Letteratura

Venerdì 25 Ottobre 2013 "uscita n. 12"

 

Questioni lucreziane: ingenium et ars nel  secondo libro del De rerum natura di Lucrezio ( prima parte)[1]

di  Marino Faggella

 

1.La scelta del secondo libro del De rerum natura  quale tema essenziale del nostro discorso non è casuale, ma trova la sua spiegazione nel fatto che il libro di cui si tratta in generale e il suo proemio in particolare ci consentono di affrontare alcune delle fondamentali questioni che riguardano l’intera problematica lucreziana. Pertanto, piuttosto che scegliere ad esempio qualche parte consistente del libro V, che comunque rimane molto importante in quanto quest’ultimo è uno dei luoghi letterari dell’antichità fondamentali per tutta la cultura successiva (pensiamo solo all’utilizzazione che di esso si è fatto in tutte le epoche, particolarmente dal Vico e da Foscolo nel suo Piano di studi) abbiamo puntato la nostra attenzione sul libro secondo, in particolare sul suo proemio, che è secondo me interessantissimo, non fosse altro perché esso è il ricettacolo di diversi spunti sul pensiero di Lucrezio ma ci fornisce anche elementi molto consistenti per chiarire in fondo che cosa è la poetica lucreziana e in che cosa consiste il valore stilistico del poema. Argomento questo non facile in quanto lo stile del De rerum natura, pur riprendendo non pochi elementi dalla tradizione, è molto originale. Lucrezio è uno scrittore che, se filosoficamente è ligio alle direttive del pensiero di Epicuro e ai suoi precetti, espressi direttamente dal maestro nelle sue opere o dai suoi seguaci, dal punto di vista della poesia lo stesso criterio della ripresa, l’imitatio che egli adotta, non fa di lui un poeta da inscrivere generalmente nel novero del classicismo. Lucrezio è classico non tanto perché segue nella sua opera i precetti tradizionali di questa scuola quanto piuttosto per l’originalità dell’opera sua nella quale la poesia molte volte prorompe incontrollata dal suo interno creando spettacolari contrasti di luci ed ombre che servono a tradurre le tensioni e le profonde emozioni della sua anima spesso travagliata.  Di fonte alla ricchezza di motivi del De rerum natura, anche un poeta come Virgilio, più rispettoso di una studiata perfezione formale, risulta di un respiro meno vasto e limitato. Egli stesso ne ebbe coscienza allorché, mettendo mano alla sue Georgiche, venne così a sottolineare la superiorità del pensiero e dello slancio lirico lucreziani:”Felice colui che ha potuto conoscere la natura delle cose, calpestando le paure, il destino implacabile e lo strepito dell’Acheronte insaziabile”. Eppure il poema lucreziano per quanto unico ed originale va comunque riferito ad un particolare modello di scrittura di contenuto filosofico che ha avuto la sua storia.

Il  genere letterario

2. La prima questione da affrontare è proprio quella del genere letterario cui far tornare la particolare tipologia del De rerum natura che per sua natura non può essere ascritto unicamente ad una particolare categoria, ma, presentandosi nella forma di scrittura mista, partecipa almeno di due nature, in quanto se da una parte riprende il modello didascalico, cioè quello del trattato scientifico oggettivo generalmente in prosa, mescola ed aggiunge originalmente a quest’ultimo, genere puramente didascalico, la qualifica di epico. Quali sono i modelli ai quali si è uniformato Lucrezio? Se pensiamo unicamente alla filosofia  ed ai filosofi noi non troviamo alcun precedente; neppure i dialoghi di Platone che si presentano, se vogliamo, in forma mista sono avvicinabili in qualche maniera al poema lucreziano.

Allora a chi Lucrezio si è ispirato, chi gli ha suggerito questo particolare ed originalissimo genere? Probabilmente ad Empedocle. Del resto non senza significato nel poema si trova  un luogo dove il poeta-filosofo latino fa l’esaltazione di questo personaggio, siciliano di Agrigento, che nel libro I viene descritto quasi con la stessa venerazione riservata ad Epicuro. Qui, parafrasando Lucrezio, si legge che la bella regione di Sicilia, che fornisce agli uomini tutte le cose, oltre che un bel clima ed una straordinaria vegetazione, può vantare innanzitutto la nascita di questo straordinario filosofo che non si è limitato solo a pensare, ma che ha avuto il grandissimo merito di porre in versi la filosofia. Questi pochi versi (I, 716 sgg.), ove il poeta latino fa l’elogio di Empedocle, ci suggeriscono la probabile ragione che indusse Lucrezio a realizzare l’opera sua: comporre un poema come quello di Empedocle utilizzando la lingua latina.

Per comprendere la novità dell’intento lucreziano occorre ricordare che tutta la letteratura filosofica di matrice epicurea dell’età di Lucrezio era scritta in greco. Le opere stesse di Casio e di Amafinio, scrittori che precedono l’autore del De rerum natura, dei quali Cicerone ha parlato, erano composte in lingua greca. Lo stesso arpinate ci fornisce la notizia del basso livello letterario di questi autori i quali destinavano non ai dotti ma, agli indotti (rudibus) le loro opere. Si trattava, secondo le citazioni di Cicerone, probabilmente di autori in parte sconosciuti che rivolgevano i loro scritti ad un pubblico poco selezionato, costituito da lettori qualsiasi appartenenti ai ceti inferiori. Parafrasando l’autore del De finibus  potremmo ritenere che l’epicureismo si diffuse a Roma in modo abbastanza vasto e disteso preferibilmente presso le classi popolari. Tale notizia di Cicerone, che noi non possiamo del tutto revocare in dubbio, è comunque vera solo in parte in quanto ci induce a ritenere che il verbo di Epicuro si sia affermato solo presso uomini di bassa estrazione, mentre invece io so che l’Epicureismo ha trovato anche interessi e destinatari più importanti, lettori certamente più qualificati sia a Roma che in alcune città della Campania. Comunque l’affermazione cicerionana è suffragata anche da Diogene Laerzio, uno scrittore che nel terzo secolo ha composto come sappiamo alcune biografie dei filosofi, il quale conosce bene questa materia per averla profondamente indagata. Anche Diogene, confermando Cicerone, dice che molto spesso destinatari del messaggio di Epicuro erano addirittura i rustici, che se non erano propriamente corrispondenti ai contadini dovevano essere non certamente aristocratici ma piuttosto artigiani o personaggi di livello culturale ad essi molto prossimi.

A chi allora intendeva rivolgere i suoi scritti Lucrezio? Questo è il nostro problema. Certamente egli non vuole rivolgersi né ai rustici né agli artigiani, ma intende dirigerli alle classi elevate della società romana del suo tempo, le quali poco si interessavano sia dell’epicureismo che della filosofia tout court. Questo doveva costare molto ad uno come Lucrezio che riponeva nel verbo del maestro tutte le sue fiducie. Di qua deriva la scelta, una decisione evidentemente meditata, di dedicare il poema a Gaio Memmio, suboles divina, rampollo di quella romanità di origine divina provvisto di tutte le virtù necessarie alla salvezza generale in un momento patriai tempore iniquo, particolarmente grave per tutti, come viene espressamente ricordato nei versi che chiudono il proemio del libro primo (I, 1 sgg.) dedicati all’elogio di Venere.

Questioni lucreziane

3. Quello della dedicatoria non è l’unico argomento della problematica lucreziana, ci sono in realtà diverse controversie che hanno coinvolto gli studiosi nell’analisi del poema e del suo autore. Basta aprire le monografie e i saggi su questo scrittore per rendersi conto che quello della dedica non è l’unico problema da affrontare, ma ci sono diverse questioni: innanzitutto quello della personalità, e della vita dell’autore del De rerum natura, un eccezionale poema in versi che ci pervenuto intero al di là di quello che possono pensare alcuni che hanno manifestato dei dubbi a proposito della redazione dell’opera così come l’abbiamo. In verità su questo noi concordiamo con quanto affermato da Boyancé, il quale con convinzione ha sostenuto nella sua nota monografia su Lucrezio che il poema così come ci è arrivato può ritenersi lucreziano, anche se qualche modificazione nel frattempo è avvenuta per l’intervento dei filologi. Si vedrà poi nel corso dell’analisi del preambolo del II libro, dove compare il primo elogio di Epicuro, come il testo del poema non sia interamente integro, ma compaiono effettivamente qua e là luoghi lacunosi che sono stati variamente integrati. Si dirà, pertanto, per concludere dando ragione al critico francese che il poema così come si presenta a noi può ritenersi interamente composto dalla mano del suo autore. Se vi sono ripetizioni, queste non sono dovute semplicemente ad interpolazioni, ad aggiunte successive di grammatici o filologi, ma dipendono probabilmente dal procedimento formulare del poeta ripreso da Omero, che talvolta ripete versi, parole o parti di verso per rincalzare efficacemente le sue idee. 

 

 

Personalità di Lucrezio

4. A questo punto ci sembra opportuno incentrare la nostra attenzione sul problema della  personalità di Lucrezio. Chi era effettivamente l’autore di questo eccezionale poema che ci è stato tramandato quasi interamente? E’ questa una questione non facile da risolvere in quanto noi abbiamo la sua opera ma non disponiamo di notizie sicure sullo scrittore condivise da tutti. Esistono, tuttavia, alcune citazioni che di seguito andremo a vedere dalla quali è possibile ricavare alcuni dati che comunque vanno prima inventariati per poi scegliere quelli più interessanti ed attendibili non senza aver eliminato le cose superaggiunte.

Fra i documenti che abbiamo su Lucrezio è opportuno innanzitutto fare riferimento ad una breve e variamente discussa citazione di San Girolamo che è stata utilizzata da tutti gli interpreti del poeta latino. In essa si dice espressamente: T. Lucretius poeta nascitur: postea amatorio poculo in furorem versus, cum aliquot libros per intervalla insaniae conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, propria se manu interfecit anno aetatis XLIV  (“Il poeta Lucrezio nasce: successivamente, divenuto folle per effetto di un filtro amoroso, dopo aver composto negli intervalli della sua pazzia dei libri, che Cicerone in seguito corresse, si uccise a quarantatre anni di sua stessa mano”). Questa notizia, riportata dal santo nel suo Chrònicon, che è traduzione da un’opera di uno scrittore greco di nome Eusebio, ci fornisce alcune importanti informazioni che comunque non possiamo accettare a priori senza averle attentamente vagliate. C’è da dire innanzitutto sulla suddetta Cronica che se da un lato ci fornisce molte notizie sugli autori è spesso anche colpevole di gravi distrazioni ed errori cronologici, in quanto il santo, pur avendo straordinari meriti per altro, dimostra frequentemente di avercela con i numeri soprattutto quando vuole indicare le date della nascita e della morte del poeta. Ma questa non è l’unica notizia incerta fornita dal santo, anche le altre cose che egli ci riferisce a proposito di Lucrezio vanno prese da noi col beneficio dell’inventario.

Che cosa possiamo allora ritenere valido in questa citazione? Se consideriamo innanzitutto i riferimenti relativi alla follia e al suicidio dobbiamo concludere che si tratta probabilmente di cose non vere per le seguenti fondate ragioni. Se Lucrezio epicureo fosse stato pazzo e poi a causa di questa follia si fosse ucciso certamente ne avrebbero ampiamente parlato gli scrittori cristiani, in particolare Lattanzio, il quale non ne fa alcuna menzione per quanto non perda alcuna occasione per screditare tutti gli epicurei nei suoi scritti. Il fatto che un epicureo si fosse suicidato sarebbe stato per lui un boccone troppo ghiotto per non darne notizia.

Un altro testo importante che ci dà notizie su Lucrezio è la cosiddetta Vita Borgiana (una biografia molto ricca di dati che probabilmente è stata scritta dal Pontano, un umanista del ‘Quattrocento) i cui dati, soprattutto quelli relativi alla cronologia, andrebbero coniugati con quelli, a dire il vero abbastanza esigui, contenuti nella Vita di Virgilio attribuita al grammatico Donato, dove si legge che Lucrezio sarebbe nato lo stesso anno in cui Virgilio prese la toga virile. Siccome noi sappiamo dal nome dei consoli quando è nato Virgilio, in base alla notizia riportata da Donato dovrebbe essere abbastanza agevole fissare in via definitiva almeno l’anno della morte del poeta. Sennonché anche questa informazione cronologica di Donato, che ci consente di fissare nel 53 a.C. la morte di Lucrezio, è stata posta in discussione in quanto il grammatico si serve di alcuni nomi di consoli erroneamente tirati in ballo. Per quanto la Vita Borgiana  sia da molti studiosi sospettata non mancano di quelli che, come ad esempio Rostagni, propongono di trarre qualche utilità dalle numerose notizie da essa riportate. Tuttavia spetta a Paratore (che ha fissato rispettivamente al 98 e al 55 a.C. gli anni di nascita e di morte del poeta) attraverso un’attenta  collazione di tutti i dati in nostro possesso, la più probabile soluzione della cronologia relativa al poeta, che ci consente di ritenere Lucrezio un coetaneo di Cesare, vissuto durante gli anni più turbolenti delle guerre civili e morto prima dell’affermazione del principato.

5. Ci sono poi altri problemi secondari collegati alla cronologia come l’indicazione del nomen e la determinazione della classe sociale del poeta. A questo proposito c’è chi lo ritiene di origine servile, ad esempio un liberto che per adozione sarebbe stato immesso nella gens lucretia; chi dice fosse non italico ma di origine celtibera; vi è chi sostiene come il Della Valle che fosse della regione campana, dove Epicuro annoverava un gran numero di seguaci. Ma più probabilmente Lucrezio era romano non fosse altro perché il nome lucretia gens è frequentemente attestato nei Fasti dei magistrati.  

Struttura e poesia, “ingenium et ars “     

6. Dopo aver trattato della personalità e della vita di Lucrezio è giusto affrontare una serie di questioni che riguardano il contenuto e la natura del suo poema: in particolare il rapporto esistente fra la sua struttura e la poesia, che richiama da vicino quello della difficile relazione che sussiste all’interno di quest’opera fra il pensiero e l’arte, la filosofia e l’ars poetica. Occorre dire a questo proposito che l’arte di Lucrezio va strettamente coniugata con l’ingenium, come si può ricavare da un documento molto importante, la lettera spedita da Cicerone in Gallia al fratello Quinto nel febbraio del 54 a.C (Ad Quintum fratrem II 9) nella quale secondo me vi è già la soluzione del problema del rapporto esistente nell’opera lucreziana fra filosofia e poesia.

L’interrogativo se sia più importante Lucrezio filosofo o Lucrezio poeta ha diviso in passato molti critici. Chi si è posto il problema più pesantemente è stato Vico, che ha condannato l’opera lucreziana a causa della presenza troppo invadente della razionalità, ritenuta da lui un freno all’arte. Benedetto Croce e dopo di lui i seguaci della critica idealistica hanno aggiunto il resto, sottolineando, a loro modo di intendere, la difficoltà di Lucrezio di coniugare pensiero ed arte. Occorre qui sottolineare che la famosa ricetta crociana di “struttura e poesia” o di “poesia e non poesia” fatta dal Croce valere per Dante, ma poi applicata anche a Leopardi o addirittura ad un autore come Pirandello, si è dimostrata particolarmente inadatta a giudicare positivamente modelli artistici caratterizzati dalla mescolanza della filosofia con l’arte poetica. Per intendere giustamente quale sia la relazione che esiste nel poema lucreziano tra pensiero e poesia più che seguire l’intendimento riduttivo dell’impostazione degli estetizzanti è per noi sufficiente aderire alle affermazioni ciceroniane contenute nella lettera citata, dove è contenuta una frase qui di seguito riportata: Lucreti poemata, ut scribis, ita sunt, multis luminibus ingenii multae tamen artis (“I componimenti poetici di Lucrezio, così come tu scrivi, sono dotati di molta luce di ingegno, e tuttavia di molta arte”).

Che cosa vuole intendere Cicerone, scrivendo così al fratello, che si trovava allora in Gallia al seguito di Cesare? Questo probabilmente:” Ho letto il poema di Lucrezio, lo hai letto anche tu, che, come risulta da ciò che scrivi te ne sei fatto più che un’idea (…) Dopo la lettura di un’opera così grande, ti considererò non un uomo ma un eroe se invece avrai il coraggio di leggere gli Empedoclea di Sallustio (Virum te putabo si Sallusti Empedoclea legeris, nomine non putabo)”. Qui Cicerone facendo il confronto fra il De reum natura con un’altra opera didascalica di Sallustio diffusa in quel tempo a Roma, gli Empedoclea appunto, riconosce la grande superiorità del primo proprio a causa della straordinaria mescolanza del pensiero con l’arte. Qui occorre meditare su un fatto. Cicerone era avverso alla dottrina di Epicuro, era anzi un antiepicureo dichiarato, direi quasi viscerale per ragioni diverse, come si può desumere dalle sue opere filosofiche. Infatti, nelle Tusculanae, nel De finibus bonorum et malorum, nel De natura deorum non perde occasione di scagliarsi contro Epicuro, prendendosela anche con i suoi seguaci. Perché allora nella lettera in questione non mette in risalto il difetto del pensiero come nelle altre occasioni, ma si limita a riconoscere l’eccezionale presenza dell’ingenium e dell’ars nel poema lucreziano? Io dico che questa affermazione di Cicerone va tutto onore di Lucrezio semplicemente per il seguente motivo. Se io intendo parlare male di un mio avversario non farò fatica a trovargli dei difetti per screditarlo, ma se un mio nemico è in possesso di qualche capacità che io non riesco a negare ciò serve a sottolineare ancora di più il suo valore. Questo è quanto noi desumiamo dalla suddetta lettera: per quanto Cicerone sentisse fortemente la tentazione di scagliarsi contro Lucrezio dal punto di vista del pensiero non può mancare di riconoscere nel suo poema, accanto all’indiscusso valore poetico, anche la lucidità dell’ingegno. In questo motivato giudizio attraverso il quale si intende dare contemporaneamente valore sia all’ingenium che all’ars di Lucrezio c’è anche, come si è detto, la soluzione del problema del rapporto tra filosofia e poesia all’interno del suo poema.

Lucrezio, Epicuro ed altri filosofi

7. Collegata alla precedente vi è poi la questione della dipendenza di Lucrezio da Epicuro, questione che ha diviso molto gli studiosi i quali variamente si sono impegnati a rispondere a tali domande: che cosa l’autore latino ha preso dal filosofo greco, dove lo ha preso, se tutto quello che noi sappiamo del pensiero di Epicuro è condiviso ed accettato da lui, o Lucrezio talvolta si preoccupa, seguendo un’impostazione sua particolare, di andare fuor delle righe rispetto alle affermazioni del suo maestro?

Il problema dei rapporti di Lucrezio con Epicuro trae con sé anche quello della relazione con le altre filosofie a dimostrazione che la problematica lucreziana coinvolge tutto il pensiero antico. Si tratta, conseguentemente, di conoscere anche le altre scuole che sono coeve all’epicureismo per vedere, ad esempio, quale sia l’atteggiamento del poeta latino e del suo maestro verso Eraclito o addirittura nei riguardi dei presocratici, oppure, come è facilmente intuibile, nei riguardi dei sostenitori del pensiero assoluto come Platone ed Aristotele, per non dire di Leucippo e Democrito, la cui presenza è sicura sia nel primo che nel secondo libro del poema. 

Esiste poi il discorso della tradizione manoscritta che ci consente di scoprire come sia arrivato a noi quest’opera e, contemporaneamente il problema della fortuna di Lucrezio: cioè come hanno reagito prima i contemporanei e successivamente i posteri dopo la lettura di essa. Vi dico subito che la fortuna di Lucrezio può essere accomunata in parte a quella di Machiavelli. In molte epoche, come l’autore del Principe, egli è stato avversato talvolta violentemente, soprattutto da coloro i quali hanno messo in risalto il suo materialismo e la polemica contro la religione. Lucrezio è stato ritenuto generalmente un ateo, soprattutto da parte dei cristiani Lattanzio, Arnobio, Girolamo, anche da Sant’Agostino sebbene ne riprenda molti luoghi nelle sue opere. Ma, se è vero che in ogni epoca Lucrezio ha avuto molti sostenitori in contrario a causa del suo pensiero, soprattutto in quelle caratterizzate dallo spiritualismo e non dominate da un eccesso di razionalismo, è certo anche che nessuno mai ha osato mettere in discussione il suo valore artistico: sostanzialmente, tutti hanno potuto discorrere di Lucrezio filosofo in bene o in male, ma non c’è stato alcuno che ha avuto il coraggio di dubitare della sua arte.

La tradizione manoscritta

8. Il discorso della tradizione manoscritta del poema lucreziano richiederebbe un ampio discorso, ma qui anche per ragioni di spazio ridurremo l’intera vicenda in tre fasi.

Vi è un primo momento che coincide con la nascita della stessa tradizione manoscritta che prende origine dal grande umanista Poggio Bracciolini, il quale ci ha lasciato delle lettere molto belle dove descrive come abbia fatto a tirare fuori dalle loro sepolture gli antichi padri. Uno di essi è proprio Lucrezio. Poggio è stato in Alsazia dove ha trovato ricoperto di polvere in una biblioteca di monaci un codice del De Rerum natura, poi ha scritto a Niccolò Niccoli, un altro grande nome dell’umanesimo fiorentino, bibliotecario dei Medici, il quale, ricevuto il testo ne ha tratto con attenzione copia, collocandola poi in bella vista nella famosa biblioteca laurenziana. E’ questa l’editio princeps  del 1479. Tale edizione del Niccoli è la fonte di tutti i manoscritti italici del poema. Pertanto, tutti i libri che contengono il De rerum natura di Lucrezio, copiati o editi in ogni luogo e tempo, hanno come origine il testo curato dal Niccoli. Nel 400 Lucrezio è stato ampiamente letto e conosciuto, è piaciuto ad alcuni come il Poliziano o il Pontano, è stato al contrario bistrattato da altri come lo spiritualista Ficino, soprattutto a causa della mancata condivisione del suo pensiero. Comunque tutti gli umanisti dell’epoca, pur non con condividendone le idee, su una cosa sono d’accordo, come si è detto, sul valore poetico dell’opera.

Il secondo momento, la fase successiva della trasmissione del testo del poema è stata caratterizzata da diverse edizioni sia in Italia che all’estero tra le quali mi va di ricordare ad esempio quelle di Basilea e di Lione. Ma più che citare queste edizioni non senza importanza, è il caso di sottolineare particolarmente l’edizione parigina del Lambin, sicché si potrebbe dire che questa seconda fase circoli prevalentemente intorno a quest’ultima. L’umanista francese ha avuto il merito di comporre questa rinomata edizione servendosi di un manoscritto, il cosiddetto Quadratus (che per la forma dei caratteri viene indicato con Q.) che sarà successivamente uno dei codici basilari dell’intera tradizione manoscritta del poema. Questo codice è impreziosito inoltre da una dedica a Carlo IX, il sovrano francese dell’epoca.

La terza fase è quella che si colloca generalmente nel secolo XIX. Noi sappiamo che la seconda metà dell’Ottocento, è stata caratterizzata da un profondissimo rinnovamento degli studi. Nel clima culturale del positivismo rinasce anche lo studio filologico accoppiandosi con l’interesse per la storia soprattutto in Germania, dove si ebbe un rinnovato interesse critico anche per l’opera lucreziana. Tra gli studiosi tedeschi del periodo occorre innanzitutto citare Lachmann, il più grande filologo del diciannovesimo secolo, che sarà poi forse uguagliato solo dal Wilamovitz. Spetta al Lachmann l’edizione lucreziana del 1850 che ha avuto una importanza decisiva nella evoluzione storica degli studi su Lucrezio, a tal punto che se il testo del Quadratus è ritenuta basilare quest’ultima può a ben diritto definirsi fondamentale. Ciò è dimostrato dal fatto che tutti quelli che nella modernità hanno studiato l’opera del poeta latino sono partiti da questa edizione di Lachmann. Come è arrivato a questa versione del poema il Lachmann? Evidentemente il filologo tedesco per arrivare ad un testo di Lucrezio il più possibile preciso ha collazionato due manoscritti: l’uno è il Quadratus, il testo già  allestito dal Lambin, l’altro è l’Oblungus, che è segnato O quale sigla di riduzione. Questa edizione del 1850 del poema è quella definitiva. Tale versione del testo lucreziano del Lachmann è inoltre molto importante per l’intera storia della filologia, in quanto tutto quello che si dice nella premessa dell’edizione stessa vale come metodo di indagine per la moderna filologia.               

Nel cuore del libro secondo

9. Prima di tentare l’analisi dell’episodio prescelto, che è parte essenziale del libro II, è assolutamente indispensabile, secondo noi, soffermarci sul libro in questione per sottolinearne il contenuto, individuando altresì quei valori di tipo concettuale o stilistico che nel corso del suo svolgimento sono in grado di chiarire o approfondire ulteriormente il pensiero e l’ars poetica di Lucrezio.

Il De rerum natura è formato, come sappiamo, da sei libri che sono riuniti a coppie, pertanto anche il libro secondo, che non vien meno a questa regola,  si ricongiunge al primo per la materia. Di che cosa si parla, quale è l’elemento di unione che collega i primi due libri del poema? L’asse portante, il tema comune ad entrambi è l’esplicazione dell’origine dell’universo: sia nell’uno che nell’altro  si tratta del modo come è costituito il mondo e se ne comunica anche la teoria che è quella atomistica. Questa concezione, che al termine del primo libro viene così sinteticamente annunciata:tutto nasce per il movimento degli atomi, viene dimostrata più ampiamente nel secondo che sviluppa ed approfondisce le affermazioni sintetiche contenute nel precedente.

Se vogliamo conoscere quale sia l’argomento del secondo libro non ci dobbiamo tanto riferire al preambolo, ai primi sessanta versi che sostanzialmente coincidono col proemio di introduzione, sui quali punteremo successivamente la nostra attenzione, quanto ai versi 63-67, dove  Lucrezio riprendendo il discorso già avviato nel primo sulla teoria atomistica, rivolto al dedicatario dell’opera, riassume in cinque versi quella che sarà la materia del secondo:” Or dunque con quale movimento i corpi generatori della materia le varie cose facciano nascere, e, dopo essere nate, le distruggano e per quale forza a ciò siano costrette, e quale mobilità ad esse sia assegnata nel muoversi nel grande vuoto, dirò (esplicherò)…”  Questo, enunciato in sintesi sotto forma di problema, è il disegno del libro secondo: I corpi, gli esseri generati come vengono fuori dalla materia e che cosa li produce ? La cui soluzione secondo Lucrezio è da vedersi esclusivamente nel movimento incessante degli atomi

Una divisione sequenziale

10. Il secondo libro, che per sua natura è molto dettagliato ed articolato, presenta una struttura composita, ma ben costruita nelle sue parti. Questo ci fa porre in dubbio le affermazioni di quelli che a partire da San Girolamo hanno sostenuto che il poema sia stato scritto un pò a caso e presenterebbe delle lacune. Basta analizzare la materia molto ben intessuta e contesta del secondo libro per convincersi con una prova in più del contrario. Per meglio analizzarne i contenuti divideremo il libro stesso in 6 parti, non trascurando nel corso della trattazione di riferirci a termini ed espressioni lucreziani.

La prima sezione descrive come le cose nascano e muoiano a causa del moto incessante degli atomi. Dice Lucrezio, riprendendo gli atomisti e Democrito, che gli atomi non si fermano mai, non hanno mai sosta producendo con la loro caduta tutti gli esseri dell’universo. Ma come ciò precisamente avviene? Il poeta, ricavandolo dalla fisica di Epicuro, dice che queste particelle precipitano in senso verticale. A questo punto, quanto alle relazioni di Lucrezio con gli atomisti conviene forse sottolineare una differenza non tanto rispetto a Leucippo la cui presenza nel poema viene da qualcuno messa in dubbio, quanto nei riguardi di Democrito, il quale sostiene si che gli atomi producono tutte le cose, ma il loro movimento non è di natura verticale ma è di tipo rotatorio. E a questo proposito per spiegare la sua teoria si serve dell’esempio del canestro. Sostiene il filosofo  se collochiamo in un canestro dei grani e li agitiamo fortemente  possiamo avere un’idea di come si sia generato l’universo: gli atomi più pesanti si sono fermati al centro dando origine alla terra, quelli più leggeri a causa del movimento centrifugo hanno prodotto al contrario l’aria, la sfera del fuoco e tutto ciò che si trova al di sopra della crosta terrestre. Da questo si ricava come Epicuro e con lui Lucrezio, pur ispirandosi in generale alle teorie atomistiche, si allontanino anche da Democrito dal quale riprendono si la teoria che l’universo è nato per il moto degli atomi, ma spiegano questo movimento in modo completamente diverso.

Tutto ciò risulta dalla lettura della seconda sezione del libro: gli atomi si muovono secondo Lucrezio ed Epicuro in senso verticale, che cosa li fa muovere è la forza di gravità generata dal loro peso. Siccome gli atomi sono elementi pesanti che precipitano, ma questa loro caduta che non è assolutamente uniforme e verticale ad un certo punto subisce un’inclinazione. Questo con parola greca è il cosiddetto clinamen che fa in modo che gli atomi si scontrino fra di loro dando origine incessantemente a tutte le cose. Ma il clinamen assume nell’opera lucreziana anche un significato che va oltre la sua natura strumentale. Esso è “il potere strappato ai fati”. Se noi pensassimo ad un universo assolutamente necessario, costituito solo dalla caduta degli atomi dovremmo ritenere che per l’uomo non vi è alcuna possibilità di vivere liberamente anche in modo originale. Ma secondo Lucrezio le cose non stanno propriamente in termini così assoluti, in quanto è lo stesso clinamen che gli garantisce la libertà, sottraendolo al puro meccanicismo. Pertanto, il movimento degli atomi, la produzione dell’universo non si riferisce solo alla scienza, ma riguarda anche la morale: l’uomo è libero, la volontà dell’uomo di agire e di scegliere autonomamente è garantita da questa inclinazione.          

Lucrezio descrive qui tutti gli oggetti che è possibile vedere sulla terra. Se prendiamo una pietra, egli dice, o il ferro è chiaro che essi sono diversi dall’acqua o dall’aria. Ma come si spiega tale loro diversità? Essi sono generati da atomi di forma diversa con una differente capacità di agganciarsi: le pietre e il ferro come tutti i minerali sono formati da atomi che hanno una maggiore capacità di coesione, mentre l’acqua e l’aria, essendo costituiti di particelle più leggere e volatili, hanno una ridotta capacità di aggregazione. Per spiegare più chiaramente  come avviene la formazione delle cose il poeta utilizza il termine concilium: cioè gli atomi si aggregano, si riuniscono insieme incontrandosi, aggangiandosi e fondendosi. Moltissime volte nel poema Lucrezio si riferisce ad elementi realistici per fornirci spiegazioni, ma quando questi non rispondono allo scopo ricorre a similitudini di tipo analogico, come nel caso in questione dell’incontro e della relazione degli atomi. Questo procedimento egli ce lo fa vedere concretamente servendosi di una metafora, ricorrendo alla spiegazione delle lettere dell’alfabeto, che, inizialmente distaccate, successivamente fra di loro si congiungono armonicamente per strutturare un semplice discorso o una più organica e complessa opera letteraria. Così - dice il poeta - nascono i corpi, gli organismi dei viventi, dei vegetali e degli animali, compreso l’uomo. Occorre qui ricordare che Lucrezio, pur non assegnando nel suo sistema naturale all’uomo un posto di privilegio, dimostra comunque una particolare sensibilità verso le creature vive. Ma torniamo al movimento degli atomi.

Gli atomi si muovono, anche se generalmente il loro moto non è visibile. Lucrezio dice: non è detto che io debba pensare al movimento degli atomi quando vedo il movimento delle cose, ma molte volte può accadere che il movimento non si vede. Per spiegare ciò il poeta ricorre con una similitudine alla bella immagine che chiude questa sezione del pulviscolo atmosferico in una stanza buia, le cui particelle, gli atomi che si muovono in sospensione ci consentono talvolta di vedere un raggio di sole. In questa seconda parte, nella quale Lucrezio sostiene che il movimento degli atomi è dovuto al peso e alla loro forza di gravità, egli introduce precedenti che saranno accolti successivamente, pensiamo a Newton e alla sua teoria della gravitazione universale. Ma, diversamente dagli scrittori del ‘700, da Gassendi a Grozio, allo stesso Newton, i quali hanno parlato certamente bene del poeta-filosofo latino, i fisici più moderni hanno manifestato più di un dubbio a proposito della concezione astronomica espressa nel suo poema, pensiamo ad Einstein, il quale, pur trovando interessanti alcune sue concezioni in senso cosmico, ritiene di non poter aderire totalmente alle sue conclusioni. Ciò non toglie che alcune affermazioni di Lucrezio, non solo quelle che piacciono a Newton, introducono delle argomentazioni che saranno ritenute dalla scienza moderna.

11. Nella terza sezione, che costituisce la parte centrale del libro, il poeta si riallaccia a quanto ha sostenuto nella prima, dove ha parlato dei corpi nella loro diversità dai più consistenti come il ferro e la pietra  ai più volatili che vagano in gran numero nel vuoto. Qui Lucrezio va più a fondo, sottilizza maggiormente, sottolineando la grande varietà delle forme degli atomi. Come essa viene definita ? La varietà degli atomi è indefinita – sostiene il poeta- ma non infinita. Ed è proprio questa varietà indefinita che prova la diversità degli esseri e delle loro specie. Ma essa serve anche a dimostrare come vi sia un rapporto stretto fra la stessa varietà e la necessità, la cui relazione dà origine al ritmo che regola l’esistenza di tutti i viventi, che è fatta di vita e di morte. La terra è formata di atomi di ogni specie, per questo nutre tutti. Poiché sulla terra sono presenti tutte le qualità degli atomi ogni essere può desumere da essa la sua esistenza. Le differenti caratteristiche di queste particelle danno origine a diverse strutture che dipendono strettamente dalla loro natura.

Gli atomi sono solidi, indivisibili ed eterni, pertanto le loro caratteristiche distintive sono la solidità, l’indivisibilità e l’eternità. Gli atomi non muoiono mai, si estinguono i corpi, periscono gli esseri ma i loro generatori sono inestinguibili ed eterni. Ma essi hanno anche altre qualità come la forma e il movimento, ma non dispongono delle caratteristiche che appartengono ai loro aggregati. E’ questo l’argomento della quarta sezione dove Lucrezio tratta delle qualità degli atomi. Essi hanno, come si è visto, forme e movimento, ma pur producendo tutte le cose non sono le cose, non si identificano con gli aggregati, per cui esiste disparità fra la varietà degli atomi ed il loro risultato finale. La dimostrazione di ciò sta nella teoria delle sensazioni enunciata di seguito dal poeta, innanzitutto il colore che non dipende dagli atomi.

Qui Lucrezio per esemplificare inserisce un altro esempio: quello del mare che modifica incessantemente il suo colore. Questo fenomeno può essere facilmente osservato se da un’altura si contempla l’oceano che non presenta all’occhio dell’osservatore sempre le stesse tinte. Che il mare cambi colore, sostiene giustamente il poeta, che da azzurro-indaco diventi poi bianco, non è dovuto al fatto che gli atomi sono colorati, ma tutto ciò dipende dal loro movimento. Gli atomi sono immutabili ed immortali, ma se non hanno colore non hanno né odore né sapore, né suono, non sentono né caldo e né freddo. Pertanto, le sensazioni, come tutte le qualità secondarie non appartengono ad essi. A Proposito del suono degli atomi Lucrezio dice ironicamente:”provate a chiedere ad un atomo di recitarvi un’orazione, non ne avrete certamente risposta”. Gli atomi non sentono, quindi l’udito e tutte le altre sensazioni sono spiegabili solo col movimento. E’ questa la conclusione della quarta sezione.

12. La quinta sequenza è anch’essa molto importante perché qui si affrontano due argomenti fondamentali che dimostrano lo stretto legame del pensiero di Lucrezio con quello di Epicuro. Da che cosa dipendono queste antitetiche sensazioni? Esse non hanno nulla a che fare con l’anima, ma dipendono anch’essi dallo stesso movimento degli atomi. Tali argomentazioni dimostrano come l’atomismo sia l’asse portante di tutto il ragionamento filosofico di Lucrezio. Quando abbiamo il dolore? Anch’esso è prodotto dal movimento delle particelle. Se un corpo – sostiene il poeta – è agitato, per aver ricevuto un colpo, ad esempio una pugnalata, all’interno di esso avviene una violentissima reazione, per la quale gli atomi si muovono molto più rapidamente di quando inizialmente il corpo fosse in quiete. Se la ferita è tale per cui il movimento non si arresta l’organismo muore, se invece il colpo produce inizialmente un moto vorticoso, ma il corpo è poi in grado di ricostituire l’equilibrio iniziale cessa il dolore e continua a vivere. Ciò significa – dice Lucrezio – che anche il piacere e il dolore dipendono dal moto degli atomi: il dolore nasce quando il corpo riceve una scossa, il piacere quando le particelle ritornano al loro posto in pace.

La sesta ed ultima sezione è quella che considera innanzitutto l’universo e il mondo, che non sono altro se non il prodotto della composizione e scomposizione degli atomi. Si è visto come essi fossero eterni, indistruttibili ed immutabili e come dal loro movimento di aggregazione nascano tutti gli esseri e le cose. Ma gli atomi sono anche responsabili della morte delle cose che è il risultato della loro disgregazione. La vicenda dell’universo non è altro che un’alternarsi di costruzione e distruzione, di vita e morte senza alcun passaggio intermedio. Dice il poeta fra questi due poli estremi ed opposti non può esserci amicizia: o c’è la vita o c’è la morte.

Il problema della creazione

13. A questo punto serve un inciso che serve a dimostrare come la parte finale del secondo libro sia quella più importante, dove troviamo conclusioni filosofiche fondamentali, che ci fanno capire quale sia l’adesione di Lucrezio al verbo di Epicuro. Qui è possibile riscontrare anche una polemica nei riguardi dei sostenitori delle altre scuole filosofiche, in particolare  contro gli Stoici ma anche i maggiori rappresentanti del pensiero assoluto, sia Platone che Aristotele, e, se vogliamo anche contro i presocratici, i quali hanno pensato se non proprio ad un Dio come creatore dell’universo lo hanno tuttavia individuato in uno degli elementi presenti in natura: chi ha pensato all’acqua, chi ha pensato al fuoco, chi ha pensato all’aria, o chi, come Parmenide ha pensato a qualcosa di diverso dalla natura, in senso metafisico all’essere. Se consideriamo a questo proposito il pensiero dei maggiori rappresentanti delle tre più importanti scuole filosofiche greche arriviamo a questa unica ed in parte comune conclusione: sia Platone, sia Aristotele che gli Stoici concordano nel fatto che il mondo è stato creato da qualcuno. Gli Stoici parlano di “pneuma”, cioè di uno spirito che avrebbe alitato la vita in tutte le cose.

Epicuro e Lucrezio insieme con lui, discostandosi da questa impostazione unitaria abbastanza condivisa, sostengono che il mondo è prodotto dal caso: per loro non c’è un unus, non esiste alcun principio naturale o divino che abbia dato origine a tutte le cose ma niente è pensabile che sia stato prodotto divinitus. Tale avverbio di origine nominale viene coniato di proposito dal poeta per significare che l’universo non è stato creato per atto o volontà degli dei ma è nato in modo assoluto seguendo le leggi naturali. E’ qui presente anche tutta la sottintesa polemica di Lucrezio ripresa da Epicuro contro la religione. A proposito di essa occorre dire anche che il materialismo lucreziano non esclude comunque la presenza della divinità. Sia Epicuro sia il poeta latino, quale diffusore fedele del suo pensiero, non dicono mai che gli dei non esistono, negando in tal modo la loro esistenza. Ma, per quanto non arrivino a porre in dubbio la loro esistenza, si preoccupano tuttavia di escluderli dalla terra situandoli negli intermundia, spazi appartati da cui certamente poco si curano delle magagne degli umani.

Il “big bang”, la morte dell’universo  

14. Dopo questo inciso, che è molto importante per farci intendere quale sia la posizione di Lucrezio a proposito della religione, il poeta, riprendendo il ragionamento interrotto, continua in tal modo a tratteggiare il discorso della vita e della morte: tutte le cose sono destinate a morire. Dopo i loro concilia, dopo che gli atomi si sono fra di loro aggregati, ad un certo punto l’organismo comincia a perdere consistenza: l’essere vivente, dopo che ha raggiunto il massimo sviluppo della sua interezza, come un vecchio motore che perde colpi, comincia a cedere atomi finché, allentatasi la funzione coibente del corpo, essi completamente si dissolvono generando la sua morte. E’ questa una legge che riguarda tutte le cose, gli oggetti inanimati e quelli viventi, compreso l’uomo che, per quanto la componente dell’anima basti a distinguerlo dai corpi inerti, non può fare eccezione a questa inesorabile norma dettata dalla natura.

Nel libro terzo Lucrezio, dopo i primo due libri riservati alla fisica, soffermandosi particolarmente sul problema dell’uomo dirà che esso è formato di due elementi differenti, l’anima (che si sdoppia a sua volta nell’intelletto o elemento pensante da lui definito animus e nell’anima, il principio vitale che presiede al movimento) e il corpo indissolubilmente congiunti: l’uno è fatto di atomi più pesanti, l’anima è formata da particelle volatili  più leggere che hanno in comune la stessa natura atomistica. Ma come avviene la morte dei viventi? Si scompongono dissolvendosi prima gli atomi che compongono il corpo, ma siccome esso è strumento coibente, che serve a contenere gli elementi più leggeri dell’anima, una volta che si scompagina il corpo anche l’anima si disperde.

 Questa morte non riguarda solo i viventi ma anche il nostro mondo e l’intero universo che seguono anch’essi la legge universale delle cose. Nella conclusione del libro II Lucrezio, rifacendosi ancora una volta alla dottrina fisica del suo maestro, aderisce strettamente a questa massima di Epicuro: “Il mondo come è nato così deve morire”. Un giorno il nostro mondo perirà, la terra sulla quale noi viviamo si dissolverà allo stesso modo come è sorta. Per vedere gli sviluppi successivi di questo concetto possiamo pensare anche ad una ripresa a distanza da parte del Leopardi il quale sia nella Storia del genere umano, la prima delle sue Operette  morali , sia nel Canto del Gallo Silvestre, così sottolinea l’amara e terribile conclusione della vita di tutti gli esseri sottoposti alle leggi implacabili della natura: “Ogni parte dell’Universo si affretta infaticabilmente alla morte”. Anche per lui valgono pertanto le stesse pessimistiche ed inesorabili conclusioni lucreziane che assegnano ad ogni essere nella vita e nel mondo un comune destino di morte cui non si sottrae neppure l’incommensurabile universo. Il nostro non è – dice inoltre Lucrezio – l’unico mondo, facendo a questo punto un’affermazione di grande originalità anche rispetto ad Epicuro: la terra non è l’unico pianeta esistente, ma non è altro che uno degli infiniti mondi che sono disseminati nel cosmo infinito. Tale affermazione nuovissima si scontra anche con le convinzioni dei più grandi filosofi classici, compresi Platone ed Aristotele, i quali avevano affermato che di mondi ne esiste uno solo, quello sul quale noi viaggiamo. (fine prima parte)                          


 

[1]  Si avvisano i lettori che gli argomenti del presente articolo, come quelli inseriti nel successivo incentrato sull’analisi del preambolo dello stesso libro, sono parte di una serie di lezioni su Lucrezio tenute e registrate nel A.A. 2006/07 presso la Scuola di Specializzazione II dell’Università della Basilicata. Nell’esposizione della materia abbiamo cercato, per quanto possibile, di conservare l’immediatezza del discorso diretto e di apportare esclusivamente le correzioni necessarie alla conversione scritta del parlato. Va da sé che i due articoli, pur trattando tematiche che li accomunano, fanno anche corpo e testo separatamente.