Letteratura

 

Lunedì 30 Luglio 2012 "uscita n. 10"

 

Properzio 2, 15, 53-54: speranza o sensualità?

di "Pier Angelo Perotti"

 

1.  Il verso di Properzio 2, 15, 53 presenta una difficoltà testuale che influisce sensibilmente sul significato complessivo del periodo. Mentre alcuni latinisti conservano la lezione tràdita speramus, che si legge nelle famiglie O di codici[1], la correzione spiramus, proposta a partire dalla metà del Cinquecento[2], è accolta dalla  maggioranza degli studiosi[3].

Anche a noi sembra senz’altro preferibile, rispetto alla lezione originaria, l’emendatio – della quale giustificheremo l’adozione al § 3 –, ma se, accogliendo spiramus anziché speramus, accettassimo anche la traduzione finora proposta per tale espressione, non risolveremmo, a mio giudizio, la questione.

Questi sono i due ultimi distici dell’elegia (vv. 51-4), con la versione italiana proposta da uno degli interpreti:

ac veluti folia arentis liquere corollas,

quae passim calathis strata natare vides,

sic nobis, qui nunc magnum spiramus amantes,

forsitan includet crastina fata dies.

 

«E come i petali si distaccano dai serti avvizziti,

e li vedi galleggiare sparsi nelle coppe,

così per noi, che ora amanti nutriamo un vasto sentimento,

forse il domani concluderà i fati»[4].

 

Simile è la traduzione della frase qui nunc magnum spiramus amantes (v. 53) proposta da altri studiosi: p. es. «così per noi amanti, che ora grande baldanza nutriamo»[5]; «so for us, who now love with spirits raised high»[6]; «così a noi, che ora, da innamorati, siamo orgogliosi della nostra vita»[7]; etc.

Il verbo spiro può valere: con valore transitivo “soffiare, emanare, emettere, esalare, mandar fuori” o, in senso traslato, “spirare q. c., essere pieno di, essere animato da”, o ancora “spirare, diffondere” (profumi, odori, etc.), o infine “aspirare a”; con valore intransitivo “respirare” o sim., “vivere”, “soffiare, spirare”, in senso proprio o figurato, “emanare odore o profumo”, e infine “essere ispirato, avere estro o afflato poetico, avere ispirazione poetica” o sim.[8]

2.  Il carme 2, 15, tra i più intrisi di sensualità tra quelli attinenti al rapporto di Properzio con Cinzia – da lui intensamente amata, «pur con le sue volubilità e i suoi capricci»[9] –, può essere così suddiviso: si apre con la descrizione della loro battaglia d’amore di una notte, nella quale il poeta insiste sulla nudità dei due innamorati, perché l’attrazione fisica passa anche, o soprattutto, attraverso il senso della vista, che è naturalmente stimolato dal corpo nudo dell’amante (vv. 11-12: non iuvat in caeco Venerem corrumpere motu: / si nescis, oculi sunt in amore duces «Non giova guastare i piaceri di Venere con movimenti ciechi; / se non lo sai, gli occhi sono la guida dell’amore»). Questo appagamento dei sensi attraverso la visione della nudità che scatena la passione d’amore è suffragato dagli esempi mitologici di Paride ed Elena (vv. 13-14: ipse Paris nuda fertur periisse Lacaena, / cum Menelaeo surgeret e thalamo «Si dice che lo stesso Paride si consunse vedendo nuda la Spartana, / mentre si alzava dal talamo di Menelao») e di Endimione e Diana (vv. 15-16: nudus et Endymion Phoebi cepisse sororem / dicitur et nudae concubuisse deae «nudo anche Endimione, narrano, conquistò la sorella di Febo, / giacque a sua volta insieme con la dea nuda»).

Dopo questo intermezzo mitologico, riprende la descrizione della lotta amorosa tra il poeta e Cinzia e dei loro rapporti affettivi (vv. 17 ss.) – compreso l’aforisma errat, qui finem vesani quaerit amoris: / verus amor nullum novit habere modum «Erra colui che cerca la fine di un folle amore: / un amore vero non conosce alcun limite né misura» (vv. 29-30) –, integrata dagli “ajduvnata” dei vv. 31-36: terra prius falso partu deludet arantis, / et citius nigros Sol agitabit equos, / fluminaque ad caput incipient revocare liquores, / aridus et sicco gurgite piscis erit, / quam possim nostros alio transferre dolores / huius ero vivus, mortuus huius ero «La terra ingannerà con false messi gli aratori, / e più presto il Sole spingerà i cavalli neri, / e i fiumi cominceranno a far rifluire le acque alla sorgente, / e i pesci saranno asciutti nei gorghi disseccati, / che io possa rivolgere altrove i miei affanni d’amore: / di lei sarò vivo, di lei morrò!».

L’elegia prosegue con altre osservazioni di carattere individuale e generale sull’amore (vv. 37-40), considerato una specie di panacea per tutti i mali del mondo, e segnatamente le guerre (vv. 41-46), e si avvia alla conclusione grazie a due distici relativi alla pietas del poeta e al rapporto d’amore con Cinzia (vv. 47-50).

3.  Arriviamo così ai versi citati in apertura e alla questione relativa al verbo del v. 53. La lezione tràdita speramus è assolutamente generica e banale (non per caso è la lectio facilior), banalità che mi sembra accentuata, se possibile, dall’avverbio magnum; ma anche la correzione magnum spiramus (che è indubbiamente una lectio difficilior), se intesa nel senso di «nutriamo un vasto sentimento», «grande baldanza nutriamo», «love with spirits raised high», «siamo orgogliosi della nostra vita» o sim. (cfr. supra, § 1 e nn. 4-7), è ben poco pregnante, e anch’essa indeterminata.

Dobbiamo rilevare, a supporto dell’impressione di erotismo di questa elegia, (cfr. supra, § 2), alcuni termini riferibili, allusivamente o in modo esplicito, a rapporti intimi sia del poeta con Cinzia, sia tra personaggi della mitologia: notiamo specialmente l’insistenza quasi ossessiva dell’agg. nudus, che compare tre volte (vv. 13; 15; 16), oltre al corrispondente participio nell’espressione nudatis... papillis (v. 5), rispetto alle rarissime occorrenze, in contesto amoroso, dello stesso aggettivo nell’opera properziana[10]; in quest’ultimo ablativo assoluto troviamo, se non erro, l’unico esempio in Properzio di uso del vocabolo papilla “mammella” in una situazione erotica. Ma al di là di questi riferimenti specifici, è l’atmosfera complessiva della lirica a essere fortemente pervasa di sensualità, e alcuni passaggi illustrano inequivocabilmente questo clima: in particolare i vv.1-12:

 O me felicem! o nox mihi candida! et o tu

lectule deliciis facte beate meis!

quam multa apposita narramus verba lucerna,

quantaque sublato lumine rixa fuit!

nam modo nudatis mecum est luctata papillis,                                      5

interdum tunica duxit operta moram.

illa meos somno lapsos patefecit ocellos

ore suo et dixit “Sicine, lente, iaces?”

quam vario amplexu mutamus bracchia! quantum

oscula sunt labris nostra morata tuis!                                             10

non iuvat in caeco Venerem corrumpere motu:

si nescis, oculi sunt in amore duces.

 

«Oh me felice, o notte per me splendida,

o dolce letto reso beato dalla mia delizia!

Quante parole ci siamo detti distesi accanto alla lucerna,

e quante battaglie d’amore abbiamo ingaggiato,

allontanato il lume. Infatti ella ora lottava con me                                5

a seni nudi, ora indugiava a lungo coperta dalla tunica.

Ella con le labbra mi aprì gli occhi assonnati,

e disse: “Così, insensibile, giaci?”

Come abbiamo intrecciato le braccia in diverse forme d’amplesso!

Quanti lunghi baci ho impresso sulle tue labbra!                           10

Non giova guastare i piaceri di Venere con movimenti ciechi;

se non lo sai, gli occhi sono la guida dell’amore»,

 

oppure – oltre all’interludio mitologico (vv. 13-16: cfr. supra, § 2) – i vv. 17-18:

quod si pertendens animo vestita cubaris,

scissa veste meas experiere manus:

 

«Se invece tu con animo ostinato ti adagerai vestita,

ti strapperò la veste e proverai la forza delle mie mani»,

 

o i vv. 21-24:

necdum inclinatae prohibent te ludere mammae:

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

dum nos fata sinunt, oculos satiemus amore:

nox tibi longa venit,

 

«Non ancora dei seni cadenti ti impediscono tali giochi:

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

Finché i fati ce lo permettono, saziamoci gli occhi di amore:

viene per te una lunga notte»,

 

o ancora il v. 50:

omnia si dederis oscula, pauca dabis[11].

«se mi darai tutti i tuoi baci, me ne darai pochi»,

 

etc.

 

4.  Tenendo conto di tutto ciò – vale a dire specialmente della carica passionale che trasuda dall’elegia –, e data per corretta l’emendazione spiramus, oso suggerire una diversa, e credo originale, interpretazione del significato della relativa qui nunc magnum spiramus amantes (v. 53): anziché intenderla «che ora amanti nutriamo un vasto sentimento» o sim. (cfr. supra, § 1 e nn. 4-7), si potrebbe interpretare nel senso di «che ora amandoci respiriamo con grave affanno», come accade durante o subito dopo un amplesso. Si tratta di una descrizione non sentimentale ma fisica del rapporto amoroso, e dunque il verbo in questione dovrebbe essere all’incirca sinonimo di anhelamus o sim.: notiamo per inciso che la forma ǎnhēlāmŭs, non è sostituibile in questa specifica posizione, dato il diverso numero di sillabe, e comunque è metricamente impossibile nel distico elegiaco. Quella cui alluderebbe Properzio sarebbe dunque la spossatezza fisica dopo un amplesso o l’acme del piacere sessuale, condizione agevolmente conciliabile con i riferimenti dei versi precedenti.

Considerata in questi termini, la questione trova una soluzione certo più soddisfacente che se si mantiene la lezione originaria o se, pur accettando la correzione spiramus, la si intende come fanno traduttori e commentatori. L’interpretazione da me proposta presenta il vantaggio di essere più coerente con il contesto e, mi pare, lo spirito dell’elegia, che è un’esplosione di sensualità appena attenuata da riferimenti mitologici (vv. 13-16) – peraltro anch’essi tratti da situazioni caratterizzate da forte erotismo – e da altri elementi (vv. 41-46) che richiamano alla mente certi passi lucreziani, o p. es. Tib. 1, 10 (Quis fuit horrendos…), etc.

Mi azzardo pertanto a prospettare la seguente traduzione dei due ultimi distici della poesia: «E come [sulle mense] dalle ghirlande appassite si staccano i petali, che vedi galleggiare sparsi qua e là nelle coppe[12], così per noi, che ora ansimiamo intensamente facendo l’amore, forse il domani concluderà il destino».

                                                                                                                                                                       


 

[1]  Per es. Properce, Élégies, texte établi et traduit par D. PAGANELLI, Paris, “Les B. L.”, 1929 (3° rist. 1964), p. 56 (trad.: «ainsi de nous amants et de nos grands espoirs»); Sesto Properzio, Elegie, traduz. di E. BARELLI, Milano, Rizzoli, 1957, p. 71: «che amando tanto ci illudiamo ancora»; etc.

[2]  A. TURNEBUS (1564-66), J. J. SCALIGER (1577), F. MODIUS (1605), J. LIPSIUS (1637), etc.: cfr. l’elenco di editori e commentatori in Sex. Properti Elegiarum liber II, ed. G. GIARDINA, Torino, Paravia, 1977, pp. IX-XIV.

[3]  P. es. Catulli, Tibulli et Propertii Opera, ed. F. W. DÖRING, London 1822, p. 43; K. LACHMANN, Sex. Aurelii Propertii Elegiae (ex recognitione Caroli Lachmann), Berlin 18292 (18161), p. 39; Élegies de Properce, trad. di J. GENOUILLE, Paris 1834, p. 110; Sexti Properti Carmina, recognovit E. A. BARBER, Oxford 19602 (9° rist. 1990), p. 52; Opere di Albio Tibullo e Sesto Properzio, a cura di G. NAMIA, Torino, UTET, 1977, p. 312; Sexti Properti Elegiarum libri IV, edidit P. FEDELI, Stuttgart, Teubner, 1984, p. 63; Propertius, Elegies, ed. and transl. by G. P. GOOLD, Cambridge Mass.-London, Harv. Univ. Press, 1990, p. 166; GIARDINA, op. cit. alla n. 2, p. 37; ID., Properzio, Elegie, Roma, Ediz. dell’Ateneo, 2005, p. 148; Sesto Properzio, Elegiae, a cura di E. PICCOLO, Napoli, Loffredo, 2009, p. 38; etc.

[4]  Salvo diversa indicazione, la traduzione, qui e infra, è di L. CANALI, Properzio, Elegie, introduzione [e testo = 1984] di P. FEDELI, traduzione di L. C., commento di R. SCARCIA, Milano, Rizzoli, 1987.

[5]  NAMIA, op. cit. alla n. 3, p. 312.

[6]  GOOLD, op. cit. alla n. 3, p. 167.

[7]  GIARDINA 2005, op. cit. alla n. 3, p. 149.

[8]  Una più completa classificazione dei significati di questo verbo si trova in P. G. W. GLARE, Oxford Latin Dictionary, Oxford, Clarendon Press, 1982 (rist. 1990), s. v. spiro.

[9]  B. RIPOSATI, Storia della letteratura latina, Città di Castello, Ed. Dante Alighieri, 19696, p. 417.

[10]  P. es. 2, 1, 13: seu nuda erepto mecum luctatur amictu (che ricorda il v. 5 del componimento in esame); cfr. anche 3, 14, 19-20: inter quos Helene nudis capere arma papillis / fertur nec fratres erubuisse deos, e 4, 8, 47: cantabant surdo, nudabant pectora caeco.

[11]  Cfr. Catull. 7, 1-2: Quaeris quot mihi basiationes / tuae, Lesbia, sint satis superque.

[12]  Notiamo che GIARDINA 2005, loc. cit. alla n. 7, rende così i vv. 51-2: «E come i petali lasciano le ghirlande appassite, / e poi li vedi giacere, sparsi dai canestri, qua e là»: ma, se è pur vero che calathus vale “canestro, paniere”, significa altresì “secchio, recipiente per liquidi” (p. es. Verg. ge. 3, 401-2: quod [lac] iam tenebris et sole cadente, / sub lucem exportant calathis), e in particolare “nappo, coppa per vino” (p. es. Verg. ecl. 5, 71: vina novum fundam calathis Ariusia nectar) – per traslato, in conseguenza della somiglianza con certi panieri di vimini –. Nel nostro caso, data la presenza del verbo natare “galleggiare” o sim. (cfr. Prop. 2, 3, 12: utque rosae puro lacte natant folia “come petali di rosa galleggiano nel latte puro”), il sostantivo calathus non può essere inteso che col valore di “coppa”, come del resto fanno tutti – credo – gli esegeti e i traduttori, ad eccezione, appunto, del Giardina.