogo, per carità”»;

XV, 297 [l’oste della ‘luna piena’ al notaio criminale]: «“Io? per carità! io non credo nulla: abbado a far l’oste”»;

XVIII, 353 [Agnese a fra Galdino]: «“Oh per carità!” esclamò Agnese»;

XX, 388 [Lucia ai bravi rapitori]: «“Lasciatemi andare, per carità”»;

XXI, 399 [Lucia all’innominato]: «“Mi lasci andare, per carità mi lasci andare!”»;

ibid. [ead.]: «“Oh Vergine santissima! mia madre! mia madre, per carità, mia madre!”»;

400 [Lucia alla vecchia serva dell’innominato]: «“Ditemi voi, ditemi per carità, chi è quel signore… quello che m’ha parlato?”»;

XXXIV, 665 [Renzo a una donna alla finestra]: «“Un momento, per carità! La non c’è più? Dov’è?”»;

ibid. [id.]: «“Quella signora! quella signora! una parola, per carità! per i suoi poveri morti!”»;

XXXV, 679 [fra Cristoforo a padre Vittore]: «“Quel tale principalmente! se mai desse il più piccolo segno di tornare in sé, avvisatemi subito, per carità”»;

XXXVI, 698 [Lucia a Renzo]: «“No, no; andate per carità!”»;

701 [ead. (bis)]: «“Per carità, Renzo, per carità, per i vostri poveri morti, finitela, finitela; non mi fate morire…”».

 

In altre 4 occasioni l’espressione ha valore approssimativamente causale:

XII, 237 [effetti della carestia]: «eran costretti d’andare ad accattarlo per carità»;

XXVIII, 532 «molti di quella genìa de’ bravi che, perduto, [...], quel loro pane scellerato, ne andavan chiedendo per carità»;

535: «In quelle [le case] de’ benestanti, erano per lo più ricevuti per carità»;

708 [fra Cristoforo ai P. S.]: «“qui dentro c’è il resto di quel pane… il primo che ho chiesto per carità”».

 

La stessa forma interiettiva compare 3 volte nel F. e L.:

 I, II, 10 [Fermo a don Abbondio]: «“Ma per carità, non mi tenga così sulla corda; mi dica che cosa c’è”»;

 II, IX, 19 [Geltrude a Egidio (a proposito di Lucia)]: «“ma lasciatemela per carità, questa lasciatemela, mi diventerà cara”»;

 III, IV, 63 [Lucia ad Agnese]: «“Non era destinato che fossimo... non ci pensiamo per carità”».

Ovviamente non sono compresi nel conteggio i due casi seguenti:

 III, I, 39 [il cardinale al parroco di Chiuso]: «e lo pregò di sceglier tosto fra le sue parrocchiane la donna più atta a questo uficio per saviezza, e la più pronta per carità ad assumerlo»;

 IV, VII, 69 [fra Cristoforo a Fermo]: «“mi son tolto alla carità per la carità”».

 

§ 4. La formula «grazie a Dio» è hàpax nei P. S.:

XXIV, 452 [la moglie del sarto a Lucia]: «“A casa mia, grazie a Dio, troveremo subito qualcosa [da mangiare]”»,

e presente 6 volte nel F. e L.:

I, VI, 63: «In tutto il tempo del desinare (il quale non era grazie a Dio più scarso dell’ordinario [...])»;

II, V, 4: «ella giungeva ad un segno del quale grazie a Dio, non si può avere una idea dalla esperienza comune del vivere presente»;

II, VI, 34 [Lucia alla Signora]: «“Non ch’io gli desideri del male, no grazie a Dio, [...]”»;

IV, VII, 47 [Fermo a fra Cristoforo]: «“L’ho avuta, e ne sono uscito salvo, grazie a Dio”»;

72 [fra Cristoforo a Fermo]: «“son quarant’anni ch’io vi penso, e grazie a Dio, per quarant’anni ne ho avuto dolore”»;

IV, IX, 21 [Fermo a don Abbondio]: «“Son qui”, rispose Fermo, “grazie a Dio, e sono ad avvertirla che [...]”».

Osserviamo che in un caso non si tratta della stessa formula degli altri perché non è locuzione avverbiale, ossia usata assolutamente, ma in dipendenza dal verbo “rendere”:

IV, VII, 78 [fra Cristoforo a Fermo]: «“Rendi grazie a Dio”, riprese il padre, [...]».

 

Ricordiamo altre espressioni più o meno interiettive:

«(oh) santo cielo!», 2 occorrenze nei P. S.:

XXIV, 455 [soliloquio di don Abbondio]: « – Parrebbe che volessi tenere dalla parte dell’iniquità. Oh santo cielo! Dalla parte dell’iniquità io! – »;

XXXIII, 640 [don Abbondio a Renzo]: «“Oh santo cielo! Parlate meglio. Possibile che abbiate ancora addosso tutto quel fuoco, dopo tante cose!”»,

e 1 nel F. e L.:

 IV, IX, 34 [don Abbondio a Renzo, Lucia, Agnese e mercantessa]: «“ma, santo cielo! bisogna vestirsi dei panni d’un povero galantuomo”».

 

Altre locuzioni analoghe:

«in nome del cielo», hàpax nei P. S. (assente nel F. e L.):

XXXIII, 641 [don Abbondio a Renzo]: «“In nome del cielo, cosa venite a far qui?”».

 

«col nome del cielo», hàpax nei P. S.:

II, 34 [Renzo a don Abbondio]: «“Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica chiaro e netto cosa c’è”»,

 

e pure nel F. e L.:

 IV, II, 65 [don Abbondio a Perpetua]: «“Ma sapete pure... Col nome del cielo... volete la mia morte!...”».

 

«grazie al cielo», ricorrente 3 volte nei P. S.:

XXIV, 456 [la moglie del sarto a Lucia]: «“Noi, grazie al cielo, non siamo in questo caso: tra il mestiere di mio marito, e qualcosa che abbiamo al sole, si campa”»;

XXIX, 559 [il sarto a don Abbondio]: «“qui non dovrebbero venire coloro: siam troppo fuori della loro strada, grazie al cielo”»;

XXXV, 679 [Renzo a fra Cristoforo]: «“L’ho avuta, grazie al cielo. Vengo… a cercar di… Lucia”»,

 

e 5 nel F. e L.:

 I, II, 8 [Renzo a don Abbondio]: «“Ma grazie al cielo il suo incomodo non è serio”»;

 I, VI, 38 [Agnese a Renzo e Lucia]: «“per me non ho che questa poveretta al mondo, e grazie al cielo non vi sarei di peso, giacché il pane me lo guadagno”»;

 II, VIII, 31 [un bravo dell’innominato a un altro]: «“Eh! Spettinato, grazie al cielo, in gamba”»;

 IV, II, 42 [commento al passaggio dei lanzichenecchi]: «di pericoli, che grazie al cielo tutti svanirono senza danno»;

 IV, V, 67 [Renzo ad Agnese]: «“Grazie al cielo ella [la peste] non ha ammazzato me, ed io ho ammazzato lei”».

Come per «grazie a Dio», in un’occasione la formula non è usata assolutamente, ma dipende dal verbo “rendere”:  

 IV, VIII, 75 [fra Cristoforo ai P. S.]: «“Rendete grazie al cielo che vi ha condotti a questo stato [...]”».

 

«sa il cielo» – che vale “chissà” (cfr. infra, «Dio sa») – ha 10 presenze nei P. S.:

V, 98 [durante il banchetto nel palazzotto di don Rodrigo]: «Sa il cielo quando il podestà avrebbe preso terra»;

VIII, 159 [a proposito della disputa tra fra Cristoforo e fra Fazio]: «e sa il cielo quando e come la cosa sarebbe finita»;

XXIII, 444 [soliloquio di don Abbondio]: «“sa il cielo cos’ha patito: la compatisco; ma è nata per la mia rovina…”»;

XXVI, 499 [il cardinale a don Abbondio]: «“lo sa il cielo se avrei desiderato di tener con voi tutt’altri discorsi”»;

ibid. [id.]: «“lo sa il cielo se m’è stato duro di dover contristar con rimproveri codesta vostra canizie”»;

505 [Lucia alla madre]: «“Cercate un’occasione fidata, e mandateglieli, ché sa il cielo come n’ha bisogno!”»;

XXX, 573 [don Abbondio all’innominato]: «“Sa il cielo se avrei potuto uscir vivo dalle loro mani”»;

XXXIII, 646 [a proposito della corrispondenza tra Agnese e Renzo]: «Agnese gliel aveva bensì fatto scrivere dal suo segretario; ma sa il cielo com’era stato scritto»;

XXXIV, 650 [circa l’uscita di Renzo da Milano]: «E sa il cielo quante porte s’immaginava che Milano dovesse avere»;

XXXVII, 720 [Agnese]: «“eh povera donna! lavori per chi non sai: sa il cielo, questa tela, questi panni, a che sorte di creature anderanno indosso”»,

 

e 16 nel F. e L.:

 I, I, 69 [Vittoria a don Abbondio]: «“Sa il cielo se me ne spiace, Signor padrone”»;

 I, VI, 13 [fra Cristoforo a don Rodrigo]: «“Signor Don Rodrigo: sa il cielo se io ho disegno di spiacerle”»;

 II, I, 20 [discussione dell’autore con un interlocutore immaginario]: «con questi stralci voi vi andate scemando sempre più il numero de’ lettori; e che se avrebbero potuto essere centinaja, sa il cielo se li conterete a dozzine?»;

 II, VI, 33 [Lucia alla Signora]: «ma se gli era pur destino che quel signore dovesse aver qualche cosa a dirmi, sa il cielo, che io sarei ben contenta che m’avesse detto ogni sorta d’ingiurie piuttosto che quello che mi è toccato sentire da lui»;

 II, VII, 18 [l’autore]: «Sa il cielo se il lettore si ricorda di quel garzoncello spedito da Agnese al Padre Cristoforo»;

 II, VIII, 23 [Conte del Sagrato]: «cavò una vacchetta sulla quale sa il cielo che memorie erano registrate»;

 III, III, 14 [Lucia]: «Era la poveretta in questi pensieri, e sa il cielo fin quando vi avrebbe durato»;

 III, IV, 20 [il cardinale a don Abbondio]: «“E quello sventurato giovane; bene avete detto, sa il cielo che cosa ha fatto!”»;

 29 [id.]: «“Sa il cielo come io avrei desiderato di tener con voi tutt’altro discorso”»;

ibid. [id.]: «“sa il cielo se m’è doluto di dover contristare con rimproveri questa vostra canizie”»;

 31 [id.]: «“non restituite loro, nelle occasioni, l’amarezza che può avervi data questa riprensione, che io v’ho fatta, sa il cielo, per amor vostro non meno che pel loro”»;

 III, VII, 29 [commento dell’autore]: «ci dispensano dall’internarci in una digressione la quale sa il cielo quanto avrebbe durato»;

 50 [soliloquio di Fermo]: « – è tardi, a quest’ora il convento sarà chiuso, e sa il cielo quanto è distante – »;

 IV, III, 27 [commento dell’autore]: «Sa il cielo quante quei poveri galantuomini avranno dovuto ingozzarne»;

 IV, V, 61 [don Abbondio a Fermo]: «“E poi la peste! ho dovuto assistere agli appestati... e... ne ho avute io delle cure, sa il cielo! ma l’ho presa anch’io, e son qui vittima della mia carità”»;

 38 [Fermo a Lucia]: «“Ecco!” disse Fermo: “sa il cielo che cosa v’avranno detto di me!”».

 

«sia ringraziato il cielo», 3 volte nei P. S. (assente nel F. e L.):

V, 93 [don Rodrigo]: «“Ah sia ringraziato il cielo! A lei, padre”»;

X, 214 [Agnese a Lucia]: «“E con tutto ciò, sia ringraziato il cielo, che pare che questa signora t’abbia preso a ben volere, e voglia proteggerci davvero”»;

XXXIII, 641 [don Abbondio a Renzo]: «“Ah! sia ringraziato il cielo, che la v’è entrata!”».

 

«oh cielo!», hàpax nei P. S. (assente nel F. e L.):

XXXVI, 695 [Renzo ritrova Lucia]: «gli vien da quella all’orecchio una voce… Oh cielo! è possibile?».

 

«Dio sa» – equivalente a “chissà” (cfr. supra, «sa il cielo») – ricorre 10 volte nei P. S.:

II, 45: «“Lucia!” rispose Renzo, “per oggi tutto è a monte; e Dio sa quando potremo esser marito e moglie”»;

III, 63 (ter): «“Mamma, perdonatemi,” rispose Lucia; “ma, se avessimo fatta un’elemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora, Dio sa quanto, prima d’aver la bisaccia piena; Dio sa quando sarebbe tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio sa se gli sarebbe rimasto in mente…”»;

IX, 168 [il padre guardiano di Monza]: «“e Dio sa quante belle chiacchiere si farebbero, se si vedesse il padre guardiano per la strada, con una bella giovine… con donne voglio dire”»;

XXIII, 444: «[l’innominato] andava con un’impazienza mista d’angoscia, pensando che intanto quella creatura pativa, Dio sa quanto»;

XXIV, 452 [la moglie del sarto a Lucia]: «“Dio sa quant’è che non avete mangiato!”»;

XXVI, 496 (bis) [il cardinale a don Abbondio]: «“Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che Dio sa se noi saremmo pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere; e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel che abbiam fatto in casi somiglianti!”»;

XXXIII, 634 [pensiero di Renzo]: «E rimaner, Dio sa quanto, in una tale incertezza!».

In due occasioni lo stesso sintagma non ha la funzione avverbiale che abbiamo ora visto, ma è una normale struttura nominale e verbale:

VII, 122 [Renzo]: «“Perché volete far de’ cattivi augùri, Lucia? Dio sa che non facciam male a nessuno”»;

XXII, 429 [il cardinale all’innominato]: «“Ma Dio sa fare Egli solo le maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de’ suoi poveri servi”».

 

14 volte nel F. e L.:

I, II, 52 [Fermo]: «“Lucia per oggi è finita, e Dio sa quando saremo marito e moglie”»;

I, III, 52 [Lucia alla madre]: «“Se io avessi fatta una elemosina come gli altri, Fra Canziano avrebbe dovuto girare Dio sa quanto, prima di aver la bisaccia piena, e di tornare al convento”»;

I, V, 3 [fra Cristoforo a Lucia e Agnese]: «“oh non vi abbandonerò certo; mah! Dio sa quello che io potrò fare”»;

I, VI, 33: «l’onore del convento era interessato a prevenire delle assenze che avrebbero fatto dire Dio sa che»;

I, VIII, 27 [Agnese]: «“E la casa?” diss’ella: “l’abbiamo lasciata in abbandono, senza nemmeno porvi una custodia: sulla fede di questo ragazzo, che Dio sa come ha inteso”»;

I, VIII, 35: «Se il Padre [Cristoforo] avesse voluto addurre ragioni, Fra Fazio non avrebbe mancato di ragioni da opporre, e la cosa sarebbe andata in lungo, Dio sa anche come sarebbe finita»

II, I, 35 [il padre guardiano di Monza]: «“perché, vedete, il paese è maligno, e Dio sa quante storie si farebbero se si vedesse il padre guardiano con una bella giovane, voglio dire con donne per la via”»;

II, II, 26 [a proposito di Geltrude (sic)]: «e s’insegnavano insieme con le verità, pregiudizj non del tutto estirpati, e Dio sa quando lo saranno»;

II, VI, 39 [Lucia alla Signora]: «“E tutto questo”, continuò Lucia, “senza parlare dal tetto in su; perché all’altro mondo, Dio sa come andranno le cose”»;

III, I, 4 [il cappellano crocifero al cardinale]: «“Ma se costui, costui che tiene corrispondenza coi più determinati ribaldi, costui che non si spaventa di nulla, venisse ora... fosse mandato, Dio sa da chi per fare quello che gli altri...”»;

III, IV, 62 [Lucia alla madre]: «“Un altro [Fermo] è lontano, e che Dio sa quando potrà tornare”»;

IV, IV, 62 [la processione durante la peste]: «Quegli uomini avrebbero potuto fare a furore la loro processione senz’altro permesso; e farla meno ordinata e di più funesto effetto, avrebber potuto fare Dio sa che»;

IV, VII, 13 [Fermo cerca il lazzeretto]: «Domandarne a quei suoi ricettatori, il cuore non glielo diceva; sarebbe stato un esporsi a mille inchieste, attirarsi Dio sa quali parole»;

IV, IX, 43: «quantunque Fermo allora non ricevesse alcuna inquietudine per quella sua impresa di Milano, e la cattura fosse un titolo inoperoso; pure un sospetto, una reminiscenza, un mal uficio, poteva far risorgere l’antica querela, e rimetterlo in Dio sa quale impiccio».

Anche nella prima redazione del romanzo, in un’occorrenza il sintagma in questione non ha la funzione avverbiale qui indicata, ma è una struttura di soggetto-verbo:

I, VII, 18 [Fermo]: «“Perché volete farmi un tristo augurio, Lucia? Dio sa che non facciamo torto a nessuno”».

 

§ 5. Dalla presente indagine statistica deriva la conferma della scelta sempre attenta del lessico da parte del Manzoni, come risulta, per fare un solo esempio, dal confronto tra la giustificazione di Lucia alla madre nella prima e nell’ultima redazione del romanzo, passi già citati al § 4: nella stesura definitiva l’autore ripete tre volte, con una sorta di anafora e poliptoto, la “formula” che nel Fermo e Lucia era usata una sola volta: infatti a F. e L., I, III, 52: «“Se io avessi fatta una elemosina come gli altri, Fra Canziano avrebbe dovuto girare Dio sa quanto, prima di aver la bisaccia piena, e di tornare al convento”», corrisponde P. S., III, 63: «“Mamma, perdonatemi,” rispose Lucia; “ma, se avessimo fatta un’elemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora, Dio sa quanto, prima d’aver la bisaccia piena; Dio sa quando sarebbe tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio sa se gli sarebbe rimasto in mente…”» [corsivi miei]. L’ampliamento del discorso di Lucia rappresenta un indubbio affinamento stilistico, che comunque non è affatto l’unico che si può rilevare nella profonda revisione del romanzo; parlando poi della varietà di locuzioni che caratterizzano l’opera, non è superfluo ricordare i non pochi hàpax che ho qui segnalato.

L’“anatomia” dei Promessi sposi – incluso il paragone fra le tre redazioni del romanzo (e dunque compresa la “ventisettana”) –, se eseguita punto per punto con la necessaria acribia, magari anche attraverso un’analisi come questa, permette di riconoscere nella tecnica narrativa del Manzoni una duttilità rara, nonché la sua capacità di riconoscere i difetti e i limiti della prima versione, e pertanto di perfezionare sensibilmente, nell’impalcatura del racconto e nella forma, quel Fermo e Lucia che, senza le modifiche sostanziali apportate dall’autore – non un semplice rimaneggiamento ma un vero e proprio rifacimento –, sarebbe risultato uno qualunque dei numerosi romanzi che pullulavano nell’Ottocento, alcuni dei quali di un certo pregio e degni di memoria, ma non certo paragonabili ai Promessi sposi, capolavoro assoluto.

L’uso della formula «per amore», nelle sue varie accezioni (cfr. §§ 1-2), è una delle tante peculiarità dello stile manzoniano, i cui innumerevoli risvolti richiederebbero una ricerca ben più ampia e approfondita di questa mia, che può essere considerata un punto di partenza e uno stimolo per chi volesse cimentarvisi.    


 

[1] Cfr. N. ZINGARELLI, Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 2004, s. v. amore 1: «al fine, per causa»; Dizionario Italiano, Milano, Garzanti, 2000, s. v. amore: «per amore di qualcosa, a causa, a ragione di qualcosa»; S. BATTAGLIA, Grande dizionario della lingua italiana, Torino, UTET, I, 1961, s. v. amore, § 13: « – Con valore finale. [...] – Ant. Con valore causale: a causa, per via di»; anche N. TOMMASEO – B. BELLINI, Dizionario della lingua italiana, Torino 1861-1879; G. RIGUTINI – P. FANFANI, Vocabolario della lingua parlata, Firenze 1875; P. FANFANI, Vocabolario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1878.

[2] I passi dell’opera sono indicati col numero romano del capitolo e con quello arabo della pagina dell’editio princeps dei Promessi Sposi, Milano, Guglielmini e Redaelli, 1840-1842 (il numero arabo è riportato in margine nell’edizione commentata da A. MOMIGLIANO, Firenze, Sansoni, 1964); quando è segnalato solo il riferimento alla pagina, s’intende il capitolo indicato in precedenza.

[3] Peraltro nel Dizionario del BATTAGLIA, loc. cit., nella sezione «Con valore finale» si trova la sottosezione « – Per amore (di una persona): per compiacere a essa», senza però citare esempi manzoniani: dovrebbero dunque rientrarvi i casi di V, 96; VII, 122; etc., ma, almeno a mio giudizio, essi hanno prevalente senso causale.

[4] Per la prima redazione del romanzo ho seguìto il testo e la paragrafatura dell’edizione curata da L. CARETTI, I Promessi Sposi, vol. I, Fermo e Lucia, etc., Torino, Einaudi, 1971: i due numeri romani indicano nell’ordine il tomo e il capitolo, e quello arabo il paragrafo. Anche qui, col solo numero arabo s’intendono tomo e capitolo indicati immediatamente prima.

[5] Cfr. ZINGARELLI, op. cit., s. v. amore, 1: «Per l’a. di Dio, escl. di supplica o incitamento o impazienza»; ibid., 4: «Per amor (o l’amor) di Dio!, per carità; (est.) può anche esprimere disappunto, forte impazienza e sim.: smettila, per amor di Dio!»; ID., s. v. cielo: «Per amor del c.!, escl. di preghiera, invocazione anche iron. e sim.»; G. DEVOTO – G. C. OLI, Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1990, s. v. amore: «in nome di Dio, ma anche per esprimere vivace impazienza o consiglio accorato»; ibid., s. v. cielo: «[...] disappunto, sdegno; per amor del cielo! scongiurando o pregando»; Dizionario Italiano, Milano, Garzanti, 2000, s. v. amore: «per (l’) amore di Dio!, del cielo! esclamazioni che accompagnano invocazioni, suppliche, raccomandazioni e sim.»; etc.

[6] Sulle interiezioni più comuni nel romanzo, cfr. il mio art. Studio statistico-semantico sulle interiezioni nei “Promessi Sposi”, “Otto/Novecento” 35, 3/2011, pp. 139-148.

[7] Cfr. BATTAGLIA, loc. cit.: « – Per amore di Dio!, per amor del cielo!: formula di supplica, di viva preghiera, di raccomandazione». Della locuzione avverbiale «per amor di Dio» col valore di «per carità, gratuitamente» (BATTAGLIA, ibid.) vi è un solo esempio nel romanzo, ma in latino e in forma ellittica: XIV, 277 [Renzo]: «“A buon mercato?” disse Renzo: “gratis et amore [scil. Dei]”».

[8] Rileviamo che invece fra Cristoforo, soltanto durante il burrascoso colloquio con don Rodrigo (VI, 101-106), pronuncia ben 12 volte il nome di Dio.