Letteratura

Un saggio di poesia etologica nei vv.1063-1072 del quinto libro di Lucrezio


di Daniela Camardese

 Venerdì 4 gennaio 2008 "uscita n. 2"

         Sintetizzando proletticamente gli argomenti del quinto libro, Lucrezio annuncia che discuterà, fra l’altro, quo…modo genus humanum variante loquella/ coeperit inter se vesci per nomina rerum (v. 71 sg.): questo rapido anticipo illumina molto opportunamente il senso complessivo della sezione costituita dai vv. 1028-1090, la quale, infatti, insiste principalmente sul modus in cui si manifestò in origine il linguaggio (la loquella)1, vincolato all’interazione fra gli individui (inter se vesci) e, soprattutto, varians, cioè connotato da una differenziazione non casuale, ma regolare e funzionale – rispetto ai contenuti da tradurre – di voces2.

         Alla base dell’intero ragionamento lucreziano sussiste un’analogia cui viene attribuito ampio spazio a partire dal v. 1056: le prime forme di comunicazione umana sono, per il poeta latino, preoccupato di esporre un credibile resoconto su un periodo – quello preistorico – che per definizione sfugge al dominio dei sensi, accostabili alle universali e atemporali modalità di espressione esercitate nel mondo animale, perché ne condividono la spontaneità e l’intima connessione alla percezione della realtà (a sensus e res).

         Secondo Lucrezio (che finalmente riprende, al v. 1056, la pars construens della sua teoria) non c’è da stupirsi se gli uomini abbiano usato con profitto strumenti di cui erano dotati fin dalla loro comparsa sulla terra (cioè vox3 e lingua), perché altrettanto fanno, chiaramente a modo loro, anche tutti gli animali che adoperano dissimilis voces variasque, pur essendo pecudes mutae4 (se non addirittura saecla ferarum).

         Al v. 1062 le convinzioni sulla res per nulla mirabilis appena espressa vengono corroborate mediante il ricorso alle rassicuranti res apertae, o dati probanti della realtà fisica, imprescindibili per un ragionamento che si presuma scientificamente valido.

         Seguono versi decisamente icastici e mossi, fondati sull’osservazione comportamentale di cani, cavalli e uccelli, i quali senz’altro, rispetto agli esseri umani, ‘socializzano’, e quindi comunicano, rimanendo vincolati a sensus5 immediati come il dolor, il metus e il gaudium (cfr. v. 1061), ma, in ogni caso, si prestano benissimo ad ‘illustrare’, per così dire, l’attivazione, sistematicamente corrispondente a determinate esigenze (e addirittura urgenze), di quella facoltà che i moderni linguisti definiscono appunto ‘linguaggio’. Lucrezio non tratta infatti solo esempi di «vocalizzazione» animale, ma piuttosto «eventi comunicativi» di varia natura.

         I versi riguardanti i cani costituiscono un passo notevole per la puntualità e la ricchezza delle espressioni impiegate, ma anche per la sensibilità descrittiva, la conoscenza approfondita e la studiata resa poetica delle situazioni prese in esame. Dei cani vengono presentati, in maniera assai vivace, i diversi atteggiamenti, ‘vocali’ e non solo, con cui, a modo loro, reagiscono agli stimoli provenienti dall’esterno:

 

                            irritata canum cum primum magna Molossum

                            mollia ricta fremunt duros nudantia dentis,

                            longe alio sonitu rabie restricta minantur         1065

                            et cum iam latrant et vocibus omnia complent.

                            at catulos blande cum lingua lambere temptant

                            aut ubi eos iactant pedibus morsuque petentes

                            suspensis teneros imitantur dentibus haustus,

                            longe alio pacto gannitu vocis adulant               1070

                            et cum deserti baubantur in aedibus aut cum

                            plorantes fugiunt summisso corpore plagas.

 

I MOLOSSI

         Dei maggiori commentatori lucreziani il solo Costa chiarisce che i cani molossi (nominati al v. 1063 e così chiamati perché originari di una regione a sud-est dell’Epiro) «were one of the most famous breeds of hunting and sheep dog in the ancient world, and are often referred to in literature». Non sembra casuale che Lucrezio non si riferisca genericamente ai cani, ma scelga una razza specifica, giacché tutta la sua descrizione ne risulta visibilmente arricchita di suggestioni, oltre che più comprensibile anche in quei dettagli che potrebbero passare inosservati.

         I principali riferimenti alla razza dei cani molossi consentono alcune considerazioni di qualche rilievo. In Aristoph. Th. 416 vengono nominati i molossi in un contesto particolarmente vivace6, che ne indica senz’altro la destinazione all’ambito della guardia (difesa di proprietà d’ogni genere: cfr. Colum. VII 12 1-2); analoga conclusione sembra suscitare il riferimento contenuto in Plauto (capt. 86), dove i molossi sono contrapposti ai venatici e definiti (piuttosto coloritamente) odiosici e multum incommodestici. La trattatistica scientifico-naturalistica è più dettagliata: Aristotele (hist. anim. 608a 28-31) asserisce che i molossi del gšnoj qhreutikÒn  non differiscono dagli altri cani, mentre quelli addetti alla custodia del bestiame spiccano tù megšqei e tÍ ¢ndre…v tÍ prÕj t¦ qhr…a. Il grande molosso era cioè, originariamente, un efficientissimo cane da guardia, contraddistinto da una certa aggressività che probabilmente lo rendeva adatto anche alla caccia7.

         Alla fine dell’800, nel tentativo di classificare le razze canine, Pierre Mégnin8, distinguendo quattro ceppi morfologici di base, accanto a Lupoidi, Braccoidi e Graioidi, collocò appunto i Molossoidi, cani con grande cranio cuboide o tondeggiante, il corpo alto e robusto, il muso corto, le labbra sovrabbondanti e spesse (ne sono un esempio Mastiff, Alano, Bulldog, Mastino napoletano).

         Il cane di cui parla Lucrezio spicca, infatti, quanto alla facies, per i suoi mollia ricta che i commentatori, a ragion veduta, intendono con ‘labbra’, le quali facilmente si immaginano pendule, circondate dalle pliche cutanee del muso cascante e del collo. Ancora, a questi mollia ricta sono opportunamente contrapposti, nello stesso verso, i duri dentes, altra caratteristica rilevante della razza, richiamata anche più avanti (morsuque petentes/ suspensis teneros imitantur dentibus haustus: v. 1068 sg.). Infine, i latrati dei molossi sono connotati da una sonorità forse superiore alla norma (vocibus omnia complent, v. 1066).

 

I VERSI PRODOTTI DAI CANI

         Pone in luce il succedersi dei contesti differenti in cui si esprimono questi animali l’insistita ripresa del cum (ai vv. 1063, 1066, 1067, 1071 [bis]), variato dal ricorso a ubi (al v. 1068): ne consegue, sul piano sintattico, un accumulo di proposizioni temporali. A ciò si aggiunge un’efficace combinazione di costrutti verbali similari (da una parte sonitu…minantur – v. 1065 –, gannitu…adulant – v. 1070 – e, con una leggera variatio, plorantes fugiunt – v. 1072 –; dall’altra fremunt – v.1064 –, latrant – v. 1066 – e baubantur – v. 1071 –), ma che descrivono suoni e, più genericamente, altri «eventi comunicativi» molto differenti, quando non addirittura contrapposti. Minari e adulare, infatti, si riferiscono a due atteggiamenti (l’uno rabbioso, l’altro festoso) fortemente antitetici.

         Nel complesso questi versi offrono un ottimo saggio di quella varietas di cui s’è parlato, pur nel rispetto di un indiscusso equilibrio formale: Lucrezio distingue il momento in cui i cani ringhiano digrignando i denti (tre versi), da quello in cui latrano a gran voce (un verso), o il momento in cui si inteneriscono in delicate coccole rivolte ai loro cuccioli (quattro versi), da quello in cui abbaiano tristi, se sono stati abbandonati (un verso), o addirittura guaiscono e si abbiosciano, se temono di essere percossi dal padrone (un verso). La scelta dei verbi e delle espansioni che li accompagnano è veramente sapiente: gannitus, latrare e baubari sono termini specifici per i versi prodotti da questi animali9; essi traducono, rispettivamente, l’‘uggiolio’, il ‘latrato’ e un particolare modo di ‘abbaiare’, rumori di una certa gradualità acustica, dal tono sommesso del primo a quello assordante del secondo e a quello ‘medio’, per così dire, del terzo.

         Adulare di per sé non indica un suono o un rumore, ma, da un lato, è connotato molto efficacemente da gannitu10, dall’altro, sembra in parte richiamare il senso del verbo greco sa…nw/perissa…nw, specifico dei cani che ‘fanno le feste’, ‘scodinzolano’. I verbi fremere e plorare, infine, benché non tipici dei cani né del mondo animale in genere, implicano comunque una produzione di rumori o suoni, e, dato il presente contesto, risulta indispensabile associare il primo ad un particolare aspetto del ringhiare dei cani e il secondo al guaito di questi ultimi.

         Così anche nel caso del più generico sonitu…minari è il contesto a suggerirne una chiara definizione, a caricarlo di valenze foniche e a far sì che riassuma l’atteggiamento del ringhio (tanto più che si trova preceduto dagli incisivi irritata, v. 1063, e rabie, v. 1065). Ai vv. 1063-1065 è infatti decisamente evidente la ricerca di effetti fonici, che mirano, da un lato, a realizzare (con un riuscito espediente stilistico) una mimesi del rumore complessivamente descritto (una specie di brontolio sordo, il ‘ringhio’ propriamente detto), attraverso la prevalenza di /r/ (irritata…primum…ricta fremunt duros…rabie restricta minantur); dall’altro a richiamare, molto sottilmente, per via acustica, l’immagine degli organi più pericolosamente in vista nella produzione di questo rumore: i musi frementi e i denti digrignati. Non è un caso, infatti, che si ripetano le consonanti che gli uomini articolano all’altezza dei ‘luoghi’ dell’apparato fonatorio corrispondenti a questi organi: la nasale bilabiale per i musi (canum cum primum magna Molossum/ mollia ricta fremunt) e la serie alveolare per i denti (fremunt duros nudantia dentis). La combinazione di tali effetti determina una crescente evidenza, fino all’animazione, nel suo insieme, del comportamento dei cani rabbiosi e minacciosi. Il ringhio viene, per così dire, ‘sceneggiato’ in ben tre versi, nei quali pregnante è anche l’accumulo asindetico (irritata…magna…mollia…nudantia… restricta) che ritarda ed enfatizza il minantur finale.

         Quanto al significato ‘minaccioso’ di quest’atteggiamento così magistralmente rappresentato da Lucrezio, va notato che la moderna etologia concorda nell’intendere la «bocca aperta a denti scoperti» proprio come un «segnale di  m i n a c c i a, o comunque adibito ad allontanare un conspecifico»11.

         Al latrato Lucrezio dedica il solo v. 1066, ma in esso è significativo, benché non sia stato notato dai commentatori, che si dica iam, ricorrendo a un nesso sintattico che stabilisce una relazione di successione temporale fra latrant e il concetto esposto in precedenza, il che è conforme al comportamento dei cani, i quali, abitualmente, sia quando stanno per attaccare, sia quando intendono richiamare l’attenzione del padrone se avvertono un pericolo, prima ringhiano, poi cominciano ad abbaiare a gran voce e infine latrano paurosamente. Questa situazione (che non va confusa col baubantur successivo) è resa in modo assai espressivo anche con vocibus omnia complent, una specie di definizione ulteriore rispetto a latrant.

         Dal v. 1067 al 1070 Lucrezio si dilunga, come per il ringhio, sull’atteggiamento esattamente opposto che è quello delle coccole, del ‘farsi le feste’ fra i cani adulti e i loro cuccioli (catuli). Nuovamente si assiste a un uso efficace di combinazioni foniche: al v. 1067 spicca infatti una prevalenza di /l/, ma, più in generale, di liquide e nasali (catulos blande cum lingua lambere temptant), che ben rendono l’immagine del leccare. A quest’ultima si aggiunge la più movimentata situazione seguente, descritta ai vv. 1068-1069. Imitantur, poi, oltre al nesso apparentemente antifrastico teneros haustus, chiarisce bene anche la condizione iperbolica del morsu petere: è tutta una finzione, un gioco che insiste su un crescendo molto riuscito (i cani prima leccano semplicemente i propri cuccioli, poi li agitano e li portano alla bocca con una stretta non certo decisiva, e infine fingono teneramente di inghiottirli, stando attenti a mantenere ‘sospesi’ i denti).

         Ancora una volta è l’etologia a ‘illuminare’ anche nei dettagli il senso dei versi lucreziani, contro ogni ragionevole dubbio, equivoco o perplessità esegetica: il «comportamento ludico» degli animali («un’attività caratteristica e peculiare dei mammiferi») è definibile «come un comportamento privo di un fine ‘serio’, durante il quale vengono eseguiti, appunto ‘senza serietà’, moduli comportamentali, o elementi di questi, espressi invece con assoluta serietà in altri contesti»12.

         La comunicazione del gioco avviene mediante l’emissione di un «segnale di ‘invito’», imprescindibile nel caso di giochi aggressivi, che simulano atteggiamenti di «attacco, di cattura della preda e di nutrizione»: tutto ciò non è forse sapientemente reso dalle espressioni lucreziane imitantur, longe alio pacto…adulant, lingua lambere temptant, petentes, morsu e haustus?

         La funzione del gioco suscita altri sorprendenti accostamenti: l’intenso moto che contraddistingue molte delle attività ludiche animali e che, nello specifico, è richiamato da Lucrezio mediante l’eos iactant pedibus del v. 1068, promuove «lo sviluppo dell’apparato muscolare» e facilita l’acquisizione della «padronanza del proprio corpo e del mondo esterno»; questa «esercitazione», infine, ha conseguenze ancora più rilevanti e durature perché fa sì che gli individui adulti trasmettano ai piccoli «nozioni utili…riguardanti svariate sfere comportamentali»; nel caso in questione, sembra che i molossi, dando l’esempio, si sforzino di far apprendere ai cuccioli come ‘dosare’, per così dire, il morso: non è cioè casuale che Lucrezio insista con tanta dovizia di particolari sulla cautela con cui questi cani ‘mordono’ i catuli (v. 1069).

         Questi ultimi, imitando il comportamento dei genitori, sperimentano insomma e memorizzano quelle attività che praticheranno abitualmente da adulti (tutti i predatori giocano alla caccia) e non è un caso che lo facciano in gruppo (come suggeriscono i plurali catulos e eos): ogni singolo cucciolo ha così l’occasione di riconoscere e distinguere i propri simili e di rapportarsi ad essi in questa attività ben coordinata che costituisce una prima forma di ‘socializzazione’ decisamente consolidante e istruttiva.

         Ai vv. 1071-1072 sono presentate altre due situazioni ben diverse: il languido abbaiare dei cani che rimangono soli nelle case (abbandonati o lasciati a fare la guardia) e il guaito che emettono quando temono le percosse e si piegano in modo da appiattire a terra il corpo. Nel primo caso siamo di fronte a un atteggiamento vocale molto complesso perché i cani in preda all’angoscia sembra che emettano suoni acuti, atonali e ripetitivi.

         E sulle suggestioni acustiche più che su quelle visive probabilmente insiste ancora Lucrezio con la quasi perfetta identità fonica tra la clausola e l’inizio del verso e con l’onomatopeico e allitterante baubantur.

         Il v. 1072 è assai differente (o meglio, volutamente complementare) rispetto al precedente dal punto di vista delle sensazioni evocate: qui è l’immagine più che il suono a imprimersi nella mente del lettore per via della riuscitissima e quasi intraducibile ‘iuncturasummisso corpore, la quale, con estrema efficacia e puntualità, fa riferimento a quella classica «postura di sottomissione» che il cane pratica frequentemente e a scopo conciliatorio in contesti di paura. Se infine si considera che il «principio di antitesi» (che l’etologia deve a Darwin) vuole che questa postura si contrapponga esattamente (cioè mediante una completa inversione del segnale) proprio a quella aggressiva del cane ringhiante prima dell’attacco, si potrebbe pensare che il poeta termini la sua rassegna sui comportamenti dei cani proprio come se chiudesse un ‘ciclo’, iniziato assai meno pacificamente con la ‘scena del ringhio’, ma ben coeso per i suoi costanti richiami interni fonici e semantici.

         Infatti, gli ultimi due casi descritti da Lucrezio completano l’insieme di referenti prospettato al v. 1061, visto che il coccolarsi giocoso è interpretabile come momento di gaudium, l’esser soli come momento di dolor e lo sfuggire alle percosse come momento di metus.

 

Università degli Studi della Basilicata                    DANIELA CAMARDESE

 

NOTE

1Dal v. 1058 al 1090 il concetto di varietas viene infatti tematizzato sia mediante l’insistito ricorso all’aggettivo varius (presente ai vv. 1058 [bis, in poliptoto], 1060, 1078, 1087 e 1088), sia attraverso i termini, sicuramente connessi, dissimilis (vv. 1060 e 1090), alius (vv. 1065, 1070, 1081 [bis, in poliptoto], 1090 [bis], cui senz’altro si collega anche l’avverbio alias presente al v. 1077) e differre (v. 1073). Sono ben sedici richiami, ai quali vanno aggiunte le analoghe occorrenze di varius ai vv. 1028 e 1044 (ma non alii dei vv. 1045-1046, vista la differente accezione del termine in quei due casi). Cfr. a riguardo le osservazioni di J. Pigeaud, Épicure et Lucrèce et l’origine du langage, in «Rev. étud. lat.», LXI 1983, pp. 131 sgg. La bibliografia relativa alla dottrina lucreziana (e più in generale epicurea, viste le trattazioni di Epicuro ep. ad Her. 75-76 e Diog. Oen. fr. 12 Smith, coll. 2-5) sull’origine del linguaggio è molto vasta: si vedano C. Giussani, T. Lucreti Cari De rerum natura libri sex, vol. I, Torino, Loescher, 1896, pp. 267-284; Ph.H. De Lacy, The Epicurean analysis of language, in «Amer. Journ. Phil.», LX 1939, pp. 85-92; L. Ferrero, Poetica nuova in Lucrezio, Firenze, La Nuova Italia, 1949, pp. 122 sg.; C.W. Chilton, The Epicurean theory of the origin of language. A study of Diogenes of Oenoanda, fragments X and XI William, in «Amer. Journ. Phil.», LXXXIII 1962, pp. 159-167; D. Fehling, Zwei Untersuchungen zur griechischen Sprachphilosophie, II. FÚsij und qšsij, in «Rhein. Mus.», CVIII 1965, pp. 218-229; L. Perelli, La storia dell’umanità nel V libro di Lucrezio, in «Atti Accad. Sc. Torino, cl. sc. mor., stor. e filol.», CI 1966-67, pp. 202-222; E. Chlumska - I. Kabrt, Quid Lucretius de origine orationis eiusque incrementis censuerit, in «Latinitas», XVI 1968, pp. 189-195; H. Offermann, Lucrez V 1028-1090, in «Rhein. Mus.», CXV 1972, pp. 150-156; E. Riverso, Il linguaggio nel pensiero filosofico e pedagogico del mondo antico, Roma, Armando, 1973, pp. 115-118 e 139 sgg.; P.H. Schrijvers, La pensée de Lucrèce sur l’origine du langage (De rerum natura vv. 1019-1090), in «Mnemosyne», XXVII 1974, pp. 337-364; D. Škiljan, Lucrèce sur le langage, in «Lat. Gr.», VI 1975, pp. 5-10; G. Bonelli, Lucrezio V, 1028-1090. Analisi estetica, in «Riv. stud. clas.», XXIV 1976, pp. 241-251; J.M. Rist, Epicurus: an Introduction, Cambridge, University Press, 1972, pp. 72 sg.; P. Boyancé, Lucrèce et l’épicurisme, Paris, Presses Universitaires de France, 1963, ed. ital. a cura di A. Grilli, Brescia, Paideia, 1985, pp. 250 sgg.; Z. Danek, De origine linguae quid ab Epicuro et Lucretio iudicatum sit, in «Meander», XLI 1986, pp. 225-234; A. Dalzell, Language and atomic theory in Lucretius, in «Hermathena», CXLIII 1987, pp. 19-28; J.P. Mendes, Linguagem: natureza ou convenção?, in «Classica (Brasil)», I 1988, pp. 55-67; A.L. Verlinsky, OÙ sunorèmena pr£gmata (Epic. ep. ad Her., 76). On Epicurus’ theory of the emergence of language, in «Hyperboreus», I (2) 1994-95, pp. 46-86; G. Hozenat, Lucrèce, De rerum natura, V, 1028-1029: les sons et les noms, la nature et l’utilité, in «Rev. étud. lat.», LXXV 1997, pp. 64-77; A. Pałuchowski, Lucrèce sur l’origine et le développement du langage (V 1028-1090), in «Eos», LXXXV 1998, pp. 229-246.

2 Ricorre qui il topos, assai sfruttato da tutta l’antichità, della ferinità dell’uomo primitivo (benché Lucrezio non manchi di segnalare orgogliosamente il discrimen che fra l’uomo e la bestia determina la ratio: cfr. l’¢dÚnaton di III 753). Infatti la sfera sensitivo-emozionale è l’unica che connota gli animali e li avvicina moltissimo ai primi uomini, non ancora interessati da una completa civilizzazione. Sul qhriwdîj zÁn, sulla «comparazione tra uomo preistorico ed animale», sulla problematica della «conoscenza scientifica del passato» (in connessione con la gnoseologia epicurea), si vedano le acute osservazioni di A. Schiesaro, Ratio vestigia monstrat. Alcuni modi dell’analogia nel V libro di Lucrezio, in «Quad. di stor.», XV 1989, n° 30, pp. 120 sgg. L’associazione fra il linguaggio umano e quello animale risulta essere anche estremamente attuale rispetto alle considerazioni etologiche contenute, ad es., nei più recenti testi di linguistica (vd. R. Simone, Fondamenti di linguistica, Bari, Laterza, 1995, pp. 16 sgg.).

3 Nel senso di attività fonatoria (l’aristotelica fwn»: cfr. l’utile sintesi di S. Rocca, Linguaggio e progresso umano, in «Invig. luc.», XII 1990, pp. 267 sgg.), perché vox è termine piuttosto polisemico in Lucrezio: si veda M. Wacht, Concordantia in Lucretium, Hildesheim, Olms-Weidmann, 1991, s. v.

4 L’aggettivo mutus non è qui contraddittorio rispetto a voces, ma anzi ricorre in una delle sue accezioni primarie, la quale si riferisce a quegli esseri (bestiae innanzitutto, ma per similitudine anche homines, primitivi o infanti) sprovvisti di oratio articulata, perché è complessivamente in causa una condicio rudis e non una taciturnitas: cfr. ThlL, VIII col. 1733 28 e 1734 34, s. v. mutus. Non è cioè questo il caso, peraltro usuale in Lucrezio (cfr. soprattutto II 342 e 1082, IV 1164, V 841), in cui mutus corrisponde al greco ¥fwnoj e qualifica animantia vocis omnino expertia. Nel passo sull’origine del linguaggio mutae pecudes sembra proprio tradurre, in termini latini, l’espressione greca t¦ ¥loga zùa che molta fortuna ha avuto nel mondo antico, diventando topica da Aristotele in poi (cfr. Rocca, art. cit., pp. 265-284).

5 Sensus è termine complesso (vi rimanda già il sentit del v. 1033) e, in Lucrezio, traduce tanto a‡sqhsij quanto p£qoj: cfr. Pałuchowski, art. cit., p. 232; Schrijvers, art. cit., p. 357 e la bibliografia ivi citata. Sul concetto epicureo di a‡sqhsij, rimane infine un contributo fondamentale A.A. Long, Aisthesis, prolepsis and linguistic theory in Epicurus, in «Bull. of the Instit. of Class. Stud.», XVIII 1971, pp. 114-133.

6 Una donna si lamenta della misoginia euripidea che avrebbe aizzato contro il sesso ‘debole’ i mariti, divenuti sospettosi e propensi ad affidare la custodia delle consorti a terribili molossi.

7 Attività in cui eccelleva per i suoi pericolosi attacchi, al punto da diventare quasi un topos letterario, sollecitando nei poeti immagini sempre molto plastiche e stilisticamente riuscite: si vedano Sen. Phaedr. 32 sg.; Lucan. IV 437-444; Stat. Theb. III 203; Claud. in Ruf. II 419 sg. e Ach. I 747 sg.; Mart. epigr. 30 1 e XII 1 1.

8 P. Mégnin, Les chenils et leur hygiène, Vincennes, l’Eleveur, 1896.

9 Benché non allo stesso modo, perché solo il secondo e il terzo sono esclusivi (eccettuati ovviamente gli usi metaforici degli stessi) dei cani, mentre il primo può riferirsi anche alla volpe e agli uccelli (cfr. ThlL, VII 2 col. 1013 s. v. latro; II col. 1790 s. v. baubor; VI 2 col. 1691 sg. s. v. gannio). Inoltre, gannitus (e gannire) ha chiaramente un impiego più vasto rispetto a baubari, ma entrambi sono onomatopeici. Baubari corrisponde al greco baäzein (che occorre per es. in Aesch. Ag. 449 sg., in Aristoph. Th. 173 e in Theocr. 6 10: cfr. ThGl ed.sec., II, p. 198 o CD ROM E, 1999, s. v.), ma rispetto a questo è attestato molto raramente: solo nel discusso Suet. frg. 161 p. 250 Reiff., dove peraltro conosce anche la v. l. baulare, e nei grammatici o negli eruditi. Per es. in Non. p. 80, 30 M. baubari è erroneamente confuso con latrare: si veda in proposito G. Barbarino, Le voces animalium in Nonio Marcello, in «Studi Noniani», III, Genova, Istituto di Filologia classica, 1975, pp. 18-19 e soprattutto n. 195. D’altro canto latrare, corrispondente al greco Ølakte‹n (che troviamo, per es., in Il. XVIII 586, in Aristoph. vesp. 904, in Xen. cyn. 3 5 e 9 2 e in Luc. Nec. 10: cfr. H. Frisk, Griechisches etymologisches Wörterbuch, Heidelberg, Carl Winter Universitätsverlag, 1970, II, p. 961 sg. e P. Chantraine, Dictionnaire étymologique de la langue grecque, Paris, Éditions Klincksieck, 1980, p. 1154) o ai meno attestati (cfr. ThGl ed.sec., VIII, p. 77 sgg.) Øl£w (che ricorre in Od. XVI 5, 9 e 162; XX 15) e Øl£skw, è piuttosto frequente (si vedano p. es. Cic. S. Rosc. 56 57; Varr. At. carm. frg. 8; Sen. Oed. 569; Petron. 72 9; Plin. nat. XXXII 140) e, rispetto a baubari, implica un maggiore senso di ferocia (al punto da essere spesso attribuito ad entità mostruose: cfr. Catull. 60 2; Verg. Aen. VI 401; Prop. III 18 23).

10 Che indica un «festoso mugolio», come lasciano intendere Non. p. 17, 2 M. e Paul. Fest. p. 185 L. (in Paul. Fest. p. 88, 4 L. e in Donat. ad Ad. 556 si fa invece riferimento a un significato piuttosto diverso, rispettivamente di gannitio e di gannitus: cfr. G. Barbarino, art. cit., pp. 21-22). Gannitus e gannire conoscono un uso figurato (al posto di latratus e di latrare) in Mart. V 60 2 e in Catull. 83 4: cfr. ThlL, VI 2 col. 1691 sg. s. vv. gannio, gannitio e gannitus.

11 Cfr. il Dizionario… a cura di Mainardi - Farcito - Lovera, op. cit., p. 286. Si vedano anche queste interessanti considerazioni: «i mammiferi, unica classe di animali che possiede le strutture facciali e le connesse muscolature che permettono un’ampia gamma di espressioni, fanno spesso uso» di «segnali ritualizzati che hanno lo scopo di indicare l’intenzione di un individuo ad attaccare», come «il sollevamento del labbro superiore con conseguente esposizione dei canini. Questo movimento, che sequenzialmente precede subito il morso, con il tempo si è trasformato evolutivamente in una esibizione ritualizzata di forza» (ibid., p. 289). Cfr. anche R.A. Hinde, Le basi biologiche del comportamento sociale umano. Studiare gli animali per comprendere l’uomo, Bologna, Zanichelli, 1979, p. 112. Nel ringhio la componente visiva del segnale è importante quasi quanto quella acustica perché la mimica facciale indica «il soggetto verso cui è direttamente rivolta la minaccia» (cfr. Fisiologia degli animali domestici con elementi di etologia, a cura di G. Aguggini - V. Beghelli – L.F. Giulio, Torino, Utet, 1998, p. 856). Sul linguaggio dei cani più in generale si vedano anche K. Lorenz, So kam der Mensch auf den Hund, Wien, Verlag Borotha – Schoeler, 1951 e B. Gilbert, Il linguaggio degli animali, Milano, Mondadori, 1972, pp. 9-29 e 98-130. Quanto all’importanza delle voci animali per le teorie del linguaggio cfr. A. Tabarroni, On Articulation and Animal Language in Ancient Linguistic Theory, in «Versus», L/LI maggio-dicembre 1988, pp. 103-121; U. Eco, Latratus canis, in «MicroMega», I 1987 , pp. 73-82 e la bibliografia ivi citata.

12 Per questa e per le citazioni successive cfr. Dizionario…a cura di Mainardi - Farcito - Lovera, op. cit., s. v. «Gioco»; riguardo agli «altri contesti» di cui si parla, può forse venire in mente l’uso di petere e morsu in Lucr. III 662 sg.