Letteratura

Sez. Letteratura filologica latina
Mercoledì 30 Dicembre 2015  “ uscita n. 16”


Sul titolo del “De rerum natura” di Lucrezio


di Pier Angelo Perotti
       


Immagine del filosofo naturale

1. Si dice che talora “tradurre è tradire”: non si può non concordare con tale affermazione, perché qualsiasi traduzione comporta un’interpretazione del pensiero e del lessico dell’autore, che naturalmente non può coincidere con quelli del traduttore [1].Si pensi alla versione dell’Iliade di Vincenzo Monti – di seconda mano, dato che il poeta non padroneggiava il greco [2] –, suo capolavoro, proprio perché,non conoscendo direttamente l’originale, ne risultò un’opera più spontanea e quasi autonoma. Un’osservazione analoga vale per la traduzione dell’Eneide curata da Annibal Caro, così poco conforme al modello da essere definita a ragione la “bella infedele”.
Viceversa, la versione dal greco in latino della Bibbia ad opera di S. Gerolamo è quanto di più letterale si possa immaginare: l’eccessiva cura di rendere ad verbum il testo originale lo indusse a latinizzare impropriamente espressioni idiomatiche greche(per es. Mt. 1, 21 [~ 1, 23; 1, 25]kalevseiı to; o[noma aujtou'  jIhsou'n = vocabis nomen eius Iesum, anziché, più correttamente, vocabis eum Iesum). Ma S. Gerolamo seguì tale criterio soltanto nel tradurre i libri sacri, come egli stesso dichiarò nell’ep. 57, 5: Ego enim non solum fateor, sed libera voce profiteor me in interpretazione Graecorum absque scripturis sanctis, ubi et verborum ordo mysterium est, non verbum e verbo sed sensum exprimere de sensu[tondo mio] [3] “Io infatti non solo ammetto, ma confesso francamente che nella versione degli autori greci – ad eccezione delle sacre scritture, dove anche l’ordine delle parole è un mistero – io non traduco parola per parola, ma cerco di rendere il senso del testo”[corsivo mio] [4].

Per quanto poi concerne i titoli delle opere letterarie, sarebbe talora opportuno rendere con particolare acribia certi termini o espressioni di essi, visto che non si può lasciarli nella lingua originale, se si considera che in qualche caso la traduzione deforma il senso che l’autore intendeva attribuire ad essi. In alternativa, converrebbe che nella traduzione fosse rispettata non solo la lettera, ma anche il valore semantico più profondo del titolo medesimo.
Un esempio per tutti. Il titolo greco [5] della prima parte della Bibbiaè palaia; diaqhvkh, lett. “antico patto”, ripreso poi dalla seconda parte, la kainh; diaqhvkh, lett. “nuovo patto”. Nella Vetus Latina– e poi  nella Vulgata di S. Gerolamo – il sostantivo greco è stato perlopiù tradotto, impropriamente, testamentum anziché foedus, forse per un fraintendimento, perché,oltre a “patto” (Aristoph. av. 439; etc.) [6], esso significa anche “testamento, disposizione testamentaria” (Aristoph. ve. 584; Demosth. 27, 13; etc.):in particolare nel NT, oltre che nel titolo, il termine diaqhvkh è tradotto testamentum più di 30 volte: Mt. 26, 28; Mc. 14, 24; Lc. 1, 72 (citaz. di psalm. 104, 8: testamentum); 22, 20;act. 3, 25; etc. Ma mentre nel NTlo stesso vocabolo greco non è mai reso con foedus o con pactum, nel VT lo troviamo qualche volta tradotto, più puntualmente, foedus (per es. gen. 6, 18; 17, 2; 17, 7; lev. 26, 42) o pactum (gen. 17, 7).Si tratta, naturalmente, di patto tra Dio e gli uomini o singoli individui; notiamo infine che testamentum nell’accezione di “patto” è usato soltanto dagli autori ecclesiastici.
Mi piace inoltre ricordare il titolo della commedia in tre atti di Oscar Wilde The Importance of Being Earnest, di cui, se tradotto, va perduto il doppio senso o gioco di parole, perché,per la polisemia dell’ultimo termine, esso vale sia L’importanza di chiamarsi Ernesto,sia L’importanza di essere onesto,o sim.; così pure il romanzo di Balzac La peau de chagrin, che si traduce La pelle di zigrino, ma che potrebbe anche valere La pelle di dispiacere, o di tristezza.

2. Dopo questo ampio preambolo, veniamo all’argomento specifico del nostro saggio.
Nel poema di Lucrezio il sintagma nominale rerum natura [7]ricorre – oltre che nel titolo – 9 volte: 1, 21 (naturam); 1, 25 (de rerum natura); 1, 126 (naturam); 1, 629; 1, 710 (naturas); 2, 1117; 3, 931; 5, 54 (naturam); 6, 646.Il titolo dell’opera sembra essere stato mutuato dalla seconda di tali occorrenze (1, 25). In 5 occasioni troviamo poi invertito l’ordine dei vocaboli, ma – evidentemente per ragioni metriche – sempre col primo elemento in accusativo (naturam rerum): 1, 950; 2, 307; 3, 15; 4, 25; 5, 199.
Il nome nā-tūra ha due valori principali: “natura” nelle sue varie connotazioni o attinenze, e “nascita”, ossia “origine”. Del resto, esso ha lo stesso etimo di (g)na-scor, gi-gn-ō, gen-ō, etc. [8], da una radice *gn- / *gen- già presente nel greco giv-gn-o-mai, ej-gen-ov-mhn, etc., col valore transitivo di “generare, far nascere” e quello intransitivo di “nascere, avere origine”. Analogamente, il nome greco fuvsiı(dalla radice fu- di fuvw“generare”, fuvomai“nascere”) vale “natura” ma anche “nascita, origine” [9], ed è dunque il corrispondente semantico del lat. natura: ecco perché alle opere dei filosofi presocratici Anassimandro, Anassimene, Parmenide, Empedocle, Eraclito, etc. si attribuisce comunemente il titolo Peri; fuvsewı, di solito tradotto “Sulla natura” [10].
In alcune di codeste occorrenze il senso di “natura” è complessivamente sostenibile: 1, 628-9: si minimas in partis cuncta resolvi / cogere consuesset rerum natura creatrix“se la natura creatrice fosse solita costringere ogni cosa a dissolversi in piccolissime parti”; 1, 709-10: terramve creare / omnia et in rerum naturas vertier omnis“che la terra crei tutto e che si trasformi in ogni natura delle cose”; 1, 949-50: dum persici omnem / naturam rerum qua constet compta figura“finché tu penetri tutta la natura dell’universo, di quale forma consista e si adorni”; 2, 306-7: et omnem / naturam rerum mutare et vertere motus“e mutare tutta la natura e sovvertirne i movimenti”; 2, 1116-7: denique ad extremum crescendi perfica finem / omnia perduxit rerum natura creatrix“finché la natura, creatrice delle cose,che le porta a compimento,non abbia condotto tutto all’estremo confine della crescita”; 3, 931-2: Denique si vocem rerum natura repente / mittat“Infine, se all’improvviso la natura parlasse”; 4, 24-5: dum percipis omnem / naturam rerum ac per sentis utilitatem“finché tu attinga l’intera natura dell’universo, e comprenda l’utile che puoi trarne”; 6, 646: quid moliretur rerum natura novarum“ domandandosi quali sconvolgimenti macchinasse la natura”.
Altrove è forse  riconoscibile, oltre all’accezione di “natura”, una componente di “nascita, origine”: 1, 21: quae quoniam rerum naturam sola gubernas“poiché tu sola sovrintendi alla natura [ma anche “alla nascita”] degli elementi”;5, 54: atque omnem rerum naturam pandere dictis“ e coi suoi detti rivelare tutta la natura [e l’origine] delle cose”; 5, 198-9: nequaquam nobis divinitus esse paratam / naturam rerum“che la natura [e pure “l’origine”] del mondo non è stata affatto per noi approntata per volontà divina”.
In altri casi è a mio avviso assolutamente prevalente il valore di “nascita, origine”: 1, 25: quos ego de rerum natura pangere conor“[i versi] che intendo comporre sull’origine delle cose”; 1, 126: et rerum naturam expandere dictis“spiegare con parole l’origine dell’universo”;3, 14-5: nam simul ac ratio tua coepit vociferari / naturam rerum, divina mente coorta“Infatti, appena la tua [di Epicuro] dottrina cominciò a proclamare  / l’origine delle cose quale è scaturita dalla tua mente divina”.

3. In ogni caso, ritengo che nel titolo del poema il sintagma rerum natura non vada tradotto “natura” o “natura delle cose” – come invece fa la maggior parte dei traduttori” [11] –, ma piuttosto valga “nascita, origine”, con l’eventuale aggiunta della specificazione “dell’universo”. Del resto, il concetto filosofico di “natura, sostanza, essenza delle cose” corrisponderebbe piuttosto a substantia rerum, mentre il nome substantia  è assente nel poema.
È inoltre utile ricordare, a conferma di questa mia proposta,che il De rerum natura è un poema didascalico che tratta dell’origine del cosmo come conseguenza del potere dell’amore rappresentato dalla dea Venere – non per caso ricordata nell’incipit dell’opera – grazie alla quale l’attrazione tra gli esseri viventi, compresi i vegetali, permette il perpetuarsi delle specie. Nel proemio del poema sono appunto indicate le principali manifestazioni dell’universo: tutte le categorie di esseri viventi o apparentemente inanimati sono soggette all’amore qui personificato, ripeto, nella dea Venere che dà la vita (alma Venus, v. 2): gli uomini e gli dèi (hominum divumque, v. 1), il cielo e i suoi astri (caeli... labentia signa, v. 2), il mare solcato dalle navi e la terra feconda (mare navigerum, ... terras frugiferentis, v. 3), e tutte le specie animali (genus omne animantum, v. 4) sono generate dall’amore (per te... / concipitur, vv. 4-5).
L’amore come forza generatrice della natura e motore del cosmo è segnalato in filigrana anche nel prosieguo del proemio, dove come effetti di Venere-amore sono enumerati la terra coi suoi fiori leggiadri (suavis... / ... flores, 7-8), le distese del mare (aequora ponti, v. 8), il cielo sereno con la sua luce diffusa (diffuso lumine caelum, v. 9). E ancora, genitabilis aura favoni (v. 11) “il soffio del favonio che ha il potere di dare la vita” prende libero vigore, e dunque dapprima gli uccelli del cielo (aeriae primum volucres, v. 12), poi gli animali terrestri (ferae pecudes, v. 14) manifestano la gioia per il rinascere della vita, indicato dall’arrivo di Venere, la quale, infondendo nei petti di tutti gli esseri la seduzione dell’amore (omnibus incutiens sblandum per pectora amorem, v. 19), fa sì che essi, grazie al desiderio, continuino e moltiplichino le rispettive specie (efficis  ut cupide generatim saecla propagent, v. 20).
Tutto ciò sembra confermare che nel poema si parla non di “natura” sic et simpliciter, ma della sua nascita e della sua crescita:il verbo concelebras (v. 4) “animi con la tua presenza”, riferito a Venere, simbolo dell’istinto amoroso e di conservazione delle specie viventi, è, in tale contesto, illuminante,perché il proemio del De rerum naturae notoriamente un “inno alla vita” o un “canto della vita”, ossia dell’origine e della continuazione dell’universo con tutto ciò che vi è contenuto.
Naturalmente il poema comprende altri aspetti connessi direttamente o indirettamente con la nascita del cosmo: l’aggregazione e la disgregazione degli atomi; la natura dell’anima, forza vitale diffusa in tutto il corpo;i simulacra; la condizione degli dèi; la civiltà umana; i fenomeni atmosferici e terrestri, incluse le epidemie; etc. Perciò mi pare riduttivo intitolare banalmente “La natura (delle cose)” un’opera così complessa, in cui è trattata l’origine e lo sviluppo della materia in tutti i suoi risvolti ed esiti, mentre, a mio giudizio, sarebbe assai più appropriato tradurre il titolo del poema con “La nascita (o l’origine) dell’universo”, proprio come dovrebbe accadere per le opere filosofiche greche intitolate nell’originale Peri; fuvsewı (cfr. § 2).

[1] Questo discorso vale, a maggior ragione, per il doppiaggio dei film:ogni lingua possiede espressioni idiomatiche solitamente difficili da rendere in un linguaggio diverso, o senz’altro intraducibili in altri idiomi. In particolare nei film brillanti – la cui comicità è basata anche, o soprattutto, sul linguaggio o sui calembour – è pressoché impossibile conservare lo stesso effetto divertente dell’originale. Si pensi anche soltanto ai film di Totò, le cui battute, non di rado con intonazione partenopea, non possono essere trasposte in altre lingue senza far perdere tutta la loro verve spassosa. Ma de hoc satis, perché il discorso ci porterebbe troppo lontano.

[2] Di qui il feroce epigramma del Foscolo – prima in rapporti amichevoli con lui, poi suo nemico –: Questi è Monti poeta e cavaliero / gran traduttor dei traduttor d’Omero, cui il Monti ribatté, dandogli del falsario e del ladro, con la quartina ingiuriosa Questi è il rosso di pel Foscolo detto / sì falso che falsò sino se stesso, / quando in Ugo cangiò ser Nicoletto: / guarda la borsa se ti vien dappresso.

[3] Cfr. il mio Commentarium de Evangeliorum e Graeco in Latinum translatione, “Latinitas” 36, 1988 [e segg.], pp. 31-44, Praefatio, n. 2 (p. 32).

[4] Della ricca bibliografia sull’argomento, mette il conto di ricordare almeno A. CUENDET, Cicéron et St. Jérôme traducteurs, “REL” 11, 1933, p. 380 ss.; P. SERRA ZANETTI, Sul criterio e il valore della traduzione per Cicerone e S. Gerolamo, “Atti del I Congr. Internaz. di Studi Ciceroniani (1959)” 2, Roma 1951, p. 355 ss.; Hieronymus, Liber de optimo genere interpretandi (Epistula 57). Ein Kommentar von G. I. M. BARTELINK, “Mnemos.”, Suppl. 61, Leiden 1980; N. MARINONE, La traduzione presso i Romani, in I. LANA, Storia della civiltà letteraria di Roma e del mondo romano, Firenze 19852, p. XXXIII ss. (specialmente XXXV s.); anche G. MOUNIN, Teoria e storia della traduzione (trad. ital.), Torino 1965.

[5] Quello ebraico è Tanàkh (תנך, TNKh), acronimo con cui si designano i testi sacri dell'ebraismo:le tre lettere T-N-Khche formano il termine Tanàkh sono le iniziali dell'espressione Torah, Nevi'im, Ketuvim (תורה Torah, נביאים Profeti, כתובים Scritti), e corrispondono alle tre parti nelle qualil’opera è suddivisa.

[6] Per gli esempi citati qui e infra, cfr. F. MONTANARI, Vocabolario della lingua greca, Torino, Loescher, 1995, s. v. diaqhvkh.

[7]Un’indagine complessiva sul senso di tutte le occorrenze del termine natura – nelle varianti della sua flessione,anche unito a rerum – sarebbe quasi impossibile, dato il numero elevato (239) delle sue presenze nel poema, e comunque ne risulterebbe un lavoro assolutamente aleatorio.

[8]Cfr. A. ERNOUT – A. MEILLET, Dictionnaire étymologique de la langue latine. Histoire des mots, Paris, Klincksieck, 19855, s. v. genō.

[9] P. CHANTRAINE, Dictionnaire étymologique de la langue grecque. Histoire desmots, Paris, Klincksieck, 1968-1980, s. v. fuvomai, fuvw.

[10] Ma ricordo, per es.,questo titolo: Eraclito, Dell’Origine, a cura di A. Tonelli, Milano, Feltrinelli, 20052.

[11]Del numero sterminato di edizioni del poema col titolo nelle varie lingue moderne, in quanto corredate da traduzione, mi limito a ricordare queste poche: Lucrezio, libro VI de La Natura, trad. di M. Rapisardi, Milano, Brigola, 1879; Lucretius, On the Nature of Things (Loeb Classical Library No. 181), trans. by W. H. Rouse, Cambridge (Mass.), Harvard Univ. Pr., 1924 (reprint., rev. by M. F. Smith, 1992); Lucrèce, De la nature, Paris, texte établi et traduit par A. Ernout, Paris, “Les Belles Lettres”, 1924 (19682); Lucretius, The Way Things Are: The De Rerum Natura of Titus Lucretius Carus, trans. R. Humphries, Bloomington, Indiana University Press, 1968; Lucretius, On the Nature of the Universe, trans. R. E. Latham, London, Penguin Books, 1994; Lucrezio, La natura delle cose, introd. di G. B. Conte, trad. di L. Canali, testo e comm. di I. Dionigi, Milano, Rizzoli (BUR), 1994; Lucretius, On the Nature of Things (De rerum natura), trans. A. M. Esolen, Baltimore, Univ. Johns Hopkins Presse, 1995; Lucrèce, De la nature. De rerum natura, éd., trad., intr. et notes par J. Kany-Turpin, Paris, Aubier, 1993 (réédition, Paris, Flammarion, 1997, revue en 1998); Lucretius, On the Nature of Things, trans. by M. Ferguson Smith, Indianapolis / Cambridge, Hackett Publishing Co. (classici Hachett), 2001; Lucrezio, La natura delle cose, Milano, Mondadori (Oscar), 2006; Lucretius, On the Nature of Things, trans. W. E. Leonard, Forgotten Books, 2007.