Letteratura

Venerdì 25 Ottobre 2013 "uscita n. 12"

 

Similitudine e analogia tra mondo umano ed animale nel De reum natura di Lucrezio (l,I VV. 404-406)

di  Daniela Camardese

 

 

                                 namque canes ut montivagae persaepe ferai

            naribus inveniunt intectas fronde quietes,                     405

cum semel institerunt vestigia certa viai,

sic ecc.

 ( “Come i cani col loro fiuto scoprono una tana, spesso nascosta tra le fronde, una volta che abbiano trovato le tracce sicure del loro procedere, così passo dopo passo tu stesso, nell’indagare i segreti del mondo, potrai osservare e penetrare con lo sguardo le cose oscure e nascoste, traendo di lì la verità”.)

 

1.Siamo di fronte a un passo del De rerum natura di cui si sono occupati diversi studiosi[1],

esercitando un particolare riguardo soprattutto alla similitudine che lo sostanzia.

      Innovativa e molto apprezzata[2], l’analisi di Marta Battisti, prendendo le mosse proprio da questo significativo campione d’indagine, ha posto in luce lo specifico rapporto fra metafora e similitudine che si può ravvisare nel poema lucreziano: «un legame di natura semantica, che si realizza in termini di genesi o di derivazione dell’una dall’altra»[3], sicché spesso, nel De rerum natura, si assiste, come nel passo in questione, all’anticipo, in sede metaforica, di un concetto in seguito delineato più in dettaglio e, per così dire, ‘razionalizzato’ attraverso una comparazione.

            In I 398-409 la studiosa rintraccia il primo caso del testo lucreziano in cui operi l’interazione suddetta: il contatto fra metafora e similitudine si realizza a partire dal v. 402, ove i traslati vestigia e sagaci preludono alla comparazione con i segugi da caccia e il nesso caecasque latebras insinuare estende il tropo, come un prolungamento di vestigia oltre la similitudine, ai vv. 408 sg. Si delinea così, nel complesso, una struttura circolare nella quale il metaforico vestigia del v. 402 ritorna, in senso proprio, nella similitudine al v. 406 e, all’interno di quest’ultima, l’espressione intectas fronde quietes (v. 405), situata sul piano del proprie loqui, rinvia alla successiva (v. 408) e figurata caecasque latebras.

            Ravvisata questa sorta di ‘osmosi’ anche in altri casi analoghi, lo studio della Battisti raggiunge alcune acquisizioni rilevanti: circa le differenze costituzionali e funzionali presenti nell’usus lucreziano, spesso combinato, di metafora e similitudine, la prima, valendosi del suo consistente e immediato portato semantico, «esprime un concetto a livello di intuizione», la seconda, configurandosi quale importantissimo strumento del pensiero, «si pone come procedimento esplicativo» di quello stesso concetto evocato per via metaforica[4].

       Le similitudini lucreziane si profilano infatti poco ornamentali e molto vincolate a certe dimostrazioni, per cui si rifanno prevalentemente ai dati osservabili e li pongono in stretta relazione con quanto intendono suffragare; ma è pur vero che la struttura ciclica metafora-similitudine-metafora rispecchia una consuetudine variamente in atto nel poema e neppure peculiare dello stesso[5].

            In ogni caso, a parità di referente, i due tropi saldano efficacemente, nel De rerum natura, pensiero e poesia, perché la similitudine agisce sul piano della denotazione, in quanto esplicita e chiarifica dei concetti «facendo ricorso ad esempi tratti da fatti direttamente conoscibili per via sensoriale», la metafora interviene invece sulla connotazione o sull’emotovità del lettore, per il tramite dell’illusione e del lepos[6].

            Nel passo di cui intendo occuparmi, tuttavia, il rapporto fra concetto ed esposizione esplicativa e, soprattutto, la ‘circolazione’ del testo dal piano emotivo e poetico a quello euristico sono ulteriormente complicati dalla pregnanza dello stesso soggetto in questione. Il fulcro semantico è infatti ravvisabile nella ‘sagacia’ canina, la capacità di fiutare, captare segnali e invenire alid ex alio. Da un lato, in quanto riconducibile all’«animal material», tale referente incrementa di per sé la qualità cognitiva e probante deputata alle similitudini lucreziane, poiché afferisce al complesso di quelle res certae e facilmente compulsabili, di quegli oggetti d’osservazione di cui chiunque può disporre[7].

            A riguardo, una certa incidenza sulla selezione del subject  deve essere stata esercitata da una delle più grandi conquiste dottrinali che il poema si propone di diffondere: quell’«universalità delle leggi di natura» che, operando ugualmente «in tutte le cose, nelle più “piccole” come nelle più “grandi”», le rende allo stesso modo partecipi di «valorizzazione poetica»[8]. Così l’esempio dei cani che ricercano le fiere sui monti rientra nella sfera della quotidianità alla quale Lucrezio ama rivolgersi, particolarmente in sede dimostrativa: si noti il persaepe al v. 404 che può essere letto come un succedaneo del tipico segnale -videmus o affini- in quanto (combinandosi al plurale canes), avvicina analogamente il caso in esame al piano dell’esperienza consueta e rassicura, sul versante della frequenza, circa l’alto grado di probabilità e verificabilità del soggetto.

            Ma tale condizione, per così dire, ‘statutaria’ o connaturata del referente, diviene, nei vv. 402 sgg., ulteriormente riconoscibile perché qui, per la prima volta nel poema, l’«animal kingdom» (nella sua duplice componente, domestica e selvatica, dei canes e delle ferae) entra in gioco nella similitudine suddetta in quanto coinvolto in un procedimento analogico (come formalmente segnalato dal tassema ut, tipico della comparatio), che in innumerevoli circostanze costituisce nel De rerum natura una privilegiata «chiave d’accesso alla comprensione dei fenomeni invisibili»[9]. La prassi analogica doveva essere presupposta come assai efficace sul piano euristico, in quanto capace di evidenziare somiglianze che palesassero la natura e l’incidenza di certe leggi fisiche, già da Epicuro[10].

            Lo stesso fondatore del ‘Giardino’ ricorre a un procedimento del tutto simile a quello lucreziano nella celeberrima chiusa dell’Epistola a Meneceo (135 8 sgg.).

            Ma in materia di animali e in particolare per il caso oggetto del presente paragrafo, l’incidenza dell’analogia nel poema lucreziano come strumento euristico[11] poteva probabilmente riconoscere il proprio fondamento epistemologico nella biologia di scuola aristotelica, che aveva rapportato proprio le umane facoltà intellettive  a certe qualità degli animali[12].

            Oltre che sotto il profilo analogico, il caso presente ai vv. 402 sgg. del De rerum natura assurge a un ruolo paradigmatico anche perché inaugura, sempre in tema di rappresentazione dell’«animal material», l’esercizio di un’altra tendenza che soddisfa ulteriormente la necessità di consolidare il patrimonio delle res  sulla base dell’immediata affidabilità di una parte di esse. Queste ultime, infatti, costituiscono come ‘approdi’ sicuri ed omogenei nella fruizione (che si auspica unitaria) della realtà molteplice e a volte scomposta.  Mi riferisco al fatto che, per azione di un ideale sincretismo o, per così dire, di una ‘funzionale topica interna’ al poema, il cane finisce col figurarvi (e qui se ne sperimenta il primo esempio) quasi sempre in relazione all’attività di inseguimento della preda, perché essa ne costituisce il precipuo carattere distintivo nella congerie degli animalia.        

         Ma se è vero che da un lato il procedimento analogico, dall’altro questa sua forma di orientamento veicolato da una certa ‘stereotipia’, costituiscono un importante supporto euristico, è altrettanto innegabile che il primo di questi due aspetti ha un ruolo imprescindibile nell’opera lucreziana anche perché ne soddisfa efficacemente, oltre all’urgenza persuasivo-filosofica, la vocazione poetica, rappresentando «una delle principali matrici generative dell’immaginazione»[13] e assumendo su di sé le potenzialità che la tradizione dell’epos riconosceva in genere proprio all’espediente stilistico della similitudine.

            Nel caso specifico di cui mi sto occupando, non si può trascurare neppure il fatto che il paradigma della caccia è talmente attestato, anche in svariati generi, in prevalenza -ma non esclusivamente- poetici, da caricarsi di per sé di un connotato di letterarietà che completa, sul piano dell’«ornamental», il «functional» in apparenza più pertinente alla comparatio.

 

Ripercussioni che valicano la didassi.

 2. Prima di occuparmi dei precedenti illustri del passo lucreziano, aggiungerei che la complessità di quest’ultimo è insita anche in un altro aspetto. Il focus cui punta il parallelo ‘cane da caccia-mente del lettore’, riguardando l’azione di una ricerca tra vestigia, tracce visibili di un qualcosa che giace nascosto, consente infatti che si intersechino più livelli: su un piano propriamente didattico, scopo dell’esposizione è trasmettere l’acquisizione di un corretto metodo d’indagine e il livello stilistico, inaugurando quel ‘congegno’ d’intarsio tra tropi di cui s’è parlato, si preoccupa di segnalare come particolarmente impegnativo il contenuto che vi è sotteso; ma l’intento perseguito è talmente cogente da investire un piano ben più ampio e metaletterario, sicché il caso di riferimento ‘riflette’, come in uno specchio, proprio quell’azione che la similitudine esemplifica, perché la scelta stessa di questo tropo, s’è detto, implica l’adozione di un procedimento analogico che induca dal noto all’ignoto: in altre parole, è come se Lucrezio spiegasse un dato procedimento attuandolo e lo attuasse spiegandolo, o, se si preferisce, è come se il testo, in quanto magister, si rendesse autonomo dal suo stesso autore e rappresentasse di per sé un exemplum di ciò che espone mediante l’accostamento fra l’azione dei segugi e quella di un animus sagax.

            Ho identificato da subito lo scopo del locus, perché il contesto che lo ospita, soprattutto attraverso l’insistito ricorso alla II persona singolare, lascia intendere che l’urgenza didattica sia particolarmente sentita.

            Mi pare opportuna, a questo punto, qualche delucidazione sul suo contesto più ampio, il quale è assolutamente imprescindibile, tant’è che restringerlo a pochi versi va senz’altro a discapito della laboriosa tessitura a incastro realizzata da Lucrezio mediante il ricorso a certi nessi tipici del suo argomentare. Basti pensare che il “lacerto”, per così dire, selezionato da Maria Battisti, e cioè i vv. 398-409, più che proiettarsi in una nuova acquisizione, inizia di fatto con uno sguardo all’indietro.

 

La sagacia.

3. Si ha ragione di sostenere che il «procedimento ‘prolettico’ caratteristico del linguaggio lucreziano»[14], non inizi, per il locus di cui mi sto occupando, con le espressioni metaforiche vestigia e sagaci del v. 402, bensì assai prima, nel pieno di quella dimostrazione che, in apparenza, si sarebbe conclusa a questo punto del poema. Un primo segnale di un’effettiva ‘concatenazione’ si coglie infatti ai vv. 368, allorché, a seguito delle varie prove (permeabilità ecc.) pro inani, Lucrezio afferma risolutamente (cfr. nimirum al v. 368, ma già prima al 365) che, misto alle cose, esiste quod ratione sagaci / quaerimus: si noti la posizione cruciale, a inizio verso e dopo enjambement, del verbo, ma soprattutto, il diretto coinvolgimento dell’autore, che dichiara il personale esercizio della ricerca nobilitandolo proprio col crisma della ratio sagax.

            In altre parole, il concetto della ‘sagacia’, sviluppato ai vv. 402 sgg., si rivela cruciale e altamente produttivo sul piano didattico, in quanto soggetto a un vero e proprio iter: dalla ricerca ‘illuminata’ del poeta, che ne vanta orgogliosamente il corretto esercizio, tale dispositio passa ai fallimentari tentativi di applicazione messi in atto dagli avversari dell’epicureismo, finché il testo suggella, nel passaggio fondamentale dei vv. 402 sg., una sorta di vera e propria ‘investitura’ del pubblico: ‘ma a una mente sagace queste poche tracce sono sufficienti perché TU possa conoscere per il loro tramite il resto’.

       L’uditorio, prima allettato dalle potenzialità euristiche di un metodo di per sé economico, è definitivamente captato dall’enfatico tute che lo chiama in causa prospettandogli, in vista delle sue adeguate facoltà cognitive[15], la possibilità di personalizzare la ricerca, sia pure sulle orme della propria guida, realizzando, similmente, analogie dal noto all’ignoto.

     In effetti, la duplice identificazione fra l’attività cognitiva e la ‘sagacia’ canina e fra l’imprescindibile esperienza sensoriale e le ‘tracce’ fiutate, agisce, come molte metafore, sul piano della connotazione sintetizzando un concetto molto denso e intuitivamente carpito; tuttavia si carica anche di un valore aggiunto, strutturale e conativo insieme, rispetto agli altri tropi similari, perché segnala punti di raccordo fra parti del poema, e in particolare del I libro , in cui la ricerca, rivolta a un oggetto apparentemente più distante dai sensi, necessita di un maggiore impegno della ratio, ma anche di una rassicurazione sulle possibilità di quest’ultima. Così in I 1022 e V 420 la mens sagax, in un paradosso contrario al determinismo o al provvidenzialismo delle aggregazioni di materia, è riferita ironicamente agli atomi stessi; in II 840 animus sagax è considerato perfettamente in grado di cognoscere realtà, come gli atomi, mancanti di qualità secondarie; in IV 912 animus  sagax  è considerato perfettamente in grado di conoscere realtà, come gli atomi, mancanti di qualità secondarie..

            L’analisi finora condotta ha esteso il contesto di I 402 sgg. perché, di questi versi, risultasse più chiara la natura esemplare e accentrante rispetto al campo ben più vasto della ricerca tout court, perché insomma, dall’operazione molto incisiva di combinare un’immagine sintetica alla sua estrinsecazione, si risalisse, per l’afferenza stessa dell’immagine all’attività cognitiva, al vaglio del suo impiego più ampio: in caso contrario non sarebbe possibile individuare compiutamente il nucleo semantico della metafora della ‘sagacia’ nella coicidenza fra il potenziale della ratio e la portata del verum protrahere (v. 409).

 

Implicazioni poetiche.

       4.            Indagherei ora in dettaglio l’efficacia della similitudine sui segugi, che opera con scopi non diversi, ma conosce, sia pure nell’apparente linearità della spiegazione che la sostanzia, ‘rifrazioni’ ugualmente corpose.

            I vv. 398 sg. coinvolgono direttamente il lettore inducendolo ad ammettere, sebbene indugi con molti pretesti, che il vuoto esiste. A questo punto Lucrezio incornicia l’interazione metafora-similitudine nella prevenzione di una possibile critica all’eccessiva concisione del ragionamento che ha appena esposto: “per giunta ricordandoti molti argomenti potrei ‘rastrellare’ consenso alle mie parole, ma a un animo sagace queste poche tracce sono sufficienti perché tu possa conoscere, per loro tramite, da te stesso il resto. E infatti come le cagne che si aggirano sui monti assai spesso scovano col fiuto i frondosi rifugi delle fiere, una volta che si siano collocate sulle tracce di un cammino sicuro, così da te stesso potrai vedere in siffatte realtà un dato da un altro e insinuarti in tutti i recessi nascosti e trarne il vero”.

            A livello contenutistico-formale, la comparazione fra la ricerca canina e quella umana è in sé ben coerente e coesa, ‘funziona’ per così dire perfettamente e con la dovuta appropriatezza; il tertium comparationis risiede infatti nelle modalità e negli effetti della ricerca: gli indizi presi in esame in progressione (vestigia nel primo membro della similitudine e alid ex alio nel secondo), il retto cammino percorso (via prima e tales res poi), la possibilità di addentrarsi nell’ignoto (intectae quietes da un lato e le simillimae caecae latebrae dall’altro), il buon esito finale (inveniunt i cani come il lettore può verum protrahere).

            Tuttavia, se è vero che nel poema lucreziano la similitudine «diventa peculiare strumento dimostrativo» dell’analogia sottesa alla metafora che l’anticipa, considerando, sia pure nella complessità strutturale e performativa suddetta, l’assoluta perspicuità concettuale del traslato animus sagax, che non risulta evidentemente né equivoco né troppo ardito[16] se il poeta l’ha già introdotto senza ulteriori ragguagli o giustificazioni a uno sguardo superficiale, potrebbe sfuggire la necessità, o l’opportunità, o la pertinenza del parallelo in questione.

            In altre parole non si avverte, a questo punto del poema, l’urgenza di una spiegazione chiarificatrice[17], tant’è che il testo lucreziano ‘correrebbe’ senza difficoltà, qualora ai vv. 402 sg. si saldasse (sostituendo eventualmente ita a sic) la seconda parte della comparatio: verum animo satis haec vestigia parva sagaci / sunt per quae possis cognoscere cetera tute. / ITA alid ex alio per te tute ipse videre / talibus in rebus poteris ecc.

            D’altro canto, la connessione fra l’attitudine intellettiva umana e la ‘sagacia’ doveva essere, se non assodata, quanto meno fortemente avvertita nel I sec. a. C., perché la ritroviamo nello stesso Cicerone, sia pure in contesti in cui non l’analogia, bensì la contrapposizione antitetica, o comunque un’esplicita e ‘finalistica’ distinctio, si palesa dall’accostamento uomo-animale. Si vedano i casi seguenti: leg. I,22 e soprattutto:fin. II 45 soprattutto fin. II 45[18].

            Verrebbe allora da chiedersi: perché Lucrezio scende nel dattaglio del contatto metaforico e palesa un diretto raffronto fra l’investigazione umana e quella dei segugi? E perché, volendo esaltare la produttività della ricerca condotta secondo i dettami epicurei e trasferirne il portato al pubblico, per mezzo di una formale investitura (sicché la ratio sagax è attribuita prima a sé, poi al lettore), sceglie di assimilare l’indagine propria e quella del discipulus all’exemplare del cane, a un soggetto cioè tratto da un ‘regno’ che, anche nell’ottica non provvidenzialistica di un epicureo, detiene però solo parzialmente la facoltà cognitiva?

            Se alla base della similitudine si suppone un’esigenza di razionalizzazione, è pur vero che nel caso specifico questa potrebbe risultare banalizzante e ridurre malaugaratamente la gravitas del contesto. L’esempio dei cani, preso ad litteram, comporterebbe infatti il pericoloso inconveniente di ‘volgarizzare’ (quasi a dire ‘tutti possono indagare, se lo fanno i cani!’), un messaggio che invece, sarà presentato, non molti versi dopo, come orgogliosamente distante dai pregiudizi del vulgus[19]: quoniam haec ratio plerumque videtur / tristior esse quibus non est tractata, retroque / vulgus abhorret ab hac, volui tibi suaviloquenti / carmine Pierio rationem exponere nostram…dum perspicis omnem / naturam rerum ecc. (I 943-950 passim).

            Ma nei vv. 404 sgg. c’è un elemento ineludibile che ne garantisce la gravitas e ne rafforza la valenza concettuale ed emotiva: è il forte ‘tasso’ di letterarietà, perché, come ho anticipato, l’esemplarità del cane da caccia era abbondantemente codificata nel mondo antico e ‘funzionalizzata’, soprattutto all’interno di similitudini, in situazioni espositive di tutto rispetto.

            La Battisti nota molto opportunamente[20] che la similitudine lucreziana ha diversi antecedenti e ricorda Emp. 31 B 101 D.-K., in cui spicca, per la forte corrispondenza col passo lucreziano, soprattutto l’espressione θηρείων μελέων μυκτñρσιν ερευνών. Ma il frammento del filosofo di Agrigento costituisce un dittico molto controverso da un punto di vista testuale[21].

            Merita, a mio avviso, qualche rilievo in più un raffronto con un altro (forse l’archetipo) parallelo a soggetto venatico[22], che a molti commentatori lucreziani è sfuggito[23]: mi riferisco all’omerico Il. XXII 188 sgg., che viene offerto in traduzione a causa della sua estensione:

 

Achille veloce seguiva Ettore, senza riposo incalzandolo; come un cane sui monti insegue un nato di cerva per valli e per gole dopo averlo snidato; e se quello si appiatta smarrito sotto un cespuglio, corre pur sempre cercando le tracce finché lo trova; così non sfuggiva Ettore al piede rapido Achille.

                                  

            Il parallelo si colloca in un momento in cui il pàthos della vicenda iliadica è al culmine, in quanto è in corso il cruciale inseguimento fra Achille ed Ettore al di sotto delle mura di Troia. L’associazione combinata Achille-cane Ettore-piccolo di cervo vivacizza con un colorito fantastico e un’ideale translatio ad una situazione più ordinaria della realtà bellica, la fatalità dell’evento (in quanto Ettore ed il cerbiatto condividono l’impossibilità di sottrarsi alla morte).

            Ma è proprio la rappresentazione delle figure animali, ciascuna delle quali costituisce in Omero un alter ego dell’eroe, a segnalare una profonda differenza nel passo del De rerum natura: nell’ ‘Iliade’, per quanto nell’ ‘azione’ di cui la similitudine si sostanzia sia prevalentemente responsabile il cane-Achille, i due membri oggetto dell’associazione vengono presentati come assolutamente paritari: lo rivelano l’incipit e l’explicit del raffronto e lo conferma una seconda e vicinissima similitudine (vv. 199 sgg.), laddove viene presentato il caso in cui, in sogno, non si riesce a raggiungere un fuggiasco così come questi non riesce a sfuggire[24].

        Nel passo lucreziano, per converso, il raffronto fra il lettore e il segugio, anzi fra i lettori e i canes di cui si parla, pone al centro questi ultimi quali unici protagonisti dell’ ‘azione’: cfr., sul piano del proprie loqui, inveniunt e institerunt, in sede metaforica, insinuare e protrahere.

          Nel testo greco tutto appare volutamente proteso all’indugio sui particolari della scena, sui reiterati tentativi del ‘campione’ in vantaggio (Achille-segugio) di raggiungere il suo antagonista, cui è riservata-a prefigurarne l’imminente sconfitta[25]-l’immagine concettualmente più debole del piccolo di cervo (νεβρός έλάφοιο)

      Nel testo lucreziano, invece, tutto è incentrato sul raggiungimento, non solo prefigurato, ma effettivo, dell’oggetto della ricerca, e anzi ‘si sorvola’ strategicamente su certi dettagli, per così dire, ‘dispersivi’: rispetto alle omeriche e più elaborate espressioni, il lapidario naribus inveniunt lucreziano si distingue per concisione, immediatezza e qualità risolutiva. Ma altrettanto pregnante è la condizione imprescindibile per il buon esito dell’indagine, a rappresentarne, al di là della comparatio, l’orientamento ‘razionale’: cum semel institerunt vestigia certa viai. I cani cioè pervengono alla meta, per quanto apparentemente sembri difficile da decifrare (e in tal senso al sostantivo quietes potrebbe essere deputata una pointe molto ad hoc), nel momento in cui perseguono la via giusta, così come al lettore è garantito che, sulla scorta delle indicazioni del maestro, insinuandosi in tutti i recessi, potrà inde cogliere il vero. Non solo, ma la ‘certezza’, delle tracce seguite, cioè la loro pertinenza all’oggetto del quaerere, è anche ciò che preserva, e Lucrezio lo dice a chiare lettere, prima della comparatio (ai vv. 398-402) né soltanto lì, da quelle tentazioni di inutili ‘morosità’[26] che la ‘minaccia’, bonaria e suadente da un punto di vista pedagogico, si pigraris…usque adeo largos haustus e fontibu’ magnis / lingua meo suavis diti de pectore fundet ecc. (vv. 410 sgg.), si preoccupa di arginare[27].

 

Conclusione

 5. Una riprova del fatto che Lucrezio stia soprattutto «reworking» Omero[28], mi sembra risiedere proprio in quell’ ‘intarsio’ formale fra metafora e similitudine, con cui ho esordito nel presente paragrafo, e che costituisce, pertanto, una sorta di ‘cifra’ stilistica: per quanto sia peculiare del nostro il ricorso alla comparatio quale «strumento dimostrativo»[29], è infatti innegabile che l’espediente di combinare metafora e similitudine fosse già omerico e p. es. occorresse, in un momento cruciale, quale la preparazione della strage dei proci, in Od. XX 13 sgg. che  conosceva una suggestiva estrinsecazione in una similitudine ancora rivolta al mondo animale e, in particolare, al cane. È questo infatti un locus che Lucrezio ha sicuramente presente perché vi allude, sia pure per mediazione di un «ennianismo linguistico e stilistico»[30], anche in II 17.

            Concludendo:in I 404 sgg. Lucrezio ricorre all’esemplare venatico con intenti esplicativi ma anche particolarmente coinvolgenti sul piano emotivo e performativo.

            Parla di segugi tout court, realisticamente osservati nell’esercizio di una propria attitudine e che, se di per sé (su un piano strettamente referenziale) già rassicurano il lettore sull’accessibilità della ricerca, tanto più risultano ‘produttivi’ sul piano euristico e metaletterario in quanto sostanziano l’applicazione del procedimento analogico.

            Ma allude anche al ‘cane’ tradizionalmente consacrato dal poema eroico, alla topica della caccia come succedaneo della realtà bellica (costituzionalmente frenetica e spesso irrazionalmente inconcludente), per operarne un incisivo slittamento semantico diretto al piano della speculatio, incalzante, ma orientata in maniera ‘certa’ e in grado di superare qualsiasi obscuritas.

          In tal senso Lucrezio coinvolge i livelli fatico, conativo, emotivo e poetico della comunicazione in quanto riattiva il contatto col lettore, lo conquista a un metodo di indagine prefigurandone l’utilitas, lo affascina e rende partecipe, anzi protagonista, della ricerca stessa: lo appaia, infatti, come un eroe omerico, all’emblema del segugio, ma anche a se stesso, in quanto lo investe della propria ratio sagax; lo arricchisce inoltre di un’importante variatio sull’impiego in sede poetica di un locus classicus e di un innovativo gioco di intarsio fra metafora e similitudine, ma con la concisione di cui si professa fautore, concentra le vestigia a pochi, essenziali segnali, molto ‘parlanti’, soprattutto a fronte di un oggetto d’indagine particolarmente ostico. Tutto è condensato straordinariamente, come solo la grandezza di un poeta ‘cosmico’ può consentire.

 


 

[1] Si considerino almeno Battisti 1976, pp. 75-92; Schindler 2000, pp. 126 sgg. e Fowler 2000a, p. 210.

[2] Cfr. p. es. Dionigi 2005 (1988), ad loc.

[3] Battisti 1976, p. 76.

4 Ivi, p.79 col corredo bibliografico di riferimento.

[5] Battisti 1976, pp. 84 sg. Del resto in Arist. rhet. 1406b – 1407a e 1412b – 1413a già si connetteva il buon esito di una similitudine al suo legame con una metafora. La vexata quaestio dei rapporti intercorrenti fra metafora e similitudine è comune ai moderni quanto agli antichi. Per questi ultimi il problema è particolarmente intricato, in vista dell’impiego spesso assai differente che la comparatio registra nei poeti e negli oratori (il che rende ancor più complesso un discorso volto a una poesia qual è quella lucreziana, influenzata in maniera cospicua dalla retorica). Di fronte a scopi differenti, quali, da una parte, l’exprimere rerum imaginem anche per esigenze di abbellimento, dall’altra la probatio (cfr. Quint. inst. VIII 3 72 sgg.), le dinamiche del ricorso alla similitudine si rivelano imprevedibili, sicché retori e commentatori sono problematicamente attirati dalle potenzialità esplicative e psicagogiche (in quanto tale figura “aumenta il tasso di eleganza, introduce semi di sorpresa nella mente degli ascoltatori, apporta addirittura qualche margine in più di credibilità, ma può anche far correre rischi a livello di ricezione, nel caso in cui spinge le menti di chi ascolta verso plaghe fin troppo remote rispetto all’argomento in discussione») di un espediente che secoli di poesia hanno costantemente praticato, servendosene soprattutto per «instaurare un immediato contatto con le menti, proponendo loro un affascinante e talvolta paralizzante ‘vis-à-vis’ con la realtà evocata”.

[6] Battisti 1976, pp. 90 sg.

[7] Cfr. Guglielmino 1896, pp. 8 sgg.

[8] Narducci 1992, p. XV.

[9] Ivi, p. XXII. In questo senso vi si legge anche che «l’uso metaforico di immagini facilmente memorizzabili, tratte dall’esperienza familiare al lettore, ne agevola la comprensione, e riduce non solo il divario tra il visibile e l’invisibile, ma anche quello, nel quale facilmente prospera la superstizione, tra il noto e l’ignoto, tra la quotidianità rassicurante e il fenomeno sconvolgente e orroroso».

[10] Difatti sia Giussani 1896-98, comm. ad I 398-417, sia Bailey 1947, comm. ad loc. menzionano Epic. ep. Hdt. 45 e 68 (ma sulla conoscenza che procede per via indiziaria cfr. anche ep. Pyth. 87), con riferimento, si badi, non al metodo con cui Lucrezio presenta l’exemplum, ma al concetto di inferenza cui rinvia quest’ultimo.Estremamente proficua, in materia di rapporti fra analogia, similitudine e exempla, anche l’interazione fra Lucrezio ed Empedocle evidenziata in Conte 1994, pp. 20-24.

[11] Sul caso specifico oggetto dei versi lucreziani si è anche suggerito un parallelo con l’associazione fra la caccia e la ricerca della giustizia che si riscontra in Pl. Resp.IV 432 b7-c4: cfr. a riguardo Schindler 2000, p. 127. Più pertinente al passo lucreziano (in quanto vi è simboleggiata un’analoga valorizzazione dei dati realmente indispensabili per la ricerca) mi sembra tuttavia un confronto col famoso ‘apologo’ del cane attribuito a Crisippo da varie fonti (tra cui Sext. Emp. H. P. I 69-70).

[12] Cfr. Arist. H. A. VIII 1 588a 8 – 588b 3 ove si legge che alcuni zoà differiscono dall’uomo secondo il più e il meno, mentre altri secondo l’analogia, nel senso che sussiste una diversità qualitativa, ma essa è compensata da una corrispondenza. Circa l’importanza dell’analogia in Aristotele, cfr. Lanza-Vegetti 1996 (‘71), p. 13. Sulle ipotesi di un’ascendenza aristotelica di alcune concezioni lucreziane riguardanti gli animali, si vedano le considerazioni e i riferimenti bibliografici esposti in Schrijvers 1997.

[13] Narducci 1992, p. XXII.

[14] Battisti 1976, p. 76, con utile riferimento a Schrijvers 1970, p. 147.

[15] A proposito della captatio benevolentiae qui attuata dal nostro, mi pare che molto opportunamente Schindler 2000, p. 129, n. 170, la accosti alla prassi oratoria riscontrabile p. es. in Cic. Rosc. Am. 123.

[16] Tanto più che qui si associa all’ancor più consueta immagine delle vestigia (cfr. II 124, III 4 e V 1447, già menzionati in Schindler 2000, p. 130, n. 176), il cui connotato euristico è ugualmente manifesto. Sulla topica del procedimento conoscitivo implicante il passaggio dalla res parva alla res magna, cfr. gli utili rimandi di Schiesaro 1990, p. 27, n. 8 e Fowler 2002 (1983), p. 203 sg. comm. ad vestigia.

[17] Più in generale, sulla consueta attribuzione alle similitudini lucreziane di una ‘natura incessantemente funzionale’, sostanziata anche dall’assoluta corrispondenza fra comparatum e comparandum, cfr. Gale 2003, pp. 556 sg. e, a titolo di es. sull’‘ortodossia’ di questa lettura, quanto osservato in West 1969, pp. 8 sg.

[18] Anche sul piano etimologico, la radice di sagax doveva essere considerata del tutto compatibile con la sfera umana, stando a Cic. div. I 65 (sagire enim sentire acute est; ex quo sagae anus, quia multa scire volunt, et sagaces dicti canes).

[19] Mi pare una situazione esemplare per quei casi «in cui la relazione uomo-animale può sembrare inappropriata o almeno a prima vista brutale se non proprio offensiva», come si legge in Cipriani 2003, p. 24.

[20] Battisti 1976, p. 77, n. 6.

[21] Se ne discute in dettaglio in Wright 2001 (1981).

[22] Il rimando a Enn. ann. 332 Sk. proposto, fra gli altri, da Ernout-Robin 1962 (1928), comm. ad Lucr. I 404 sqq., mi pare invece poco calzante.

[23] Lo evidenzia, ma forse un po’ troppo sbrigativamente, Schindler 2000, p. 127, n. 159.

[24] Che l’‘ipotesto’ del passo lucreziano sia ravvisabile nei versi omerici cui mi riferisco è forse confermato dal fatto che, a proposito dei sogni, il De rerum natura riporta, ai vv. 991 sgg. una straordinaria immagine di inseguimento fallimentare in cui ancora i cani sono protagonisti.

[25] Degno di nota, per l’effetto di emblematico ‘rovesciamento’ della sorte che se può cogliere, mi pare anche il fatto che altrove, nel poema, proprio Ettore sia paragonato a un valente cane da caccia (p. es. in Il. VIII 338 sgg.); altrove è associato al cacciatore  e i segugi simboleggiano il suo seguito di soldati troiani: cfr. Il. XI 291 sgg.

26 Su questo punto, credo che proprio il contesto protrettico, di richiamo al lettore, suggerisca che l’intento di Lucrezio sia operare, come sulla puerorum aetas improvida, perché decepta tuttavia non capiatur (cfr. I 939 sgg.).

27Sull’utilità d una ricerca operante in questa direzione si leggano le accorte osservazioni di Gale 2004, p.557.

28 Sull’utilità d’una ricerca operante in questa direzione si leggano le accorte osservazioni di Gale 2004, p.557.

[29] Battisti 1976, p. 90.

[30] Come è definito in Pasoli 1969, p. 261, con riferimento a Enn. ann. 481 Sk. In questo pregevole contributo vi sono alcune osservazioni sul confronto Lucrezio-Ennio che ritengo possano adattarsi al rapporto che ho qui suggerito fra il nostro e l’epica omerica.