Letteratura

Scotellaro e il clima culturale degli anni cinquanta


di Marino Faggella

 Mercoledì 11 luglio 2007 "uscita n. 1"

Ad aprire autorevolmente la strada della ricerca storica sulle opere e sugli autori della Lucania era stato già U. Bosco[1] che, ripercorrendo, la storia dal duecento in poi, aveva indicato in Sinisgalli, Scotellaro e Pierro i vertici poetici della letteratura. Leonardo Sinisgalli veniva indicato, e a ragione, al primo posto di questa triade. La stessa notorietà di Scotellaro che, per qualche tempo, sembrò concentrare l'attenzione su di sé, suscitando addirittura "un caso" a metà degli anni '50, fu dovuta, si può dire, più al particolare clima politico-culturale di quegli anni che allo specifico spessore della sua arte.

Erano gli anni della "letteratura dell'impegno" e del concetto gramsciano di "letteratura nazional-popolare" che non solo suscitarono un serrato dibattito tra i gruppi intellettuali della sinistra, ma coinvolsero anche tutta la nostra cultura letteraria postbellica. Scrive a tale riguardo Asor Rosa: «Il clima letterario degli anni immediatamente successivi alla guerra (almeno fino alla metà degli anni ‘50) è tutto dominato dall'esigenza di dare una forma concreta e definitiva alla missione sociale e civile del letterato. Siamo dunque agli antipodi del clima dominante (più o meno per libera scelta, più o meno per necessità) nel corso degli anni ‘30. la polemica contro il "disimpegno" dell'intellettuale e contro l'autonomia dell'arte divampa violentissima, ed investe anche le autorità più costituite: da Benedetto Croce agli "Ermetici"... è tutto un settore della cultura italiana del ‘900 che in questo modo si rifiuta».[2]

Il ‘45 fu un fondamentale spartiacque da un punto di vista storico e culturale, speso quasi interamente a progettare il nuovo: dopo la guerra e la resistenza occorreva non solo rimuovere i detriti, sanare le ferite e ricostruire, ma anche edificare una nuova società e fondare una nuova cultura. Dopo tanti anni di silenzio si tornava a considerare il ruolo dell'intellettuale nella storia, anche «la letteratura sembrava finalmente uscita dal suo “carcere d'inchiostro”. La critica di orientamento marxista proponeva un nuovo approccio storico-culturale ai fenomeni letterari promuovendo una rilettura meno astratta dei testi e ricavandone strumenti di analisi del rapporto scrittori e società [3]».

Contemporaneamente si diffondeva da noi anche il concetto di impegno (engagement) elaborato in quegli anni dal romanziere-filosofo Jean Paul Sartre, che in un suo famoso saggio Che cosa è la letteratura? , apparso a puntate sulla rivista Les temps moderns, così analizzava il problema della responsabilità sociale dello scrittore: «Noi non vogliamo aver vergogna di scrivere, non abbiamo voglia di parlare per non dir niente... Lo scrittore è ambientato nella sua epoca: ogni parola ha degli echi, ogni silenzio anche... Noi scriviamo per i contemporanei... In conclusione è nostra intenzione concorrere a produrre certi mutamenti nella società che ci circonda: con ciò non intendiamo un mutamento nell'anima; lasciamo ben volentieri la direzione delle anime agli autori che hanno una clientela specializzata, noi che senza essere materialisti non abbiamo mai distinti l'anima dal corpo e non conosciamo che una sola e indecomponibile realtà, quella umana.Non ci schieriamo al fianco di coloro che vogliono mutare al tempo stesso la condizione sociale dell'uomo e la concezione che gli ha di se stesso... La letteratura è tornata ad essere ciò che non avrebbe mai dovuto essere: una funzione sociale [4]».

Anche la riscoperta dell'opera di Antonio Gramsci poneva da noi in primo piano la necessità di una letteratura nazional-popolare[5].

Nei Quaderni egli aveva dedicato profondissima attenzione ai rapporti intercorrenti tra letteratura e vita nazionale, ma questo argomento era stato anche l'occasione per richiamare all'attenzione dei lettori l'importante problema del ruolo che gli intellettuali avevano svolto nella nostra storia [6].

Partendo dal Rinascimento per giungere al presente egli concludeva che a differenza delle altre nazioni non era mai esistita in Italia una produzione letteraria nazionale-popolare nella quale il popolo con i suoi problemi e suoi sentimenti si potesse riconoscere in quanto era mancata "una identità di concezione del mondo tra scrittori e popolo". Si trattava, come sostiene Asor Rosa con riferimento a quel tempo, di ribaltare la vecchia concezione della nostra letteratura, per cui «l'opera d'arte (cosiddetta) moderna dovrà dunque idealmente corrispondere il più possibile alle grandi tendenze di trasformazione della società contemporanea; lo scrittore e il poeta, perciò, uscendo dalla contemplazione esasperata e morbosa del proprio io, si sforzeranno di aderire ai sentimenti degli uomini comuni (in particolare di quelli appartenenti alle classi popolari, di cui si faranno interpreti ed assaltatori)»[7].

La concezione estetica che meglio corrispondeva a queste idee fu il Neorealismo, che per questo fu l'arte del tempo.Che l'intellettuale dovesse essere impegnato nessuno dubitava, ma non tutti erano concordi sul tipo d'impegno: culturale e sociale, o anche culturale sociale e politico? La polemica divampò sulle riviste (Rinascita, Il Politecnico, Humanitas, Mondo Operaio, Il Mondo, Comunità) nate in quegli anni e tutte impegnate nella costruzione di una "cultura militante". Il 29 settembre del '45 il primo numero del «Politecnico» uscì con un articolo entusiastico di Elio Vittorini (ideatore della rivista) intitolato La nuova cultura, ma poiché i numeri successivi non sembrarono completamente rispondenti alla linea politico-culturale del PCI [8], lo stesso Togliatti s'indusse a scendere in campo per richiamare Vittorini all'obbedienza ricordandogli che gli intellettuali non devono essere cicale, ma formiche, che loro compito non è quello di impegnarsi solo in un'oziosa arte creativa ma di lavorare per trasformare la società. La risentita risposta di Vittorini ("lo scrittore non può suonare il piffero della rivoluzione ma deve operare in piena libertà") portò alla successiva soppressione della rivista.

Il caso Scotellaro, nato proprio in quel clima, suscitò una querelle, alla quale presero parte M. Rossi-Doria, C. Levi e M. Alicata, per citare i nomi più importanti.

Mentre tali questioni divampavano nella cultura ufficiale d’Italia, quale era la situazione degli intellettuali nel Sud e in particolare in Lucania? Qui dove le idee arrivano sempre in ritardo, forse a causa di un isolamento morfologico, non giungeva se non una pallida eco di queste polemiche.Comunque la caduta del Fascismo non aveva lasciato insensibili i letterati, che avevano cantato la Liberazione («E canteranno i fanciulli e i violini/e nelle piazze del Sud col tamburo e la chitarra/le ragazze balleranno»[9]) dimostrando una notevole sensibilità sociale («Ci tolsero le ringhiere e i cancelli/ci strapparono i fili e le case/dissero che dovevamo gloriarci/perché tutto questo è patria/non è questa la patria/non è un altare di sangue/è la nostra tovaglia con un popolo/di figli che hanno fame[10]».) ma le loro voci pur sensibili non avevano toccato molti cuori.

Ben diversa fu la risonanza del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, che, pubblicato nel 1945, sollevò la polvere del silenzio e dell’arretratezza che per tanti secoli aveva avvolto la Lucania, facendo conoscere a tutti i suoi problemi e contribuendo a riaprire la cosiddetta “questione meridionale” che la politica centralizzatrice e statalistica del regime fascista aveva fatto passare sotto silenzio. Questi problemi risuonavano ora più fortemente anche per la natura autobiografica del libro:«Sono passati molti anni pieni di guerra e di quello che si usa chiamare storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di ritornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mai mantenerla. Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato andare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla storia e allo stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte.«Noi non siamo cristiani essi dicono, Cristo si è fermato ad Eboli-Cristo vuol dire, nel loro linguaggio,uomo»[11].

Ma non tutti erano d’accordo a proposito della tesi leviana, e non mancarono i detrattori tra gli stessi intellettuali di fede marxista, come Mario Alicata[12], allora grande dirigente del PCI, che rimproverava allo scrittore torinese di non sapere affrontare “storicisticamente le ragioni dell’inferiorità sociale del Mezzogiorno” né di saper individuare “le forze storiche e le vie” che avrebbero potuto portare a soluzione la questione meridionale. Alicata, inoltre, pur riconoscendo a Levi il merito di aver riscoperto il mondo contadino, lo accusa di aver fatto della società meridionale e lucana in particolare “una rappresentazione metafisica e misticheggiante”, limitandosi ad una descrizione più pittoresca che autenticamente veritiera; gli sembrava, insomma, che l’autore, pur descrivendo i problemi del Sud, li avesse collocati fuori dal contesto storico nel mondo puro dell’arte.

Fu proprio Carlo Levi, che fu legato sempre fino alla morte da affetto e stima sincera nei riguardi del poeta di Tricarico, a far nascere il mito di Scotellaro,«un mito artificiosamente costruito dai suoi “amici”e da un interessato partito socialista. E si sa che né gli “amici” né i partiti hanno mai reso un buon servizio ai poeti a agli artisti almeno nel tempo» (Caserta). Infatti oggi, a distanza di anni, questo mito e la fortuna della poesia epica di Scotellaro impallidiscono un po’, tanto che ai nostri giorni molto scarse sono le risonanze che vengono dalle sue opere, soprattutto perché quasi tutti gli scritti del poeta di Tricarico sono assolutamente datati, nel senso che si riferiscono prevalentemente ad una particolare epoca: quel breve tempo nel quale si svolse la sua esistenza. La critica più avveduta è arrivata a concludere che:«è difficile oggi stabilire quanto si desiderava e che cosa ci è rimasto di un periodo che le lotte sociali e le aspirazioni di pochi coraggiosi intellettuali hanno reso ormai lontanissimo[13]».

Di tutte le opere di Scotellaro, infatti, sono proprio le poesie politiche quelle che risultano più lontane da noi, non solo per i contenuti (il messaggio politico), ma anche per i generali valori dell’arte.Egli certamente scrisse le sue cose più interessanti, le sue liriche più belle, solo quando, deposta la fanfara politica, in modo più dimesso ritornò al canto lirico, alla poesia, alla vera lirica, la quale non può non essere soggettiva.

Ove si consideri la nascita e l’appartenenza sociale del poeta di Tricarico si riscontrano sorprendenti analogie con la situazione di Leonardo Sinisgalli, anch’egli figlio di un sarto-contadino costretto ad emigrare. Le analogie sono tanto più evidenti se si esamina il loro stato anagrafico di intellettuali. Lo stesso Gramsci, analizzando le condizioni del Sud all’inizio del secolo ha sostenuto:«l’intellettuale meridionale esce prevalentemente da un ceto che nel Mezzogiorno è ancora notevole: il borghese rurale, cioè il piccolo e medio proprietario di terra che non è contadino, che non lavora la terra, che si vergognerebbe di fare solo l’agricoltore, ma che dalla poca terra che ha (…) vuol ricavare di che vivere convenientemente, di che mandare all’università o in seminario i figlioli»[14].

Al di là delle analogie, esistono però tra i due scrittori lucani anche profonde divergenze soprattutto se analizziamo la loro posizione storica: all’impegno del poeta della “libertà contadina” Sinisgalli contrappose, più per ragioni personali che storiche, la poesia pura e il ritiro in se stesso.

Scotellaro aveva avuto ottimi maestri nei crepuscolari e negli ermetici, in particolare in Sinisgalli che tra i cosiddetti “Ermetici meridionali” aveva rappresentato per il più giovane poeta sempre un punto di riferimento, e col quale più evidenti sono i rapporti.

    In effetti il Sindaco-poeta, sin dal suo esordio, come sostiene Contini:«avendo bisogno di una tecnica collaudata, ricorse palesemente alla prosodia e al cifrario fantastico di Sinisgalli».

Fin dall'adolescenza Rocco, come testimonia una lettera (8 agosto '49) inviata a G. Leone, aveva dichiarato una lunga e appassionata fedeltà per il poeta di Montemurro: «Io conosco quasi tutto di lui, e lo so anche a memoria in alcune poesie da tanti anni». Questa fedeltà è stata poi ammessa e dimostrata da quei critici che hanno studiato l'uno e l'altro autore[15].

Tali rapporti, inoltre, sono dimostrati dallo stesso Scotellaro in una lettera direttamente rivolta al poeta di Montemurro nel 1946, nella quale, secondo un costume già diffuso nella nostra cultura letteraria[16], il più giovane scrittore per accreditarsi ("... Sono un poeta e vorrei essere conosciuto e stimato da te") dichiarava la sua ammirazione e la sua amicizia al poeta più famoso, dandogli del tu. Quando tra il '38 e il '43 Scotellaro, componendo le sue poesie su "carta da macellaio", faceva il suo tirocinio poetico erano già uscite le prime ed importanti raccolte di Sinisgalli: a parte Cuore ('27) e le 18 Poesie ('36), soprattutto Vidi le Muse (1943). Ma anche le successive raccolte, da I Nuovi Campi Elisi ('47) alla Vigna Vecchia ('52), dimostrano l'influenza esercitata da Sinisgalli nei riguardi del più giovane poeta non solo per la ripresa di motivi formali, più che evidente da un'analisi di tipo comparativo, ma per gli imprestiti o talvolta autentici calchi o ritrascrizioni [17].

Da Lucania in poi è possibile notare un'analogia di temi e di motivi che non sono solo, come pensano alcuni, gli idola tribus della sacralità familiare, la religiosità collettiva, il culto dei Mani apparteneti ad una comune civiltà; ma si tratta anche della complessa mitografia già presente nella poesia di Sinisgalli: il Sud, la terra madre, il paese, la campagna e i suoi paesaggi naturali, le strade, le piazze, i quartieri; la gente: i contadini, gli artigiani, gli emigranti; tutta la componente laico-familiare: gli antichi padri, la madre, il padre, i fratelli e le sorelle, i compagni, i cari morti familiari ecc.Nulla o quasi vi manca. Su ognuna di queste tematiche, materia poetica comune ad entrambi, si potrebbe fare un'analisi di confronto[18], ma questo ci porterebbe un po' lontano dal nostro discorso.


 

[1] U. Bosco, Basilicata letteraria, in A.A.V.V., La Basilicata, Banca Nazionale del Lavoro, Roma, 1965.

[2] A.Asor Rosa, L’età della resistenza e dell’antifascismo, in Sintesi di storia della letteratura italiana, La Nuova Italia, Firenze, 1976, pp. 453-54.

[3] V. De Caprio-L.Giovanardi, Gli intellettuali e le ideologie, in I testi della letteratura Italiana, Einaudi, Torino 1993, p.96 sgg.

[4] P. Sartre, Che cosa è la letteratura, Il Saggiatore, Milano,1960, pp. 215 sgg.

[5] Così l'autore dei Quaderni:«E' da osservare il fatto che in molte lingue, "nazionale" e "popolare" sono sinonimi o quasi... In Italia il termine "nazionale" ha un significato  molto ristretto ideologicamente, e in ogni caso non coincide con "popolare, perché in Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla "nazione", e sono invece legati a una tradizione di casa, che non è mai stata rotta da un forte movimento politico popolare o nazionale dal basso: la tradizione è "libresca" e astratta, e l'intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibale Caro o Ippolito Pindemonte che ad un contadino pugliese o siciliano... non esiste nel paese un blocco nazionale intellettuale e morale, né gerarchico e tanto meno ugualitario. Gli Intellettuali non escono dal popolo, anche se accidentalmente qualcuno di essi è di origine popolana, non si sentono legati ad esso (a parte la retorica) non ne conoscono, non ne sentono i bisogni, le aspirazioni, i sentimenti diffusi; ma nei confronti del popolo sono qualche cosa di distaccato, di campato in aria, una casta, cioè e non un'articolazione, con funzioni organiche, del popolo stesso. In Italia è sempre mancata e continua a mancare una letteratura nazionale popolare (A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale  Einaudi, Torino 1950.)

[6] Così N. Bobbio riassume il programma gramsciano di una "nuova cultura" liberatrice: «Gramsci proponeva una soluzione alla profonda e non più differibile esigenza di un "impegno" politico, dell'uomo di cultura; poneva in termini nuovi il nesso tra politica e cultura. Cultura non più fuori o contro il partito, ma dentro e attraverso il partito... Rinnovamento culturale non fu, come si è detto soltanto allargamento di orizzonti, ma anche nuova coscienza del compito dell'intellettuale nella società. Capovolta fu la massima di Croce, secondo cui l'unico modo di fare politica per un intellettuale è di fare cultura, in quest'altra: l'unico modo di fare cultura è di fare politica, cioè di dare il proprio contributo a trasformare la società..., cioè è anch'essa uno strumento rivoluzionario, o è un inutile passatempo [...]. Cfr. Bobbio, Profilo ideologico del Novecento, in E.Cecchhi, N.Spegno, Storia della letteratura Italiana, Garzanti, vol.IX, Milano 1969, pp. 216-224.

[7].Asor Rosa,  Op. cit.,p. 454.

 

[8]Tale linea si può riassumere nel termine di Zdanovismo , da Andrey Zdanov (1896-1948) che fu il principale artefice della linea politico-culturale della Russia staliniana, e il formulatore del concetto di "realismo socialista", del tutto avverso al Decadentismo, ritenuto sinonimo di decadenza, e teorizzatore della cosiddetta "ortodossa ideologia" che impose un controllo stretto sull'attività degli intellettuali del dissenso o non completamente ligi al sistema. Si può dire che con brevi schiarite, questo è stato l'atteggiamento costante dell'"esthablischement" politico verso gli uomini di intelletto delle "purghe" staliniane alle più recenti vicende della captività degli scienziati; Sacharov e Medvedev fino all'esilio di Solzenitzyn. Per questi temi si guardi Borys Lewytzkj, L'opposizione politica nell'Unione Sovietica, Milano 1974.

[9] Cfr. M.Parrella, Poesie e pietre della Lucania, in Momenti, Torino 1954.

[10] M.Parrella, op.cit.

[11] C.Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, Torino 1945.

[12] E’ di Alicata il noto saggio: Il meridionalismo non si può fermare a Eboli, Il Saggiatore, Milano 1968.

[13] Cfr. G.Spagnoletti, Storia della letteratura italiana del Novecento, Newton & Compton, Roma 1994, p. 563.

[14]A.Gramsci, Alcuni temi della questione meridionale, in Scritti politici, a cura di P.Spriano, Editori Riuniti, Roma 1971, pp.735-738.

[15]Per C. Muscetta: Sinisgalli fu lo scrittore che più influì su Rocco non soltanto per motivi di geografia politica; M. Alicata nell'opera di Scotellaro ha notato "accanto a un pò di Saba e un pò di Montale", addirittura "moltissimo Sinisgalli"; R. Salina Borello ha sostenuto che all'interno dell'ermetismo «un nome che corre con maggiore frequenza nelle pagine della critica è quello del conterraneo Sinisgalli».

[16]Si pensi alla lettera del Manzoni al Monti dopo la pubblicazione dell'Urania  o a quella del giovanissimo D'Annunzio al Carducci.

[17] Si trascurano qui gli esempi perché l’opera di collazione potrebbe essere effettuata da chiunque con notevole successo.

[18]Per questo si rimanda all'ottimo studio di A. Lucio Giannone Scotellaro e gli ermetici meridionali in AA.VV. Scotellaro trent'anni dopo  cit., 345 ss.