Il volgare in Lucania nel 1400, Giovanni de Trocculi, primo poeta lucano in lingua

di  Francesco Saverio Lioi

                       Mercoledì 17 Settembre 2008 "uscita n. 3"

Il recupero archivistico con la scoperta dei codici e quello filologico con l’ermeneutica e la ricostruzione di tradizioni e di testi riportano alla nostra attenzione uomini e opere che da secoli giacevano polverosi negli scaffali delle grandi biblioteche. Ci vuole una mano amica che sollevi il velo di polvere e mostri a tutti cosa si celi  in quegli involucri ingialliti dal tempo e bucherellati dalle tarme. Giacevano così le carte che contenevano i versi di Giovanni de Trocculi, primo poeta lucano in volgare, nativo di Tramutola, sepolte in uno scaffale delle Biblioteca Nazionale di Parigi. La scoperta del Cansonero del Conte di Popoli, contenente anche i versi del De Trocculi, ha dato luogo all’edizione critica a cura di Marina Milella.

Nel 1494, Carlo VIII, re di Francia, scende in Italia con propositi di conquista, dirigendosi arrogantemente verso il Regno di Napoli. L’imbelle Ferdinando II fugge senza opporre resistenza, come d’altra parte fanno molti suoi funzionari del regno, tra i quali l’umanista Gioviano Pontano. Il re francese entra in Napoli senza trovare resistenza e, come sempre hanno fatto i francesi, fa man bassa di opere d’arte e di biblioteche, spedendo a Parigi importanti opere letterarie ed artistiche,[i] fra le quali il codice del Cansonero del Conte di Popoli, che contiene i versi del Nostro poeta.  Nella Nazionale di Parigi porta la segnatura di Codice Italiano 1035 o Codice Aragonese 1035.[ii]

Dopo la Scuola poetica siciliana del 200, fino alla metà del 400[iii] il volgare meridionale non era mai stato usato come lingua scritta e non aveva avuto ancora alcuna dignità letteraria. Se vi sono alcuni nomi di personaggi che usano il volgare, sono nomi insignificanti: la cultura del meridione continua ad essere clericale o giuridica e perciò in latino.

Le cose non cambiano sotto gli Aragonesi, quando fanno parte dell’amministrazione dello stato non solo napoletani, ma anche siciliani, pugliesi, lucani, calabresi. I re aragonesi sono   grandi mecenati e fanno di Napoli un centro di cultura di prima grandezza. Con il patrocinio di Alfonso V, Antonio Beccadelli, detto  il Panormita, fonda l’Accademia Antoniana, chiamata in seguito Pontaniana da Gioviano Pontano. Nell’Accademia è ancora il latino la lingua che i sodali  usano non solo nella prosa erudita, ma anche nelle loro creazioni poetiche: il Panormita e il Pontano sono infatti squisiti poeti latini che occupano un posto di rilievo nella letteratura latina umanistica. A Napoli, come nel resto d’Italia, siamo nell’apogeo dell’Umanesimo latino, scarso è l’uso del volgare, impiegato per usi pratici nelle cancellerie, negli atti pubblici, nei tribunali.

Le opere letterarie in volgare sono estranee al clima umanistico, sono legate a radici popolari e presentano caratteri più arcaici, attardati e provinciali: esse sono prediche, laude, sacre rappresentazioni, vite di santi, libri di mercanti, lettere familiari.[iv]  Il volgare letterario a Napoli prende vigore con il Sannazzaro e Masuccio Salernitano, con l’Arcadia e il Novellino. Il Novellino di Masuccio è il primo libro dell’ambiente aragonese scritto in volgare. Esso viene pubblicato postumo nel 1476 da Francesco del Tuppo; la lingua delle novelle si presenta come una sapiente miscela di elementi locali innestati su un fondo latineggiante. In questo periodo la cultura della capitale del Regno si allarga quasi per cerchi concentrici e viene a formarsi una osmosi fra centro e periferia, per cui gli intellettuali della provincia confluiscono a Napoli portando il loro bagaglio culturale e linguistico, assorbendo però quello che la capitale può offrire loro. I cenacoli culturali, ai quali partecipano i regnicoli provenienti da ogni parte del regno, non usano il vernacolo napoletano, ma un volgare misto, come lo chiama Giovanni Brancati, un umanista proveniente da Policastro. Doveva costui tradurre dal latino per incarico del re Ferrante la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Nell’introduzione dichiara di adottare il volgare nostro quotidiano “ non pur napolitano, ma misto”, perché lo giudica non inferiore ad altro volgare e perché fosse utile a tutti, ma specialmente ai conregnicoli. Le discussioni sul volgare panmeridionale continueranno nel tempo, tanto da far dire ad Ascanio Persio,[v] un materano che spendeva il suo sapere nelle Università italiane, nel 600, che la parola incegnare significa a Napoli e nel Meridione usare per la prima volta, è parola di nobil ceppo, essendo di corpo latina, anzi greca e, per giunta senza corrispettivo in lingua toscana: essa dunque è parola italiana, senza essere toscana, rivendicando in tal modo l’italianità anche alla parlata meridionale.

Come Giovanni Brancati si comporta un altro lucano, Giovanni Albino di Castelluccio, traduttore di Plutarco, il quale usa una lingua volgare non locale, quindi non napoletana, ma meridionale e non toscana.

La corte napoletana degli Aragonesi era diventata il centro di convergenza di tutti gli intellettuali del sud non solo per motivi politico-amministrativi, ma anche culturali, essendo Napoli l’unico centro del Regno ove si va per acquisire un’istruzione di tipo universitario e per emergere in tutte le professioni. Funzionari di corte, umanisti, storici, giuristi, notai tutti ruotano intorno alla corte e quindi strettamente a contatto con una lingua formata da apporti che giungono da ogni parte del regno ed anche dal di fuori del regno. Napoli, come città non solo di cultura, per secoli ha aperto le sue porte a tutti. Per fare alcuni nomi, essi vanno da Boccaccio toscano,  a Giovanni Pontano umbro, a Mario Pagano napoletano lucano, a Giambattista Vico napoletano cilentano, a F. De Santis napoletano irpino, a F. Torraca napoletano lucano, a B. Croce napoletano abbruzzese.

Giovanni de Trocculi fa parte di questa schiera di intellettuali venuti dal di fuori della città di Napoli per incarichi amministrativi, quando il Regno è al suo apogeo culturale e politico. Egli diventa un funzionario poeta, giornalmente a contatto con il volgare misto meridionale e con la lingua degli uffici e delle cancellerie. Non stupisce pertanto che la lingua usata dai poeti funzionari napoletani, e quindi anche dal Trocculi, più che del modello di Petrarca o di Dante, risente del volgare che si stabilisce nelle scritture d’ufficio.[vi] Nei i versi del De Trocculi troviamo non il dialetto napoletano, ma il volgare misto napoletano, lingua diversa dal napoletano per lessico e strutture grammaticali. Il dialetto napoletano era ed è la parlata locale quotidiana, in uso nei vicoli e nei bassi di Spaccanapoli, molto lontano dalla lingua di corte e degli uffici amministrativi. Questa lingua, che la linguistica chiama volgare misto napoletano, è formata da apporti lessicali, fonetici e strutturali che gli intellettuali, i commercianti, i funzionari di corte portano a Napoli da tutte le parti del regno. E’ il volgare che viene usato  dai funzionari-poeti della Cancelleria della Corte. Nessun poeta del Cansonero del Parigino 1035 ha come lingua materna il dialetto napoletano, tutti, però, avendo come base culturale il latino, usano una lingua priva di caratteristiche locali sia di Napoli che di altri luoghi di provenienza, una lingua neutra, sovra locale. Nel ‘400 è la cancelleria dello stato a produrre cultura: nella cancelleria si scrivono le lettere ufficiali e si tessono i rapporti diplomatici. La direzione viene affidata agli intellettuali più prestigiosi, i quali rielaborano la nuova cultura e creano una lingua cancelleresca latineggiante. Il nostro Giovanni de Trocculi giunge a Napoli come scrivano di cancelleria, impiego di prestigio,  che dà al nostro la possibilità di stare sempre a contatto con persone colte, che fanno vita di corte, ma che sono distaccate dal popolo, guardato come plebe. E’ naturale, pertanto, che abbia acquisito il linguaggio cancelleresco da lui quotidianamente usato per redigere atti ufficiali. La lingua in uso nella cancelleria di stato risente di formule d’uso quotidiano nei documenti degli uffici amministrativi, nelle relazioni e negli atti ufficiali. I versi del Trocculi, come quelli degli altri rimatori raccolti dal Conte di Popoli nel Cansonero, appartengono pertanto al filone linguistico del volgare misto napoletano, non toscano e non ancora italiano. Se letteratura e documenti ufficiali dello stato si servono del meridionale misto sovra locale, non manca una produzione in dialetto napoletano, quale Gli Gliuommere del Sannazzaro, come pure in volgare letterario con l’Arcadia, opera che guarda ai grandi scrittori fiorentini del Trecento.

Il De Trocculi si muove però nella   koiné linguistica nella quale il dialetto viene nobilitato dal latino sia nel lessico che nella struttura del periodo. Nei rimatori di P. 1035, e cioè in Trocculi ed altri, la koiné illustre napoletana rigetta il dittongamento metafonetico sentito come dialettale e usa generalmente le forme non dittongate, appoggiate dal latino.[vii] Trocculi infatti in I (31 r – 31 v) ai versi 7 – 8 ha infatti:

 

Viva, viva in bona sorte,

 de lo cel tenga le porte.

 

Nelle liriche del Trocculi troviamo elementi linguistici che  incastonano i suoi versi nella Koiné napoletana e che non sono estranei alla lingua cavalleresca,  inoltre elementi di grafia etimologica e meridionale; per esempio: l’uso dell’articolo lo per il toscano; la grafia etimologica di tucto, fructo, scriptura, ove  il digramma doppio tt  è reso con ct o pt  dal latino fructus e scriptum e dal latino parlato tuttum; mentre risente della grafia napoletana la trascrizione del zz con il digramma cz, faczo ( it. faccio) che a sua volta risente della voce dialettale fazze.

Per Marina Milella[viii] sono forme tipicamente dialettali di area campana o lucana la forma verbale vao = vado e le forme dei verbi avere e sapere agio e saccia, ancora oggi nel lucano si ha agge e sacce per ho e so; l’uso di tenere al posto di avere, come ai volgari meridionali appartiene la conservazione di nd nel vocabolo inde dal latino intus. Bisogna dire che molte di queste componenti linguistiche si trovano negli statuti delle Universitates, rogati nello stesso periodo o nei primi decenni del XVI secolo. Segno tangibile del fatto che la lingua cancelleresca è patrimonio ineludibile di questi funzionari poeti: essa affiora in ogni manifestazione della loro vita. Ed il De Trocculi è giornalmente a contatto con il linguaggio cancelleresco.  Quando butta giù dei versi, non lo fa certo con intenti artistici o letterari, ma per trascorrere piacevolmente il tempo in certami poetici.. Il suo percorso di vita ci dice che egli è stato al servizio della Real Corte Aragonese di Napoli. Infatti nel 1471 lo troviamo presso la Corte Aragonese in qualità di scrivano, ovvero segretario minore della segreteria reale, tra il 1471 e il 1483 in qualità di ispettore del re viaggia in Calabria, Sicilia e Cipro, ove viene fatto prigioniero dei Turchi, dal 1477 è Commissario regio in Basilicata. E’ naturale perciò che il De Trocculi possieda profondamente il linguaggio cancelleresco.

La koiné illustre meridionale o volgare misto si ottiene coll’emendatio delle tendenze dialettali, creando cosi una lingua sovra locale. Questo processo nella seconda metà del 400 coinvolge tutti i letterati e gli intellettuali che ruotano intorno alla Corte Aragonese. I versi di P.1035 seguono uno stesso indirizzo linguistico e in Trocculi non emergono spunti di dialetto lucano, ma di una lingua neutra anche rispetto al volgare locale napoletano. Per essendo i rimatori del Cansonero di varia provenienza, Giovanni Cantelmo dall’Abruzzo, Francesco Spinelli dalla Puglia, Giovanni de Trocculi dalla Lucania, Coletta di Amendolea dalla Calabria,  dalle liriche antologizzate  affiorano linee di tendenza comuni riconducibili all’ambiente della corte aragonese napoletana per una decisa spinta alla sprovincializzazione culturale e linguistica.

Nel 400 nel meridione procedono di pari passo l’uso del linguaggio cancelleresco e quello della lingua letteraria. Differenza fondamentale fra i due tipi di linguaggio è che nel primo copioso è l’uso dei latinismi e di formule giuridico-cancelleresco, nella seconda invece il procedere linguistico e scevro di formule precostituite,  perciò  più duttile e pulito. Il linguaggio cancelleresco,  usato per emettere ordinanze e statuti, è settoriale; il letterario, che possiamo definire meridionale, è usato per composizioni destinate a una ristretta cerchia di intellettuali che frequentano i salotti di corte e dei principi, i quali, spesso, si dilettano di poesia. Cosi sono nati i versi del Trocculi raccolti nel Cansonero del Conte di Popoli. Sono nati però non con intento artistico-letterari, ma come esercizio letterario in un sodalizio fra amici che si dilettano  di poesia. Sono stati tramandati perché il Conte di Popoli  ha raccolto in un Cansonero le frivole esercitazioni poetiche che si tenevano nel suo salotto. La sorte ha voluto che andassero in Francia in seguito alle razzie di Carlo VIII, e dormissero il sonno dell’oblio per molti secoli.

La vita culturale è in fervore in questo periodo non solo a Napoli ma anche in provincia. Nella seconda metà del 400 vivono nei paesi lucani intellettuali quali i venosini Antonello Truono e Roberto Maranta, Giovanni Brancati e Tuccio de Scalzonibus materani. Costoro accanto alle loro opere in latino, usano, anche se saltuariamente, il volgare: ciò dimostra che anche in provincia il latino  via via perde colpi ed il volgare illustre sta unificando culturalmente l’Italia molti secoli prima della unità politica. Costoro non erano poeti o letterati di professione, ma uomini di legge o medici, il loro volgare pertanto ha caratteri locali dal sapore della lingua parlata: è fuori dal manierismo petrarchesco, come invece si dimostrerà la lingua letteraria di Isabella Morra.

A Napoli e in tutto il meridione le Accademie umanistiche con il tempo sostituiscono il latino con il Volgare illustre dei tre grandi trecentisti toscani e viene fuori il capolavoro del Sannazzaro, l’ Arcadia, un prosimetro che segna l’inizio di un’epoca. Il volgare illustre toscano che ha come modello la lingua di Petrarca è il mezzo espressivo di poeti che vivono lontano dalla corte napoletana e dalle accademie letterarie, di Isabella Morra, che vive in uno sperduto castello lucano e che ha educato il suo sentire poetico sulle liriche petrarchesche. Siamo nella prima metà del 500 ed ormai circolano sempre più libri a stampa che divulgano in tutto il territorio italiano il toscano dei grandi trecentisti. Per le ricche famiglie dei feudatari non era difficile procurarseli. Certamente la petrarchista Isabella Morra possedeva il suo Petrarca e il suo Boccaccio, opere dalle quali non le fu difficile mutuare la sua lingua poetica. Inoltre numerose Accademie vengono fondate nei centri più progrediti culturalmente della Lucania, come Venosa e Melfi.

Il latino tuttavia non smette mai di esercitare la sua influenza sul volgare, che assorbe profondamente la lezione dell’Umanesimo latino. Gli scrittori modellano la loro lingua sugli autori classici. Il volgare fiorentino non è adottato da tutti i centri culturali italiani: la letteratura volgare del Quattrocento è caratterizzata da una grande libertà e varietà linguistica. I linguaggi usati dai vari scrittori conservano caratteristiche locali nella fonetica, nella morfologia, nella sintassi, anche se depurate dai tratti dialettali più evidenti.[ix]

La diffusione del volgare italiano in una Italia, divisa politicamente e variegata socialmente, è limitata alle classi colte non solo, ma nel 400 è compressa dal latino, la lingua degli umanisti. Costoro considerano plebea la lingua volgare, che accantonata, ma non obliterata negli intenti umanistici, diviene strumento di espressione di una vasta cerchia sociale dominata da interessi pratici e borghesi, e conquista nuove zone d’uso, prima riservate al latino scolastico.[x]

Gli usi pratici del volgare coincidono con la stesura dei decreti, statuti e lettere circolari dei re e dei principi ai sudditi, l’interesse borghese invece attiene a opere pseudoletterarie, composte molto spesso per diletto, nei cenacoli salottieri, come le liriche del Trocculi.


 

[i] G. CASERTA, Storia della letteratura lucana, ed. Osanna, Venosa 1993, p. 53

[ii]  Carlo VIII  venne in Italia con arroganza e presunzione, ma i giovani francesi discesi in Italia al suo così seguito, ritornarono in Francia con l’immagine di una diversa civiltà da ammirare e da imitare. Cosi non fu portata in Francia solo il Cansonero del Conte Pepoli, ma, tra l’altro, un bel manoscritto offerto al re di Francia dalla città di Firenze con i Trionfi di Petrarca, le Canzoni ed i Sonetti di Dante e la Vita di Dante di Leonardo Bruni. La cultura italiana sottometteva la spada francese, (dalla voce Francia dell’Enciclopedia Dantesca della Treccani)

[iii] G. CASERTA, Storia della letteratura lucana. Ed. Osanna, Venosa 1993, p. 43.

[iv] BALDI e altri, Dal testo alla storia, Paravia, Torino 1993, vol.I, p. 981.

[v]  A:PERSIO,. Discorso intorno alla conformità della lingua italiana con le più nobili antiche lingue e principalmente con la greca, ristampa del 1874, Napoli, Morano. (da Caserta, op. cit. p. 63. )

[vi] N. De Blasi, Giovanni Trocculi nella storia linguistica napoletana, in M.Milella, I versi di G. De Trocculi nel “Cansonero” del Conte di Popoli, Erreci ed. Potenza, 2005.

[vii] CORTI, M., Introduzione, in Pietro Iacopo di Jennaro, Rime e lettere, Commissione per i Testi di lingua, Bologna 1956

[viii] MILELLA, M.,I versi di de Trocculi nel “Cansonero” del Conte di Popoli, erreci ed. Potenza 2005.

[ix] BALDI e altri, Dal testo alla storia, Paravia, Torino, 1993, p. 982.

[x]  VITALE, M., La questione della lingua, Palombo ed., Palermo 1962, p. 16.