Storia

<<Sez. Storia>>

                                                                                                                                                Martedì 30 Giugno 2015 "uscita n. 15"

 

 Castelli di Basilicata: Lagopesole di Avigliano

di  Marino Faggella

 

             Descrizione: Castello di Lagopesole, panoramica

                                La notevole mole di Castel Lagopesole vista da lontano     

                   

1.Nella prima metà del 1200 l’Italia meridionale entrava da protagonista nella storia dell’Europa quale luogo di nascita, fondazione e milieu di diffusione di uno straordinario sapere  senza il quale forse non ci sarebbe stato quello dell’età moderna che prende avvio dal nostro Rinascimento. Centro e anima di questa nuova e straordinaria cultura e splendida civiltà, generatrice di ulteriori forme di vita spirituale, fu la corte di Federico Secondo di Svevia, che pur avendo il suo centro fondamentale a Palermo e Messina in Sicilia, si diffuse in tutte città e regioni del Sud, da Lucera a Melfi. La corte di Federico II, situata nel cuore del Mediterraneo e centro di uno straordinario sincretismo culturale (dovuto innanzitutto all’opera del sovrano che, traendone il meglio, era riuscito a fondere tre grandi civiltà: quella araba, la latina e la greca) fu un autentico polo di attrazione dove convenivano intellettuali di ogni contrada. Artefice di questa splendida civiltà, anzi anima dell’intera vita spirituale del suo tempo fu lo stesso Federico, re di Sicilia, Imperatore dei romani, il primo monarca laico dell’età moderna e creatore dello stato moderno nel pieno Medio Evo.

Ma “il terzo vento di Soave”, così Dante lo qualifica nel canto sesto del Paradiso, ha lasciato un segno nella storia per altri e forse più straordinari meriti che servono a riassumere la sua straordinaria superiorità culturale. Infatti egli, al di sopra degli uomini del suo tempo, ebbe un appassionato interesse per tutti i rami del sapere scientifico e letterario, e fu aperto ai più diversi problemi della filosofia, della matematica e delle scienze naturali. Avido com’era di sapere e curioso di investigare e di svelare i misteri dell’universo, contribuì ad introdurre nella cultura occidentale le nuove correnti arabo-aristoteliche, che, penetrando attraverso le due porte della Spagna (Toledo) e della Sicilia, avrebbero rinnovato il concetto e l’idea stessa del sapere filosofico e scientifico. I meriti di questo sovrano in tal direzione furono enormi: si può dire che il libero pensiero, il bisogno di osservare il mondo naturale, lo stesso metodo sperimentale siano nati proprio con lui prima di configurarsi nelle espressioni di Leonardo e di Galilei.

Pur considerando i suoi straordinari meriti culturali, occorre innanzitutto sottolineare che Federico II appartiene alla storia, nel senso che egli fu personaggio fondamentale della politica. Qui la sua figura si eleva con una superiorità impressionante al di sopra degli uomini della sua età, principalmente per la sua concezione dello stato, modernissima rispetto ai tempi e tale da precorrere l’assolutismo illuminato dei principi rinascimentali e del più recente Settecento europeo. Con il suo disegno politico di fare della Sicilia e dell’Italia un regno unito entro la compagine più vasta ed universale dell’Impero, Federico II offriva all’Italia e al mondo occidentale il modello di uno stato, fondato sul colto ed intelligente dispotismo che prima di tutto aveva sperimentato nel suo Regno di Sicilia dove, limitando la libertà dei baroni, del clero e delle città, aveva imposto un sistema di governo nel quale la concezione medievale del sacro romano impero sembrava fondersi perfettamente con lo spirito stesso dell’imperatore, esecutore della volontà di Dio tra gli uomini e quasi incarnazione vivente della legge e della giustizia (“lex animata in terris”).

2. A conclusione di approfondite ricerche, condotte a studiare le antiche costituzioni, l’imperatore dopo il suo ritorno dalla Germania decise di promulgare un nuovo ed organico corpo di leggi, il Liber Augustalis (o Constitutiones Regni Sicilae ), più noto come Costituzioni di Melfi, paragonabile per ampiezza e profondità solo al Corpus iuris civilis  di Giustiniano. Fu a Melfi durante l’estate del 1231, nell’enorme sala del Castello conosciuta come Sala delle tre scodelle, per le tre volte rotonde che ne modellano il soffitto, che l’Imperatore, alla presenza di alti prelati, nobili, giustizieri e grandi dignitari dello Stato, promulgò la prima delle Costituzioni che ancora portano il nome della cittadina lucana quale “centro vitale della regia amministrazione, nodo di grandi arterie di comunicazione e sede della Suprema Corte dei Conti”. Il castello di Melfi, che accanto a quello di Lagopesole, è il più celebre maniero federiciano della Basilicata, successivamente ha ospitato in diverse occasioni l’imperatore con la sua corte, sia per motivi di carattere burocratico ed amministrativo, sia a scopo di caccia, grazie alla vicinanza dei boschi del Vulture ricchi di selvaggina. Tra le costruzioni federiciane di Basilicata prenderemo in considerazione, accanto a quello di Melfi anche il castello ottimamente conservato di Lagopesole, in quanto, tra i castelli della corona di Svevia presenti nella nostra regione, essi si prestano bene alla identificazione dei problemi fondamentali dell’architettura federiciana e possiedono altresì spiccati caratteri distintivi che conferiscono loro particolare originalità e importanza.

 

                          Descrizione: http://s1.wdstatic.com/images/it/ll/4/46/Castello_Melfi.jpg

                                      Strada di accesso al castello di Melfi

 Il castello dove furono promulgate le Costituzioni, era stato fondato dagli antenati normanni di Federico, della Casa di Altavilla che avevano scelto Melfi, “porta della Puglia”, quale loro capitale, abbellendola di notevoli monumenti. Roberto I il Guiscardo dux Apuliae aveva eretto in un luogo particolarmente adatto alla difesa quattro grandi torri di pietra, collegate probabilmente fra loro da mura difensive; tale nucleo iniziale fu poi trasformato in maschio da Federico, che ampliò il castello in ogni direzione, circondandolo in giro in giro con una serie di mura dal disegno irregolare, che vennero rinforzate ad intervalli da massicce torri poligonali. Non appena l’imperatore “fu in grado di dare un primo consolidamento a suoi domini, si preoccupò di emanare, tra le altre leggi che gli consentissero un controllo totale dell’Italia meridionale, anche opportuni provvedimenti “de novis edifificiis deruendis”, nei quali stabiliva che “tutte le fortificazioni costruite dai vassalli negli anni della sua minore età o prima del suo ritorno, senza autorizzazione avrebbero dovuto essere cedute o distrutte”. Opera, questa, che richiedeva tempi abbastanza lunghi e uno sforzo economico non indifferente”…(Gianpietro). Che il sovrano svevo intendesse fare del recupero, del restauro e della costruzione ex-novo dei castelli uno dei capisaldi della propria politica edilizia e un valido strumento di controllo del territorio (oltre che, ovviamente, un importante e gradito supporto alla sua passione venatoria) è dimostrato anche da quanto espressamente disposto dall’Assise di Melfi (1231). Infatti, a partire da questa data, Federico cominciò ad attuare un “oculato piano strategico-politico”, con l’intento di creare una struttura a maglie regolari che si estendesse su tutti i suoi domini, le cui diverse tipologie rispondessero ad esigenze specifiche di carattere militare e amministrativo in taluni casi, in altri, alle sue predilezioni personali. 

I castelli furono le prime opere della creatività di Federico.  Il Willemsen parla, più che di un generico interesse, di una vera “passione” del sovrano svevo per le opere di edilizia fortificatoria e per i castelli di caccia o di svago, tant’è vero che nelle diverse tipologie l’impronta federiciana si esercitò in modo significativo e talora singolare. Le diverse esperienze culturali, l’apertura mentale, i numerosi viaggi avevano consentito all’imperatore di venire a contatto con esempi architettonici di vario genere: normanni, arabi, bizantini, normanno-islamici, romani, francesi, germanici. Da qui la sua capacità di promuovere la costruzione non solo di imponenti fortezze a scopo di difesa, ma anche di residenze destinate al soggiorno della corte e agli svaghi: è il caso, ad esempio, dei castelli di Basilicata e della Capitanata, costruiti in vicinanza delle foreste e idonei alla caccia col falcone, particolarmente gradita all’imperatore, come il Castello di Lagopesole di cui fra poco diremo, che vennero appositamente costruiti per servire a quelli che l’imperatore chiamava loca solatiorum nostrum, cioè luoghi adibiti ai suoi svaghi tra cui il toreare e la caccia col falcone.

In generale, la predilezione per i castelli di caccia non impedì che Federico II dedicasse altrettanta cura ai castelli di difesa. Talvolta essi non furono costruiti ex novo, ma costituirono – come nel caso già ricordato di Melfi - il rafforzamento e il consolidamento di precedenti fortezze normanne o addirittura pre-normanne, alle quali furono apportate in qualche caso anche modifiche radicali. Un carattere comune e distintivo di tutti gli esempi di edilizia fortificatoria  federiciana è altresì l’intento manifesto di aggiungere “un tocco artistico” a castelli che avevano dichiarati scopi militari o utilitari. In questo senso appare particolarmente significativo il riferimento ai castelli costruiti ex novo. Tali opere – tra le quali possiamo ascrivere il castello di Lagopesole -  pur rientrando in tipologie già note, presentano caratteri peculiari che ne aumentano l’importanza, rivelando la presenza di influssi diversi e talora contrastanti.

3. Se il castello di Melfi fu il primo maniero al quale mise mano l’opera di restauro e di edificazione di Federico, quello di Lagopesole fu l’ultimo ad essere costruito. Quest’ultima imponente costruzione dimostra meglio degli altri la capacità di Federico di scegliere non solo luoghi adatti alla difesa ma anche di incomparabile bellezza naturale. Il maniero, per quanto fosse in effetti una fortezza militare, posta a guardia della strada posta tra Melfi e Potenza, venne costruito sul sito di una delle residenze di caccia di Federico per servire contemporaneamente da fortilizio e da luogo di svago. Il sito di Lagopesole prende il suo nome da un antico lago Lacus Pensilis (“lago pensile”), per la sua posizione elevata, oggi ormai prosciugato, nel quale probabilmente “si potevano trovare sia pesci sia uccelli acquatici di passo, prede favorite dei falconi imperiali, mentre nelle foreste del Vulture vivevano numerosi orsi e cinghiali. Era nel fresco silenzio di questo locum solatiorum, in questa riserva di caccia naturale, che l’imperatore si ritirava con gruppetti di amici intimi durante la calura estiva, mentre il resto della corte rimaneva nei quartieri estivi del castello di Melfi. Castel Lagopesole fu iniziato nel 1242 e non fu completato che dopo la morte dell’imperatore, ma evidentemente vi si poteva già abitare piacevolmente anche prima, perché Federico vi passò l’estate del 1250, l’ultima della sua vita (Masson)”.

Il castello sorge nell’agro del comune di Avigliano a circa mille metri sul livello del mare a ridosso di un colle che fa da spartiacque tra l’Ofanto e il Bradano non lontano dal tracciato dell’antica via Erculea che fu costruita dai Romani per collegarsi alla colonia di Venosa. Arrivando a Lagopesole il maniero, data la sua mole imponente, è visibile da notevole distanza in quanto domina gran parte della valle e delle zone circostanti. Posto sulla sommità di un colle, allo sbocco di una piccola valle verde, sovrastata dalla vasta massa boschiva del monte Vulture, vi si accede esclusivamente attraverso una ripida strada, il cui ultimo tratto a doppia curva, realizzato volutamente a scopo di difesa, doveva servire probabilmente a frenare la corsa di eventuali incursioni esterne, sicché chiunque si fosse avvicinato al castello era costretto a scoprirsi, diventando in tal modo facile bersaglio degli arcieri di guardia alle feritoie.

Sulle origini del castello la storia e le leggende si intrecciano. Secondo un’antica tradizione raccolta dal Fortunato “un Andronico bizantino, mandato da Leonida di Sparta nella metà dell’ottavo secolo a capo di un’orda di musulmani”, fondò un piccolo insediamento con un castello nel luogo stesso dove più tardi sorse Lagopesole. Questa notizia di Andronico Civretes che, secondo alcuni sarebbe stata confermata dal ritrovamento in loco di una corniola in caratteri arabi che recitano “la mia buona speranza è in Dio, nel profeta avventurato, nel tutore che conosce la buona via, in Husain via” è oggi messa in discussione da altri che giustamente ritengono che la penetrazione dei saraceni in Italia meridionale sia avvenuta in epoca successiva. Più storicamente provate sono altre due notizie che attestano l’esistenza del castello: l’una riportata nel De Rebus Gestis  Regerii Siciliae Regis relativa a Ruggiero, il quale, dopo aver sedato una rivolta in Puglia, si sarebbe diretto in seguito verso un oppidum, quod vulgo nominatur Lacumpensilem. E’ questa la prima volta che in un documento compare il nome di Lagopesole. La seconda del 1137, riportata nel Chronicon di Falcone di Benevento attestante che il papa Innocenzo II e l’imperatore Lotario III, mentre andavano ad assediare Bari, si trovarono per una trentina di giorni presso le mura del castello con le loro armate :” juxta fluenta de Lacu Pesele per dies fere triginta”.  Per porre termine alla questione delle fonti si dirà, dando ragione al Roscio, che innanzitutto “Qui si evidenzia un problema che molto spesso coinvolge architetti e storici dell’arte, la tendenza cioè di legare le fonti storiche a strutture che hanno una loro storia che, comunque, sono il prodotto di secoli di stratificazioni”.

Dopo aver accennato in modo sintetico ad alcune notizie che ci consentono di indicare le origini antichissime del castello, se veniamo a considerare la struttura attuale dell’edificio cade innanzitutto la critica delle origini che ha ritenuto a lungo trattarsi di una costruzione unitaria fatta realizzare esclusivamente da Federico II. Lo studio della pianta innanzitutto contribuisce a smentire la convinzione che vi abbia messo mano solo l’imperatore con le sue maestranze. L’aspetto del castello, pur avendo alcuni caratteri tipici delle costruzioni federiciane che contribuiscono ad assegnare alla costruzione “una posizione di rilievo” - innanzitutto le dimensioni abbastanza ragguardevoli e alcune caratteristiche decorative come la presenza di mensole ed immagini scolpite che richiamano da vicino quelle che si trovano in Castel del Monte -  in effetti presenta dei caratteri che non sono riscontrabili in nessun altro esempio dell’architettura federiciana.

A parte la forma rettangolare allungata, - dovuta probabilmente alla natura del luogo e in particolare alla necessità di seguire l’andamento scosceso del terreno che giustifica anche l’assenza di torri angolari – altri elementi di grande interesse e piuttosto rari nell’edilizia federiciana, come il battifredo, l’esistenza di due cortili di grandezza diversa, la presenza di un edificio sacro (una sorta di “chiesa del castello”) rendono ardua l’immediata individuazione della “domus” imperiale. In effetti lo studio della planimetria, comparato con la visione diretta delle parti dell’edificio che presentano una netta differenza di elementi e strutture architettoniche, denunciano effettivamente due fasi costruttive e due destinazioni successive del maniero. L’interno del castello è diviso in due grandi vani di dimensioni ineguali, che ricordano da vicino i refettori delle abbazie cistercensi, ai quali si accede attraverso un portale a sesto acuto decorato che si apre sul lato ovest della costruzione fra due avancorpi bugnati che mostrano ancora le scanalature passanti per l’alloggio della saracinesca in legno e ferro che cadendo dall’alto serviva ad assicurare la chiusura dell’ingresso.

 Superata la porta, tramite un vestibolo voltato a botte si accede dal lato sinistro nel cortile maggiore dove si trova l’insolita costruzione religiosa, probabilmente angioina, di cui si e’ detto che con una delle sue navate è addossata al muro divisorio dei due vani interni. Proprio quest’ultima struttura è stata utilizzata dagli esperti per congetturare due diversi momenti storici: uno più antico normanno-svevo che verosimilmente è da individuare nell’ala meridionale della costruzione, ed uno più recente riconosciuto dagli studiosi nella imponente restante struttura di nord-ovest che dopo la caduta degli Svevi (1226) sarebbe stata occupata anche dagli Angioini come luogo occasionale di residenza fino al 1426, anno in cui il castello fu infeudato ai Caracciolo prima che venisse assegnato con diploma del 1513 ai Doria, famiglia che lo ha tenuto fino agli anni sessanta della nostra epoca.

                                              Nota bibliografica

G.MASSON, Federico II di Svevia, Milano 1978.

M.FAGGELLA, Federico II e l’organizzazione della cultura nella corte sveva, “Il Capricorno”, A. 2014, n. 13.

C.A.WILLEMSEN, I castelli di Federico II nell’Italia meridionale, trad. it.Napoli 1959.

A.GIAMPIETRO, La Basilicata una terra di castelli, in “Bollettino della Biblioteca Provinciale di Matera, A. XII, n.18-19, 1991.

C.SAMONA, I castelli di Federico II in Sicilia e in Italia meridionale, in “Atti del Convegno internazionale di Studi federiciani”, p.509 sgg.

G.FORTUNATO, Il castello di Lagopesole, Trani 1902.

M.E. AVAGNINA, Lagopesole un problema di architettura federiciana, in Federico II e l’arte del Duecento Italiano, Galatina 1980.

P. RESCIO, Archeologia e Storia dei Castelli di Basilicata e Puglia, Basilicata Regione, Potenza 1999.